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Ascolta l'Otologo, a cura della dr.ssa Fabrizia de Falco Pagina a cura della dr.ssa Fabrizia de Falco, specialista in Otorinolaringoiatria, Otoneurologia e Vestibologia.

Titolare di “Studio Medico Silene” e “VertiLab - centro di diagnosi e cura del paziente Vertiginoso” (Napoli) Questa pagina é stata creata dalla Dott.ssa de Falco ed é esclusivamente gestita da lei.

10/10/2026

EMICRANIA VESTIBOLARE: QUANDO L’EMICRANIA NON È UN MAL DI TESTA

Se pensando all’emicrania immaginate semplicemente una persona costretta a letto da un terribile mal di testa, probabilmente conoscete soltanto una delle tante espressioni di questa complessa malattia neurologica. E non siete i soli. Nell’immaginario collettivo l’emicrania continua a essere considerata una forma particolarmente intensa di cefalea, magari accompagnata da nausea, fastidio per la luce e necessità di riposare al buio. In realtà, l’emicrania è molto più di questo: è una condizione neurologica caratterizzata da una particolare vulnerabilità dei sistemi che elaborano le informazioni sensoriali, regolano l’eccitabilità cerebrale e contribuiscono alla percezione del nostro corpo nello spazio. Il dolore alla testa, per quanto frequente e talvolta invalidante, non è affatto indispensabile perché si manifesti un episodio emicranico.

A raccontare magistralmente questa complessità fu Oliver Sacks, il celebre neurologo e scrittore britannico, nel suo libro Emicrania (Migraine, pubblicato originariamente nel 1970). Sacks descriveva l’emicrania non semplicemente come una malattia dolorosa, ma come un universo di manifestazioni neurologiche, percettive, vegetative ed emotive, capace di modificare profondamente il modo in cui una persona percepisce se stessa e il mondo circostante. Nelle sue osservazioni cliniche trovavano spazio fenomeni visivi, alterazioni della sensibilità, distorsioni percettive, manifestazioni gastrointestinali e numerosi altri sintomi che spesso precedevano, accompagnavano o addirittura sostituivano il mal di testa. Era una visione straordinariamente moderna, che anticipava una concezione dell’emicrania come disturbo di reti neurologiche complesse, ben oltre la tradizionale interpretazione vascolare della cefalea.

Tra le diverse manifestazioni cliniche dello spettro emicranico ce n’è una che interessa particolarmente noi otoneurologi: l’emicrania vestibolare. Si tratta di una delle cause più frequenti di vertigine episodica, eppure continua a essere spesso misconosciuta, diagnosticata tardivamente oppure confusa con patologie dell’orecchio interno che richiedono approcci terapeutici completamente differenti.

Ma che cosa significa esattamente emicrania vestibolare? Significa che, in una persona predisposta all’emicrania, possono verificarsi episodi durante i quali vengono alterati i meccanismi cerebrali responsabili dell’elaborazione delle informazioni vestibolari, visive e propriocettive, cioè di quei segnali che permettono al nostro cervello di riconoscere la posizione della testa, interpretare i movimenti e mantenere l’orientamento nello spazio. Il risultato può essere una vertigine rotatoria, con la sensazione che l’ambiente circostante si muova, ma anche un’illusione di movimento del proprio corpo, un’intolleranza ai movimenti della testa oppure una marcata sensibilità agli stimoli visivi.

Alcuni pazienti raccontano di sentirsi improvvisamente su una barca, altri descrivono la sensazione che il pavimento oscilli sotto i piedi, altri ancora riferiscono di non riuscire a tollerare il movimento delle automobili, le immagini che scorrono rapidamente o gli ambienti visivamente complessi, come supermercati e centri commerciali. Talvolta il disturbo compare spontaneamente, senza alcun fattore scatenante riconoscibile; altre volte viene provocato dai movimenti del capo, dai cambiamenti di posizione o dall’esposizione a determinati stimoli visivi. Nausea, vomito, intolleranza alla luce e ai rumori possono accompagnare gli episodi, contribuendo a renderli particolarmente invalidanti.

