31/07/2026
Per molto tempo la psicologia ha pensato che il legame tra bambino e genitore nascesse soprattutto da un bisogno: essere nutriti e accuditi.
Poi arrivò John Bowlby, psichiatra e psicoanalista britannico, che iniziò a osservare qualcosa di diverso. Lavorando con bambini separati dalle loro famiglie, notò che la sofferenza non riguardava solo l’assenza di cure materiali.
Quei bambini cercavano una persona precisa. Una presenza. Una sicurezza. Da qui nacque una delle teorie più importanti della psicologia contemporanea: la teoria dell’attaccamento. Bowlby dimostrò che il bisogno di relazione non è un “vizio” o una dipendenza, ma un sistema biologico fondamentale: nasciamo predisposti a cercare vicinanza e protezione.
Il bambino ha bisogno di una base sicura: qualcuno da cui poter partire per esplorare il mondo e a cui poter tornare nei momenti di difficoltà. In seguito, grazie agli studi di Mary Ainsworth, vennero identificati diversi stili di attaccamento, cioè diversi modi in cui impariamo a vivere la vicinanza, la fiducia e la separazione.
Bowlby introdusse anche il concetto di modelli operativi interni cioè delle mappe profonde attraverso cui interpretiamo noi stessi e le nostre relazioni.
“Gli altri saranno presenti quando avrò bisogno?”
“Posso fidarmi?”
“Merito amore?”
Le risposte a queste domande iniziano a costruirsi molto presto, ma non sono destini immutabili. Oggi sappiamo che le relazioni, insieme alla nostra storia personale, al contesto e alle esperienze successive, contribuiscono a modellare il modo in cui entriamo in contatto con gli altri.
Il grande contributo di Bowlby è stato ricordarci una cosa fondamentale: il bisogno di relazione non è una fragilità. È una parte essenziale dell’essere umano.