17/04/2026
Le competenze relazionali del Logopedista NON sostituiscono le competenze tecniche.
NON sono un elemento di compenso di lacune a livello di sapere e di saper fare.
Quindi, in riabilitazione più cuore e meno sostanza non va bene.
Non siamo in un settore commerciale, non produciamo salute con modalità ispirazionali, noi sviluppiamo abilità. E per farlo serve il know how tecnico.
Però.
Però.
Però.
Dato per assodato che un Logopedista debba essere preparato -e anche molto- in ciò per cui ha dato disponibilità di presa in carico, senza competenze relazionali non c'è riabilitazione.
I genitori non tornano dal professionista che agisce in modalità "ti insegno io come vivere".
Hanno bisogno di un professionista in grado di spiegare di cosa hanno bisogno i loro figli e di comprendere di cosa hanno bisogno LORO.
Se salti quest'ultimo passaggio, non fanno ciò che gli dici pur in scienza e coscienza.
Prima crei alleanza, ti confronti sulle loro paure, le contieni con spiegazioni tecniche, fai comprendere che ciò che provano è normale, li incoraggi a fidarsi, ragionate su obiettivi minimi e per loro sostenibili, ti fai guardare mentre lavori, li fai sperimentare in seduta con te, gli offri rinforzi positivi come fai con i pazienti.
Poi e solo poi puoi "liquidare la pratica" (terribile questa espressione) con frasi come "non collaborano".
Sto usando una comunicazione perentoria, me ne rendo conto. Tuttavia la questione è seria e purtroppo assisto regolarmente a genitori liquidati per mancanza di collaborazione.
Se tu non modelli il tuo modo di lavorare su chi è l'altro, quel paziente non ti viene più portato in trattamento.
Il danno è grave, quindi. Quel minore ha perso un'opportunità di cura. Poi i suoi genitori si rivolgeranno ad altro collega, si spera. Ma intanto il tempo passa e tu, col tuo modo, hai anche sporcato la categoria.
Si perché quando lavori non c'è niente di personale, sei nel professionale, fai parte di una categoria.
Noi non dobbiamo creare seguaci in riabilitazione: "Fai così, se non lo fai, ciao".
Non è "chi mi ama mi segua". NO.
Professionalità è adattare le cure tramite un continuo modellamento della nostra comunicazione.
È il nostro codice deontologico che ce lo chiede.
E non riguarda certamente solo i tecnicismi linguistici ma la necessità di imparare a comunicare ciò che l'altro è in grado di comprendere e quindi di prendere in quella fase riabilitativa.
Attenzione, perché storicamente siamo nell'era della rapidità e della semplificazione.
La Logopedia rimane una professione riflessiva, con tempi di elaborazione più lenti.
Sarà per questo che la nuova generazione di Logopedisti la patisce particolarmente?
In Logopedia non serve pazienza perché "loro" non collaborano.
Serve pazienza perché il tempo della cura è un tempo lento, sia nella semina sia nella raccolta.
[Immagine generata dall'IA: pianta che cresce esattamente nel punto in cui le due zone si incontrano. Le due zone sono quella del professionista e quella del caregiver. La piantina è il paziente.
Testo scritto senza l'IA, invece. Anche se avrei preferito fosse inventato e non basato su vita vissuta].