Dott.ssa Raffaella Mancano - Psicologa

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Dott.ssa Raffaella Mancano - Psicologa Psicologa Clinica e della Salute, iscritta all’Albo degli Psicologi della Campania,n 8352. Psicoterapeuta ad orientamento sistemico relazionale familiare.

«Tanto lo so già cosa mi dirà.»Vi è mai capitato di pensarlo prima ancora di raccontare qualcosa a vostra madre o a vost...
13/10/2026

«Tanto lo so già cosa mi dirà.»
Vi è mai capitato di pensarlo prima ancora di raccontare qualcosa a vostra madre o a vostro padre?

Magari sapete già che vostra madre vi rimprovererà, che vostro padre non capirà, che vostro fratello farà la solita battuta.
E così ci prepariamo a una risposta prima ancora che arrivi.
Perché conosciamo quelle persone. O almeno, pensiamo di conoscerle.
Ma quanto tempo è passato da quando ci siamo fatti quell'idea di loro?
Forse quella madre che immaginiamo pronta a rimproverarci è la madre che abbiamo conosciuto a quindici anni.
Quel padre con cui pensiamo sia impossibile parlare è quello che ricordiamo quando ne avevamo venti.
E quel fratello che consideriamo irresponsabile potrebbe non essere più il ragazzo che conoscevamo.
Nel frattempo sono passati anni. Loro hanno vissuto, fatto esperienze, affrontato cambiamenti.
E siamo cambiati anche noi.
Eppure, nelle relazioni familiari sembra talvolta che il tempo si sia fermato.
Continuiamo ad aspettarci le stesse risposte,a occupare gli stessi posti.
E questo non accade soltanto a noi figli.
Quante volte un genitore continua a vedere nel proprio figlio adulto il bambino che ha cresciuto?
Quello timido, quello ribelle, quello che non dava problemi.
Magari oggi quel figlio ha una vita diversa, eppure continua a essere guardato attraverso un'immagine che non gli somiglia più.
E questo può succedere anche nelle amicizie, nelle coppie, nelle relazioni che durano da tanto tempo.
Ci conosciamo così bene da rischiare, qualche volta, di smettere di guardarci davvero.
E così, pur essendo cambiati, continuiamo a incontrarci come se fossimo rimasti quelli di un tempo.
Naturalmente, non tutti cambiano. E non sempre il cambiamento va nella direzione che avremmo desiderato.
Ma qualche volta qualcosa è cambiato. E forse vale la pena accorgersene.
Perché crescere, dentro una relazione, potrebbe significare anche questo: imparare a riconoscersi di nuovo.
E allora vi lascio con una domanda.

Quando guardate le persone che conoscete da sempre, vedete chi sono oggi o chi erano quando le avete conosciute?

E chissà se anche loro, guardando voi, riescono a vedere chi siete diventati.

Sembra una domanda piuttosto banale.Se siamo fratelli, verrebbe da rispondere di sì.Stessa madre.Stesso padre.Stessa fam...
29/09/2026

Sembra una domanda piuttosto banale.
Se siamo fratelli, verrebbe da rispondere di sì.
Stessa madre.
Stesso padre.
Stessa famiglia.
Eppure, nel tempo, ascoltando tante storie familiari, mi sono accorta di quanto spesso la risposta sia un po' più complicata.
Mi capita di ascoltare fratelli che raccontano gli stessi genitori e, per un momento, sembra quasi che stiano parlando di persone diverse.
E forse è proprio così.
Possiamo essere cresciuti nella stessa casa, negli stessi anni, con le stesse persone.
E averle incontrate in modo diverso.
Mio fratello conosce mia madre nella relazione che ha avuto con lui.
Io conosco mio padre dal posto che ho occupato nella nostra famiglia.
Mio fratello dal suo.
Ma c'è anche un altro pezzo.
Io e mio fratello non siamo la stessa persona.
Non abbiamo necessariamente avuto gli stessi bisogni.
Lo stesso carattere.
Le stesse paure.
Lo stesso modo di chiedere vicinanza o di prendere distanza.
E forse anche per questo abbiamo incontrato lati diversi degli stessi genitori.
Poi ci sono le aspettative che c'erano su di noi.
Il momento della vita familiare in cui siamo arrivati.
Il posto che abbiamo occupato.
E, in alcune famiglie, persino l'essere nati maschi o femmine.
Tante cose possono cambiare dentro una relazione.
E così può succedere che mio fratello racconti una madre o un padre che io faccio fatica a riconoscere.
Non necessariamente perché qualcuno ricordi male.
Ma perché quella madre e quel padre esistevano dentro relazioni diverse.
Siamo così abituati a conoscere la nostra famiglia dal posto che abbiamo occupato che quella, inevitabilmente, diventa la famiglia che conosciamo.
Del resto, quella è stata la nostra esperienza.
Ma ogni tanto può essere interessante allargare appena l'inquadratura.
Non per mettere in dubbio ciò che abbiamo vissuto.
Non per decidere quale versione sia quella giusta.
Solo per accorgerci che, accanto alla nostra storia, ne stavano accadendo anche altre.
Se avete un fratello o una sorella, provate per un momento a lasciare da parte il genitore che avete conosciuto voi.
E pensate a quello che ha conosciuto lui o lei.