Ed ecco un aspetto che sorprende moltissimi pazienti: durante una crisi di emicrania vestibolare il mal di testa può essere completamente assente. Una persona può presentare vertigini molto intense, nausea e intolleranza al movimento senza avvertire alcun dolore cranico. In altri casi la cefalea compare prima, durante o dopo l’episodio vestibolare. Non è raro, inoltre, incontrare pazienti che hanno sofferto di emicrania durante l’adolescenza o la prima età adulta e che, molti anni dopo, iniziano a manifestare prevalentemente sintomi vestibolari, talvolta quando gli episodi di cefalea sono diventati meno frequenti.

Naturalmente, non tutte le vertigini che si manifestano in una persona emicranica sono necessariamente espressione di emicrania vestibolare. Questo è un punto fondamentale, perché l’emicrania è molto diffusa nella popolazione generale e può quindi coesistere con altre patologie vestibolari, come la vertigine parossistica posizionale benigna, la malattia di Ménière o una vestibolopatia periferica. La semplice associazione tra una storia di emicrania e la presenza di vertigini non è sufficiente a formulare una diagnosi.

COME SI ARRIVA, ALLORA, ALLA DIAGNOSI?

La diagnosi di emicrania vestibolare non si basa su una sensazione generica di instabilità e neppure sul risultato di un singolo esame strumentale. Esistono criteri diagnostici internazionali ben definiti, elaborati congiuntamente dalla Bárány Society, attraverso il suo Committee for the Classification of Vestibular Disorders, e dall’International Headache Society. Pubblicati inizialmente nel 2012 e confermati nell’aggiornamento del 2021, questi criteri rappresentano il riferimento scientifico per riconoscere la malattia.

Per formulare una diagnosi di emicrania vestibolare definita, il paziente deve aver presentato almeno cinque episodi caratterizzati da sintomi vestibolari di intensità moderata o severa, con una durata compresa tra cinque minuti e settantadue ore. La durata è un elemento importante, ma deve essere interpretata correttamente: alcuni pazienti presentano episodi relativamente brevi e ripetuti, altri crisi che persistono per molte ore o giorni. Nei pazienti che riferiscono attacchi di pochi secondi, per esempio, i sintomi possono ripetersi durante un intervallo più lungo in relazione a movimenti del capo, cambiamenti di posizione o stimoli visivi; in questi casi, ai fini diagnostici, si considera la durata complessiva del periodo durante il quale gli attacchi si ripetono.

È inoltre necessario che il paziente abbia una storia attuale o pregressa di emicrania, con o senza aura, secondo i criteri della classificazione internazionale delle cefalee, l’ICHD-3. Questo significa che non è indispensabile soffrire ancora oggi di frequenti mal di testa, ma deve essere riconoscibile una reale storia emicranica.

Il terzo elemento riguarda l’associazione tra gli episodi vestibolari e le caratteristiche tipiche dell’emicrania. In almeno la metà degli episodi vestibolari deve essere presente una o più manifestazioni emicraniche: una cefalea con almeno due caratteristiche tra localizzazione unilaterale, qualità pulsante, intensità moderata o severa e peggioramento durante l’attività fisica ordinaria; oppure la contemporanea presenza di fotofobia e fonofobia; oppure un’aura visiva. Non è necessario che tutte queste manifestazioni compaiano insieme, né che accompagnino ogni singolo episodio.

Infine, ed è un criterio altrettanto importante, il quadro clinico non deve essere meglio spiegato da un’altra diagnosi vestibolare o da un’altra condizione prevista dalla classificazione internazionale delle cefalee.

Esiste anche una categoria diagnostica denominata emicrania vestibolare probabile, che richiede ugualmente almeno cinque episodi vestibolari di intensità moderata o severa, della durata compresa tra cinque minuti e settantadue ore, ma nella quale è soddisfatto soltanto uno dei due requisiti relativi alla storia di emicrania oppure alla presenza di caratteristiche emicraniche durante gli episodi. Anche in questo caso è indispensabile escludere spiegazioni diagnostiche alternative più appropriate.

Questi criteri ci aiutano a comprendere perché l’anamnesi rappresenti una parte così importante della valutazione otoneurologica. Non basta chiedere al paziente se soffre di mal di testa: occorre ricostruire la storia dei suoi episodi, la loro durata, le modalità di comparsa, gli eventuali sintomi associati e la presenza di manifestazioni emicraniche anche molti anni prima dell’esordio delle vertigini.

