25/08/2026
Oggi voglio dedicare un post ad un argomento differente, alla luce della tragica morte della bambina di Palermo.
Da otorino di tonsilliti ne vedo eccome, tutti i giorni. Ma la difterite è un'altra storia, e il motivo per cui in Italia nessun clinico se la trova davanti è che era una malattia praticamente scomparsa: negli ultimi trent'anni erano stati accertati sei casi, tutti non letali e sostenuti da ceppi che non producevano tossina.
Vale la pena spiegare che cos'è, perché è una malattia che quasi nessuno oggi conosce davvero. Il Corynebacterium diphtheriae colonizza le prime vie aeree e resta lì, localizzato in gola. Non è il batterio a viaggiare nell'organismo: è la tossina che produce. Sulle tonsille e sul faringe si forma una membrana grigiastra, aderente e sanguinante se si tenta di staccarla, che nei casi più gravi può estendersi fino a ostruire meccanicamente le vie aeree. Ma il vero danno avviene altrove. La tossina entra in circolo e raggiunge cuore, fegato, reni, surreni e sistema nervoso periferico, dove si lega alle cellule e ne blocca la sintesi proteica. È per questo che si può morire di difterite anche dopo che l'infezione è stata debellata: il cuore, ormai danneggiato, cede giorni dopo.
Qui sta il punto che sfugge a chi commenta accusando i sanitari di aver ritardato la diagnosi. Non è il batterio a uccidere, è la sua tossina. Gli antibiotici fermano il batterio, e quindi la produzione di altra tossina, ma su quella già rilasciata non possono nulla. Per quella esiste un solo strumento, il siero antidifterico, che però neutralizza soltanto la quota ancora libera nel sangue: quella già legata ai tessuti non si tocca più, e il danno che ha prodotto non si ripara. In questa bambina la tossina aveva colpito gravemente cuore, fegato e colon.
C'è poi il problema del riconoscimento clinico. All'esordio la difterite ha il volto banale di una tonsillite con placche, il quadro più comune che esista nei nostri ambulatori e che nella quasi totalità dei casi è uno streptococco o un virus. Nessun medico italiano formatosi negli ultimi quarant'anni ha mai visto una pseudomembrana difterica dal vivo. E la conferma di laboratorio non è immediata: il batterio richiede terreni di coltura selettivi e va poi verificato se il ceppo sia tossigenico, perché non tutti lo sono. È una malattia che ti chiede di sospettare qualcosa che statisticamente non dovrebbe esistere, e di farlo nella prima giornata, quando il quadro è ancora quello di un mal di gola.
Aggiungo che nessuno di noi, fuori da quelle stanze, conosce la cronologia dei sintomi, dei tamponi, del sospetto diagnostico. C'è un'indagine in corso e sarà quella a stabilire i fatti. Io non difendo nessuno a priori, ma chi emette sentenze oggi lo sta facendo senza avere in mano un solo elemento.
Il dettaglio più eloquente dell'intera vicenda sta accanto al letto della bambina. Il cuginetto, contagiato dallo stesso batterio ma vaccinato, ha sviluppato una forma lieve. E questo si spiega esattamente con quanto detto sopra: il vaccino antidifterico non è diretto contro il batterio, ma contro la sua tossina. Contiene anatossina, cioè la tossina resa innocua, e insegna al sistema immunitario a produrre anticorpi capaci di neutralizzarla. Il vaccinato può quindi contrarre l'infezione, ma la tossina viene intercettata prima che raggiunga il cuore. È per questo che protegge proprio dalla parte letale della malattia, ed è per questo che la protezione va richiamata nel tempo. Due bambini, lo stesso agente, due destini opposti. Non esiste dimostrazione più limpida di così, e purtroppo è arrivata nel modo peggiore. E per chi ama i numeri: in Sicilia la copertura antidifterica a 24 mesi è dell'85,13%, contro il 94,46% nazionale.
Se questa mia pagina nasce come divulgazione scientifica, allora è mio dovere condividere l'articolo del Prof. Burioni, virologo, che in modo assolutamente magistrale (che piaccia o meno la persona) ha spiegato in termini elementari come sono andate le cose e perché, oltre un certo punto, non sarebbero potute andare diversamente. Leggetelo prima di commentare. Se vi capiterà di pensare "questo non lo sapevo", non è una resa: è ciò che accade a chiunque si confronti con dati che prima non aveva.
Ricordo che Questo spazio è gestito esclusivamente da me. Le domande sono benvenute, tutte. I commenti fatti di slogan e di accuse prive di qualunque fondamento scientifico li rimuovo, e gli autori saranno bannati, senza diritto di replica.
Una cosa è la scienza fondata sui fatti, sui numeri, sull'epidemiologia. Un'altra è il parere di chi non ha alcun titolo per formularlo. Non sono la stessa cosa e non lo saranno mai. Bisogna avere il coraggio di dirlo con forza, a costo di diventare impopolari.
