Dott.ssa Raffaella Mancano - Psicologa

Dott.ssa Raffaella Mancano - Psicologa Psicologa Clinica e della Salute, iscritta all’Albo degli Psicologi della Campania,n 8352. Psicoterapeuta ad orientamento sistemico relazionale familiare.

La volta scorsa abbiamo parlato del conflitto. E forse il conflitto merita ancora un po’ di spazio.Perché il modo in cui...
03/06/2026

La volta scorsa abbiamo parlato del conflitto. E forse il conflitto merita ancora un po’ di spazio.
Perché il modo in cui stiamo dentro un conflitto spesso ha una storia.
Da piccoli osserviamo molto più di quello che gli adulti immaginano. Osserviamo cosa succede quando qualcuno si arrabbia. Se le persone continuano a parlarsi oppure no. Se dopo una discussione torna la vicinanza. Se è possibile dire: “questa cosa mi ha ferito.” Se qualcuno chiede scusa. Se qualcuno resta.
E, a volte, impariamo presto che alcune emozioni occupano troppo spazio.
C’è chi da bambino ha imparato a stare zitto per non peggiorare le cose. Chi cercava di calmare tutti. Chi provava a non dare problemi. Chi si chiudeva in camera aspettando che passasse.
Per alcuni bambini il conflitto era rumore. Per altri era silenzio. Ma in entrambi i casi poteva diventare qualcosa da temere.
Forse è anche così che impariamo quanto spazio possiamo occupare dentro una relazione.
Quanto possiamo essere arrabbiati. Delusi. Emotivi. Quanto possiamo dire: “questa cosa mi ha ferito” senza sentirci troppo.
Troppo sensibili. Troppo complicati. Troppo presenti.
E allora alcune persone imparano a trattenersi. Altre ad attaccare subito. Altre ancora a sparire appena sentono tensione.
Non perché non abbiano niente da dire. Ma perché, a volte, hanno imparato molto presto che alcune emozioni potevano complicare l’amore.
Quanto spazio avevano le vostre emozioni nella casa in cui siete cresciuti?

La volta scorsa abbiamo parlato dell’amore.E pensando a quella rubrica, mi è venuto in mente che c’è un’altra cosa che n...
19/05/2026

La volta scorsa abbiamo parlato dell’amore.
E pensando a quella rubrica, mi è venuto in mente che c’è un’altra cosa che nelle relazioni conta tantissimo: il conflitto.
Perché forse il modo in cui litighiamo dice molte più cose di quelle che pensiamo.
Quando qualcuno, in terapia, mi dice: “io con le persone che amo non litigo mai”, la domanda che mi viene spontanea è: come mai?
Non perché litigare sia bello. O perché bisogna farlo per forza.
Ma perché, a volte, evitare completamente il conflitto può voler dire che qualcosa, dentro quella relazione, non trova spazio.
Negli anni ho capito che non tutti impariamo a stare dentro un conflitto allo stesso modo.
C’è chi attacca subito, perché ha imparato che abbassare la guardia può fare male.
Chi tace. Tiene tutto dentro. Fa finta che vada bene. Perché magari, da piccolo, arrabbiarsi o essere in disaccordo non era così semplice.
E poi ci sono persone che si chiudono. Si allontanano.
Perché forse, quando qualcosa fa male o mette in discussione, restare nel confronto sembra troppo difficile.
E allora l’altro resta lì, a interrogarsi, cercando di capire dove abbia sbagliato.
Piano piano, il conflitto smette di essere uno spazio di incontro. E diventa un posto da evitare.
Le modalità con cui reggiamo e affrontiamo il conflitto non nascono oggi. Hanno una storia.
C’entrano con il modo in cui si litigava a casa. Con quello che succedeva quando qualcuno si arrabbiava. Con quanto era possibile dire: “questa cosa mi fa male” senza paura di rompere tutto.
Perché forse non è il conflitto a fare davvero paura.
Forse, a volte, fa paura l’idea che l’altro possa non restare.
E allora forse la domanda è questa: con chi vi sentite abbastanza al sicuro da poter litigare senza paura di perdere il legame?

