28/10/2026
Le parole per dirlo - Racconto n. 16
Forma e sostanza
di Mimmo Ciavarelli
La strana proposta di uno scambio di abiti è all'origine di un'esperienza davvero originale. Una riflessione sostanziale in forma di commedia.
Sono uno psicoterapeuta e ho molta considerazione del mio lavoro, come dello studio e della dedizione che mi ha richiesto nei lunghi anni di professione. Perciò non sopporto tutti coloro che si sentono "un po’ psicologi" e me lo dicono, magari con garbo, ma credendoci davvero. Dietro i loro ammiccamenti colgo sempre una ricerca di complicità, come se la psicologia non fosse veramente una disciplina professionale, ma una generica qualità di uomini acuti o furbi. Non capisco mai bene se vogliono vantarsi di qualcosa o sminuire la mia attività; se la loro è una difesa o un avvertimento; se mi stanno proponendo una sfida o un accordo bonario. Non credo che farebbero lo stesso con un ingegnere o con un medico internista o con un avvocato. Comunque, non ho mai risolto la questione, e negli anni ho sempre considerato questo atteggiamento come qualcosa da sopportare o da combattere. Forse, in tutto questo ci sono semplicemente motivazioni più profonde che non ho mai voluto veramente indagare.
Fatto sta che ieri sera, nel corso dell'ultima seduta della giornata, una paziente mi porta uno strano racconto. Nel pomeriggio, mi dice, è stata in Chiesa e durante la confessione ha esposto al sacerdote una sua problematica, che ben conoscevo, così per sapere cosa ne pensasse. Per ovvi motivi di riservatezza non ne rivelerò il contenuto, ma dirò che la mia paziente era rimasta molto sorpresa della capacità del suo interlocutore di trattare tematiche psicologiche con vera maestria.
"Mi è sembrato proprio - mi disse convinta- di parlare con lei."
Un pò infastidito e un pò curioso le chiesi di entrare nel dettaglio. "È stato come fare una seduta delle nostre migliori - aggiunse- mi sono emozionata e ho compreso qualcosa che non avevo mai considerato. Tutto questo, senza parlarmi di Dio o far ricorso a considerazioni morali; senza darmi consigli o prescrizioni. Non ha avuto neppure esigenza di assolvermi: mi ha riferito, anzi, che non c'era nessuna colpa per cui essere perdonati. Gli bastava che fossi stata consapevole e responsabile delle mie azioni, e che onestamente avessi smesso di mentire a me stessa. Tutto qui."
Incuriosito, indagai allora i passaggi del loro colloquio. Li trovai di rara precisione, a tratti chirurgici e, in ogni passaggio, intrisi di umana partecipazione; tutti perfettamente calzanti con l'indole della mia paziente. Anche il risultato lo trovai stupefacente per la semplicità e l'efficacia con cui era stato raggiunto. Un'impeccabile sessione di terapia. Dovetti ammettere con ammirazione che non avrei saputo far di meglio, anzi… Turbato dell'accaduto, nei giorni successivi mi ritrovai a meditare a lungo sulla questione, finché mi decisi che avrei voluto incontrare questo Prete. Non persi tempo e mi procurai un appuntamento con lui. Volevo sapere che razza di uomo fosse, farmene un'idea, e forse persino capire qualcosa di più sulla natura stessa della Psicoterapia.
Mi accolse, dopo le funzioni serali, un uomo gioviale di mezza età che mi mise subito a mio agio. Dando per scontato la riservatezza del nostro incontro, gli parlai della mia paziente e mi dichiarai ammirato dalla sua abilità psicologica. Lo feci con grande rispetto e apertura mentale. Tuttavia, a lui non sfuggì qualche nota di disappunto e subito mi disse: "Non tema di mostrarmi il suo turbamento, lo trovo appropriato e comprensibile. Entrambi conosciamo la Signora e vogliamo la sua serenità, ma quel che più conta la sua crescita umana."
Mi stava trattando come un collega e sorridendo glielo dissi. "Perché - mi rispose - ha mai pensato davvero che non lo fossimo?"
Lo guardai interrogativo e lui mi rassicurò: "Non tema, non siamo qui per difendere il suo Ordine professionale, né la mia Chiesa: lo fanno egregiamente da soli. Vorrei che badassimo alla sostanza in questo nostro incontro, perciò la chiamo collega. Il resto, le differenze, sono solo la forma che la riveste. E comunque non voglio che si faccia idee sbagliate: anche la forma ha la sua sostanza. Non sono tra coloro che pensano che l'abito non faccia il monaco, anzi."
