Shiva Yoga Osnago

Shiva Yoga Osnago TRADITIONAL INDIAN YOGA SCHOOL
scuola di yoga & meditazione della tradizione
corsi di gruppo e lezioni private su appuntamento

06/08/2026

● I Satsang dell'Ashram — in diretta, dal 7 al 14 agosto
Per una settimana l'ashram si apre anche a chi non può esserci di persona.
Il satsang non è una lezione. Non c'è un programma stabilito in anticipo. C'è una parola detta e ascoltata insieme: sullo yoga, sulla spiritualità, sulla vita così com'è.

Ciò che nasce dipende da chi è presente. Per questo non si può annunciare prima che cosa verrà detto — si può dire soltanto quando, e come esserci.
Due ore al mattino, in diretta dall'ashram. Si può partecipare a un solo incontro oppure a tutti: ogni satsang è compiuto in sé.

Quando
venerdì 7 · lunedì 10 · martedì 11 · mercoledì 12 · venerdì 14 agosto
ore 10.00 – 12.00

Dove
Online, in diretta Zoom. Il link arriva dopo l'iscrizione.

Contributo
15 € per singolo satsang · 65 € per tutti e cinque

Iscrizioni
[email protected]

Chi vuole ascoltare è il benvenuto.

05/08/2026
04/08/2026
30/07/2026

●UN PASSO INDIETRO
«Non è un passo avanti che devi fare, ma un passo indietro. Finché non puoi farne più uno. Lì ci sei tu.»
Ci si conosce per accumulo. Un nome, una famiglia, un mestiere, qualche successo, qualche ferita che non si è mai richiusa. Su tutto questo si costruisce un'immagine, e quell'immagine viene chiamata "io".
È un lavoro onesto. Nessuno lo fa in cattiva fede. Semplicemente non si conosce altro modo di rispondere alla domanda su chi si è.
Poi capita che certe condizioni scompongano il ritratto. Un luogo lontano, dove nessuno sa come ci si chiama. Un silenzio tenuto per più giorni del previsto. Una malattia. Una perdita. Un ritiro in cui, alla terza sera, la maschera non ha più la forza di restare in piedi. E allora si scopre di essere più fragili di quanto si credeva, o più duri. Si trovano difetti che si era certi di non avere, e qualità che nessuno aveva mai nominato.
Tutto questo è prezioso. Serve. È il primo scuotimento e va attraversato.
Ma non ha nulla a che fare con il passo indietro.
• • •
Correggere l'immagine è ancora restare dentro l'immagine. Il ritratto più fedele non è mai il volto. Scoprirsi diversi da come si pensava significa aver aggiornato l'inventario, non aver lasciato il magazzino.
Il passo avanti è questo: migliorare, aggiungere, diventare. Si arriva più attrezzati esattamente dove si era già. La stanza è la stessa, arredata meglio.
Il passo indietro non aggiunge niente. Toglie. Va da ciò che è descritto a chi sta descrivendo. E poi indietro ancora, perché anche chi descrive può essere osservato — e ciò che è osservato non è mai ciò che osserva. Ogni passo lascia cadere qualcosa che si era chiamato sé stessi.
«Neti, neti» — non questo, non questo.
Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad
Per questo gli sbarramenti sono indispensabili. Gli smarrimenti sono indispensabili. Le disillusioni su di sé — su come ci si vedeva, su come ci si pensava — non sono incidenti lungo la strada: sono la strada. Nessuno lascia volontariamente un'immagine che funziona. Si lascia soltanto ciò che si è visto crollare.
Quando l'immagine si rompe contro un muro, quando basta una giornata sola a smentire ciò che di sé si affermava da vent'anni, quella non è una sconfitta. È la sola breccia disponibile. È il sine qua non.
E qui si nasconde la tentazione più sottile: appena l'immagine cade, si corre a ricostruirne una migliore. Più spirituale, più umile, più consapevole. Ricostruire è il passo avanti. Restare nella breccia senza ripararla è il passo indietro.
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Si va indietro finché non c'è più un indietro. Finché non resta nessuna qualità da rivendicare, nessun difetto da correggere, nessun nome da difendere. Non c'è più niente da migliorare, perché non c'è più nessuno che possa essere migliorato.
Lì ci sei tu. E "tu" è già una parola di troppo: l'unica cosa che rimane è ciò che non ha mai avuto bisogno di un nome per esserci — e che c'era anche mentre si stava occupati a diventare qualcuno.
Non è una tecnica, e non si può programmare. Ma quando accade — e accade a chiunque, prima o poi, senza permesso e senza preavviso — la sola cosa da fare è non affrettarsi a rimettere tutto a posto.

