Dr.ssa Elisa Scala - Psicoterapia Medica Olistica

Dr.ssa Elisa Scala - Psicoterapia Medica Olistica Quando la psicoterapia tradizionale non basta, la soluzione olistica di un medico può fare la differenza. Risultato?

Offro un approccio integrato che non si limita all'ascolto. Percorsi più brevi (a partire da 10-12 sedute) e maggiormente mirati. La Psicoterapia Medica Olistica nasce come approccio breve, di durata inferiore alla media degli altri percorsi di psicoterapia. Rispetto alla psicoanalisi, invece, oltre a risultare molto più focalizzato si discosta anche come metodologia di lavoro applicata. Dopo la p

rima seduta con me, presenterò una diagnosi specifica del lavoro da svolgere, condividendo gli obiettivi del percorso terapeutico più idoneo. Se l'obiettivo da risolvere è singolo e non eccessivamente complesso, un ciclo di 10 sedute è sufficiente per registrare dei miglioramenti misurabili nella qualità della propria vita, sia interiore che esteriore.

26/08/2026

Tutto comincia molto presto.

Nei primi anni di vita, prima ancora che il linguaggio ci fornisca gli strumenti per raccontarci l’esperienza, costruiamo una mappa implicita di come funziona il mondo relazionale.

Non è una mappa verbale: è fatta di sensazioni, di aspettative corporee, di schemi emotivi che si consolidano attraverso la ripetizione delle interazioni con le figure di attaccamento primarie.

John Bowlby ha chiamato questi schemi modelli operativi interni: rappresentazioni inconsce di sé stessi e degli altri che guidano il comportamento relazionale per tutta la vita.

Se il caregiver è stato sufficientemente presente, responsivo e prevedibile, il modello interno che si costruisce è quello di un sé degno di cura e di un altro affidabile.

Se invece la presenza è stata discontinua, spaventante, svalutante o assente, il modello che si struttura è diverso e più doloroso.

La ferita è esattamente questo: un modello operativo interno costruito attorno all’assenza, al rifiuto, alla trascuratezza o all’eccesso di controllo.

Non è un ricordo o, almeno, non solo.

È una aspettativa implicita di come le relazioni funzionano, tatuata nel sistema nervoso prima che la mente conscia avesse gli strumenti per mettere in discussione ciò che stava imparando.

21/08/2026

Smettere di 𝗰𝗼𝗺𝗯𝗮𝘁𝘁𝗲𝗿𝗲 𝗹'𝗮𝗻𝘀𝗶𝗮, specialmente quando è cronica e ha un impatto invalidante sulle giornate, è forse uno dei passaggi più complessi e controintuitivi che un essere umano possa affrontare.

Quando un sintomo fa male o ci spaventa, il nostro unico focus è di eliminarlo subito e di tornare a stare bene.

Eppure, decenni di clinica e l'approccio olistico ci insegnano che 𝗰𝗶𝗼̀ 𝗮 𝗰𝘂𝗶 𝗿𝗲𝘀𝗶𝘀𝘁𝗶𝗮𝗺𝗼, 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲.

L'ansia è come un nodo scorsoio: più tiriamo per liberarci, più si stringe.

Mettersi in ascolto non significa rassegnarsi a stare male, ma cambiare radicalmente la posizione da cui guardiamo il sintomo.

Vediamo insieme come si traduce questo passaggio nella pratica.

𝟭. 𝗗𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗳𝘂𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗮𝗹𝗹'𝗼𝘀𝘀𝗲𝗿𝘃𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲

Quando siamo in preda all'ansia, fondiamoci con lei.

Diventiamo l'ansia.

Metterci in ascolto richiede di fare un passo indietro e diventare l'osservatore della nostra esperienza.

È un cambio di prospettiva simile a quando si inquadra un paesaggio attraverso un obiettivo fotografico: per cogliere la realtà nella sua forma più pura, si sceglie di catturare l'immagine in un formato grezzo, preservando ogni reale contrasto di luce e ombra senza che la mente applichi i soliti filtri automatici come il giudizio, il catastrofismo o la paura.

Invece di pensare "Sto impazzendo, mi manca il respiro, deve andarsene subito", si passa a descrivere il dato n**o e crudo: "Sto notando una forte pressione sul petto. Il mio battito è accelerato. C'è calore nelle mie mani".

Si osserva il sintomo per ciò che è, quindi un'onda di sensazioni fisiche temporanee e non una condanna a morte.

𝟮. 𝗦𝗳𝗿𝘂𝘁𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝗽𝗮𝘂𝘀𝗮 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗻𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲

Non si può iniziare ad ascoltare l'ansia nel mezzo di un attacco acuto. In quel momento serve solo il radicamento nel corpo. L'ascolto va allenato quando il volume del disagio è più basso e tollerabile.

Approfittare di momenti di sospensione dalla routine, come dei giorni di stacco dal lavoro o una breve pausa estiva, crea lo spazio mentale ideale per abbassare le difese.

Quando non c'è l'urgenza del "dover fare", diventa più sicuro sedersi con sé stessi e chiedere all'ansia di farsi avanti, anche solo per cinque minuti, per vedere che forma ha quando non stiamo scappando.

𝟯. 𝗗𝗶𝗮𝗹𝗼𝗴𝗮𝗿𝗲 𝗰𝗼𝗻 𝗶𝗹 "𝗽𝗿𝗼𝘁𝗲𝘁𝘁𝗼𝗿𝗲 𝗲𝘀𝗮𝘂𝘀𝘁𝗼"

Come abbiamo visto, l'ansia cronica non è un demone che vuole distruggerci, ma una parte del nostro sistema che è rimasta incastrata in un ruolo di eccessiva protezione.