Lo riconoscete?

È passato un po' di tempo dall'ultima rubrica.E in questi giorni, pensando a come ricominciare, mi sono chiesta da dove ...
15/09/2026

È passato un po' di tempo dall'ultima rubrica.
E in questi giorni, pensando a come ricominciare, mi sono chiesta da dove ripartire.
Poi ho pensato che forse non avevo bisogno di ripartire.
Avevo bisogno di continuare.

Prima dell'estate ci siamo fatti tante domande sulle nostre famiglie.
Ci siamo chiesti chi fossero i nostri genitori prima di diventare tali.
In quale momento della loro vita siamo arrivati.
Quale posto abbiamo occupato.
Che bambini siamo stati.
Quanto spazio c'era per quello che sentivamo.
Cosa abbiamo imparato osservando chi avevamo intorno.
Abbiamo parlato di amore, di conflitto, di dolore.
Di quello che ci è mancato.
E anche di quello che, magari senza accorgercene, ci siamo portati dentro.

E allora forse non c'è bisogno di ricominciare da capo.
Possiamo continuare da qui.
Solo con qualche domanda nuova.
Perché più guardiamo una famiglia, più ci accorgiamo che una storia non è mai fatta soltanto di ciò che abbiamo vissuto noi.
Ci sono tempi diversi.
Relazioni diverse.
Posti diversi da cui quella stessa famiglia è stata vissuta.
Ci sono pezzi che conosciamo bene.
Altri che abbiamo sempre guardato dallo stesso punto.
E altri ancora che, forse, non abbiamo mai visto.
Nei prossimi mesi mi piacerebbe curiosare un po' anche lì.
Senza cercare necessariamente risposte.
Continuando, piuttosto, a farci domande.
A spostare un po' lo sguardo.
Ad aggiungere qualche pezzo all'inquadratura.
E a vedere cosa succede.

In fondo, è quello che abbiamo sempre fatto qui.

Bentornati in
Io, nonostante la mia famiglia. ❣️

Ci sono modi di stare al mondo che pensiamo siano semplicemente nostri.Poi, un giorno, un ricordo cambia prospettiva.E s...
30/06/2026

Ci sono modi di stare al mondo che pensiamo siano semplicemente nostri.
Poi, un giorno, un ricordo cambia prospettiva.
E scopriamo che qualcuno ce li aveva mostrati molto tempo prima.
Qualche giorno fa un'amica mi ha raccontato un episodio.
Era con alcune persone quando, all'improvviso, ha sentito che qualcosa non andava.
Così si è fermata e ha detto:
"Ragazzi, mi devo sedere. Non mi sento bene."
Mentre la ascoltavo, mi è tornato in mente un ricordo.

Avevo una decina d' anni.
Eravamo a un pranzo di famiglia quando, a un certo punto, mia zia mi guardò e disse:
"Vai a prendermi una sedia, sto per svenire."
Ricordo di essere rimasta immobile per un istante.
Un istante soltanto.
Il tempo di dare un senso a quella richiesta.
Poi mia zia svenne.
Io corsi a prenderle una sedia.
Quando si riprese, sorridendo, mi disse:
"Te l'avevo detto..."
Era una battuta.
Ma ricordo di aver pensato che, se mi fossi mossa subito, forse non sarebbe caduta.
Per anni, guardando quel ricordo, ho visto soprattutto quella bambina.
La sua esitazione.
Il suo senso di colpa.

