18/08/2026
Manila Esposito è stata criticata sui social per il suo corpo. Qualcuno l’ha definita troppo grossa, qualcun altro appesantita; c’è persino chi ha stabilito che, con dieci chili in meno, avrebbe potuto fare meglio. Non è una valutazione tecnica formulata dal suo staff. Sono commenti comparsi sotto un video della Federazione Ginnastica d’Italia, pronunciati da osservatori che hanno trasformato il corpo di un’atleta in un referendum pubblico. Ci vogliono perfetti. Non abbastanza bravi, non straordinariamente bravi, nemmeno capaci di vincere: perfetti.
Poi è arrivata la realtà, quella antipatica abitudine dei fatti a non rispettare le nostre convinzioni: agli Europei di Zagabria Esposito ha vinto l’oro al corpo libero e l’argento alla trave, prima di contribuire anche all’argento dell’Italia nella finale a squadre. Eppure nemmeno questo sembra sufficiente.
Benvenuti nel Capitalismo dell’Apparenza
Devi sempre poter essere un po’ più magro, più giovane, più tonico, più produttivo, più desiderabile, più presentabile. Il corpo smette di essere il luogo nel quale viviamo e diventa un progetto che non può mai considerarsi concluso, persino quando funziona, sostiene allenamenti che la maggior parte di noi non sopporterebbe per un giorno e, soprattutto, vince. È questa forse la parte più inquietante della vicenda. Non il singolo insulto, non la maleducazione di qualche profilo social, che sarebbe fin troppo semplice archiviare nella cartella degli haters. Il problema comincia quando dietro quelle frasi riconosciamo una grammatica che conosciamo tutti.
Non basta fare qualcosa di eccezionale. Bisogna anche avere l’aspetto che gli altri immaginano debba avere chi fa qualcosa di eccezionale. La prestazione non termina più sulla pedana: prosegue nello sguardo degli altri, nella fotografia, nel video, nell’inquadratura, nell’approvazione di sconosciuti che si sentono autorizzati a suggerire una versione migliore di noi.
È qui che il capitalismo dell’apparenza mostra la sua forma più feroce: trasforma ogni caratteristica personale in una variabile da ottimizzare. Il corpo diventa capitale, l’immagine investimento, l’approvazione rendimento. E quando questa logica penetra abbastanza in profondità, finiamo per applicarla persino dove dovrebbe risultare evidentemente assurda.
[Chiamarla società dell’apparenza forse non basta più. L’apparenza non è soltanto diventata un valore: è diventata un’economia. Produce desideri, insufficienze, correzioni continue. E soprattutto alimenta una sensazione preziosissima per il mercato: quella di non essere mai abbastanza.]
E la cosa più pericolosa è che tutto questo viene spesso presentato come premura: “potrebbe fare ancora meglio”. È una frase apparentemente innocente e terribilmente rivelatrice. Perché “ancora meglio” è diventato il comandamento di un’epoca incapace di riconoscere il momento in cui qualcosa è già abbastanza. Davanti a una ginnasta non guardiamo più soltanto ciò che il suo corpo sa fare; ci sentiamo chiamati a giudicare se quel corpo corrisponda abbastanza bene all’immagine mentale che abbiamo costruito di una ginnasta. La competenza viene sovrapposta all’estetica, il risultato alla silhouette, il valore alla forma.
Forse dovremmo chiederci che cosa stiamo insegnando alle ragazze quando perfino una campionessa può vincere e sentirsi comunque dire che il suo corpo andrebbe corretto. Il messaggio non riguarda soltanto Manila Esposito. Arriva molto più lontano. Dice che puoi allenarti, sacrificarti, cadere, rialzarti, conquistare un podio e continuare a essere esaminata come un oggetto rimasto imperfetto sulla catena di montaggio. E nemmeno il successo ti sottrarrà al giudizio, perché ci sarà sempre un centimetro, un chilo, una ruga, una forma sulla quale qualcuno potrà esercitare la propria sentenza. È una promessa crudele: non arriverai mai davvero. Ed è proprio questa insoddisfazione permanente a tenere in moto il meccanismo. Una persona pacificata con il proprio corpo consuma meno correzioni, meno promesse, meno soluzioni alla propria presunta inadeguatezza. Una persona convinta di avere sempre qualcosa da aggiustare, invece, rimane un cliente perfetto.
Per questo ridurre la vicenda al body shaming rischia persino di essere poco. Il body shaming è la manifestazione visibile; sotto c’è una cultura che ha reso normale osservare un essere umano e domandarsi immediatamente che cosa dovrebbe cambiare per diventare migliore. Abbiamo portato la logica della performance fin dentro l’identità. Ci valutiamo, ci confrontiamo, ci correggiamo e impariamo presto a guardarci con gli occhi di un pubblico immaginario.
I social hanno dato a questo processo una vetrina permanente e un sistema di ricompense immediato: cuori, commenti, numeri, approvazione. Ma la ferita viene prima dello schermo. Nasce dall’idea che il valore debba essere continuamente dimostrato e che ogni risultato possa essere immediatamente svalutato dall’esistenza di una versione teoricamente migliore di noi. Così persino davanti a un oro qualcuno riesce a vedere ciò che manca. Abbiamo disimparato a guardare senza cercare subito qualcosa da correggere.
Non è tenuto a essere conforme ai nostri canoni, alle nostre aspettative, alle fotografie che abbiamo nella testa. Nello sport esistono tecnici, preparatori, medici, parametri e risultati; il resto è il rumore di una società che ha confuso il diritto di vedere con il diritto di valutare. Allora forse il punto non è spiegare a Manila Esposito che il suo corpo va bene. Sarebbe ancora una volta arrogarsi il diritto di pronunciarsi sul corpo di una donna, questa volta con intenzioni più gentili. Il punto è molto più radicale: quel corpo non deve ottenere la nostra approvazione.
Manila, intanto, è salita su una pedana e ha fatto ciò per cui si era allenata. Il punteggio ha misurato la sua gara. Le persone hanno preferito misurare lei. Ed è forse questa l’immagine più precisa del nostro tempo: Una campionessa con una medaglia al collo e una folla che, invece di guardare l’oro, continua a cercarle un difetto.