È come un soldato di guardia che vede nemici ovunque.

Per smettere di combatterla, possiamo iniziare a parlarle internamente con profondo rispetto.

Si può letteralmente dire a sé stessi (o, se possibile, scriverlo):

"𝘝𝘦𝘥𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘦𝘪 𝘲𝘶𝘪 𝘦 𝘴𝘦𝘯𝘵𝘰 𝘲𝘶𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘴𝘦𝘪 𝘢𝘨𝘪𝘵𝘢𝘵𝘢."

"𝘚𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘵𝘢𝘪 𝘭𝘢𝘷𝘰𝘳𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘥𝘶𝘳𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘵𝘦𝘯𝘦𝘳𝘮𝘪 𝘢𝘭 𝘴𝘪𝘤𝘶𝘳𝘰."

"𝘋𝘢 𝘤𝘰𝘴𝘢 𝘴𝘦𝘪 𝘤𝘰𝘴ı̀ 𝘴𝘱𝘢𝘷𝘦𝘯𝘵𝘢𝘵𝘢 𝘪𝘯 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘰 𝘮𝘰𝘮𝘦𝘯𝘵𝘰? 𝘊𝘰𝘴𝘢 𝘵𝘦𝘮𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘱𝘰𝘴𝘴𝘢 𝘴𝘶𝘤𝘤𝘦𝘥𝘦𝘳𝘦 𝘴𝘦 𝘵𝘶 𝘢𝘣𝘣𝘢𝘴𝘴𝘢𝘴𝘴𝘪 𝘭𝘢 𝘨𝘶𝘢𝘳𝘥𝘪𝘢?"

Ascoltare le risposte che spesso emergono sotto forma di immagini, vecchi ricordi o paure improvvise è il primo vero passo verso la guarigione della ferita emotiva sottostante.

𝟰. 𝗟𝗮 𝘁𝗶𝘁𝗼𝗹𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲: 𝗲𝗻𝘁𝗿𝗮𝗿𝗲 𝗶𝗻 𝗮𝗰𝗾𝘂𝗮 𝘂𝗻 𝗽𝗮𝘀𝘀𝗼 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝘃𝗼𝗹𝘁𝗮

Un errore comune è cercare di accogliere tutto il dolore emotivo in una volta sola, finendo per esserne nuovamente traumatizzati e sopraffatti.

In psicoterapia si usa la titolazione: come in chimica si aggiunge una goccia di reagente alla volta, così nell'ascolto di sé ci si avvicina al disagio poco per volta.

Se l'ansia è un 10, non chiederti di ascoltarla tutta.

Sintonizzati su un piccolo pezzetto (ad esempio, solo la tensione nella mascella o la pressione sullo sterno) per un minuto.
Respira attraverso di lui e poi allontanati dolcemente, riportando l'attenzione all'esterno.

Questo insegna al cervello che puoi dimorare nel sintomo senza esserne sconvolto o sopraffatto.

È un vero e proprio allenamento a tollerare il disagio e a restituire fiducia al proprio corpo.

19/08/2026

[𝗟𝗲 𝟴 𝗯𝘂𝗴𝗶𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗻𝗮𝗿𝗰𝗶𝘀𝗶𝘀𝘁𝗮: 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶𝗿𝗲 𝗲̀ 𝗹'𝘂𝗻𝗶𝗰𝗼 𝗺𝗼𝗱𝗼 𝗽𝗲𝗿 𝗻𝗼𝗻 𝗰𝗿𝗼𝗹𝗹𝗮𝗿𝗲].

Nel contesto della struttura narcisistica, la menzogna non è semplicemente un inganno consapevole o un'immoralità arbitraria, ma una necessità strutturale di sopravvivenza psichica.

Dal momento che l'Io del narcisista è rigido ma al contempo estremamente fragile, la realtà oggettiva viene continuamente distorta, riscritta o negata per proteggere il Falso Sé Grandioso dal crollo ed evitare la minaccia primaria rappresentata dalla vergogna e dalla mortificazione narcisistica.

Vediamo le otto bugie tradizionali in una chiave clinica e dinamica, facendo emergere la funzione difensiva svolta all'interno della relazione.

𝟭. "𝗡𝗼𝗻 𝗵𝗼 𝗺𝗮𝗶 𝗱𝗲𝘁𝘁𝗼 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗼𝘀𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗴𝗲𝗻𝗲𝗿𝗲 / 𝗧𝗶 𝘀𝘁𝗮𝗶 𝗶𝗻𝘃𝗲𝗻𝘁𝗮𝗻𝗱𝗼 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼" (𝗚𝗮𝘀𝗹𝗶𝗴𝗵𝘁𝗶𝗻𝗴)

La funzione clinica è una difesa contro il senso di colpa e la responsabilità.

Riconoscere un errore, una mancanza o un comportamento dannoso significherebbe intaccare l'immagine di perfezione. La mente narcisistica preferisce distruggere la percezione di realtà dell'altro (tramite la negazione e la manipolazione) piuttosto che integrare una propria imperfezione.

𝟮. "𝗦𝗲𝗶 𝗹'𝘂𝗻𝗶𝗰𝗮 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗺𝗶 𝗮𝗯𝗯𝗶𝗮 𝗺𝗮𝗶 𝗰𝗮𝗽𝗶𝘁𝗼 𝗱𝗮𝘃𝘃𝗲𝗿𝗼 / 𝗦𝗲𝗶 𝗹𝗮 𝗺𝗶𝗮 𝗮𝗻𝗶𝗺𝗮 𝗴𝗲𝗺𝗲𝗹𝗹𝗮"

La funzione clinica è da ricercarsi qui nella menzogna dell'idealizzazione (Love Bombing).

