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Redazione culturale e Centro di Formazione dell'accademia di Gestált LA BOTTEGA, fondata nel 2006 da Mimmo Ciavarelli, esponente Senior della Gestált Therapy Tradizionale.

Le parole per dirlo - Racconto n. 16Forma e sostanzadi Mimmo Ciavarelli La strana proposta di uno scambio di abiti è all...
28/10/2026

Le parole per dirlo - Racconto n. 16

Forma e sostanza

di Mimmo Ciavarelli

La strana proposta di uno scambio di abiti è all'origine di un'esperienza davvero originale. Una riflessione sostanziale in forma di commedia.

Sono uno psicoterapeuta e ho molta considerazione del mio lavoro, come dello studio e della dedizione che mi ha richiesto nei lunghi anni di professione. Perciò non sopporto tutti coloro che si sentono "un po’ psicologi" e me lo dicono, magari con garbo, ma credendoci davvero. Dietro i loro ammiccamenti colgo sempre una ricerca di complicità, come se la psicologia non fosse veramente una disciplina professionale, ma una generica qualità di uomini acuti o furbi. Non capisco mai bene se vogliono vantarsi di qualcosa o sminuire la mia attività; se la loro è una difesa o un avvertimento; se mi stanno proponendo una sfida o un accordo bonario. Non credo che farebbero lo stesso con un ingegnere o con un medico internista o con un avvocato. Comunque, non ho mai risolto la questione, e negli anni ho sempre considerato questo atteggiamento come qualcosa da sopportare o da combattere. Forse, in tutto questo ci sono semplicemente motivazioni più profonde che non ho mai voluto veramente indagare.
Fatto sta che ieri sera, nel corso dell'ultima seduta della giornata, una paziente mi porta uno strano racconto. Nel pomeriggio, mi dice, è stata in Chiesa e durante la confessione ha esposto al sacerdote una sua problematica, che ben conoscevo, così per sapere cosa ne pensasse. Per ovvi motivi di riservatezza non ne rivelerò il contenuto, ma dirò che la mia paziente era rimasta molto sorpresa della capacità del suo interlocutore di trattare tematiche psicologiche con vera maestria.
"Mi è sembrato proprio - mi disse convinta- di parlare con lei."
Un pò infastidito e un pò curioso le chiesi di entrare nel dettaglio. "È stato come fare una seduta delle nostre migliori - aggiunse- mi sono emozionata e ho compreso qualcosa che non avevo mai considerato. Tutto questo, senza parlarmi di Dio o far ricorso a considerazioni morali; senza darmi consigli o prescrizioni. Non ha avuto neppure esigenza di assolvermi: mi ha riferito, anzi, che non c'era nessuna colpa per cui essere perdonati. Gli bastava che fossi stata consapevole e responsabile delle mie azioni, e che onestamente avessi smesso di mentire a me stessa. Tutto qui."
Incuriosito, indagai allora i passaggi del loro colloquio. Li trovai di rara precisione, a tratti chirurgici e, in ogni passaggio, intrisi di umana partecipazione; tutti perfettamente calzanti con l'indole della mia paziente. Anche il risultato lo trovai stupefacente per la semplicità e l'efficacia con cui era stato raggiunto. Un'impeccabile sessione di terapia. Dovetti ammettere con ammirazione che non avrei saputo far di meglio, anzi… Turbato dell'accaduto, nei giorni successivi mi ritrovai a meditare a lungo sulla questione, finché mi decisi che avrei voluto incontrare questo Prete. Non persi tempo e mi procurai un appuntamento con lui. Volevo sapere che razza di uomo fosse, farmene un'idea, e forse persino capire qualcosa di più sulla natura stessa della Psicoterapia.
Mi accolse, dopo le funzioni serali, un uomo gioviale di mezza età che mi mise subito a mio agio. Dando per scontato la riservatezza del nostro incontro, gli parlai della mia paziente e mi dichiarai ammirato dalla sua abilità psicologica. Lo feci con grande rispetto e apertura mentale. Tuttavia, a lui non sfuggì qualche nota di disappunto e subito mi disse: "Non tema di mostrarmi il suo turbamento, lo trovo appropriato e comprensibile. Entrambi conosciamo la Signora e vogliamo la sua serenità, ma quel che più conta la sua crescita umana."
Mi stava trattando come un collega e sorridendo glielo dissi. "Perché - mi rispose - ha mai pensato davvero che non lo fossimo?"