La valutazione vestibolare clinica e strumentale mantiene un ruolo fondamentale, soprattutto nella diagnosi differenziale. Esami come la videonistagmografia, il video Head Impulse Test, i potenziali evocati miogenici vestibolari e la valutazione della verticale visiva soggettiva possono fornire informazioni preziose sul funzionamento del sistema vestibolare e contribuire a identificare eventuali patologie concomitanti. Bisogna però chiarire che non esiste attualmente un test vestibolare capace, da solo, di confermare o escludere l’emicrania vestibolare. I risultati possono essere normali anche in pazienti che presentano crisi particolarmente invalidanti. Allo stesso modo, eventuali anomalie strumentali devono essere interpretate nel contesto clinico e non considerate automaticamente una dimostrazione della malattia.

E COME SI CURA L’EMICRANIA VESTIBOLARE?

Arriviamo probabilmente alla domanda che più interessa chi convive con questo disturbo. Per rispondere è necessario chiarire un concetto: l’emicrania è una malattia neurologica caratterizzata da una predisposizione individuale che può accompagnare la persona per molti anni, modificando nel tempo la frequenza, l’intensità e le modalità delle proprie manifestazioni. Parlare di guarigione definitiva, come se fosse possibile eliminare per sempre questa predisposizione, sarebbe quindi poco corretto. È invece assolutamente possibile ottenere un controllo clinico molto soddisfacente, ridurre significativamente gli episodi e, in molti casi, raggiungere lunghi periodi di remissione.

Lo dico anche sulla base della mia esperienza personale: io stessa sono emicranica. Conosco quindi questa condizione non soltanto attraverso lo studio della letteratura scientifica e l’osservazione dei miei pazienti, ma anche attraverso l’esperienza diretta di una malattia che può essere estremamente variabile, talvolta imprevedibile, e che richiede di imparare a riconoscere le proprie vulnerabilità. Naturalmente, essere emicranica non significa necessariamente soffrire di emicrania vestibolare, ma permette di comprendere quanto sia riduttivo considerare l’emicrania semplicemente un mal di testa.

Il trattamento si articola su più livelli e deve essere costruito sulla storia clinica del singolo paziente.

Un ruolo centrale è occupato dalla terapia di profilassi, il cui obiettivo non è interrompere una crisi già iniziata, ma ridurre nel tempo la frequenza, l’intensità e l’impatto degli episodi. Quando le crisi sono frequenti, prolungate o particolarmente invalidanti, può essere indicato un trattamento farmacologico preventivo. Tra i farmaci utilizzati nella pratica clinica figurano alcuni betabloccanti, come il propranololo, calcioantagonisti come la flunarizina, farmaci antiepilettici come il topiramato e alcuni antidepressivi, tra cui l’amitriptilina e la venlafaxina. La scelta non è mai casuale e deve tenere conto delle caratteristiche del paziente, delle eventuali comorbilità, delle controindicazioni e della tollerabilità individuale.

È importante precisare che molte di queste strategie derivano dall’esperienza terapeutica maturata nell’emicrania in generale e da studi specifici sull’emicrania vestibolare, la cui qualità metodologica rimane però eterogenea. Non esiste infatti una profilassi universalmente superiore alle altre. Anche le nuove terapie dirette contro il sistema del CGRP, che hanno modificato profondamente il trattamento dell’emicrania, rappresentano un ambito di crescente interesse per l’emicrania vestibolare, sebbene le evidenze specifiche siano ancora in evoluzione.

Accanto alla prevenzione esiste la terapia della fase acuta, che ha l’obiettivo di attenuare i sintomi durante gli episodi. In base alla presentazione clinica possono essere impiegati farmaci per controllare nausea e vomito, trattamenti sintomatici vestibolari per periodi limitati e, quando appropriato, farmaci specifici per l’attacco emicranico. I triptani, per esempio, sono efficaci nel trattamento di numerose crisi di emicrania con cefalea, ma la loro capacità di controllare specificamente la vertigine emicranica è molto meno documentata. Anche per questo è importante evitare l’automedicazione e soprattutto l’utilizzo protratto di farmaci sintomatici, che non rappresentano una strategia adeguata di controllo della malattia.