Non è solo una manipolazione esterna, ma un bisogno inconscio di fusione simbiotica. Il narcisista non sta vedendo il partner reale, ma lo sta investendo dell'immagine di un Oggetto Ideale che dovrà saturare ogni suo vuoto. Quando l'altro mostrerà la propria inevitabile umanità, l'idealizzazione crollerà istantaneamente nella svalutazione.

𝟯. "𝗦𝗲 𝗵𝗼 𝗿𝗲𝗮𝗴𝗶𝘁𝗼 𝗰𝗼𝘀ı̀, 𝗲̀ 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝘁𝘂 𝗺𝗶 𝗵𝗮𝗶 𝗽𝗿𝗼𝘃𝗼𝗰𝗮𝘁𝗼 / 𝗘̀ 𝗰𝗼𝗹𝗽𝗮 𝘁𝘂𝗮"

La funzione clinica è l'esternalizzazione della colpa e l'identificazione proiettiva.

Sotto troviamo l'incapacità di tollerare l'ambivalenza emotiva o la frustrazione. La rabbia, il senso di adeguatezza o il fallimento interno vengono espulsi e proiettati sul partner, che diventa il contenitore di tutta la negatività che il narcisista non può accettare dentro di sé.

𝟰. "𝗦𝗼𝗻𝗼 𝗰𝗮𝗺𝗯𝗶𝗮𝘁𝗼/𝗮, 𝘁𝗶 𝗽𝗿𝗼𝗺𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗱'𝗼𝗿𝗮 𝗶𝗻 𝗽𝗼𝗶 𝘀𝗮𝗿𝗮̀ 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗿𝘀𝗼"

La funzione clinica qui risiede nella falsa promessa di riparazione (hoovering).

Viene pronunciata solitamente quando il partner minaccia l'abbandono. Non nasce da una reale introspezione o da un lutto per il male arrecato, ma dal terrore dell'imminente perdita del rifornimento narcisistico (narcissistic supply). È una manovra tattica per riagganciare la preda emotiva.

𝟱. "𝗧𝘂𝘁𝘁𝗶 𝗶 𝗺𝗶𝗲𝗶 𝗲𝘅 𝗲𝗿𝗮𝗻𝗼 𝗽𝗮𝘇𝘇𝗶, 𝗮𝗯𝘂𝘀𝗶𝘃𝗶 𝗼 𝗶𝗻𝗮𝗳𝗳𝗶𝗱𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶"

La funzione clinica qui è da ricercarsi nella narrazione del Martire Innocente.

Sotto troviamo una scissione (splitting) rigida tra "tutto buono" e "tutto cattivo". Questa bugia assolve il narcisista da qualsiasi responsabilità nelle relazioni passate e, al contempo, attiva nel nuovo partner il complesso del salvatore, spingendolo a compensare i presunti torti subiti dal narcisista in passato.

𝟲. "𝗜𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗵𝗼 𝗯𝗶𝘀𝗼𝗴𝗻𝗼 𝗱𝗶 𝗻𝗲𝘀𝘀𝘂𝗻𝗼 / 𝗡𝗼𝗻 𝗺𝗶 𝗶𝗺𝗽𝗼𝗿𝘁𝗮 𝗻𝘂𝗹𝗹𝗮 𝗱𝗶 𝗰𝗼𝘀𝗮 𝗽𝗲𝗻𝘀𝗮 𝗹𝗮 𝗴𝗲𝗻𝘁𝗲"

La funzione clinica è la negazione della dipendenza (contro-dipendenza).

Nel sottobosco della dinamica riscontriamo una delle bugie più profonde che il narcisista racconta prima di tutto a sé stesso. La verità è l'esatto opposto: la sua autostima dipende al 100% dal riscontro, dalla conferma e dalla reazione esterna. Dichiararsi autosufficiente è la corazza per proteggersi dall'angoscia della vulnerabilità.

𝟳. "𝗟'𝗵𝗼 𝗳𝗮𝘁𝘁𝗼 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝗽𝗲𝗿 𝗶𝗹 𝘁𝘂𝗼 𝗯𝗲𝗻𝗲 / 𝗣𝗲𝗿 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗲𝗴𝗴𝗲𝗿𝘁𝗶"

La funzione clinica è il controllo travestito da altruismo.

Sotto troviamo una giustificazione dell'ingerenza, dell'isolamento o della manipolazione. Trasformando un atto di controllo o di gelosia patologica in un atto d'amore, pur finto, il narcisista paralizza le difese del partner, inducendo in lui un profondo senso di colpa se prova a ribellarsi.

𝟴. "𝗡𝗲𝘀𝘀𝘂𝗻 𝗮𝗹𝘁𝗿𝗼 𝘁𝗶 𝗮𝗺𝗲𝗿𝗮̀ 𝗺𝗮𝗶 𝗼 𝘁𝗶 𝘀𝗼𝗽𝗽𝗼𝗿𝘁𝗲𝗿𝗮̀ 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗳𝗮𝗰𝗰𝗶𝗼 𝗶𝗼"

La funzione clinica è l'instillazione della svalutazione nel partner al fine di erodere la sua percezione di sé.

È la proiezione della propria paura dell'abbandono. Sottomettendo il partner alla convinzione di essere "difettoso" e indegno di essere amato senza di lui, il narcisista crea un legame di dipendenza traumatica (𝘵𝘳𝘢𝘶𝘮𝘢 𝘣𝘰𝘯𝘥𝘪𝘯𝘨), assicurandosi che l'altro non trovi mai la forza di andarsene.

