10/10/2026
EMICRANIA VESTIBOLARE: QUANDO L’EMICRANIA NON È UN MAL DI TESTA
Se pensando all’emicrania immaginate semplicemente una persona costretta a letto da un terribile mal di testa, probabilmente conoscete soltanto una delle tante espressioni di questa complessa malattia neurologica. E non siete i soli. Nell’immaginario collettivo l’emicrania continua a essere considerata una forma particolarmente intensa di cefalea, magari accompagnata da nausea, fastidio per la luce e necessità di riposare al buio. In realtà, l’emicrania è molto più di questo: è una condizione neurologica caratterizzata da una particolare vulnerabilità dei sistemi che elaborano le informazioni sensoriali, regolano l’eccitabilità cerebrale e contribuiscono alla percezione del nostro corpo nello spazio. Il dolore alla testa, per quanto frequente e talvolta invalidante, non è affatto indispensabile perché si manifesti un episodio emicranico.
A raccontare magistralmente questa complessità fu Oliver Sacks, il celebre neurologo e scrittore britannico, nel suo libro Emicrania (Migraine, pubblicato originariamente nel 1970). Sacks descriveva l’emicrania non semplicemente come una malattia dolorosa, ma come un universo di manifestazioni neurologiche, percettive, vegetative ed emotive, capace di modificare profondamente il modo in cui una persona percepisce se stessa e il mondo circostante. Nelle sue osservazioni cliniche trovavano spazio fenomeni visivi, alterazioni della sensibilità, distorsioni percettive, manifestazioni gastrointestinali e numerosi altri sintomi che spesso precedevano, accompagnavano o addirittura sostituivano il mal di testa. Era una visione straordinariamente moderna, che anticipava una concezione dell’emicrania come disturbo di reti neurologiche complesse, ben oltre la tradizionale interpretazione vascolare della cefalea.
Tra le diverse manifestazioni cliniche dello spettro emicranico ce n’è una che interessa particolarmente noi otoneurologi: l’emicrania vestibolare. Si tratta di una delle cause più frequenti di vertigine episodica, eppure continua a essere spesso misconosciuta, diagnosticata tardivamente oppure confusa con patologie dell’orecchio interno che richiedono approcci terapeutici completamente differenti.
Ma che cosa significa esattamente emicrania vestibolare? Significa che, in una persona predisposta all’emicrania, possono verificarsi episodi durante i quali vengono alterati i meccanismi cerebrali responsabili dell’elaborazione delle informazioni vestibolari, visive e propriocettive, cioè di quei segnali che permettono al nostro cervello di riconoscere la posizione della testa, interpretare i movimenti e mantenere l’orientamento nello spazio. Il risultato può essere una vertigine rotatoria, con la sensazione che l’ambiente circostante si muova, ma anche un’illusione di movimento del proprio corpo, un’intolleranza ai movimenti della testa oppure una marcata sensibilità agli stimoli visivi.
Alcuni pazienti raccontano di sentirsi improvvisamente su una barca, altri descrivono la sensazione che il pavimento oscilli sotto i piedi, altri ancora riferiscono di non riuscire a tollerare il movimento delle automobili, le immagini che scorrono rapidamente o gli ambienti visivamente complessi, come supermercati e centri commerciali. Talvolta il disturbo compare spontaneamente, senza alcun fattore scatenante riconoscibile; altre volte viene provocato dai movimenti del capo, dai cambiamenti di posizione o dall’esposizione a determinati stimoli visivi. Nausea, vomito, intolleranza alla luce e ai rumori possono accompagnare gli episodi, contribuendo a renderli particolarmente invalidanti.
Ed ecco un aspetto che sorprende moltissimi pazienti: durante una crisi di emicrania vestibolare il mal di testa può essere completamente assente. Una persona può presentare vertigini molto intense, nausea e intolleranza al movimento senza avvertire alcun dolore cranico. In altri casi la cefalea compare prima, durante o dopo l’episodio vestibolare. Non è raro, inoltre, incontrare pazienti che hanno sofferto di emicrania durante l’adolescenza o la prima età adulta e che, molti anni dopo, iniziano a manifestare prevalentemente sintomi vestibolari, talvolta quando gli episodi di cefalea sono diventati meno frequenti.