Un capitolo particolarmente interessante riguarda la riabilitazione vestibolare. Alcuni pazienti, anche al di fuori degli episodi acuti, sviluppano una persistente sensibilità ai movimenti del capo, difficoltà negli ambienti visivamente complessi, intolleranza agli spostamenti o una sensazione di instabilità che può compromettere significativamente la qualità della vita. In queste situazioni, un programma riabilitativo individualizzato può contribuire a migliorare la tolleranza al movimento, l’integrazione delle informazioni sensoriali e la capacità di affrontare gli stimoli che provocano disagio.

Occorre tuttavia distinguere l’emicrania vestibolare episodica dalle condizioni nelle quali si sviluppa una sintomatologia persistente. In alcuni pazienti può infatti instaurarsi una forma di dizziness cronica compatibile con un disturbo percettivo-posturale persistente, noto come PPPD, che può coesistere con l’emicrania vestibolare ma costituisce una diagnosi distinta. Riconoscere questa eventuale associazione è importante perché modifica gli obiettivi e le modalità del trattamento riabilitativo. La riabilitazione, inoltre, non deve essere considerata una terapia obbligatoria per tutti i pazienti emicranici vestibolari: trova indicazione soprattutto quando sono presenti limitazioni funzionali, intolleranza al movimento o difficoltà di compensazione e adattamento. Un’esposizione eccessivamente intensa agli stimoli provocativi può peggiorare temporaneamente i sintomi, motivo per cui il programma deve essere progressivo e attentamente calibrato.

Ma esiste un altro aspetto della terapia che considero fondamentale e che, purtroppo, viene talvolta sottovalutato: lo stile di vita.

Il cervello emicranico presenta una particolare sensibilità alle variazioni dei ritmi biologici e ad alcuni fattori ambientali. La privazione di sonno, l’irregolarità degli orari, il digiuno prolungato, la disidratazione e le variazioni nell’assunzione di caffeina possono contribuire a facilitare gli attacchi in persone predisposte. Anche le oscillazioni ormonali, lo stress e soprattutto le modificazioni dei ritmi quotidiani possono influenzare la frequenza delle crisi.

Questo non significa che l’emicrania sia una malattia psicologica, né che dipenda semplicemente dall’ansia o dallo stress. Significa piuttosto che una condizione neurologica biologicamente determinata può essere modulata da numerosi fattori fisiologici e ambientali. Per questo motivo la regolarità del sonno, un’alimentazione equilibrata, l’idratazione adeguata, l’attività fisica aerobica regolare e una gestione sostenibile dei carichi quotidiani costituiscono una componente importante della prevenzione.

È altrettanto importante evitare di trasformare la ricerca dei fattori scatenanti in una serie interminabile di rinunce. Non tutti i pazienti hanno gli stessi fattori precipitanti e non ogni alimento, situazione stressante o stimolo sensoriale deve essere automaticamente considerato pericoloso. L’obiettivo non è restringere progressivamente la propria vita nel tentativo di evitare qualsiasi possibile crisi, ma riconoscere i fattori realmente rilevanti per il singolo individuo e imparare a gestirli senza sviluppare comportamenti di evitamento eccessivi.

QUALI SONO, INFINE, LE PROSPETTIVE PER CHI SOFFRE DI EMICRANIA VESTIBOLARE?

La prima cosa che cerco di spiegare ai miei pazienti è che ricevere questa diagnosi non significa essere condannati a convivere indefinitamente con vertigini e instabilità. L’andamento della malattia è variabile: alcune persone presentano episodi sporadici separati da lunghi periodi di benessere, altre attraversano fasi di maggiore attività, altre ancora necessitano di trattamenti preventivi protratti e di un monitoraggio clinico regolare. Non disponiamo di strumenti capaci di prevedere con certezza l’evoluzione individuale, ma sappiamo che un corretto inquadramento diagnostico e una strategia terapeutica personalizzata possono migliorare significativamente il controllo dei sintomi e la qualità della vita.