Lo guardai interrogativo e lui mi rassicurò: "Non tema, non siamo qui per difendere il suo Ordine professionale, né la mia Chiesa: lo fanno egregiamente da soli. Vorrei che badassimo alla sostanza in questo nostro incontro, perciò la chiamo collega. Il resto, le differenze, sono solo la forma che la riveste. E comunque non voglio che si faccia idee sbagliate: anche la forma ha la sua sostanza. Non sono tra coloro che pensano che l'abito non faccia il monaco, anzi."
Il colloquio cominciava a intrigarmi e ci dilungammo un pò su questi aspetti. Poi, quando si accorse che cominciavamo a capirci, forse temendo questa superficiale intesa, giocò la sua carta migliore.
"Le propongo un'esperienza - mi disse con aria rassicurante - Che ne dice di scambiarceli questi abiti?"
Rimasi sorpreso e anche un pò allarmato. Come sarebbe stato possibile?
"Lei mi inviterà al suo studio - continuò senza darmi il tempo di replicare - e mi concederà l'onore di essere, per una seduta, il suo terapeuta. Io, di converso, la inviterò in Chiesa per concederle di essere, per una volta, il mio confessore. Non per scherzo, sono cose serie queste, ma per riempire di sostanza il nostro incontro. Io sarò sincero nell'espormi a questa esperienza e lei faccia lo stesso. Abbiamo da ricavarne molto."
Come potevo tirarmi indietro? Aveva ragione. Era l'unica cosa sensata, per comprenderci davvero, nonostante fosse anche completamente f***e. Prima che potessi esporre le mie giustificate perplessità aggiunse: "Il segreto professionale, in tutta coscienza, ci preserverà dalle possibili rimostranze o sanzioni disciplinari dei nostri reciprochi Ordini a cui apparteniamo. Noi sappiamo che non si tratta di abuso professionale né di blasfemia. La nostra coscienza è pura e nessuno su questa terra ci può giudicare nella forma, se la sostanza è quella corretta. Non ho mai avuto dubbi su quale delle due abbia prevalenza sull'altra in caso di conflitto, e so che anche lei non ne ha davanti alla sua coscienza. Le ripeto, non è un gioco."
Accettai, non restava che organizzarci.
Lo ricevetti il martedì successivo, a fine giornata. Ci salutammo sulla soglia e lo invitai, senza ulteriori convenevoli nella stanza delle terapie. Entrato, si guardò intorno in cerca della sedia su cui svolgevo le mie sedute e individuatala si sedette provandola a lungo prima di sentirsi soddisfatto. La cosa mi colpì perché da sempre anch'io ho cercato la posizione migliore prima di cominciare una seduta. Una questione di allineamento fisico ed emotivo, una posizione della coscienza.
"Bene, - esordì - sono pronto, e se anche lei lo è, cominciamo pure."
Annuii e iniziai a delineargli una questione sulla quale per pudore sorvolo, ma che mi angustiava da tempo come un sassolino nella scarpa, forse piccolo, ma tanto fastidioso. Appena ebbe capito di cosa si trattava, intervenne: "Mi sembra una piccola cosa, ma a me va bene lo stesso. Sapesse quante cose importanti si nascondono dietro piccole evidenze."
Lo guardai interrogativo, ma lui non mi diede il tempo di replicare perché cominciò a interessarsi di ogni dettaglio di quello che gli avevo portato, scrupolosamente, senza interpretare nulla, e senza mai mollare la presa. Conoscevo l'effetto di quel modo di procedere, che definirei fenomenologico. Somiglia ad una pelatura di cipolla, e in breve porta a strati sempre più profondi, sino a quelli esistenziali, dove i fatti non contano più nulla e rimane solo l'uomo con i suoi conflitti inestricabili. Era a suo agio, nonostante fosse completamente immerso in questa sua ricerca. Lo sentivo genuinamente interessato alla mia persona e mi affidai. Non mi parlò mai come un prete, né sentii richiami religiosi da lui, anzi si adoperava per usare il mio linguaggio, correggendo man mano il suo, finché in breve ci trovammo a parlare la stessa lingua. Fu allora che percepii me e lui come due uomini che cercano la stessa cosa per entrambi. Anche quella sensazione la conoscevo ed ebbi la sensazione che eravamo vicini a qualcosa che ci avrebbe sorpreso entrambi, la scoperta di un'ovvietà celata dietro una coltre di nebbia caratteriale. Eravamo troppo avanti perché non succedesse, e ovviamente accadde. Ci fermammo, entrambi commossi e sollevati, come se ci fossimo appena liberati da un macigno.
Mi disse: "Che ne è ora del sassolino?"
Gli risposi quello che a entrambi era ormai ovvio: "Più nulla."