Nelle relazioni intime le bugie del narcisista non servono quindi solo a nascondere fatti reali, ma a costruire una matrice di realtà alternativa in cui il Sé Grandioso possa rimanere intatto e dominante.

In sede di 𝗽𝘀𝗶𝗰𝗼𝘁𝗲𝗿𝗮𝗽𝗶𝗮 𝗶𝗻𝗱𝗶𝘃𝗶𝗱𝘂𝗮𝗹𝗲 𝗼 𝗱𝗶 𝗰𝗼𝗽𝗽𝗶𝗮, disinnescare questo sistema richiede di non fermarsi alla decodifica logica della bugia, ma di evidenziare la funzione difensiva di controllo ed evitamento della vergogna che la bugia garantisce nel qui-ed-ora della seduta.

17/08/2026

La 𝗽𝗮𝗿𝗲𝗻𝘁𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 descrive un'inversione dei ruoli familiari dove il bambino, invece di essere accudito, diventa lui stesso fonte di accudimento (emotivo, pratico o entrambi) per un genitore o per l'intero sistema familiare.

Ci sono due forme principali di questo fenomeno.

𝗣𝗮𝗿𝗲𝗻𝘁𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝘀𝘁𝗿𝘂𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮𝗹𝗲. Il bambino assume compiti pratici che non gli competono per età come gestire la casa, occuparsi di fratelli minori, mediare questioni economiche o organizzative. È la forma più visibile, spesso normalizzata culturalmente ("il fratello maggiore responsabile").

𝗣𝗮𝗿𝗲𝗻𝘁𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗲𝗺𝗼𝘁𝗶𝘃𝗮. È la più insidiosa perché meno visibile. Il bambino diventa il contenitore delle emozioni del genitore, agendo da confidente, consolatore o regolatore dell'umore adulto. Ascolta le crisi coniugali, gestisce la depressione o l'ansia di un genitore, media i conflitti tra adulti. Qui il danno psicologico tende ad essere più profondo perché il bambino non solo fa qualcosa di inadeguato alla sua età, ma diventa responsabile del benessere psichico di chi dovrebbe proteggerlo.

I contesti tipici in cui si sviluppa sono: genitore con dipendenza, depressione o disturbo psichiatrico non curato; conflitto di coppia cronico o divorzio ad alta conflittualità; 𝗴𝗲𝗻𝗶𝘁𝗼𝗿𝗲 𝗻𝗮𝗿𝗰𝗶𝘀𝗶𝘀𝘁𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝘂𝘀𝗮 𝗶𝗹 𝗳𝗶𝗴𝗹𝗶𝗼 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗲𝘀𝘁𝗲𝗻𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝘀𝗲́ (narcisismo genitoriale) o come una sorta di terapeuta informale; malattia fisica grave in famiglia; genitore singolo sovraccarico che delega precocemente responsabilità adulte.

Il bambino impara, spesso senza parole esplicite e per via implicita e relazionale, l'equazione secondo la quale il suo valore dipende da quanto è utile agli altri.

Questo produce un'𝗶𝗽𝗲𝗿𝘃𝗶𝗴𝗶𝗹𝗮𝗻𝘇𝗮 𝗽𝗿𝗲𝗰𝗼𝗰𝗲 verso i bisogni altrui (il bambino diventa esperto nel leggere gli stati emotivi dei genitori, spesso prima ancora di riconoscere i propri) e, parallelamente, una soppressione delle proprie necessità, che vengono percepite come un peso o un lusso non permesso.

È anche interessante notare che il bambino parentificato sviluppa un 𝗱𝗲𝗯𝗶𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗹𝗲𝗮𝗹𝘁𝗮̀ 𝘃𝗲𝗿𝘀𝗼 𝗶𝗹 𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗺𝗮 𝗳𝗮𝗺𝗶𝗹𝗶𝗮𝗿𝗲, un senso implicito di dover ripagare ciò che ha ricevuto (o non ricevuto), che lo tiene ancorato ad un ruolo di cura anche in età adulta, spesso trasferito su partner o amicizie.

Le conseguenze nella vita adulta sono svariate:

- difficoltà a riconoscere e comunicare i propri bisogni;
- tendenza a scegliere relazioni sbilanciate in cui si ripropone il ruolo di caregiver;
- perfezionismo ed eccessiva responsabilizzazione;
- difficoltà a chiedere aiuto, vissuta come debolezza o inversione di un ruolo ormai identitario;
- rischio elevato di burnout e 𝘤𝘰𝘮𝘱𝘢𝘴𝘴𝘪𝘰𝘯 𝘧𝘢𝘵𝘪𝘨𝘶𝘦 perché il sistema di allerta verso i bisogni altrui resta attivo anche quando non richiesto.

In ogni caso, non tutta la responsabilizzazione precoce è patologica.

Piccoli compiti di cura commisurati all'età, in un contesto di sostegno adeguato, possono sviluppare competenza e resilienza.

Il problema clinico nasce quando il ruolo è cronico, sproporzionato all'età, non riconosciuto dagli adulti e non bilanciato da un accudimento reciproco.

16/08/2026

La sindrome da crocerossina, ovvero l'attrazione ricorrente verso partner da salvare (spesso fragili, problematici o esplicitamente disfunzionali), ha diversi risvolti problematici che vanno oltre il semplice "amare troppo".

𝗘𝗿𝗼𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹'𝗶𝗱𝗲𝗻𝘁𝗶𝘁𝗮̀

Il bisogno di prendersi cura dell'altro diventa il centro della propria identità relazionale. L'autostima si struttura sempre più intorno all'essere indispensabile e meno intorno ai propri bisogni, desideri o confini.