La ricerca scientifica sta progressivamente chiarendo il ruolo delle reti cerebrali coinvolte nell’elaborazione vestibolare, delle interazioni tra sistema trigeminovascolare e circuiti dell’equilibrio e dei meccanismi neurochimici che contribuiscono alla sensibilizzazione sensoriale. Rimangono ancora molte domande aperte, soprattutto riguardo ai meccanismi che determinano la comparsa delle vertigini in alcuni pazienti emicranici e non in altri, ma le prospettive terapeutiche sono certamente più ampie rispetto al passato.

Vorrei concludere tornando proprio a Oliver Sacks, perché il grande merito del suo lavoro fu quello di insegnare a osservare l’emicrania nella sua complessità, senza ridurre il paziente a un singolo sintomo. È un insegnamento che conserva oggi un valore straordinario anche nella pratica otoneurologica.

Dietro una vertigine non c’è necessariamente un labirinto malato, così come dietro un’emicrania non deve necessariamente esserci un mal di testa.

A volte il problema riguarda il modo in cui il cervello interpreta, integra e modula le informazioni che riceve dal mondo esterno e dal nostro stesso corpo.

Ed è proprio comprendendo questi meccanismi, formulando una diagnosi corretta e scegliendo una terapia appropriata che possiamo restituire al paziente qualcosa di molto importante: non la promessa irrealistica di non avere mai più una crisi, ma la concreta possibilità di tornare a vivere senza che la paura della prossima vertigine condizioni ogni sua giornata.

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05/10/2026

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Vestibologia cimettiamopassione

05/10/2026

"Dottoressa, da dove vengono le vertigini? Chi se ne occupa ? Come si curano?"
Come non dedicare un post a questa domanda!

Partiamo dalla definizione, perché il primo problema, quando si parla di vertigine, è proprio capire che cosa significhi questa parola. Nel linguaggio comune viene utilizzata in maniera molto generica: si dice “ho le vertigini” quando gira la testa, quando ci si sente deboli, quando sembra di svenire, quando si cammina male, quando ci si sente confusi o “con la testa vuota”, quando si ha paura di cadere o semplicemente quando non ci si sente perfettamente stabili. Dal punto di vista medico, però, queste esperienze non sono tutte la stessa cosa. La classificazione internazionale dei disturbi vestibolari distingue con precisione la vertigine dalla dizziness e dai disturbi posturali. La vertigine è una percezione falsa o distorta di movimento: posso percepire il mio corpo in movimento quando in realtà sono fermo oppure percepire in maniera alterata un movimento che sto realmente compiendo. E qui va sfatato già un primo luogo comune: avere vertigine non significa necessariamente vedere “la stanza che gira”. Il movimento illusorio può essere rotatorio, ma anche lineare, oscillatorio, di inclinazione, di caduta, di spinta o di sollevamento. Alcuni pazienti dicono di sentirsi trascinati da un lato, altri ancora di avere la sensazione che il pavimento si inclini sotto i piedi o che la stanza sia "inclinata". La dizziness è invece una sensazione di alterato orientamento nello spazio senza una vera percezione illusoria di movimento; l’instabilità è la sensazione di non essere sufficientemente stabili soprattutto quando si sta seduti, in piedi o durante la marcia. Ancora diverso è il presincope, cioè quella sensazione di imminente svenimento, spesso associata a offuscamento visivo, debolezza, sudorazione o sensazione di “cedimento”: anche questo viene frequentemente chiamato vertigine, ma dal punto di vista clinico appartiene a un altro capitolo.

Questa distinzione è importante, anche se non bisogna trasformarla in un esercizio linguistico: il paziente non è tenuto a conoscere il vocabolario dell’otoneurologia e spesso utilizza parole diverse per descrivere la stessa esperienza o, al contrario, la stessa parola per raccontare sensazioni completamente differenti. È compito del medico tradurre il racconto del paziente in un fenomeno clinicamente interpretabile. Ed è per questo che, durante una buona anamnesi vestibolare, non basta chiedere “le gira tutto oppure no?”. Bisogna ricostruire soprattutto il modo in cui il disturbo si presenta nel tempo: dura pochi secondi, alcuni minuti, ore oppure giorni? Compare spontaneamente oppure è provocato dal movimento della testa? Insorge quando ci si gira nel letto o quando ci si sdraia? Compare quando ci si alza in piedi? Si manifesta camminando, nei supermercati, davanti a schermi, nel traffico o negli ambienti visivamente molto affollati?