La seduta, lo sapevamo, era finita. Lo ringraziai e a quel punto gli parlai dell'onorario. Non si scompose, anche quello era ovvio: "Faccia lei. Accetto il corrispettivo della sua tariffa, così completeremo la nostra esperienza. Come sa, data la mia posizione, ne devolverò una parte in offerta alla Chiesa di cui faccio parte, un pò come lei paga le tasse alle istituzioni in cui si riconosce. L'altra la tratterrò per me, utilizzandola come compenso per il mio tempo e la mia opera. Questo la farà sentire sollevato dalla gratitudine personale. Potrà sempre ringraziare, quello che lei chiama fato, e io divina provvidenza, che ci ha fatto incontrare. In ogni caso, e lei sa il perché, anche io gli sono grato. È tutto."
Ci salutammo con un sorriso che definirei affettuoso e ci accordammo per un successivo appuntamento a parti invertite. Quello che mi sembrò strano, invece, fu la sua ultima richiesta: "Ora, mi da il permesso di tornare ad essere un Sacerdote?"
Come potevo negarglielo?
Da allora, e fino al momento del successivo appuntamento, mi chiesi, senza venirne a capo, come avrei potuto io diventare un Prete. Lui aveva incarnato con semplicità il ruolo di Psicoterapeuta, senza mai che avessi il sentore di una recita. Eppure, la sua ultima richiesta, simultaneamente, la adombrava e la negava, rimandando ad una dimensione dove la recita formale non corrispondeva al vissuto sostanziale. Ci fosse una lezione, dietro tutto questo?
La settimana successiva, mi ricevette in Chiesa di sera. Passai dalla canonica perché a quell'ora era chiusa e interdetta ai fedeli. Mi condusse davanti al confessionale in legno di noce scuro vistosamente scolpito e leggendo il mio sottile imbarazzo, mi rassicurò: "Non abbia timore, entrando lì dentro, voglio solo che lei diventi un Sacerdote in tutto e per tutto. Dimentichi la sua vita e mi consideri solo una pecorella del suo gregge. Ne sia il pastore amorevole. Questo le basterà. È pronto?"
Entrai nel confessionale, tirai la tenda che dava sull'immenso spazio sacro della Chiesa, e prima di alzare la grata restai un attimo al buio accomodandomi sulla panca che fungeva da seduta. Cercai la mia posizione, un po' come facevo prima di una seduta, poi alzai lo sportello di fronte a me e fui invaso da una luce tenue che illuminava il viso del mio interlocutore, ma lasciava me in ombra. Fu allora che lo vidi: era inginocchiato, un pò più in basso di me, in attesa di un mio cenno. "La pace sia con te, figliolo - mi sentii dire - cosa ti tormenta? Come posso essere degno della tua confessione davanti a un uomo, affinché la tua richiesta salga, per mio tramite, all'Altissimo che tutto amorevolmente governa?"
Quello che seguì lo lascio al segreto della confessione e al suo ministero. Dirò solo che trovai davanti a me un uomo umile che mi apriva il suo cuore tormentato, con tutte le difficoltà personali di vivere la vita e la solitudine del suo ruolo. Come potevo non comprenderlo? Lo accolsi sapendo che gli parlavo come un uomo, ma anche in nome di Dio, qualunque cosa fosse. Mi sorprese di sentirmi indegno di farlo, eppure lo facevo con coraggio e decisione, sapendo che non c'era altro modo e luogo per farlo. Trovai le parole che evocavano la mia difficoltà, come la mia sicurezza che Lui era con noi. Parole antiche che lenivano il cuore, ma che richiamavano il mio interlocutore alla sua responsabilità umana, ad un saggio uso del suo libero arbitrio. Nessuna condanna, solo una ferma comprensione e l'indomita fede nella scintilla divina che è in ogni creatura su questa terra. Man mano, mi accorgevo che stavo facendo breccia nel cuore dell'uomo che mi aveva trascinato in quella f***e esperienza. Lo sentii sciogliersi in un pianto sommesso che mi fece capire che aveva ritrovato quello che rischiava di perdere.
Al momento dell'assoluzione, non feci che ripetergli quello che lui aveva detto alla mia, o forse dovrei dire nostra, paziente. Non c'era bisogno di assolvere un uomo già condannato a vivere, finché non riscopre che la vita è un dono e che le sue sofferenze ne sono solo il suggello. Niente colpe, niente dolori, solo un eterno flusso vitale.
Gli chiesi, però, di completare questo sacro ufficio con un'offerta per i derelitti di questo mondo, che qualcuno si adopera per sostenere.
"Vai pure in pace - terminai - e abbi cura di te. Dio te ne sarà grato"
Uscito dal confessionale, me lo ritrovai davanti e gli chiesi il permesso di tornare ad essere chi ero. Me lo concesse sorridendo commosso. Non c'era altro da aggiungere.

