04/09/2026
Ho scelto un lavoro che ogni giorno mi obbliga a stare dentro al dolore degli altri, e, dunque, anche al mio. Soprattutto, mi trovo a stare in contatto col senso di inadeguatezza, quella cosa che porta spesso a isolarsi, a scappare, a sentirsi tristi oppure a volte molto arrabbiati con sé stessi, con gli altri e col mondo. Ogni giorno provo a accogliere e sostenere un dolore che nessuno vuole sentire e la paura che nessuno vuole vedere, quelle cose difficili da dire che invece, con pazienza, proviamo a rendere dicibili.
In questo settembre di ritorni e ripartenze, penso ai ragazzi e alle ragazze che tornano a scuola, oppure a chi torna a un lavoro che non ama, in un posto dove è difficile stare e restare, e da cui forse è ancora più complicato andarsene. Essere quella persona che li affianca nel tempo tra stare e andare, è forse quello che oggi amo di più.
Il lavoro sognato da Holden era fare l' 'acchiappatore nella segale' (the catcher in the rye, titolo originale del libro), un'idea nata da un fraintendimento di un verso di Robert Burns: acchiappare i bambini che giocano in un campo di segale, prima che cadano in un burrone.
Il mio lavoro somiglia un po' a quello, con una differenza: io non aiuto le persone a non cadere, perché spesso, quando arrivano da me, sono già cadute. Il mio lavoro è restare con loro, nell'incertezza, nella paura e nel dolore, accompagnarle finché qualcosa inizia a cambiare, fino a che un giorno diventa possibile rialzarsi e ripartire.