Oggi, nella Giornata Internazionale della Famiglia, pensavo a quanto, per me, le famiglie assomiglino alle città medieva...
15/05/2026

Oggi, nella Giornata Internazionale della Famiglia, pensavo a quanto, per me, le famiglie assomiglino alle città medievali.
Piene di vicoli che sembrano senza uscita e poi, all’improvviso, si aprono.
Di muri spessi, costruiti per proteggersi.
Di stanze rimaste chiuse per anni.
Di abitudini tramandate senza che nessuno ricordi più davvero da dove siano nate.
Eppure, anche nelle città più silenziose, qualcosa continua a cercare relazione.
Forse è anche per questo che, in terapia, le persone non arrivano mai davvero da sole.
Anche quando entrano fisicamente da sole nella stanza.
Portano con sé intere architetture emotive.
Presenze. Assenze.
Modi di amarsi imparati molto presto.
Modi di sparire anche.
E allora il lavoro non è demolire.
Non è stabilire chi ha torto o chi ha ragione.
Forse è fermarsi abbastanza da capire perché certe porte siano state chiuse.
E se oggi possono essere riaperte senza paura.
Ci sono famiglie che sembrano crollare e invece stanno solo cercando una nuova forma per restare insieme.
Altre che continuano ad amarsi usando linguaggi che nessuno, lì dentro, riesce più a tradurre.
Forse per questo le famiglie non si comprendono guardandole da fuori.
Come certe città antiche, bisogna attraversarle piano.
Accettare di non capire tutto subito.
Lasciarsi guidare dai dettagli.
Dalle crepe.
Dalla luce che entra dove il muro non è riuscito a restare intero.
❣️

Nel lavoro con gli adulti, spesso,arrivano storie di relazioni che stancano.Relazioni in cui si dà tanto.O si chiede poc...
05/05/2026

Nel lavoro con gli adulti, spesso,
arrivano storie di relazioni che stancano.
Relazioni in cui si dà tanto.
O si chiede poco.
O si resta… anche quando qualcosa non torna.
E quando, a un certo punto,
chiedo dei genitori,
spesso si stupiscono.
Come se non c’entrasse.
E invece, molto spesso,
c’entra.
Perché il modo in cui amiamo,
e anche quello che ci concediamo di ricevere,
ha a che fare con come ci siamo sentiti amati.
Non con quello che veniva detto.
Ma con quello che arrivava.
Se per sentirti voluto bene
dovevi fare,
andare bene,
non disturbare…
è facile che, crescendo,
continui a farlo.
A dimostrare.
A chiederti se basta.
A fare qualcosa in più
per sentirti scelto.
Se l’affetto non si diceva,
ma si doveva capire…
magari oggi aspetti
che sia l’altro a vedere.
E quando non succede,
resta qualcosa
che non sai bene come nominare.
Se invece l’amore arrivava poco,
o in modo incostante…
può capitare di rincorrerlo.
Di restare anche quando stanca.
Di confondere l’intensità
con il sentirsi scelti.
E così, senza accorgercene,
finiamo per amare
con quello che abbiamo imparato lì.
E ad accettare
qualcosa che somiglia a casa,
anche quando quella casa
ci è stata stretta.
Come se fosse naturale.
Come se fosse l’unico modo possibile.
E forse, a volte,
più che chiederci perché certe relazioni
ci fanno stare così,
potrebbe valere la pena chiederci
che idea di amore
ci è arrivata.

In seduta, c’è una domanda che torna spesso.“Se qui ci fosse tua madre, o tuo padre,cosa direbbero del bambino che eri?”...
21/04/2026

In seduta, c’è una domanda che torna spesso.
“Se qui ci fosse tua madre, o tuo padre,
cosa direbbero del bambino che eri?”
Arriva quasi sempre un attimo di silenzio.
Poi qualcuno dice:
“Ero quello che dove lo mettevi stava.”
“Ero difficile.”
“Capriccioso.”
“Quello bravo.”
“Quella che non dava problemi.”
E mentre lo raccontano,
sembra finire lì.
Ma non è mai solo quello.
Perché, a volte,
quel bambino che “non dava problemi”
diventa l’adulto che i problemi
se li tiene.
Quello che prova a sistemarseli da solo. Sempre.
Che chiede poco.
Che disturba poco.
Quello “difficile”, magari,
diventa qualcuno che si sente sempre un po’ troppo.
Troppo emotivo.
Troppo intenso.
Troppo da gestire.
Quello “bravo”
impara presto dove passa l’approvazione.
E rischia di continuare a cercarla,
anche quando non serve più.
E poi ci sono quelli che tengono insieme.
Quelli che reggono.
Quelli che, in qualche modo,
parlano anche per quello che intorno non si dice.
Non iniziano come ruoli.
Sono modi intelligenti di stare dentro una famiglia.
Di adattarsi.
Di restare.
Solo che poi cresciamo.
E quel modo di stare
ce lo portiamo fuori.
Nel modo in cui stiamo nelle relazioni.
Nel modo in cui chiediamo.
O nel modo in cui non chiediamo.
Come se fosse naturale.
Come se fosse noi.
E forse, a volte,
più che chiederci chi siamo,
potrebbe valere la pena chiederci
in che modo abbiamo imparato a esserlo.