BESTIARIO DEI CARATTERI8. Il mio carattere è un elefantedi Valerio PerfettoIl mio carattere è un elefante, precisamente ...
23/10/2026

BESTIARIO DEI CARATTERI

8. Il mio carattere è un elefante

di Valerio Perfetto

Il mio carattere è un elefante, precisamente un esemplare di elefante africano maschio.
E’ il mammifero di terra più grande e pesante. Essere pesante è ciò che lo caratterizza. Portare in giro per la savana questa grossa mole lo rende lento nei movimenti.
Impiega infatti del tempo per spostarsi ed andare da qualche parte, anche se alla fine riesce quasi sempre ad arrivare dove vuole. Ha una memoria molto lunga, ricorda infatti ogni cosa del suo passato. Riesce sempre a collocare con una certa precisione gli eventi che ha vissuto nel tempo, anche se - sappiamo come funziona la memoria - sono più ricostruzioni emotive che fatti, quelli che immagazzina. Da questo deriva una sua certa permalosa ombrosità.
Il suo aspetto è mite: le uniche cose che forse possono farlo apparire minaccioso sono le sue zanne, ma non le utilizza mai per fare del male agli altri, ma solo per procacciarsi ciò di cui ha bisogno e in rari momenti di furia. Il suo comportamento sociale si caratterizza per una tendenza al ritiro, persino quando è in branco. Infatti, si unisce agli altri esemplari solo per raggiungere scopi specifici, dopo di che torna in solitudine.
Altra caratteristica che lo contraddistingue è quella di rotolarsi nel fango, cosa che sembra strana o forse persino stupida, ma lo fa istintivamente per proteggersi dal sole e dai parassiti. La sua vista non è eccellente, ha dei punti ciechi attorno alle zampe, cosa che lo porta a sobbalzare quando qualcosa gli compare improvvisamente. Infatti, sebbene sia calmo e prudente, quando avverte una possibile minaccia la sua reazione può essere rapida e imprevedibile.
La cosa più strana di tutte è che, nonostante il suo enorme peso, può provare facilmente terrore: anche un topino può terrorizzarlo.

19/10/2026

INCURSIONI GESTALTICHE - 9. Terapie profonde

La nona, di una serie di incursioni su temi di filosofia gestaltica.
Seguendo la prassi dell'improvvisazione come disciplina di presenza, si parla di terapie profonde.

Versione integrale canale Youtube di Mimmo Ciavarelli

con Mimmo Ciavarelli
Dott.ssa Ambra Ciavarelli
Andrea D'Agostino Psicologo

GESTALT SPACE - Workshop di libera formazione8/11/2026 - Aperte le iscrizioniArte del Fare, Sezione operativa dell’accad...
16/10/2026

GESTALT SPACE - Workshop di libera formazione

8/11/2026 - Aperte le iscrizioni

Arte del Fare, Sezione operativa dell’accademia di Gestàlt Therapy La Bottega, propone, nell’ambito dei suoi incontri di Libera Formazione, una giornata di Workshop per Psichiatri, Psicologi e Psicoterapeuti. Un’occasione per un’esperienza diretta della Gestàlt Therapy in azione. Osservare e sperimentare la prassi del qui e ora, la sedia calda e le dissoluzioni istantanee dei conflitti.