Poi, con il tempo, ho iniziato a guardare anche mia zia.
C'era una donna che aveva ascoltato il proprio corpo.
Che aveva riconosciuto un segnale.
Che si era fidata di ciò che sentiva.
Che aveva chiesto aiuto.
E mi sono sorpresa a pensare che oggi, quando sento che qualcosa non va, faccio spesso la stessa cosa.
Mi fermo.
Mi ascolto.
Lo dico.

Non ricordo di aver imparato a farlo.
Eppure qualcuno, molto prima di me, me lo aveva mostrato.

Ci sono ricordi che continuano a raccontarci cose nuove.
Non perché cambino loro.
Ma perché cambiamo noi.
E, a volte, basta allargare lo sguardo per accorgersi che, dentro la stessa scena, non c'erano solo le nostre ferite.
C'era anche qualcosa che, silenziosamente, ci stava costruendo.

Qualche giorno fa ho visto un paziente.Suo nonno era morto da pochi giorni.Piangeva.Parlava di un vuoto che sembrava ess...
16/06/2026

Qualche giorno fa ho visto un paziente.
Suo nonno era morto da pochi giorni.
Piangeva.
Parlava di un vuoto che sembrava essersi portato via qualcosa di essenziale.
E mentre lo ascoltavo mi sono accorta di sentirmi attraversata da due emozioni diverse.
Da una parte il dolore.
Dall'altra una profonda gratitudine.
I miei pazienti lo sanno.
Prima o poi glielo dico sempre.
E ogni volta mi sento in dovere di spiegarmi.
Perché detta così suona male.
Ma quando qualcuno arriva in seduta distrutto, quando finalmente smette di spiegarmi quello che prova e inizia a sentirlo davvero, io provo gratitudine.
Non per quello che gli è successo.
Per il fatto che si stia concedendo di attraversarlo.
Perché so quanto coraggio serve.
E so anche quanto sia difficile.
Per molto tempo ho creduto che sentire davvero il dolore mi avrebbe tolto qualcosa.
La forza.
L'autonomia.
La capacità di andare avanti.
Da bambina sono stata coinvolta in un grave incidente.
Per anni ho pensato di conoscere bene quella storia.
Conoscevo la paura dei miei genitori. La loro angoscia. Il loro dolore.
Del mio, invece, sapevo molto poco.
Come se fosse più semplice sentire quello che provavano loro che fermarmi ad ascoltare ciò che provavo io.
Poi, qualche anno fa', è morta mia nonna.
E quel dolore, all' inizio, mi ha spaventata.
Non per il dolore in sé.
Per quello che temevo avrebbe fatto di me.
Avevo paura che mi avrebbe resa più fragile. Che mi avrebbe tolto qualcosa.
Che mi avrebbe impedito di essere la persona che avevo sempre imparato a essere.
Invece è successo qualcosa che non mi aspettavo.
Quel dolore invece di togliermi forza, mi ha restituito una parte di me.
Una parte che per anni era rimasta sullo sfondo, mentre cercavo di capire tutto, di andare avanti, di prendermi cura di ciò che sentivano gli altri.
Forse è per questo che provo gratitudine quando vedo qualcuno concedersi finalmente di soffrire.
Perché so che, a volte, il dolore non ci sta togliendo qualcosa.
Ci sta riportando vicino a noi stessi.

Ci sono emozioni che, ancora oggi, cercate di capire invece di sentire?