Tra un episodio e l’altro il paziente torna completamente normale oppure rimane una sensazione di oscillazione, instabilità o stordimento? È associato a nausea o vomito? Compaiono contemporaneamente acufene, pressione nell’orecchio o perdita uditiva? Esistono una storia di emicrania, fotofobia, fonofobia o aura? Sono presenti diplopia, difficoltà nel parlare, disturbi della forza o della sensibilità, incoordinazione o una grave difficoltà a mantenere la stazione eretta? Tutti questi elementi hanno un valore diagnostico molto maggiore di quanto si possa immaginare. Oggi, infatti, nell’inquadramento del paziente vertiginoso si attribuisce grande importanza proprio al cosiddetto “timing and triggers”, cioè alla durata, all’andamento temporale e ai fattori scatenanti del sintomo. Episodi molto brevi provocati da determinati movimenti del capo fanno pensare a meccanismi diversi rispetto a una vertigine spontanea che dura alcune ore, e una vertigine violenta comparsa improvvisamente e persistente per uno o più giorni appartiene ancora a un altro scenario clinico.

Questo ci porta a un secondo punto fondamentale: da dove nasce una vera vertigine? Il nostro equilibrio non dipende da un singolo organo, ma dall’integrazione continua di informazioni provenienti soprattutto dal sistema vestibolare, dalla vista e dalla propriocezione. Nell’orecchio interno possediamo un sofisticatissimo sistema di sensori. I tre canali semicircolari, orientati su piani differenti, rilevano prevalentemente le accelerazioni angolari della testa; utricolo e sacculo, attraverso gli organi otolitici, informano il sistema nervoso sulle accelerazioni lineari e sull’orientamento della testa rispetto alla gravità. Queste informazioni viaggiano attraverso il nervo vestibolare fino ai nuclei vestibolari del tronco encefalico e vengono continuamente integrate con quelle provenienti dal cervelletto, dagli occhi, dai muscoli e dalle articolazioni, fino alle reti corticali che costruiscono la nostra percezione dell’orientamento e del movimento nello spazio. Da questo sistema dipendono anche riflessi estremamente rapidi, come il riflesso vestibolo-oculare, che permette agli occhi di rimanere stabili su un bersaglio mentre muoviamo velocemente la testa. In condizioni normali non siamo consapevoli di tutto questo lavoro: giriamo il capo, camminiamo, ci alziamo, corriamo e continuiamo a vedere il mondo fermo. La vertigine compare quando all’interno di questa rete si genera un’informazione incongruente o patologica sul movimento e sull’orientamento.

Un improvviso squilibrio tra i due apparati vestibolari periferici, per esempio, può essere interpretato dal cervello come un movimento che in realtà non sta avvenendo e può produrre contemporaneamente vertigine e nistagmo. Le strutture responsabili della vera vertigine sono quindi strutture otoneurologiche: possono essere coinvolti il labirinto vestibolare e il nervo vestibolare, quindi il sistema vestibolare periferico, oppure le vie vestibolari centrali del tronco encefalico, del cervelletto e delle reti cerebrali che elaborano queste informazioni. È proprio per questo che la distinzione fra vertigine periferica e centrale è così importante. Ma anche qui sarebbe sbagliato immaginare soltanto due scatole rigide.

Esistono patologie vestibolari episodiche, disturbi nei quali il sistema è strutturalmente integro ma funziona in maniera alterata, forme di ipersensibilità all’informazione visiva e condizioni persistenti nelle quali, dopo un evento vestibolare iniziale, il cervello continua a utilizzare in maniera inefficiente o eccessivamente vigilante le informazioni necessarie al controllo dell’equilibrio. La moderna vestibologia comprende quindi quadri molto diversi: la vertigine parossistica posizionale benigna, la malattia di Ménière, la neurite vestibolare o, più correttamente, vestibolopatia acuta unilaterale, l’emicrania vestibolare, le vestibolopatie bilaterali, alcune patologie dell’orecchio interno, le vertigini di origine vascolare o neurologica centrale e disturbi funzionali vestibolari come la Persistent Postural-Perceptual Dizziness, la cosiddetta PPPD.