Domenica 8 novembre 2026 • ore 10–18
Con Mimmo Ciavarelli e lo Staff di Arte del Fare
Via Giovanni Miranda 8 presso Centro Agape (citofono 1042)

Iscrizioni aperte fino al 30 ottobre. La partecipazione è a numero programmato.
Per informazioni e per iscriversi è possibile telefonare o scrivere a
Oriana Scicolone, 3339718360

con
Dott.ssa Ambra Ciavarelli
Andrea D'Agostino Psicologo
Ari Adne
Guido Ferra
Martina Vannini
Oriana Scicolone

METALOGHI GESTALTICI3. I ricordi della falenadi Mimmo Ciavarelli - Da una vita sento dire “volere è potere”, e spesso ho...
07/10/2026

METALOGHI GESTALTICI

3. I ricordi della falena

di Mimmo Ciavarelli

- Da una vita sento dire “volere è potere”, e spesso ho usato anche io questo modo di dire. Mi è sempre sembrata una formula efficace per intendere che se qualcosa la voglio davvero, nulla può impedirmi di coglierla. Ma da un pò non ne sono più sicura.

- Di cosa non sei più sicura?

- Ogni volta che non riesco a realizzare la mia volontà, secondo questa formula, non si tratterebbe di vera volontà.

- E di che volontà si tratterebbe?

- Sarebbe una volontà minore, tiepida, incostante, una volontà non sorretta da un vero desiderio, indegna del suo nome, dunque falsa.

- Ebbene, cosa contesti di questa visione?

- Tutto. Rifiuto le scale per misurare le quantità di volontà impiegate, rifiuto le unità di misura stesse. Rifiuto i cataloghi delle qualità attribuite alla volontà. Rifiuto soprattutto la stretta relazione della volontà con la riuscita. Per me sono due pianeti diversi, ognuno nella sua orbita: la volontà in quella del desiderio e il potere in quello del possibile.

- Però, non ti sfuggirà che riescono o falliscono assieme. Se non riesco in ciò che mi ero prefisso, anche la mia volontà fallisce, così come se colgo il risultato anche la mia volontà riesce. Il loro legame è nei fatti.

- Ecco. Questo mi confonde.

- Hai ragione, perché è una confusione. Permettimi di ristabilire la chiarezza. Se il nostro adagio "volere è potere" lo prendiamo alla lettera, non sono due cose distinte che si accostano o si susseguono, ma sono una identità, sono la stessa cosa. Ecco cosa significa davvero questa formula.

- Questo non lo capisco. Non l'avevo mai intesa così.

- Seguimi. Ma prima dimmi cosa ti disturba tanto da costringerti a negare questa indissolubilità.

- È frustrante che ogni volta che fallisce un desiderio mi debba rimproverare un difetto di volontà, o qualificarla con aggettivi denigranti, tra i quali il più brutto è la falsità. Vorrei tenermi i miei desideri senza legarli alla loro realizzazione e le mie prove di realizzarli, senza essere costretta alla riuscita.

- E cosa ci guadagni?

- La mia libertà. Libera di desiderare e libera di provare. Ecco che la mia volontà diventa pienamente libero arbitrio.

- No, mia cara, stai descrivendo una schiavitù, non una libertà.

- Quale schiavitù?

- La schiavitù dai desideri a cui sottometti la volontà e il libero arbitrio.

- Cosa vuoi dire?

- Voglio dire che c'è una differenza tra chi crede di essere l'insieme dei propri desideri e chi sa di esserne il padrone. Solo lui merita di avere una volontà libera e un libero arbitrio, che nulla hanno a che vedere con quel guazzabuglio di preferenze del momento e di desideri contrastanti e spesso conflittuali che, a seguirli, rendono la volontà e i suoi tentativi un percorso spessissimo inconcludenti.

- Ma così distruggi i desideri, relegandoli a meri intralci della volontà.

- Assolutamente no. Se ne sei il padrone, sai bene come dirigerli. La realizzazione di quello che vuoi passa anche per quello che non ti piace.

- Mi aiuti a dire. Chi può mai seguire un obiettivo senza il piacere di farlo.

- Esatto. Non si può. Ma non scordare di essere il padrone.

- Dunque mi indichi la repressione del desiderio come strada. Un orribile ascetismo!

- No. Sarebbe una strada fallimentare, fatta di frustrazioni inutili. Ti propongo il piacere di decidere, di guidare una nave tra i marosi, di non essere condizionato, di riuscire a convogliare tutte le energie sparse in mille piccoli desideri nell'unico grande desiderio di riuscire con intelligenza, perizia e senso di realtà: è il piacere di se stesso, il piacere di essere.