Col tempo la persona fatica a distinguere ciò che vuole da ciò che il partner richiede più o meno esplicitamente.

𝗥𝗶𝗻𝗳𝗼𝗿𝘇𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗼𝗿𝘁𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗱𝗶𝘀𝗳𝘂𝗻𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲 𝗮𝗹𝘁𝗿𝘂𝗶

Paradossalmente, il continuo "salvataggio" toglie al partner qualsiasi incentivo a cambiare: ogni conseguenza negativa viene ammortizzata, ogni crisi diventa occasione di ulteriore vicinanza.

Si crea un equilibrio che mantiene stabile proprio ciò che si dice di voler curare.

𝗩𝘂𝗹𝗻𝗲𝗿𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮̀ 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗺𝗮𝗻𝗶𝗽𝗼𝗹𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲

Chi ha bisogno di essere necessario è strutturalmente più esposto a dinamiche narcisistiche o manipolatorie. I partner problematici imparano rapidamente quali segnali di sofferenza attivano la risposta di accudimento e possono usarli strumentalmente.

𝗗𝗶𝗳𝗳𝗶𝗰𝗼𝗹𝘁𝗮̀ 𝗻𝗲𝗶 𝗰𝗼𝗻𝗳𝗶𝗻𝗶 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗮𝗹𝗶

Dire di no, ritirarsi, proteggere il proprio spazio viene vissuto come un tradimento o un abbandono del partner, non come cura di sé. Questo porta spesso ad un progressivo esaurimento emotivo (una forma di 𝘤𝘰𝘮𝘱𝘢𝘴𝘴𝘪𝘰𝘯 𝘧𝘢𝘵𝘪𝘨𝘶𝘦) e a trascurare relazioni, lavoro, salute.

𝗥𝗮𝗱𝗶𝗰𝗶 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲

Molto spesso il pattern non nasce nell'adulto, ma nell'infanzia. Bambini che hanno dovuto occuparsi emotivamente di un genitore fragile (parentificazione) imparano che l'amore si guadagna prendendosi cura, non ricevendola.

Da adulti ripropongono inconsapevolmente lo stesso copione e questo è il nucleo su cui lavora la psicoterapia, più che sul correggere il comportamento in superficie.

𝗜𝗹𝗹𝘂𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗽𝗼𝘁𝗲𝗻𝘇𝗶𝗮𝗹𝗲

C'è spesso un investimento sulla persona che il partner potrebbe diventare, più che su chi è realmente adesso. Questo tiene la relazione ancorata ad una promessa costante di cambiamento, mai realizzata, che giustifica la permanenza anche in condizioni dannose.

𝗗𝗶𝗳𝗳𝗶𝗰𝗼𝗹𝘁𝗮̀ 𝗮𝗱 𝘂𝘀𝗰𝗶𝗿𝗲 𝗱𝗮𝗹 𝗿𝘂𝗼𝗹𝗼

Proprio perché l'identità è legata al ruolo di salvatrice, lasciare la relazione può essere vissuto come un fallimento personale o una perdita di scopo e non come una liberazione. Questo rende spesso più difficile e più lento il distacco rispetto ad altre dinamiche relazionali disfunzionali.

Il 𝗡𝗮𝗿𝗰𝗶𝘀𝗶𝘀𝘁𝗮 𝗜𝗻𝘃𝗲𝗿𝘁𝗶𝘁𝗼 descrive qualcosa di strutturalmente più profondo e più difficile da riconoscere dall'esterno.No...
14/08/2026

Il 𝗡𝗮𝗿𝗰𝗶𝘀𝗶𝘀𝘁𝗮 𝗜𝗻𝘃𝗲𝗿𝘁𝗶𝘁𝗼 descrive qualcosa di strutturalmente più profondo e più difficile da riconoscere dall'esterno.

Non è una persona reclutata per svolgere una funzione specifica, ma la sua identità si è organizzata attorno al narcisista in modo stabile, quasi strutturale.

Nella relazione non esiste come soggetto autonomo, ma come estensione, come specchio e come contenitore della grandiosità dell'altro.

La propria identità non precede la relazione, ma si costruisce al suo interno e spesso non sopravvive al di fuori.

La paradossalità di questa figura è che ha essa stessa una struttura narcisistica, ma 𝗰𝗮𝗽𝗼𝘃𝗼𝗹𝘁𝗮 𝘃𝗲𝗿𝘀𝗼 𝗹'𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗻𝗼.

Al posto di cercare ammirazione direttamente, la insegue attraverso il narcisista: si nutre del suo successo, si definisce attraverso la sua grandiosità e prova la propria rilevanza nell'atto di riflettere e contenere l'altro.

Non è una scelta consapevole, ma un 𝗽𝗮𝘁𝘁𝗲𝗿𝗻 𝗿𝗲𝗹𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲 che affonda spesso le radici nell'attaccamento precoce, in contesti familiari in cui il proprio valore era condizionato all'essere utili, invisibili o perfettamente sintonizzati sui bisogni altrui e non sui propri.

Questo è ciò che rende la relazione tra narcisista e narcisista invertito così stabile e difficile da abbandonare: entrambi traggono qualcosa dall'altro.

Il narcisista ottiene il suo specchio perfetto, mentre il narcisista invertito ottiene un 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝗻𝗶𝘁𝗼𝗿𝗲 𝗶𝗻 𝗰𝘂𝗶 𝗲𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗿𝗲.

La dipendenza è reciproca, anche se profondamente asimmetrica.

12/08/2026

Siamo stati addestrati a trattare il nostro disagio interiore come una sorta di guasto meccanico o di interferenza intrusiva da riparare il prima possibile o, peggio, come un nemico da sconfiggere.