Naturalmente, non tutte le vertigini che si manifestano in una persona emicranica sono necessariamente espressione di emicrania vestibolare. Questo è un punto fondamentale, perché l’emicrania è molto diffusa nella popolazione generale e può quindi coesistere con altre patologie vestibolari, come la vertigine parossistica posizionale benigna, la malattia di Ménière o una vestibolopatia periferica. La semplice associazione tra una storia di emicrania e la presenza di vertigini non è sufficiente a formulare una diagnosi.
COME SI ARRIVA, ALLORA, ALLA DIAGNOSI?
La diagnosi di emicrania vestibolare non si basa su una sensazione generica di instabilità e neppure sul risultato di un singolo esame strumentale. Esistono criteri diagnostici internazionali ben definiti, elaborati congiuntamente dalla Bárány Society, attraverso il suo Committee for the Classification of Vestibular Disorders, e dall’International Headache Society. Pubblicati inizialmente nel 2012 e confermati nell’aggiornamento del 2021, questi criteri rappresentano il riferimento scientifico per riconoscere la malattia.
Per formulare una diagnosi di emicrania vestibolare definita, il paziente deve aver presentato almeno cinque episodi caratterizzati da sintomi vestibolari di intensità moderata o severa, con una durata compresa tra cinque minuti e settantadue ore. La durata è un elemento importante, ma deve essere interpretata correttamente: alcuni pazienti presentano episodi relativamente brevi e ripetuti, altri crisi che persistono per molte ore o giorni. Nei pazienti che riferiscono attacchi di pochi secondi, per esempio, i sintomi possono ripetersi durante un intervallo più lungo in relazione a movimenti del capo, cambiamenti di posizione o stimoli visivi; in questi casi, ai fini diagnostici, si considera la durata complessiva del periodo durante il quale gli attacchi si ripetono.
È inoltre necessario che il paziente abbia una storia attuale o pregressa di emicrania, con o senza aura, secondo i criteri della classificazione internazionale delle cefalee, l’ICHD-3. Questo significa che non è indispensabile soffrire ancora oggi di frequenti mal di testa, ma deve essere riconoscibile una reale storia emicranica.
Il terzo elemento riguarda l’associazione tra gli episodi vestibolari e le caratteristiche tipiche dell’emicrania. In almeno la metà degli episodi vestibolari deve essere presente una o più manifestazioni emicraniche: una cefalea con almeno due caratteristiche tra localizzazione unilaterale, qualità pulsante, intensità moderata o severa e peggioramento durante l’attività fisica ordinaria; oppure la contemporanea presenza di fotofobia e fonofobia; oppure un’aura visiva. Non è necessario che tutte queste manifestazioni compaiano insieme, né che accompagnino ogni singolo episodio.
Infine, ed è un criterio altrettanto importante, il quadro clinico non deve essere meglio spiegato da un’altra diagnosi vestibolare o da un’altra condizione prevista dalla classificazione internazionale delle cefalee.
Esiste anche una categoria diagnostica denominata emicrania vestibolare probabile, che richiede ugualmente almeno cinque episodi vestibolari di intensità moderata o severa, della durata compresa tra cinque minuti e settantadue ore, ma nella quale è soddisfatto soltanto uno dei due requisiti relativi alla storia di emicrania oppure alla presenza di caratteristiche emicraniche durante gli episodi. Anche in questo caso è indispensabile escludere spiegazioni diagnostiche alternative più appropriate.
Questi criteri ci aiutano a comprendere perché l’anamnesi rappresenti una parte così importante della valutazione otoneurologica. Non basta chiedere al paziente se soffre di mal di testa: occorre ricostruire la storia dei suoi episodi, la loro durata, le modalità di comparsa, gli eventuali sintomi associati e la presenza di manifestazioni emicraniche anche molti anni prima dell’esordio delle vertigini.
La valutazione vestibolare clinica e strumentale mantiene un ruolo fondamentale, soprattutto nella diagnosi differenziale. Esami come la videonistagmografia, il video Head Impulse Test, i potenziali evocati miogenici vestibolari e la valutazione della verticale visiva soggettiva possono fornire informazioni preziose sul funzionamento del sistema vestibolare e contribuire a identificare eventuali patologie concomitanti. Bisogna però chiarire che non esiste attualmente un test vestibolare capace, da solo, di confermare o escludere l’emicrania vestibolare. I risultati possono essere normali anche in pazienti che presentano crisi particolarmente invalidanti. Allo stesso modo, eventuali anomalie strumentali devono essere interpretate nel contesto clinico e non considerate automaticamente una dimostrazione della malattia.