- Forse ho capito. Non mi sembra facile, ma è possibile, nonostante non saprei bene come. Tuttavia resta il grande problema che tutti i progetti si scontreranno con la realtà e possono fallire nonostante le buone intenzioni. Dunque volontà e potere sono ancora due cose distinte. Ne converrai: tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare.

- No questo mare non c'è. Una volontà per essere libera e incondizionata deve sempre riuscire, anzi essere la riuscita stessa.

- Ma come si fa?

- Volendo solo quello che è possibile, e potendo solo quel che si vuole.

Le parole per dirlo - Racconto n. 15La famosissima compagnia della lesinadi Mimmo CiavarelliUna storia senza tempo narra...
02/10/2026

Le parole per dirlo - Racconto n. 15

La famosissima compagnia della lesina

di Mimmo Ciavarelli

Una storia senza tempo narra delle disavventure e del riscatto di Gerardo Catena, maestro guantaio, e dell'antico segreto del "taglio ad occhi chiusi." I soliti malpensanti ci hanno visto anche una ironica metafora del diffuso revisionismo a cui la Gestàlt therapy è stata sottoposta ai nostri giorni e della disperata salvaguardia della tradizione. A pensar male si fa peccato, è bene ricordarlo, ma spesso ci si coglie.

"Possono fare tutto con le macchine, ma non questo. Solo noi tagliamo la pelle ad occhi chiusi." La sagoma del guanto sul ceppo da taglio, lo sfriddo di lato, con la lanzetta ancora nella mano destra, Gerardo Catena aprì gli occhi sorridendo per studiare quel che aveva appena creato.
A Napoli, in via Guantai Nuovi, dove aveva Bottega, lo conoscevano tutti e i clienti si trattenevano spesso nel suo laboratorio per assistere al taglio, dopo la "visita" a cui Don Gerardo li sottoponeva. Il Maestro chiamava così l'accurata ispezione delle mani del suo committente. Lo faceva accomodare su una sedia di velluto rosso, che scherzosamente chiamava la "sedia calda", e dopo averlo interrogato sull'utilizzo che avrebbe fatto dei suoi guanti, esaminava lungamente le sue mani. Ne rilevava le asimmetrie, quelle fisiologiche e quelle d'uso. Le stanava ovunque fossero, prima quelle più evidenti fra la mano sinistra e la destra, poi quelle più caratteristiche di ciascuna di esse. Le osservava e le palpava, dito per dito. Durante l'operazione chiudeva e riapriva gli occhi continuamente e, quando era in vena di spiegazioni, rivelava di avere nelle mani un altro paio di quegli organi che madre natura gli aveva fornito ai lati del naso, così da poterli usare in alternanza, come occhiali da vicino e da lontano. Era una lenta operazione che il maestro riservava per sé, sempre sotto lo sguardo attento di qualche apprendista di bottega, avido di carpire il segreto che non si poteva spiegare, ma che veniva sempre generosamente mostrato. Giunti a quel punto, Gerardo lo congedava. Il "paziente" sapeva che la confezione non aveva un tempo preciso, né lo si poteva richiedere; come non avrebbe potuto chiedere il colore o il tipo di pelle o stoffa che sarebbe stata utilizzata, né tantomeno la foggia definitiva dei guanti. Per il Maestro erano dettagli creativi che spettavano irrevocabilmente a lui. "L'ho visitata e tanto basta. Se il prodotto non le piacerà lo potrà lasciare in Bottega. Non mi dovrà nulla - diceva - Il prezzo glielo dirò al momento e non è contrattabile." Che strano che non ci fossero mai resi, come se il gusto del Maestro assorbisse, e talvolta piegasse, quello del cliente. È inutile parlarvi del risultato. I guanti di Don Gerardo Catena erano comodi come una pantofola, eleganti come calzature di gran lusso, raffinate come opere d'arte, ma soprattutto mai uguali. Il maestro soleva ripetere che esistono tante fogge di guanti quante sono le persone. Rigorosamente produceva solo capi unici.