Di seguito l’articolo, copiato integralmente dalla
Pagina del Prof. Burioni
“La bambina è morta di difterite perché è stata curata male? Bastava somministrarle degli antibiotici per salvarla? Neanche per idea.
Nessun antibiotico, nessuna terapia intensiva, nessuna macchina: la difterite decide la sorte del paziente molto presto, prima dell’arrivo in ospedale, quando il conto a rovescia della bomba a orologeria innescata da questo batterio inizia a scorrere inesorabile.
La difterite non uccide con il batterio. Uccide con la tossina che il batterio produce nella gola e che il sangue distribuisce agli organi. La tossina entra dentro le cellule Le uccide: come l’abbiamo già spiegato e non ci torneremo.
Questo cambia tutto, soprattutto una cosa che quasi nessuno si aspetta.
Nella testa di chiunque, batterio significa antibiotico che lo cura. È così per la polmonite, per la meningite batterica, per la faringite da streptococco: si individua il germe, si sceglie il farmaco, si uccide il germe, il malato guarisce.
Nella difterite gli antibiotici funzionano. Il batterio è sensibile all’eritromicina, e in genere entro una settimana dall’inizio della terapia non lo si ritrova più. Il trattamento va avanti due settimane, e alla fine si eseguono due colture a distanza di almeno un giorno l’una dall’altra per verificare che il germe sia sparito davvero.
Funzionano contro il batterio, ma sul decorso della malattia non hanno alcun effetto apprezzabile.
Avete capito bene. Si uccide il batterio, e il malato prosegue per la sua strada verso il suo destino.
Il motivo è che, quando l’antibiotico arriva la tossina è stata prodotta, è stata assorbita, viaggia nel sangue ed è entrata nelle cellule del cuore e dei nervi, dove continua a lavorare per conto proprio. Non ha più bisogno del batterio che l’ha fabbricata, e ammazzare quel batterio non la richiama indietro. Abbattere un bombardiere non fa rientrare le bombe che sono state già sganciate e che stanno precipitando verso i loro bersagli al suolo.
Gli antibiotici, nella difterite, servono a impedire che venga prodotta altra tossina e a impedire che il malato contagi qualcun altro. Sono indispensabili, ma soprattutto per evitare il contagio. Per il malato non fanno molta differenza.
Resta una sola arma che agisca sul veleno, ed è l’antitossina. È un siero di anticorpi che neutralizzano la tossina, e viene da dove veniva alla fine dell’Ottocento: dai cavalli. Si immunizzano cavalli con la tossina difterica, si preleva il loro sangue, si concentrano gli anticorpi e si iniettano al malato. Questo è un siero, non il vaccino a mRNA.
Il sistema immunitario umano riconosce le proteine equine come estranee, ed è capace di reagire contro di esse in modo violento. Insomma, a differenza del vaccino che è sicurissimo, questa è una terapia che è gravata di pericolosi effetti collaterali, e non si può somministrare a cuor leggero, anche perché non guarisce il malato. Si limita a impedirgli di peggiorare, dunque ci si trova in un conto alla rovescia nel quale ogni giorno toglie efficacia al siero.
Però il conto alla rovescia non comincia quando il bambino entra in ospedale, ma molti giorni prima, perché la difterite all’inizio è quasi impossibile da diagnosticare. L’esordio è insidioso, i primi disturbi sono lievi e non dicono niente, e nella fase iniziale della malattia la membrana in gola può non esserci. Mentre la malattia sembra ancora poca cosa, la tossina è già al lavoro, e più il battero si replica più ne viene assorbita. Per questo, anche in contesti estremamente sviluppati e con diagnosi tempestiva, la difterite ha una mortalità molto alta.
La ragione è tutta nell’orologio, e nel confronto tra due iniezioni.
Da una parte c’è un pericoloso siero di cavallo che si somministra a un bambino già avvelenato, un farmaco che comunque non potrà recuperare il veleno già entrato nelle cellule. Dall’altro c’è un vaccino sicurissimo, efficace, che lascia nel sangue anticorpi che aspettano. Quando la tossina compare gli anticorpi la neutralizzano prima che riesca a entrare in una sola cellula.
La differenza tra prevenire e curare, in questa malattia, non è una differenza di potenza. È una differenza di orario, è disinnescare una pericolosissima bomba a orologeria che se scoppia, ammazza il paziente.
La difterite non è stata sconfitta perché abbiamo imparato a curarla. È stata sconfitta impedendole di cominciare grazie a un vaccino efficace e sicuro che usiamo da oltre 100 anni.
Chi sostiene che una bambina non vaccinata sia morta perché non l’hanno curata bene sta chiedendo a un antibiotico di andare a riprendere un veleno in un posto dove nessuna molecola può arrivare
Quando un bambino con la difterite arriva un ospedale, la partita si è già giocata e molto spesso è già persa.
Perché il momento decisivo era anni prima, quando bisognava fare il vaccino che non si è fatto”.
Fonte: Roberto Burioni, Medico