E COME SI CURA L’EMICRANIA VESTIBOLARE?
Arriviamo probabilmente alla domanda che più interessa chi convive con questo disturbo. Per rispondere è necessario chiarire un concetto: l’emicrania è una malattia neurologica caratterizzata da una predisposizione individuale che può accompagnare la persona per molti anni, modificando nel tempo la frequenza, l’intensità e le modalità delle proprie manifestazioni. Parlare di guarigione definitiva, come se fosse possibile eliminare per sempre questa predisposizione, sarebbe quindi poco corretto. È invece assolutamente possibile ottenere un controllo clinico molto soddisfacente, ridurre significativamente gli episodi e, in molti casi, raggiungere lunghi periodi di remissione.
Lo dico anche sulla base della mia esperienza personale: io stessa sono emicranica. Conosco quindi questa condizione non soltanto attraverso lo studio della letteratura scientifica e l’osservazione dei miei pazienti, ma anche attraverso l’esperienza diretta di una malattia che può essere estremamente variabile, talvolta imprevedibile, e che richiede di imparare a riconoscere le proprie vulnerabilità. Naturalmente, essere emicranica non significa necessariamente soffrire di emicrania vestibolare, ma permette di comprendere quanto sia riduttivo considerare l’emicrania semplicemente un mal di testa.
Il trattamento si articola su più livelli e deve essere costruito sulla storia clinica del singolo paziente.
Un ruolo centrale è occupato dalla terapia di profilassi, il cui obiettivo non è interrompere una crisi già iniziata, ma ridurre nel tempo la frequenza, l’intensità e l’impatto degli episodi. Quando le crisi sono frequenti, prolungate o particolarmente invalidanti, può essere indicato un trattamento farmacologico preventivo. Tra i farmaci utilizzati nella pratica clinica figurano alcuni betabloccanti, come il propranololo, calcioantagonisti come la flunarizina, farmaci antiepilettici come il topiramato e alcuni antidepressivi, tra cui l’amitriptilina e la venlafaxina. La scelta non è mai casuale e deve tenere conto delle caratteristiche del paziente, delle eventuali comorbilità, delle controindicazioni e della tollerabilità individuale.
È importante precisare che molte di queste strategie derivano dall’esperienza terapeutica maturata nell’emicrania in generale e da studi specifici sull’emicrania vestibolare, la cui qualità metodologica rimane però eterogenea. Non esiste infatti una profilassi universalmente superiore alle altre. Anche le nuove terapie dirette contro il sistema del CGRP, che hanno modificato profondamente il trattamento dell’emicrania, rappresentano un ambito di crescente interesse per l’emicrania vestibolare, sebbene le evidenze specifiche siano ancora in evoluzione.
Accanto alla prevenzione esiste la terapia della fase acuta, che ha l’obiettivo di attenuare i sintomi durante gli episodi. In base alla presentazione clinica possono essere impiegati farmaci per controllare nausea e vomito, trattamenti sintomatici vestibolari per periodi limitati e, quando appropriato, farmaci specifici per l’attacco emicranico. I triptani, per esempio, sono efficaci nel trattamento di numerose crisi di emicrania con cefalea, ma la loro capacità di controllare specificamente la vertigine emicranica è molto meno documentata. Anche per questo è importante evitare l’automedicazione e soprattutto l’utilizzo protratto di farmaci sintomatici, che non rappresentano una strategia adeguata di controllo della malattia.
Un capitolo particolarmente interessante riguarda la riabilitazione vestibolare. Alcuni pazienti, anche al di fuori degli episodi acuti, sviluppano una persistente sensibilità ai movimenti del capo, difficoltà negli ambienti visivamente complessi, intolleranza agli spostamenti o una sensazione di instabilità che può compromettere significativamente la qualità della vita. In queste situazioni, un programma riabilitativo individualizzato può contribuire a migliorare la tolleranza al movimento, l’integrazione delle informazioni sensoriali e la capacità di affrontare gli stimoli che provocano disagio.