Il laboratorio di Gerardo Catena era un antico locale a volta di un vecchio palazzo signorile. Un tempo era una rimessa per carrozze, ma ora era occupato da tre o quattro ampi banchi di lavoro di legno di quercia meravigliosamente invecchiati dall'uso, ciascuno corredato di tutto ciò che occorreva al taglio e la cucitura. Alle pareti, alti scaffali di legno erano ricolmi di stoffe e pelli catalogate per tipi e colori. Una grande rastrelliera ad altezza d'uomo faceva bella mostra degli antichi attrezzi di bottega, un catalogo degno di un museo di arti e mestieri: trancetti, lesine, punzoni, ruote dentate per cuciture, bisturi e taglierini di precisione, martelli da cuoiaio, bordini e raspe per la rifinitura, oltre agli appositi supporti e basi da lavoro. Ogni sera, per volere del maestro, un assistente sgombrava i banchi per riempire le rastrelliere e al mattino ciascuno li svuotava per corredare la sua postazione di ciò di cui aveva bisogno. Il più giovane degli assistenti si occupava invece della pulizia del locale e dello smaltimento dei materiali di scarto. Tutto sapeva di un ordine antico, un conservatorismo senza tempo, efficace e funzionale. Accanto al banco di Don Gerardo, sulla parete, una vecchissima cornice a cassetta con serratura custodiva una antichissima lesina con ma**co intarsiato. Sotto una targa di bronzo recitava: "Compagnia della lesina a.d. 1594". All'ingresso della bottega campeggiava una scritta dipinta sul muro alla vecchia maniera. I caratteri graziosi dicevano: "Gerardo Catena - Guantaio". Ogni tanto il maestro raccontava di questa antica Compagnia della lesina, a suo dire famosissima, di cui lui sarebbe stato l'erede ultimo. Il suo vecchio maestro, Simone Barracane, lo aveva investito di tanto onore dopo un lungo apprendistato di oltre dieci anni di bottega e da lui aveva appreso il necessario per continuarne l'antico lignaggio. Sempre da lui aveva avuto l'autorizzazione, alla sua morte, a imbiancare e poi ridipingere di persona la scritta sull'ingresso della bottega. Gli attrezzi e il locale, oltre quarant'anni prima, erano così passati di mano, da Don Simone, che li aveva ereditati dal celebre Federico Persico, a lui.
La Compagnia della lesina era la denominazione di un'antica confraternita esoterica, un tempo numerosa ed oggi ridotta a pochi, dispersi, rappresentanti. Era conosciuta comunemente come un'accolita di umili artigiani risparmiatori, dediti, per le scarse risorse, ad una scientifica tirchieria. Ma i confratelli sapevano di avere invece la ben più alta missione di trasmettere gli antichi saperi sul "taglio ad occhi chiusi", altrimenti detta "nel vuoto". Fu fondata nella seconda metà del Cinquecento da un certo Abdul Tarisi di Alessandria d'Egitto, trasferitosi a Napoli in seguito ad una delle persecuzioni che avevano condannato i membri di una confraternita ancor più antica ad una diaspora che li aveva dispersi un po ovunque e di cui si era persa traccia. A Napoli Abdul poté ricostituire, sotto altro nome, l'antico lignaggio, divenendo Maestro guantaio. Una leggenda, quella della Compagnia, che aveva contribuito a rendere la Bottega, prima di Barracane e poi di Catena, un luogo esclusivo per signori raffinati e facilmente affascinabili da queste storie misteriose dal sapore magico. Quale luogo, se non Napoli, così intrisa di misteri, avrebbe potuto accoglierle integrarle nel suo tessuto sociale?
Don Gerardo conviveva ancora, in un'epoca di forte industrializzazione, con grandi e potenti aziende di produzione di massa, con le regolamentazioni e le leggi a loro esclusivo vantaggio, e con un mercato di consumatori che aveva soppiantato e reso sempre più marginale il popolo degli estimatori. Tuttavia il Maestro aveva ancora un suo spazio, un suo lavoro, e degli allievi, a suo dire, promettenti. Nonostante la grande produzione saturasse quasi del tutto il mercato, e la concorrenza tra marchi si fosse trasformata ormai in un oligopolio, le piccole realtà indipendenti continuavano ad essere nel mirino. Dopo aver creato un Albo certificato di Aziende del settore e promosso una regolamentazione, formalmente a tutela dei consumatori, ma sostanzialmente a esclusione del "fatto a mano", passarono alla politica di acquisizione dei piccoli marchi e alla loro successiva chiusura. Don Gerardo, tra i pochi indenni a questa campagna, resisteva senza curarsene e allora le Aziende passarono ad un'altra strategia, quella della comunicazione. Furono create linee di produzione che riproponevano nel nome e nell'immagine pubblicitaria una suggestiva similitudine col prodotto artigianale. Ad esempio il famoso marchio LR di Vicenza, nella sua sezione guanti e calzature, creò