-conoscersi

La volta scorsa abbiamo parlato del conflitto. E forse il conflitto merita ancora un po’ di spazio.Perché il modo in cui...
03/06/2026

La volta scorsa abbiamo parlato del conflitto. E forse il conflitto merita ancora un po’ di spazio.
Perché il modo in cui stiamo dentro un conflitto spesso ha una storia.
Da piccoli osserviamo molto più di quello che gli adulti immaginano. Osserviamo cosa succede quando qualcuno si arrabbia. Se le persone continuano a parlarsi oppure no. Se dopo una discussione torna la vicinanza. Se è possibile dire: “questa cosa mi ha ferito.” Se qualcuno chiede scusa. Se qualcuno resta.
E, a volte, impariamo presto che alcune emozioni occupano troppo spazio.
C’è chi da bambino ha imparato a stare zitto per non peggiorare le cose. Chi cercava di calmare tutti. Chi provava a non dare problemi. Chi si chiudeva in camera aspettando che passasse.
Per alcuni bambini il conflitto era rumore. Per altri era silenzio. Ma in entrambi i casi poteva diventare qualcosa da temere.
Forse è anche così che impariamo quanto spazio possiamo occupare dentro una relazione.
Quanto possiamo essere arrabbiati. Delusi. Emotivi. Quanto possiamo dire: “questa cosa mi ha ferito” senza sentirci troppo.
Troppo sensibili. Troppo complicati. Troppo presenti.
E allora alcune persone imparano a trattenersi. Altre ad attaccare subito. Altre ancora a sparire appena sentono tensione.
Non perché non abbiano niente da dire. Ma perché, a volte, hanno imparato molto presto che alcune emozioni potevano complicare l’amore.
Quanto spazio avevano le vostre emozioni nella casa in cui siete cresciuti?

La volta scorsa abbiamo parlato dell’amore.E pensando a quella rubrica, mi è venuto in mente che c’è un’altra cosa che n...
19/05/2026

La volta scorsa abbiamo parlato dell’amore.
E pensando a quella rubrica, mi è venuto in mente che c’è un’altra cosa che nelle relazioni conta tantissimo: il conflitto.
Perché forse il modo in cui litighiamo dice molte più cose di quelle che pensiamo.
Quando qualcuno, in terapia, mi dice: “io con le persone che amo non litigo mai”, la domanda che mi viene spontanea è: come mai?
Non perché litigare sia bello. O perché bisogna farlo per forza.
Ma perché, a volte, evitare completamente il conflitto può voler dire che qualcosa, dentro quella relazione, non trova spazio.
Negli anni ho capito che non tutti impariamo a stare dentro un conflitto allo stesso modo.
C’è chi attacca subito, perché ha imparato che abbassare la guardia può fare male.
Chi tace. Tiene tutto dentro. Fa finta che vada bene. Perché magari, da piccolo, arrabbiarsi o essere in disaccordo non era così semplice.
E poi ci sono persone che si chiudono. Si allontanano.
Perché forse, quando qualcosa fa male o mette in discussione, restare nel confronto sembra troppo difficile.
E allora l’altro resta lì, a interrogarsi, cercando di capire dove abbia sbagliato.
Piano piano, il conflitto smette di essere uno spazio di incontro. E diventa un posto da evitare.
Le modalità con cui reggiamo e affrontiamo il conflitto non nascono oggi. Hanno una storia.
C’entrano con il modo in cui si litigava a casa. Con quello che succedeva quando qualcuno si arrabbiava. Con quanto era possibile dire: “questa cosa mi fa male” senza paura di rompere tutto.
Perché forse non è il conflitto a fare davvero paura.
Forse, a volte, fa paura l’idea che l’altro possa non restare.
E allora forse la domanda è questa: con chi vi sentite abbastanza al sicuro da poter litigare senza paura di perdere il legame?

Oggi, nella Giornata Internazionale della Famiglia, pensavo a quanto, per me, le famiglie assomiglino alle città medieva...
15/05/2026

Oggi, nella Giornata Internazionale della Famiglia, pensavo a quanto, per me, le famiglie assomiglino alle città medievali.
Piene di vicoli che sembrano senza uscita e poi, all’improvviso, si aprono.
Di muri spessi, costruiti per proteggersi.
Di stanze rimaste chiuse per anni.
Di abitudini tramandate senza che nessuno ricordi più davvero da dove siano nate.
Eppure, anche nelle città più silenziose, qualcosa continua a cercare relazione.
Forse è anche per questo che, in terapia, le persone non arrivano mai davvero da sole.
Anche quando entrano fisicamente da sole nella stanza.
Portano con sé intere architetture emotive.
Presenze. Assenze.
Modi di amarsi imparati molto presto.
Modi di sparire anche.
E allora il lavoro non è demolire.
Non è stabilire chi ha torto o chi ha ragione.
Forse è fermarsi abbastanza da capire perché certe porte siano state chiuse.
E se oggi possono essere riaperte senza paura.
Ci sono famiglie che sembrano crollare e invece stanno solo cercando una nuova forma per restare insieme.
Altre che continuano ad amarsi usando linguaggi che nessuno, lì dentro, riesce più a tradurre.
Forse per questo le famiglie non si comprendono guardandole da fuori.
Come certe città antiche, bisogna attraversarle piano.
Accettare di non capire tutto subito.
Lasciarsi guidare dai dettagli.
Dalle crepe.
Dalla luce che entra dove il muro non è riuscito a restare intero.
❣️

