17/09/2026
Ci sono sere in cui l’ultima persona è andata via e io rimango qualche minuto nello studio. Non faccio nulla. È come se avessi bisogno di un tempo di passaggio per accorgermi che sono di nuovo sola. La stanza è vuota, eppure sembra conservare ciò che è appena accaduto. Frasi, silenzi, emozioni sembrano ancora presenti. Per un’ora sono stata lo spazio nel quale qualcuno ha potuto raccontarsi senza difese. Poi la seduta finisce e devo tornare a me stessa, raccogliendo anche ciò che si è mosso dentro di me.
A questo nessuna formazione prepara davvero.
Si studiano tecniche, teorie, confini, alleanze terapeutiche, ma nessun manuale spiega cosa accade quando qualcuno pronuncia davanti a te parole che non aveva mai affidato a nessuno, e soprattutto nessuno ti dice che certe parole, dopo averle ascoltate, non se ne vanno insieme a chi le ha pronunciate. Alcune finiscono con la seduta, altre continuano a risuonare.
La fatica più grande di questo lavoro è invisibile: riguarda la disponibilità interiore. Bisogna saper sostenere uno sguardo e anche la sua fuga, lasciare che un silenzio faccia il proprio lavoro senza affrettarsi a coprirlo di parole; accogliere rabbia, paura, vergogna, disperazione senza trasformarle in qualcosa da cui proteggersi. Con gli anni ho imparato che essere forti significa anche accettare di non avere sempre una risposta. Mi sono affezionata alle persone che ho incontrato, alla loro ostinazione, ai tentativi spesso incerti di fare pace con se stesse, e ascoltandole ho scoperto una verità poco raccontata: chi cura non è al riparo dalla vita. Le storie degli altri possono sfiorare le nostre ferite, risvegliare ricordi, porci domande; il compito è riconoscere ciò che accade dentro di noi senza trasformarlo in un peso per chi abbiamo davanti.
Questo lavoro a volte mi ha fatta crescere, altre mi ha svuotata, poi ho capito qualcosa di essenziale: non mi chiede di essere invulnerabile, ma autentica. La mia umanità, con le sue fragilità e contraddizioni, non è un difetto da nascondere: è parte di ciò che porto nella relazione.
Oggi, quando qualcuno si siede davanti a me, non penso di doverlo salvare. Penso che possiamo guardare insieme ciò che fa male, senza scorciatoie e senza finzioni.
A volte, alla fine di una seduta, qualcuno mi dice: «Grazie». Sorrido, sapendo che quel grazie vale anche per me. Io non sono una donna senza ferite che insegna agli altri come guarire, sono una persona che ha imparato a conoscere le proprie cicatrici e ad accogliere quelle degli altri senza distogliere lo sguardo, e forse il senso più profondo di questo lavoro è proprio qui: per il tempo di una seduta, nessuno è costretto ad affrontare da solo ciò che fa male.