Śrī Pranidhānanda
shivayogatemple.it

18/07/2026

●Satsang — L'attrito necessario

Alcune parole, negli ultimi anni, sono diventate leggere. Risveglio, consapevolezza, guarigione — le si incontra ovunque, pronunciate con la stessa naturalezza con cui si parla del tempo. Una parola che passa attraverso troppe bocche perde peso ad ogni passaggio, come una moneta consumata dal troppo uso, finché resta la forma senza il valore.

La maggior parte dei maestri contemporanei ha scelto proprio questa strada: adattare l'insegnamento al linguaggio che il pubblico già conosce, ridurre l'attrito, ampliare il consenso. Non si sa perché lo abbiano fatto, non si sa quale sia il vero motivo — ma il risultato è lo stesso ovunque: un vocabolario condiviso, sofferenza, risveglio, meditazione, esperienza personale, dietro il quale, a guardare con attenzione, la liberazione stessa resta assente.

"Due sono le conoscenze da conoscere: quella dei testi e delle parole, e quella che coglie l'imperituro direttamente." — Muṇḍaka Upaniṣad, 1.1.4–5

Tra poche settimane sarà Guru Pūrnima, e le stesse parole torneranno a circolare ovunque — festa, festività, luce, guru. Cambieranno i toni, non cambierà la sostanza: anche quella ricorrenza, per molti, sarà resa comoda, un'altra occasione buona per il linguaggio di sempre. Non è colpa da attribuire a qualcuno in particolare — è semplicemente ciò che accade quando un insegnamento deve adattarsi al mercato di oggi per essere ricevuto. E proprio per questo, qualcuno deve restare a custodire ciò che rischia di perdersi in quell'adattamento.

"All'uomo si presentano due vie: il bene e il piacevole. Il saggio sceglie il bene, l'ingenuo il piacevole, per comodità." — Kaṭha Upaniṣad, 1.2.1–2

C'è una differenza tra ciò che allevia e ciò che trasforma. Il sollievo è reale, e ha il suo posto — nessuno dovrebbe vergognarsi di cercarlo. Ma il sollievo finisce dove è cominciato, e il giorno dopo la ferita è ancora lì, solo anestetizzata meglio. La trasformazione è un'altra cosa: non consola, attraversa. E ciò che attraversa richiede tempo, richiede pratica, richiede qualcuno disposto a non promettere scorciatoie.

Shaivismo, Advaita Vedānta, gli Āgama tantrici — nessuna di queste vie è mai stata pensata per essere comoda. Non perché la difficoltà abbia valore in sé, ma perché ciò che si scioglie senza attrito non ha mai davvero cambiato nulla. Quando lo yoga finisce, inizia la libertà — non il contrario.

Prima viene il lavoro.

Il lavoro, qui, non è una teoria da studiare né un concetto da capire una volta per tutte. È il satsang stesso — la vicinanza, la presenza, gli incontri che si ripetono, i corsi che si seguono nel tempo — non come contenuto da consumare in un pomeriggio, ma come pratica che chiede di tornare, ancora e ancora, finché qualcosa comincia davvero a spostarsi. Non è un'affermazione su uno stato raggiunto. È un invito a restare abbastanza a lungo da scoprirlo di persona.

Non c'è bisogno di scegliere tra le due cose come se una fosse falsa e l'altra vera. C'è solo bisogno di chiamarle con il loro nome, perché chi cerca l'una non si aspetti l'altra. Qui non si offre sollievo rapido. Si offre una via che chiede di restare, di ripetere, di lasciar cadere ciò che non serve — anche quando fa più comodo tenerlo.

Chi cerca una parola che consoli oggi troverà molte porte aperte, ed è giusto così. Chi cerca ciò che resta quando la consolazione finisce, trova qui una porta diversa. Nessuna delle due è un errore. Ma solo una delle due può essere chiamata cammino.

Śrī Pranidhānanda

Indirizzo

Xx Settembre 10
Osnago
23875

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