Centro di Neuropsicologia Vema

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Ogni giorno un bambino raccoglie informazioni sul mondo.Non lo fa attraverso grandi eventi, ma attraverso centinaia di p...
04/08/2026

Ogni giorno un bambino raccoglie informazioni sul mondo.

Non lo fa attraverso grandi eventi, ma attraverso centinaia di piccole esperienze quotidiane.

Quando ha paura, qualcuno arriva?
Quando piange, viene consolato?
Quando sbaglia, viene aiutato o giudicato?

Da queste esperienze il bambino costruisce i Modelli Operativi Interni (MOI): rappresentazioni implicite di sé, degli altri e delle relazioni.

Sono una sorta di “mappa” che risponde, inconsapevolmente, a domande come:

• Posso fidarmi degli altri?
• Sono una persona degna di essere aiutata?
• Cosa succede quando ho bisogno di qualcuno?

Queste convinzioni non sono ricordi coscienti, ma aspettative che influenzeranno il modo di vivere le amicizie, le relazioni affettive e persino il rapporto con i propri figli.

La buona notizia è che i MOI non sono immutabili.

Nuove esperienze relazionali, vissute in contesti sicuri e caratterizzate da ascolto, comprensione e continuità, possono modificarli nel tempo.

Per questo motivo l’obiettivo non è essere genitori perfetti.

L’obiettivo è offrire, con sufficiente continuità, esperienze nelle quali il bambino possa sentirsi visto, compreso e al sicuro.

💬 Ti era mai capitato di pensare che due fratelli potessero attribuire significati completamente diversi alla stessa situazione?

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È una scena che probabilmente hai visto anche tu.Un passeggino passa accanto a noi e, quasi senza accorgercene, ci ritro...
03/07/2026

È una scena che probabilmente hai visto anche tu.

Un passeggino passa accanto a noi e, quasi senza accorgercene, ci ritroviamo a sorridere, a rallentare il passo o a cercare lo sguardo del bambino.

La risposta è nella neurobiologia.

I neonati possiedono alcune caratteristiche
occhi grandi rispetto al viso, guance rotonde, fronte ampia e movimenti delicati, che il biologo Konrad Lorenz definì Kindchenschema, o “schema infantile”.

Questi tratti attivano automaticamente nel nostro cervello circuiti dell’attenzione, della cura e della protezione.

Quando vediamo un neonato, il cervello riconosce quei segnali come qualcosa di particolarmente importante.

In poche frazioni di secondo aumentano l’attenzione verso quel volto, si attivano aree coinvolte nell’empatia e nei comportamenti di accudimento, e nel nostro organismo vengono favorite risposte che ci rendono più disponibili all’interazione.

Per questo, spesso, il sorriso nasce prima ancora che ce ne rendiamo conto.

Non significa che tutti amino i bambini allo stesso modo o che tutti provino le stesse emozioni.

Ma significa che il nostro cervello si è evoluto per riconoscere i più piccoli come individui che hanno bisogno di protezione e vicinanza.

In fondo, quel sorriso spontaneo racconta una storia antichissima: quella di un cervello costruito per prendersi cura degli altri.

Una delle domande che ricevo più spesso dai genitori è:“Come posso stimolarlo?”La risposta, a volte, è sorprendentemente...
02/07/2026

Una delle domande che ricevo più spesso dai genitori è:

“Come posso stimolarlo?”

La risposta, a volte, è sorprendentemente semplice:
non serve guidare continuamente l’esplorazione.

Lo sviluppo non nasce dalla quantità di attività proposte, ma dalla qualità delle esperienze che il bambino vive in autonomia, sapendo che c’è un adulto pronto ad accoglierlo se ne avrà bisogno.

Quando osserva un oggetto, prova a raggiungerlo, lo tocca, si ferma, cambia strategia e riprova, non sta semplicemente giocando.

Sta costruendo competenze cognitive, motorie e attentive.

Il nostro compito non è mostrargli continuamente cosa fare.

È offrirgli un ambiente sicuro, il tempo necessario per sperimentare e la fiducia che possa essere lui il protagonista delle proprie scoperte.

Non avrei mai pensato che un abbraccio potesse insegnarmi così tanto.Per anni ho studiato la teoria dell’attaccamento. L...
30/06/2026

Non avrei mai pensato che un abbraccio potesse insegnarmi così tanto.

Per anni ho studiato la teoria dell’attaccamento. L’ho spiegata ai genitori, l’ho raccontata durante i colloqui, l’ho vista prendere forma nella relazione tra un bambino e la sua mamma o il suo papà.

Oggi, però, la vivo dall’altra parte.

Ci sono giorni in cui mi chiedo se sto facendo abbastanza. Se interpreto davvero i suoi bisogni. Se avrei potuto fare qualcosa di diverso. E credo che ogni genitore, almeno una volta, si sia fatto queste domande.

Poi ci sono momenti come questo.
Un abbraccio.
E mi ricordo che l’attaccamento non ha a che fare con la perfezione.

Secondo la teoria dell’attaccamento di John Bowlby, il bambino ha bisogno di costruire una relazione stabile e sicura con il proprio caregiver per sentirsi protetto.

Quando sa che qualcuno è disponibile ad accoglierlo, consolarlo e rispondere ai suoi bisogni, sviluppa quella che viene definita una base sicura.

Ed è proprio da quella base sicura che nasce il coraggio di esplorare il mondo.

Un bambino che si sente al sicuro non diventa più dipendente. Diventa più autonomo. Sa che, se qualcosa lo spaventa, potrà tornare tra le braccia di chi si prende cura di lui e ritrovare calma, protezione e fiducia. 🩵

In questo periodo della mia vita, anche attraverso l’esperienza della maternità, mi sto confrontando in modo più diretto...
16/04/2026

In questo periodo della mia vita, anche attraverso l’esperienza della maternità, mi sto confrontando in modo più diretto con il tema del controllo.

In psicologia, l’ipercontrollo è un insieme di strategie messe in atto per ridurre l’incertezza e gestire l’ansia.

Il problema è che queste strategie funzionano soprattutto nel breve termine: il controllo riduce temporaneamente l’attivazione ansiosa, ma nel tempo contribuisce a mantenerla.

La maternità, con la sua inevitabile imprevedibilità, rende ancora più evidente questo limite: non tutto può essere gestito o previsto.

In questo senso, il laissez-faire non è passività, ma una sospensione consapevole del controllo.

Un modo diverso di stare nelle situazioni, che implica il riconoscimento dei limiti del proprio potere di azione.

📍 Non si tratta di controllare di più,
ma di ridefinire il rapporto con ciò che non è controllabile.

14 febbraio 2026 è nato Raffaele 🩵In questi mesi mi sono fermata.Ho messo da parte ritmi, lavoro, condivisioni…per dedic...
08/04/2026

14 febbraio 2026 è nato Raffaele 🩵

In questi mesi mi sono fermata.
Ho messo da parte ritmi, lavoro, condivisioni…
per dedicarmi completamente a lui.

Il tempo adesso è diverso.
Scorre in un altro modo.

Ma il mio lavoro è parte di me.
Scrivere qui, condividere, accompagnare famiglie… è qualcosa che amo profondamente.

Tornerò, con più lentezza
Grazie a chi è rimasto 🤍

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