Non appena sentiamo affiorare l'ansia, il vuoto o quel vago senso di insoddisfazione, scatta un riflesso condizionato e vogliamo silenziare tutto, distrarci, anestetizzare il sintomo nel minor tempo possibile.

È un istinto naturale, lo stesso che ci fa ritrarre la mano dal fuoco.

𝗖𝗼𝗺𝗯𝗮𝘁𝘁𝗲𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝗱𝗶𝘀𝗮𝗴𝗶𝗼, 𝗽𝗲𝗿𝗼̀, 𝘀𝗶𝗴𝗻𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮 𝗱𝗶𝗰𝗵𝗶𝗮𝗿𝗮𝗿𝗲 𝗴𝘂𝗲𝗿𝗿𝗮 𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗲 𝗱𝗶 𝗻𝗼𝗶 𝘀𝘁𝗲𝘀𝘀𝗶.

Se cambiamo prospettiva, scopriamo che quel nodo allo stomaco o quel pensiero pesante e ripetitivo non sono dei sabotatori ma dei messaggeri instancabili.

Il disagio è spesso una parte di noi che sta cercando disperatamente di proteggerci o di suonare un allarme perché qualcosa, nella nostra vita attuale, è disallineato: forse un limite personale è stato violato, un bisogno profondo viene costantemente ignorato o un'emozione antica chiede finalmente il diritto di esistere.

Mettersi in ascolto del disagio, invece di tentare di scacciarlo subito, cambia le regole del gioco.

Trasforma una sensazione spaventosa in una 𝗯𝘂𝘀𝘀𝗼𝗹𝗮 preziosissima.

Nel momento in cui smettiamo di chiederci "𝘊𝘰𝘮𝘦 𝘧𝘢𝘤𝘤𝘪𝘰 𝘢 𝘴𝘱𝘦𝘨𝘯𝘦𝘳𝘦 𝘢𝘭 𝘱𝘪𝘶̀ 𝘱𝘳𝘦𝘴𝘵𝘰 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘢 𝘴𝘦𝘯𝘴𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦?" e iniziamo a domandare con sincerità curiosità "𝘋𝘢 𝘤𝘰𝘴𝘢 𝘴𝘵𝘢 𝘤𝘦𝘳𝘤𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘥𝘪 𝘱𝘳𝘰𝘵𝘦𝘨𝘨𝘦𝘳𝘮𝘪 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘢 𝘱𝘢𝘳𝘵𝘦 𝘥𝘪 𝘮𝘦? 𝘘𝘶𝘢𝘭𝘦 𝘷𝘦𝘳𝘪𝘵𝘢̀ 𝘮𝘪 𝘴𝘵𝘢 𝘪𝘯𝘥𝘪𝘤𝘢𝘯𝘥𝘰?", togliamo energia al conflitto interiore.

Il mostro perde i suoi contorni spaventosi e si rivela per ciò che è: una richiesta di attenzione.

Non si tratta di crogiolarsi nel dolore, ma di imparare a sedersi accanto a lui con uno sguardo compassionevole.

Invece di chiudere la porta in faccia al nostro disagio, possiamo invitarlo a sedersi e 𝗮𝘀𝗰𝗼𝗹𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝘀𝘂𝗮 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮.

Perché solo accogliendo la tempesta possiamo capire da dove soffia il vento e, finalmente, orientare i nostri passi verso una vita più in linea con il nostro essere più autentico.

Uno 𝘀𝘁𝗮𝘁𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗶𝗿𝗮𝗻𝘁𝗲 o, semplicemente, delirio è un sintomo psicotico caratterizzato da una convinzione errata, irraziona...
10/08/2026

Uno 𝘀𝘁𝗮𝘁𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗶𝗿𝗮𝗻𝘁𝗲 o, semplicemente, delirio è un sintomo psicotico caratterizzato da una convinzione errata, irrazionale e incrollabile, che non trova alcun riscontro nella realtà obiettiva.

Non si tratta di una semplice ostinazione o di un'opinione bizzarra, ma di una vera e propria 𝗮𝗹𝘁𝗲𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘀𝘁𝗿𝘂𝘁𝘁𝘂𝗿𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗽𝗲𝗻𝘀𝗶𝗲𝗿𝗼 e del rapporto con il mondo esterno.

Perché un'idea venga definita delirante dai manuali diagnostici, deve presentare tre caratteristiche fondamentali:

- 𝗰𝗲𝗿𝘁𝗲𝘇𝘇𝗮 𝘀𝗼𝗴𝗴𝗲𝘁𝘁𝗶𝘃𝗮 𝗮𝘀𝘀𝗼𝗹𝘂𝘁𝗮. La persona vive la propria convinzione con una fede incrollabile. Non c'è spazio per il dubbio o per l'ipotesi. Per il soggetto, quell'idea è una verità assoluta e lampante;

- 𝗶𝗻𝗰𝗼𝗿𝗿𝘂𝘁𝘁𝗶𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮̀ (𝗶𝗺𝗽𝗲𝗿𝗺𝗲𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮̀ 𝗮𝗹𝗹'𝗲𝘃𝗶𝗱𝗲𝗻𝘇𝗮). L'idea persiste in modo rigido anche di fronte a prove concrete, logiche e inconfutabili che ne dimostrano la falsità;

- 𝗻𝗼𝗻 𝗰𝗼𝗻𝗱𝗶𝘃𝗶𝘀𝗶𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮̀. La credenza non è derivata dal contesto culturale, sociale o religioso di appartenenza dell'individuo.

Gli approcci psicoterapeutici e cognitivi più moderni non vedono il delirio solo come un "errore" della mente, ma come un disperato meccanismo di difesa.