Nel mio lavoro, una delle prime domande che faccio è:“Quanti figli siete? E tu che numero di figlio sei?”E così, qualche...
07/04/2026

Nel mio lavoro, una delle prime domande che faccio è:
“Quanti figli siete? E tu che numero di figlio sei?”
E così, qualche tempo fa,
un uomo di settant’anni mi ha raccontato cosa ha significato, per lui, essere il primo figlio.
Si svegliava con i grandi.
Lavorava con il padre.
Si occupava dei fratelli.
E quando il padre è morto,
è stato lui a prendere il suo posto.
“Dovevo farlo.”
Poi ha aggiunto:
“Prima era così.”
E lì mi sono fermata.
Perché in quel “così”
non c’era solo un tempo diverso.
C’era qualcosa che, a volte,
continua a succedere anche oggi.
Il posto in cui arriviamo
non è mai neutro.
Non è solo una posizione.
È, spesso, un mandato.
Qualcosa che non viene detto chiaramente,
ma che si sente.
Il primo che deve essere grande.
Quello su cui si prova.
Quello che tiene.
Quello che deve trovare spazio.
Quello che resta più vicino.
Quello che, in qualche modo,
non smette mai davvero di essere figlio.
Non è una regola.
Non succede sempre.
Ma succede abbastanza
da lasciare tracce.
Perché quel posto, qualsiasi sia stato,
piano piano,
diventa un modo di stare.
Di scegliere.
Di rispondere.
Di esserci.
E spesso lo portiamo avanti
senza nemmeno accorgercene.
Come se fosse naturale.
Come se fosse “così”.
Perché il posto che abbiamo avuto
non spiega tutto.
Ma orienta.
E a volte si sente.
Nel modo in cui ti prendi carico.
O nel modo in cui lasci spazio.
Nel modo in cui resti.
O nel modo in cui vai via.
Come se fosse ancora così.
E forse il punto non è cambiarlo.
Ma accorgersene.
Perché da lì,
piano piano,
può nascere anche qualcosa di diverso.
E tu,
che numero di figlio sei stato?
E cosa ti porti ancora addosso,
di quel modo di essere?

Pasqua, per molti, è sinonimo di rinascita.Ma non sempre nel modo in cui immaginiamo.Non è sempre luce.Non è sempre slan...
05/04/2026

Pasqua, per molti, è sinonimo di rinascita.
Ma non sempre nel modo in cui immaginiamo.
Non è sempre luce.
Non è sempre slancio.
A volte la rinascita è silenziosa.
Ha il tempo lento di ciò che cambia dentro.
Nasce quando lasciamo andare ciò che non ci somiglia più,
quando smettiamo di forzarci,
quando troviamo il coraggio di restare.
Non si vede subito.
Ma c’è.

Che questa Pasqua possa avvicinarti, piano,
a ciò che dentro di te sta già provando a rinascere.

Buona Pasqua 🌿

Per molti anni, a casa mia si è scherzato su una cosa.Sul fatto che mia madre, quando ha scoperto di essere incinta non ...
24/03/2026

Per molti anni, a casa mia si è scherzato su una cosa.
Sul fatto che mia madre, quando ha scoperto di essere incinta non fosse entusiasta.
O almeno, non solo.
Veniva detta così.
Un po’ ridendo.
E io, per un po’, quella cosa me la sono tenuta addosso.
Non era proprio una domanda.
Più un dubbio che si infilava piano.
Forse, non voleva me?
Col tempo, però, quella frase ha iniziato a spostarsi.
Non all’improvviso.
Più lentamente.
Ho iniziato a chiedere.
Non più solo di me.
Ma di loro.
Di chi erano, in quel momento.
I miei genitori erano poco più che ragazzi.
Si erano sposati da poco.
E la casa in cui avrebbero dovuto iniziare a vivere
non era ancora pronta.
Per tutta la gravidanza sono rimasti a casa dei miei nonni.
In tanti.
Troppi, forse, per uno spazio solo.
Uno spazio che non era davvero il loro.
Dove era difficile trovare posto.
Anche per essere una coppia.
C’erano cose da finire.
Altrove.
E cose da tenere insieme.
Lì.
Un po’ come loro.
E dentro quel tempo,
mia madre è rimasta incinta.
Ha partorito una settimana dopo essere finalmente entrati nella loro casa, da soli.
In quel nuovo modo di potersi sperimentare marito e moglie.
Allora quel mancato entusiasmo ha iniziato a cambiare forma.
Non parlava più di me.
Parlava di quel momento.
Ed è lì che qualcosa si sposta e la domanda si allarga.
In che momento siamo arrivati?
Chi erano loro, mentre noi arrivavamo?
Cosa stava succedendo, intorno?
Che spazio c’era, o non c’era, per accoglierci?
Non arriviamo mai nel vuoto.
Arriviamo sempre dentro qualcosa che è già in movimento.
Nel mio lavoro, queste domande tornano spesso.
E non sempre hanno risposte precise.
E forse non è nemmeno questo il punto.
Quando iniziamo a spostare lo sguardo,
da noi a quel momento,
qualcosa cambia.
Non perché troviamo una verità definitiva.
Ma perché aggiungiamo pezzi.
Allarghiamo il racconto.
Lo rendiamo più complesso.
E, a volte, anche più gentile.
Perché non siamo solo figli di qualcuno.
Siamo figli anche di un tempo.
E di tutto quello che, in quel tempo,
c’era.
O mancava.