Il colloquio cominciava a intrigarmi e ci dilungammo un pò su questi aspetti. Poi, quando si accorse che cominciavamo a capirci, forse temendo questa superficiale intesa, giocò la sua carta migliore.
"Le propongo un'esperienza - mi disse con aria rassicurante - Che ne dice di scambiarceli questi abiti?"
Rimasi sorpreso e anche un pò allarmato. Come sarebbe stato possibile?
"Lei mi inviterà al suo studio - continuò senza darmi il tempo di replicare - e mi concederà l'onore di essere, per una seduta, il suo terapeuta. Io, di converso, la inviterò in Chiesa per concederle di essere, per una volta, il mio confessore. Non per scherzo, sono cose serie queste, ma per riempire di sostanza il nostro incontro. Io sarò sincero nell'espormi a questa esperienza e lei faccia lo stesso. Abbiamo da ricavarne molto."
Come potevo tirarmi indietro? Aveva ragione. Era l'unica cosa sensata, per comprenderci davvero, nonostante fosse anche completamente f***e. Prima che potessi esporre le mie giustificate perplessità aggiunse: "Il segreto professionale, in tutta coscienza, ci preserverà dalle possibili rimostranze o sanzioni disciplinari dei nostri reciprochi Ordini a cui apparteniamo. Noi sappiamo che non si tratta di abuso professionale né di blasfemia. La nostra coscienza è pura e nessuno su questa terra ci può giudicare nella forma, se la sostanza è quella corretta. Non ho mai avuto dubbi su quale delle due abbia prevalenza sull'altra in caso di conflitto, e so che anche lei non ne ha davanti alla sua coscienza. Le ripeto, non è un gioco."
Accettai, non restava che organizzarci.
Lo ricevetti il martedì successivo, a fine giornata. Ci salutammo sulla soglia e lo invitai, senza ulteriori convenevoli nella stanza delle terapie. Entrato, si guardò intorno in cerca della sedia su cui svolgevo le mie sedute e individuatala si sedette provandola a lungo prima di sentirsi soddisfatto. La cosa mi colpì perché da sempre anch'io ho cercato la posizione migliore prima di cominciare una seduta. Una questione di allineamento fisico ed emotivo, una posizione della coscienza.
"Bene, - esordì - sono pronto, e se anche lei lo è, cominciamo pure."
Annuii e iniziai a delineargli una questione sulla quale per pudore sorvolo, ma che mi angustiava da tempo come un sassolino nella scarpa, forse piccolo, ma tanto fastidioso. Appena ebbe capito di cosa si trattava, intervenne: "Mi sembra una piccola cosa, ma a me va bene lo stesso. Sapesse quante cose importanti si nascondono dietro piccole evidenze."
Lo guardai interrogativo, ma lui non mi diede il tempo di replicare perché cominciò a interessarsi di ogni dettaglio di quello che gli avevo portato, scrupolosamente, senza interpretare nulla, e senza mai mollare la presa. Conoscevo l'effetto di quel modo di procedere, che definirei fenomenologico. Somiglia ad una pelatura di cipolla, e in breve porta a strati sempre più profondi, sino a quelli esistenziali, dove i fatti non contano più nulla e rimane solo l'uomo con i suoi conflitti inestricabili. Era a suo agio, nonostante fosse completamente immerso in questa sua ricerca. Lo sentivo genuinamente interessato alla mia persona e mi affidai. Non mi parlò mai come un prete, né sentii richiami religiosi da lui, anzi si adoperava per usare il mio linguaggio, correggendo man mano il suo, finché in breve ci trovammo a parlare la stessa lingua. Fu allora che percepii me e lui come due uomini che cercano la stessa cosa per entrambi. Anche quella sensazione la conoscevo ed ebbi la sensazione che eravamo vicini a qualcosa che ci avrebbe sorpreso entrambi, la scoperta di un'ovvietà celata dietro una coltre di nebbia caratteriale. Eravamo troppo avanti perché non succedesse, e ovviamente accadde. Ci fermammo, entrambi commossi e sollevati, come se ci fossimo appena liberati da un macigno.
Mi disse: "Che ne è ora del sassolino?"
Gli risposi quello che a entrambi era ormai ovvio: "Più nulla."