Quando un individuo affronta vissuti interni, traumi o angosce che minacciano di distruggere il suo senso di identità, la mente costruisce il delirio per dare un senso a quel caos intollerabile.

Il delirio si nutre di un 𝗮𝘁𝘁𝗲𝗴𝗴𝗶𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗰𝗼𝗻𝗳𝗲𝗿𝗺𝗮 𝗲𝘀𝘁𝗿𝗲𝗺𝗮 dove la persona nota, ingigantisce e interpreta solo i dettagli neutri che confermano la sua teoria (es. una persona che ride per strada viene vista come una prova di un complotto), ignorando sistematicamente tutto ciò che la smentisce.

Una persona in uno stato di depressione profonda può sviluppare deliri di rovina, di colpa o ipocondriaci, con la convinzione infondata di avere malattie letali.

Una persona in fase maniacale alimenterà, invece, deliri di grandezza o onnipotenza a causa di un'autostima patologicamente ipertrofica.

Dal momento che per il soggetto il delirio è una certezza assoluta (è un sintomo ego-sintonico, in perfetta sintonia con il suo Io), l'𝗮𝘁𝘁𝗮𝗰𝗰𝗼 𝗳𝗿𝗼𝗻𝘁𝗮𝗹𝗲 è inutile e controproducente.

Cercare di dimostrare ad una persona delirante che si sbaglia, portando prove logiche, spesso spinge la persona a includere chi la contraddice all'interno del delirio stesso (ad esempio, "𝘢𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘵𝘶 𝘴𝘦𝘪 𝘥'𝘢𝘤𝘤𝘰𝘳𝘥𝘰 𝘤𝘰𝘯 𝘭𝘰𝘳𝘰, 𝘢𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘵𝘶 𝘮𝘪 𝘴𝘵𝘢𝘪 𝘪𝘯𝘨𝘢𝘯𝘯𝘢𝘯𝘥𝘰").

Senza un rapporto di profonda fiducia, nessun lavoro psicologico è possibile. Il terapeuta si muove sul filo di un rasoio attraverso la tecnica della 𝘃𝗮𝗹𝗶𝗱𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗲𝗺𝗼𝘁𝗶𝘃𝗮.

Il professionista non conferma la realtà del delirio, ma riconosce e accoglie il vissuto emotivo generato.

L'obiettivo è far sentire la persona compresa nella sua sofferenza, ponendo le basi per una collaborazione terapeutica.

09/08/2026

La relazione tra il 𝗽𝗮𝘇𝗶𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗮𝗱 𝗮𝗹𝘁𝗮 𝗿𝗲𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗻𝘇𝗮 e la tendenza al 𝗿𝗶𝗺𝘂𝗴𝗶𝗻𝗶𝗼 𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮𝗹𝗲 incessante è strettissima e fondata dal punto di vista neurobiologico.

Secondo la terapia ISTDP, il rimuginio o la ruminazione ossessiva non sono altro che meccanismi di difesa tattici o strutturali estremamente sofisticati.

Per comprendere il paziente ad alta resistenza, l'ISTDP utilizza il triangolo del conflitto con i suoi tre vertici:

- 𝗶𝗻𝗻𝗲𝘀𝗰𝗼: nel presente o nella relazione terapeutica si attiva un'emozione dal profondo, spesso inconscia o minacciosa (rabbia primaria, senso di colpa, vergogna, dolore legato a ferite di attaccamento);

- 𝗮𝗻𝘀𝗶𝗮: l'emersione di questa emozione scatena un'ansia immediata;

- 𝗱𝗶𝗳𝗲𝘀𝗮 (𝗹𝗮 𝗿𝗲𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗻𝘇𝗮): per evitare di sentire sia l'ansia intollerabile che l'emozione sottostante, la mente erige istantaneamente la resistenza.

Nei pazienti ad alta resistenza, il rimuginio mentale è la difesa tattica regina per deviare l'ansia e la sensazione emotiva dal corpo alla testa.

Questo rimuginio incessante assolve a diverse funzioni strategiche per il sistema psichico del paziente.

𝟭. 𝗦𝗽𝗼𝘀𝘁𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹'𝗮𝗻𝘀𝗶𝗮 𝗱𝗮𝗶 𝘃𝗶𝘀𝗰𝗲𝗿𝗶 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗱𝗶𝗺𝗲𝗻𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗰𝗼𝗴𝗻𝗶𝘁𝗶𝘃𝗮

L'ISTDP osserva dove si scarica l'ansia inconscia nel corpo. Se l'ansia scendesse verso la muscolatura liscia (stomaco, intestino) o portasse a risposte di 𝘧𝘳𝘦𝘦𝘻𝘪𝘯𝘨, il paziente si sentirebbe sopraffatto.

Il rimuginio attiva la contrazione della muscolatura striata e la corteccia frontale, mantenendo l'ansia sopra il collo.
Pensare all'infinito diventa un modo per scaricare l'energia ansiosa in un'attività cerebrale incessante invece di sentirne il peso nel petto o nell'addome.

𝟮. 𝗠𝗮𝗻𝘁𝗲𝗻𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗺𝘂𝗿𝗼 𝗱𝗶𝗳𝗲𝗻𝘀𝗶𝘃𝗼

Nell'ISTDP la resistenza si manifesta quando il paziente combatte (inconsciamente) contro il terapeuta e contro la propria stessa guarigione per paura di accedere alla sofferenza primaria.