E tu,
ti sei mai chiesto in che momento sei nato?

Qualche settimana fa, durante una seduta, ho chiesto a una paziente:“Che sogni aveva tuo padre a vent’anni?”La paziente ...
10/03/2026

Qualche settimana fa, durante una seduta, ho chiesto a una paziente:
“Che sogni aveva tuo padre a vent’anni?”
La paziente mi ha guardata un attimo, poi ha detto:
“Non lo so. Non l’ho mai immaginato prima di me.”
Quella risposta ha risuonato.
E mi ha riportata a un ricordo preciso.
Avevo ventisei anni quando, nella mia terapia di allora, mi venne chiesto quanti anni avessero i miei genitori quando sono nata.
Mio padre ne aveva da poco compiuti ventotto.
Mia madre venticinque.
È stato quel venticinque a fermarmi.
Era più giovane di me, in quel momento.
Fino ad allora non l’avevo mai pensata così.
Non come una figlia di qualcuno.
Non come una giovane donna con una storia che non iniziava con me.
Da quel momento è come se avessi iniziato a guardare con occhiali un po’ più puliti.
Non migliori.
Diversi.
Oggi, nel mio lavoro, queste domande tornano spesso.
E ogni volta mi ricordano quanto non siano affatto scontate.
Forse perché non nascono da un dovere,
ma da una curiosità che, a un certo punto, si affaccia.
Chi erano mamma e papà prima di me?
Che figli sono stati?
Che genitori hanno avuto?
Che sogni avevano, quando io non c’ero ancora?
Conosciamo i nostri genitori
dentro la storia che include noi.

𝐌𝐚 𝐜𝐡𝐢 𝐞𝐫𝐚𝐧𝐨 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐚?

Forse non ce lo chiediamo perché non serve subito.
Forse perché, per molto tempo, è bastato che fossero genitori.
Eppure, a un certo punto, la domanda può affacciarsi.
Non per spiegare.
Non per giudicare.
Solo per allargare.
Perché la nostra vita non è una storia sola.
È un intreccio di storie, di persone, di tempi.
E questa, a volte, è una buona domanda da tenere aperta.

In psicologia si parla spesso di 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐭𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐢: esperienze e relazioni che aiutano una persona a crescere e a regge...
06/03/2026

In psicologia si parla spesso di 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐭𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐢: esperienze e relazioni che aiutano una persona a crescere e a reggere anche momenti difficili della vita.

Per questo persone cresciute in contesti simili possono sviluppare storie molto diverse.
Negli anni mi è capitato spesso di osservare una cosa.

Nella vita delle persone, quasi sempre, da qualche parte c’è stata un’esperienza di amore che ha fatto da protezione.
Il problema è che non sempre la riconosciamo.

Perché spesso cerchiamo l’amore solo in alcune forme:
in una relazione romantica,
nei genitori,
o nel modo in cui pensiamo che si debba amare.

E così rischiamo di non vedere altri amori che, in certi momenti della vita, sono stati fondamentali.

Un amico che a un certo punto è diventato un fratello.
Una zia che, senza accorgersene, è diventata un po’ madre.
Un’insegnante che ha visto qualcosa in noi prima ancora che riuscissimo a vederlo.
Una persona che è rimasta, che ha detto qualcosa che serviva, che ha fatto spazio.

Riconoscere questi legami, a volte anche solo ricordarli, può avere un effetto importante.
Può aiutarci a vedere che nella nostra storia non ci sono state solo mancanze o ferite, ma anche relazioni che hanno protetto, sostenuto, tenuto.

E forse l’amore che ci ha aiutato a crescere non è sempre quello che immaginavamo.
Ma quello che, a un certo punto della nostra vita, siamo riusciti a riconoscere, a vedere e a sentire.

Ripensando alla tua storia:
c’è stata una relazione che, in qualche modo,
ti ha fatto sentire amato
e ti ha protetto?

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