Occorre tuttavia distinguere l’emicrania vestibolare episodica dalle condizioni nelle quali si sviluppa una sintomatologia persistente. In alcuni pazienti può infatti instaurarsi una forma di dizziness cronica compatibile con un disturbo percettivo-posturale persistente, noto come PPPD, che può coesistere con l’emicrania vestibolare ma costituisce una diagnosi distinta. Riconoscere questa eventuale associazione è importante perché modifica gli obiettivi e le modalità del trattamento riabilitativo. La riabilitazione, inoltre, non deve essere considerata una terapia obbligatoria per tutti i pazienti emicranici vestibolari: trova indicazione soprattutto quando sono presenti limitazioni funzionali, intolleranza al movimento o difficoltà di compensazione e adattamento. Un’esposizione eccessivamente intensa agli stimoli provocativi può peggiorare temporaneamente i sintomi, motivo per cui il programma deve essere progressivo e attentamente calibrato.
Ma esiste un altro aspetto della terapia che considero fondamentale e che, purtroppo, viene talvolta sottovalutato: lo stile di vita.
Il cervello emicranico presenta una particolare sensibilità alle variazioni dei ritmi biologici e ad alcuni fattori ambientali. La privazione di sonno, l’irregolarità degli orari, il digiuno prolungato, la disidratazione e le variazioni nell’assunzione di caffeina possono contribuire a facilitare gli attacchi in persone predisposte. Anche le oscillazioni ormonali, lo stress e soprattutto le modificazioni dei ritmi quotidiani possono influenzare la frequenza delle crisi.
Questo non significa che l’emicrania sia una malattia psicologica, né che dipenda semplicemente dall’ansia o dallo stress. Significa piuttosto che una condizione neurologica biologicamente determinata può essere modulata da numerosi fattori fisiologici e ambientali. Per questo motivo la regolarità del sonno, un’alimentazione equilibrata, l’idratazione adeguata, l’attività fisica aerobica regolare e una gestione sostenibile dei carichi quotidiani costituiscono una componente importante della prevenzione.
È altrettanto importante evitare di trasformare la ricerca dei fattori scatenanti in una serie interminabile di rinunce. Non tutti i pazienti hanno gli stessi fattori precipitanti e non ogni alimento, situazione stressante o stimolo sensoriale deve essere automaticamente considerato pericoloso. L’obiettivo non è restringere progressivamente la propria vita nel tentativo di evitare qualsiasi possibile crisi, ma riconoscere i fattori realmente rilevanti per il singolo individuo e imparare a gestirli senza sviluppare comportamenti di evitamento eccessivi.
QUALI SONO, INFINE, LE PROSPETTIVE PER CHI SOFFRE DI EMICRANIA VESTIBOLARE?
La prima cosa che cerco di spiegare ai miei pazienti è che ricevere questa diagnosi non significa essere condannati a convivere indefinitamente con vertigini e instabilità. L’andamento della malattia è variabile: alcune persone presentano episodi sporadici separati da lunghi periodi di benessere, altre attraversano fasi di maggiore attività, altre ancora necessitano di trattamenti preventivi protratti e di un monitoraggio clinico regolare. Non disponiamo di strumenti capaci di prevedere con certezza l’evoluzione individuale, ma sappiamo che un corretto inquadramento diagnostico e una strategia terapeutica personalizzata possono migliorare significativamente il controllo dei sintomi e la qualità della vita.
La ricerca scientifica sta progressivamente chiarendo il ruolo delle reti cerebrali coinvolte nell’elaborazione vestibolare, delle interazioni tra sistema trigeminovascolare e circuiti dell’equilibrio e dei meccanismi neurochimici che contribuiscono alla sensibilizzazione sensoriale. Rimangono ancora molte domande aperte, soprattutto riguardo ai meccanismi che determinano la comparsa delle vertigini in alcuni pazienti emicranici e non in altri, ma le prospettive terapeutiche sono certamente più ampie rispetto al passato.
Vorrei concludere tornando proprio a Oliver Sacks, perché il grande merito del suo lavoro fu quello di insegnare a osservare l’emicrania nella sua complessità, senza ridurre il paziente a un singolo sintomo. È un insegnamento che conserva oggi un valore straordinario anche nella pratica otoneurologica.
Dietro una vertigine non c’è necessariamente un labirinto malato, così come dietro un’emicrania non deve necessariamente esserci un mal di testa.
A volte il problema riguarda il modo in cui il cervello interpreta, integra e modula le informazioni che riceve dal mondo esterno e dal nostro stesso corpo.
Ed è proprio comprendendo questi meccanismi, formulando una diagnosi corretta e scegliendo una terapia appropriata che possiamo restituire al paziente qualcosa di molto importante: non la promessa irrealistica di non avere mai più una crisi, ma la concreta possibilità di tornare a vivere senza che la paura della prossima vertigine condizioni ogni sua giornata.