Ed è proprio questa varietà a spiegare perché non esista “la cura delle vertigini”: esistono terapie differenti per diagnosi differenti. Uno dei maggiori problemi che incontro nella pratica quotidiana è invece la quantità di luoghi comuni che ancora accompagnano questo sintomo. Il primo è probabilmente la parola “labirintite”. Nel linguaggio comune è diventata quasi sinonimo di vertigine: una persona ha una crisi vertiginosa e immediatamente le viene detto che “ha la labirintite”. In realtà la labirintite, nel significato medico del termine, indica un processo patologico del labirinto e non è affatto la diagnosi più frequente del paziente che presenta vertigine. Il secondo grande luogo comune sono gli “otoliti”. Gli otoconi esistono realmente e il loro distacco e ingresso in un canale semicircolare è il meccanismo della vertigine parossistica posizionale benigna, una patologia molto comune; ma non tutte le vertigini dipendono dagli otoliti e, soprattutto, una manovra posizionale negativa non significa automaticamente che l’intero sistema vestibolare sia normale.

Altro capitolo è quello della “cervicale”. Dolore cervicale, artrosi e discopatie sono estremamente diffusi nella popolazione, soprattutto con l’avanzare dell’età, e trovarli in una radiografia o in una risonanza non dimostra di per sé che siano la causa della vertigine. Esiste un dibattito scientifico sui disturbi di equilibrio associati ad alterazioni dell’informazione propriocettiva cervicale, ma attribuire una vertigine alla cervicale semplicemente perché il paziente ha dolore al collo significa spesso saltare completamente l’esame del sistema vestibolare. Lo stesso vale per la pressione: un’ipotensione ortostatica può certamente provocare dizziness o presincope quando ci si alza in piedi e alcune condizioni emodinamiche possono determinare sintomi vestibolari, ma non ogni vertigine è “pressione alta” o “pressione bassa”. Anche l’ansia merita un discorso più serio rispetto al semplice “è tutto ansioso”. Ansia e sistema vestibolare hanno connessioni neurobiologiche molto strette; un disturbo vestibolare può generare paura, evitamento e ipervigilanza e, a loro volta, questi meccanismi possono amplificare e perpetuare dizziness e instabilità. Questo non significa che i sintomi siano immaginari né autorizza a utilizzare l’ansia come diagnosi di esclusione dopo una valutazione superficiale.