linee che richiamavano l'antico artigianato napoletano e i suoi epigoni. Sorsero i guanti “Barracane”, “Persico”, “Via dei Guantai”. Ovviamente, nessuna di queste faceva riferimento a Gerardo Catena che era invece il vero obiettivo della campagna. Gli stavano sottraendo la storia per isolarlo. Anche il suo pedigree fu attaccato. Chiunque avesse conosciuto o frequentato il suo Maestro Barracane, pur essendosene distaccato per sposare la produzione di massa, si proclamava allievo e reclamava il diritto a rappresentarsi come innovatore del "metodo Barracane". Del suo "taglio ad occhi chiusi" ne fecero una tecnica riproducibile da algoritmi meccanizzati, che per loro natura erano privi di occhi o potevano persino lavorare sottovuoto. Non mancarono tentativi di infiltrazioni nella Bottega di Catena. Il capolinea della LRV, un certo Matteo Messinese, che da ragazzo aveva conosciuto il Barracane, fece una fugace apparizione da un divertito Catena che si esibì, ben sapendo ciò che faceva, nel suo spettacolare "taglio nel vuoto". Il risultato fu un aumento delle dicerie. Don Gerardo fu trasformato in un millantatore, uno stregone manipolatore di giovani e ingenui apprendisti, uno che vendeva fumo ai clienti. Il culmine fu raggiunto quando alla LRV organizzarono una mostra delle opere di Barracane, annunciando l'imminente apertura di un ala museale stabile per celebrare la sua grande arte e lanciare una splendida linea Oro a suo nome. Ci furono inviti a tutti i sopravvissuti che lo avevano conosciuto, tranne che a Don Gerardo, ovviamente. Catena, avvezzo a queste cose non si curò di loro, tuttavia il diavolo fa pentole ma non coperchi e la faccenda prese una piega assai sorprendente. Un famoso giornalista d'inchiesta, Sigismondo Ranetta, volle andare a fondo del clamore suscitato dall'iniziativa, e della stranezza di una industria che si traveste da bottega artigiana, un pò come un lupo coperto da una pelle d'agnello, e comparve con la sua troupe direttamente nella bottega di Catena per intervistarlo e chiedergli del maestro Barracane e della misteriosa Compagnia della lesina. Don Gerardo lo accolse e gli parlò a lungo, mostrandogli i suoi cimeli e un documento autografo che attestava il suo lignaggio diretto e l'intima investitura ricevuta dal Barracane. Poi, gli raccontò le storie antiche e gli parlò del "taglio nel vuoto". Fu un momento toccante e mai si sarebbe aspettato il seguito. L'intervista, trasmessa in prima serata, fece uno scalpore inaudito e Don Gerardo ebbe l'onore delle prime pagine nazionali ed estere. A nulla servì il suo successivo rifiuto di concedere altre interviste, perché la sua bottega fu piantonata da giornalisti e cominciarono ad arrivare ordini a migliaia e da ogni dove. Tutti volevano i guanti Catena. Il povero Don Gerardo capì che questo non era il riscatto di una vita in ombra, ma era invece la fine. La fama, il successo, le copiose ordinazioni di massa lo avrebbero costretto ad una trasformazione che lui aveva sempre evitato. Così, radunò i pochi allievi fedeli e prese la decisione.
Il lunedì della settimana successiva la Bottega rimase misteriosamente chiusa e un cartello scritto da Don Gerardo di suo pugno recitava: "La Bottega Catena di via Guantai Nuovi chiude. Nel ringraziare la gentile clientela per questi anni assieme, voglio annunciare il suo trasferimento in un paese che i più affezionati di voi riconosceranno come un ritorno a casa. Come sarà ora evidente, a noi della Compagnia della lesina non è mai interessato il risultato, benché eccezionale, né le vendite, utili solo per vivere e pagare le spese. A noi interessa il processo dell'Arte del fare e la propria evoluzione personale. Addio".
Qualcuno giura, anni dopo, durante un viaggio di piacere in Egitto, di aver visto una nuova Bottega Catena a Alessandria. Per fortuna, le imprecise dicerie dei turisti e il volubile interesse della stampa, impegnata a cavalcare sempre nuovi scandali, non ebbero conseguenze sulla nuova attività di Don Gerardo e dei suoi allievi, ormai vicini a prendere le insegne. Gerardo Catena avrebbe potuto fra poco riposare contento.

Indirizzo

Via Bosco Pedrocchi 45
Padua
35124

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