Nel lavoro con gli adulti, spesso,arrivano storie di relazioni che stancano.Relazioni in cui si dà tanto.O si chiede poc...
05/05/2026

Nel lavoro con gli adulti, spesso,
arrivano storie di relazioni che stancano.
Relazioni in cui si dà tanto.
O si chiede poco.
O si resta… anche quando qualcosa non torna.
E quando, a un certo punto,
chiedo dei genitori,
spesso si stupiscono.
Come se non c’entrasse.
E invece, molto spesso,
c’entra.
Perché il modo in cui amiamo,
e anche quello che ci concediamo di ricevere,
ha a che fare con come ci siamo sentiti amati.
Non con quello che veniva detto.
Ma con quello che arrivava.
Se per sentirti voluto bene
dovevi fare,
andare bene,
non disturbare…
è facile che, crescendo,
continui a farlo.
A dimostrare.
A chiederti se basta.
A fare qualcosa in più
per sentirti scelto.
Se l’affetto non si diceva,
ma si doveva capire…
magari oggi aspetti
che sia l’altro a vedere.
E quando non succede,
resta qualcosa
che non sai bene come nominare.
Se invece l’amore arrivava poco,
o in modo incostante…
può capitare di rincorrerlo.
Di restare anche quando stanca.
Di confondere l’intensità
con il sentirsi scelti.
E così, senza accorgercene,
finiamo per amare
con quello che abbiamo imparato lì.
E ad accettare
qualcosa che somiglia a casa,
anche quando quella casa
ci è stata stretta.
Come se fosse naturale.
Come se fosse l’unico modo possibile.
E forse, a volte,
più che chiederci perché certe relazioni
ci fanno stare così,
potrebbe valere la pena chiederci
che idea di amore
ci è arrivata.

In seduta, c’è una domanda che torna spesso.“Se qui ci fosse tua madre, o tuo padre,cosa direbbero del bambino che eri?”...
21/04/2026

In seduta, c’è una domanda che torna spesso.
“Se qui ci fosse tua madre, o tuo padre,
cosa direbbero del bambino che eri?”
Arriva quasi sempre un attimo di silenzio.
Poi qualcuno dice:
“Ero quello che dove lo mettevi stava.”
“Ero difficile.”
“Capriccioso.”
“Quello bravo.”
“Quella che non dava problemi.”
E mentre lo raccontano,
sembra finire lì.
Ma non è mai solo quello.
Perché, a volte,
quel bambino che “non dava problemi”
diventa l’adulto che i problemi
se li tiene.
Quello che prova a sistemarseli da solo. Sempre.
Che chiede poco.
Che disturba poco.
Quello “difficile”, magari,
diventa qualcuno che si sente sempre un po’ troppo.
Troppo emotivo.
Troppo intenso.
Troppo da gestire.
Quello “bravo”
impara presto dove passa l’approvazione.
E rischia di continuare a cercarla,
anche quando non serve più.
E poi ci sono quelli che tengono insieme.
Quelli che reggono.
Quelli che, in qualche modo,
parlano anche per quello che intorno non si dice.
Non iniziano come ruoli.
Sono modi intelligenti di stare dentro una famiglia.
Di adattarsi.
Di restare.
Solo che poi cresciamo.
E quel modo di stare
ce lo portiamo fuori.
Nel modo in cui stiamo nelle relazioni.
Nel modo in cui chiediamo.
O nel modo in cui non chiediamo.
Come se fosse naturale.
Come se fosse noi.
E forse, a volte,
più che chiederci chi siamo,
potrebbe valere la pena chiederci
in che modo abbiamo imparato a esserlo.

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