Un altro equivoco molto comune riguarda gli esami radiologici. “Ho fatto la risonanza ed è negativa, quindi non ho niente” è una frase che ascoltiamo spesso. Ma una risonanza magnetica studia molto bene determinate alterazioni strutturali del sistema nervoso e dell’angolo ponto-cerebellare; non misura però la funzione dei canali semicircolari, degli organi otolitici o del riflesso vestibolo-oculare e non diagnostica, da sola, una vertigine posizionale, un’emicrania vestibolare, una PPPD o numerose altre condizioni vestibolari. A seconda dello scenario clinico, naturalmente, il neuroimaging può essere indispensabile; il punto è che deve essere richiesto quando serve e interpretato nel contesto giusto, non utilizzato come sostituto dell’esame vestibolare. Di questi disturbi si occupa la figura dell’otoneurologo o vestibologo, cioè il medico con una formazione specifica nello studio del sistema vestibolare e delle sue connessioni con l’apparato uditivo e con il sistema nervoso centrale. Ed è qui che arriviamo probabilmente all’aspetto che considero più importante: cosa significa realmente “fare una visita per le vertigini”? Una valutazione superficiale è probabilmente una delle condizioni che più facilmente rallentano la diagnosi. Guardare il condotto uditivo, fare una prova veloce di equilibrio, eseguire una sola manovra con il paziente sul lettino e concludere che “non ci sono otoliti” non equivale a un esame otoneurologico completo. La valutazione comincia prima ancora degli strumenti, con una ricostruzione molto dettagliata della storia vestibolare. Poi viene l’esame dei movimenti oculari, perché gli occhi sono una vera finestra sul sistema vestibolare. Si ricerca la presenza di nistagmo spontaneo, si osserva se cambia nelle diverse direzioni dello sguardo e se viene modificato dalla fissazione visiva. La possibilità di osservare gli occhi attraverso videonistagmoscopia o sistemi a infrarossi è particolarmente importante perché la fissazione di un bersaglio può ridurre o mascherare alcuni nistagmi di origine vestibolare periferica. Devono essere valutati, quando indicato, anche i principali parametri dell’oculomotricità, come inseguimento, saccadi, allineamento oculare e capacità di mantenere lo sguardo, perché alcune anomalie orientano verso un interessamento centrale. Si passa quindi alle prove posizionali: non esiste soltanto la manovra di Semont, tanto conosciuta. I diversi canali semicircolari richiedono posizioni e manovre specifiche, osservando attentamente direzione, intensità, latenza, durata e comportamento del nistagmo nelle diverse posizioni. Anche quando si diagnostica una vertigine posizionale non basta dire “ci sono gli otoliti”: bisogna identificare quale orecchio e quale canale siano coinvolti e, nelle forme del canale laterale, distinguere i diversi pattern nistagmici perché da questo dipende la scelta della manovra terapeutica. Un altro passaggio fondamentale è lo studio del riflesso vestibolo-oculare. Il bedside Head Impulse Test può evidenziare un deficit vestibolare importante, mentre il video Head Impulse Test, vHIT, permette di misurare quantitativamente il guadagno del riflesso vestibolo-oculare nei diversi canali semicircolari e di documentare eventuali saccadi correttive manifeste o nascoste. In casi selezionati vengono studiati anche gli organi otolitici attraverso i potenziali evocati miogenici vestibolari, i VEMPs: i cVEMPs e gli oVEMPs forniscono informazioni complementari sulle vie otolitico-vestibolari. La verticale visiva soggettiva può fornire ulteriori dati sulla percezione della verticalità gravitazionale e sulle asimmetrie del sistema gravicettivo. L’esame dell’equilibrio, della stazione eretta e della marcia aggiunge informazioni sul funzionamento vestibolo-spinale e sull’integrazione sensoriale. Quando la storia lo richiede, la valutazione deve comprendere anche l’udito attraverso audiometria e impedenzometria, perché la presenza o l’assenza di sintomi cocleari modifica fortemente il ragionamento diagnostico. E naturalmente, soprattutto di fronte a una sindrome vestibolare acuta o a elementi atipici, è indispensabile valutare anche i segni neurologici centrali. Esami come HINTS possono essere estremamente utili in un contesto ben preciso, la sindrome vestibolare acuta continua, ma devono essere eseguiti e interpretati da operatori adeguatamente formati e non sono un piccolo “test per le vertigini” applicabile indistintamente a chiunque. Non tutti questi esami devono necessariamente essere eseguiti a ogni paziente. Una buona valutazione vestibolare non consiste nel sottoporre tutti indiscriminatamente a una batteria infinita di test: consiste nel formulare delle ipotesi cliniche, scegliere gli esami capaci di confermarle o confutarle e interpretare ogni risultato insieme agli altri. Anche un esame strumentale normale, preso isolatamente, non significa necessariamente che il paziente non abbia una patologia vestibolare. Alcune malattie sono episodiche e il paziente può essere esaminato tra una crisi e l’altra; altre interessano prevalentemente determinate frequenze o specifiche componenti del sistema; altre ancora, come l’emicrania vestibolare, rimangono essenzialmente diagnosi cliniche supportate dalla storia e dall’esclusione ragionata di diagnosi alternative. Per questo, quando qualcuno racconta di avere avuto “molte volte le vertigini”, io non partirei mai dalla ricerca immediata di una terapia né dall’etichetta più semplice. Partirei dalla ricostruzione degli episodi: quanti sono stati, quanto sono durati, come sono iniziati, che cosa li ha provocati, che cosa accadeva contemporaneamente all’udito, alla vista e all’equilibrio, se erano presenti cefalea o altri sintomi neurologici e che cosa rimaneva nelle ore o nei giorni successivi.

È mettendo insieme questa storia con l’osservazione dei segni oculari, vestibolari, posturali e, quando necessario, audiologici e neurologici che la parola generica “vertigine” comincia finalmente a trasformarsi in una diagnosi. E soltanto quando abbiamo una diagnosi sensata possiamo parlare altrettanto sensatamente di terapia.

Indirizzo

Via Vincenzo Tiberio 14, Napoli
Naples
80126

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