La seduta, lo sapevamo, era finita. Lo ringraziai e a quel punto gli parlai dell'onorario. Non si scompose, anche quello era ovvio: "Faccia lei. Accetto il corrispettivo della sua tariffa, così completeremo la nostra esperienza. Come sa, data la mia posizione, ne devolverò una parte in offerta alla Chiesa di cui faccio parte, un pò come lei paga le tasse alle istituzioni in cui si riconosce. L'altra la tratterrò per me, utilizzandola come compenso per il mio tempo e la mia opera. Questo la farà sentire sollevato dalla gratitudine personale. Potrà sempre ringraziare, quello che lei chiama fato, e io divina provvidenza, che ci ha fatto incontrare. In ogni caso, e lei sa il perché, anche io gli sono grato. È tutto."
Ci salutammo con un sorriso che definirei affettuoso e ci accordammo per un successivo appuntamento a parti invertite. Quello che mi sembrò strano, invece, fu la sua ultima richiesta: "Ora, mi da il permesso di tornare ad essere un Sacerdote?"
Come potevo negarglielo?
Da allora, e fino al momento del successivo appuntamento, mi chiesi, senza venirne a capo, come avrei potuto io diventare un Prete. Lui aveva incarnato con semplicità il ruolo di Psicoterapeuta, senza mai che avessi il sentore di una recita. Eppure, la sua ultima richiesta, simultaneamente, la adombrava e la negava, rimandando ad una dimensione dove la recita formale non corrispondeva al vissuto sostanziale. Ci fosse una lezione, dietro tutto questo?
La settimana successiva, mi ricevette in Chiesa di sera. Passai dalla canonica perché a quell'ora era chiusa e interdetta ai fedeli. Mi condusse davanti al confessionale in legno di noce scuro vistosamente scolpito e leggendo il mio sottile imbarazzo, mi rassicurò: "Non abbia timore, entrando lì dentro, voglio solo che lei diventi un Sacerdote in tutto e per tutto. Dimentichi la sua vita e mi consideri solo una pecorella del suo gregge. Ne sia il pastore amorevole. Questo le basterà. È pronto?"
Entrai nel confessionale, tirai la tenda che dava sull'immenso spazio sacro della Chiesa, e prima di alzare la grata restai un attimo al buio accomodandomi sulla panca che fungeva da seduta. Cercai la mia posizione, un po' come facevo prima di una seduta, poi alzai lo sportello di fronte a me e fui invaso da una luce tenue che illuminava il viso del mio interlocutore, ma lasciava me in ombra. Fu allora che lo vidi: era inginocchiato, un pò più in basso di me, in attesa di un mio cenno. "La pace sia con te, figliolo - mi sentii dire - cosa ti tormenta? Come posso essere degno della tua confessione davanti a un uomo, affinché la tua richiesta salga, per mio tramite, all'Altissimo che tutto amorevolmente governa?"
Quello che seguì lo lascio al segreto della confessione e al suo ministero. Dirò solo che trovai davanti a me un uomo umile che mi apriva il suo cuore tormentato, con tutte le difficoltà personali di vivere la vita e la solitudine del suo ruolo. Come potevo non comprenderlo? Lo accolsi sapendo che gli parlavo come un uomo, ma anche in nome di Dio, qualunque cosa fosse. Mi sorprese di sentirmi indegno di farlo, eppure lo facevo con coraggio e decisione, sapendo che non c'era altro modo e luogo per farlo. Trovai le parole che evocavano la mia difficoltà, come la mia sicurezza che Lui era con noi. Parole antiche che lenivano il cuore, ma che richiamavano il mio interlocutore alla sua responsabilità umana, ad un saggio uso del suo libero arbitrio. Nessuna condanna, solo una ferma comprensione e l'indomita fede nella scintilla divina che è in ogni creatura su questa terra. Man mano, mi accorgevo che stavo facendo breccia nel cuore dell'uomo che mi aveva trascinato in quella f***e esperienza. Lo sentii sciogliersi in un pianto sommesso che mi fece capire che aveva ritrovato quello che rischiava di perdere.
Al momento dell'assoluzione, non feci che ripetergli quello che lui aveva detto alla mia, o forse dovrei dire nostra, paziente. Non c'era bisogno di assolvere un uomo già condannato a vivere, finché non riscopre che la vita è un dono e che le sue sofferenze ne sono solo il suggello. Niente colpe, niente dolori, solo un eterno flusso vitale.
Gli chiesi, però, di completare questo sacro ufficio con un'offerta per i derelitti di questo mondo, che qualcuno si adopera per sostenere.
"Vai pure in pace - terminai - e abbi cura di te. Dio te ne sarà grato"
Uscito dal confessionale, me lo ritrovai davanti e gli chiesi il permesso di tornare ad essere chi ero. Me lo concesse sorridendo commosso. Non c'era altro da aggiungere.