Finché il paziente risponde alle domande sul sentire con la narrazione del pensare ("𝘗𝘦𝘯𝘴𝘰 𝘤𝘩𝘦...", "𝘍𝘰𝘳𝘴𝘦 𝘥𝘰𝘷𝘳𝘦𝘪 𝘢𝘯𝘢𝘭𝘪𝘻𝘻𝘢𝘳𝘦 𝘱𝘦𝘳𝘤𝘩𝘦́..."), sta erigendo una barriera di nebbia cognitiva.

Il rimuginio impedisce la sintonizzazione da cuore a cuore con il terapeuta, tenendo la relazione su un piano puramente intellettuale o negoziale.

𝟯. 𝗟𝗮 𝗽𝗮𝘂𝗿𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗽𝗲𝗿𝗱𝗶𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼𝗹𝗹𝗼

Le emozioni inconsce come la rabbia o il dolore da abbandono sono percepite dal paziente ad alta resistenza come forze distruttive che, se emergessero, travolgerebbero tutto.

Il rimuginio è l'illusione di un controllo supremo dove la mente crede che, continuando ad analizzare il problema, prima o poi troverà una formula magica per neutralizzare il pericolo senza dover mai sentire il dolore.

𝗜𝗹 𝗽𝗮𝗿𝗮𝗱𝗼𝘀𝘀𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗽𝗮𝘇𝗶𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗮𝗱 𝗮𝗹𝘁𝗮 𝗿𝗲𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗻𝘇𝗮

La tragedia clinica descritta dall'ISTDP è che il paziente non si rende conto che il rimuginio stesso gli sta causando un tormento enorme.

Il paziente arriva in terapia chiedendo aiuto per eliminare il rimuginio o l'ansia, ma quando il terapeuta tenta di aiutarlo a bypassare i pensieri per scendere al livello delle emozioni, la resistenza raddoppia.

Il paziente percepisce inconsciamente che abbandonare il rimuginio equivale a rimanere n**o di fronte alla vergogna, alla tristezza o alla rabbia che risiedono nel suo mondo interno.

Nell'ISTDP l'intervento con questi pazienti non consiste nel discutere i contenuti del rimuginio, che alimenterebbe solo la difesa, ma nell'aiutarli a 𝘀𝗺𝗮𝘀𝗰𝗵𝗲𝗿𝗮𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝗺𝗲𝗰𝗰𝗮𝗻𝗶𝘀𝗺𝗼.

Il punto centrale è far visualizzare al paziente come la sua mente stia usando quel loop di pensieri come uno scudo per non sentire la vita e le emozioni che scorrono nel corpo.

07/08/2026

Una 𝗳𝗲𝗿𝗶𝘁𝗮 𝗲𝗺𝗼𝘁𝗶𝘃𝗮 è una cicatrice invisibile, un dolore profondo generato da esperienze passate negative o traumatiche che continua ad avere un impatto sulle nostre emozioni, pensieri e comportamenti nella vita di oggi.

Da un punto di vista psicologico rappresenta la traccia lasciata da vissuti dolorosi che non sono stati completamente elaborati e integrati.

È una 𝗹𝗲𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗺𝗲𝘁𝗮𝗳𝗼𝗿𝗶𝗰𝗮 alla nostra integrità psicologica ed emotiva. Origina da situazioni che ci hanno fatto sentire non amati, non accettati, impotenti, traditi o abbandonati.

Le cause principali spesso risalgono all'infanzia o all'adolescenza, periodi in cui siamo più vulnerabili.

Possono derivare da abbandono o rifiuto da parte di figure di riferimento, umiliazioni, critiche costanti o bullismo, inadeguatezza, sensazione di non essere abbastanza oppure anche tradimenti della fiducia, perdite dolorose o abusi.

Una ferita emotiva aperta può manifestarsi attraverso:

- 𝗲𝗺𝗼𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗻𝘀𝗲 𝗲 𝘀𝗽𝗿𝗼𝗽𝗼𝗿𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝘁𝗲 rispetto alla situazione attuale (rabbia improvvisa, tristezza profonda, paura irrazionale);

- 𝗺𝗼𝗱𝗲𝗹𝗹𝗶 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗼𝗿𝘁𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮𝗹𝗶 𝗿𝗶𝗽𝗲𝘁𝗶𝘁𝗶𝘃𝗶 𝗲 𝘀𝗽𝗲𝘀𝘀𝗼 𝗮𝘂𝘁𝗼-𝘀𝗮𝗯𝗼𝘁𝗮𝗻𝘁𝗶, chiamati copioni, innescati quando la ferita viene toccata. Ad esempio, chi ha una ferita da abbandono potrebbe sviluppare dipendenza affettiva o, al contrario, tendere ad allontanare gli altri per paura di soffrire di nuovo;

- 𝗯𝗮𝘀𝘀𝗮 𝗮𝘂𝘁𝗼𝘀𝘁𝗶𝗺𝗮, insicurezza cronica, difficoltà a fidarsi;

- 𝘀𝗶𝗻𝘁𝗼𝗺𝗶 𝗳𝗶𝘀𝗶𝗰𝗶 nella forma di malesseri somatici senza una causa organica apparente, come tensioni muscolari, problemi digestivi o mal di testa, a volte associati allo stress ormonale legato all'emozione trattenuta.

Quando la ferita è profonda, antica o deriva da un trauma, l'aiuto di uno psicoterapeuta è fondamentale perché offre uno spazio sicuro e non giudicante dove esplorare il dolore, oltre a fornire strumenti specifici per elaborarlo.

Indirizzo

Via Guglielmo Marconi, 3/B/Scala F
Novara
28100

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 13:00
15:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 13:00
15:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 13:00
15:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 13:00
15:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 13:00
15:00 - 20:00
Sabato 09:00 - 13:00

Telefono

+393287507122

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