dott.ssa Maurizia Buonvino Pedagogista Clinico

dott.ssa Maurizia Buonvino Pedagogista Clinico Il Pedagogista Clinico si pone l'obiettivo di educare la persona, ovvero aiutarla a trovare in se st

27/08/2026

Educare non è una tecnica, è una relazione viva.
Prima dei metodi vengono le persone.

 Dopo il blitz che ha portato al ritrovamento delle sorelle Alisya e Sarah Di Giacinto in Abruzzo, ho ascoltato le parol...
24/06/2026


Dopo il blitz che ha portato al ritrovamento delle sorelle Alisya e Sarah Di Giacinto in Abruzzo, ho ascoltato le parole del padre.
Prima del blitz il padre comunicava forse per giustificarsi da eventuali accuse che "le figlie non erano state messe in casa famiglia "così per caso", ma per un provvedimento della Presidente del tribunale dei minori di Roma che ha disposto un allontanamento urgente delle mie figlie".

Ma "CHI" è ricorso al tribunale per arrivare al Provvedimento del Tribunale dei minori omette di dircelo? Queste figlie si sono fatte sette anni di comunità. Tra l'altro per un periodo sono state persino divise...

Dato che non siamo ingenui e non intendiamo favorire chi dorme sonni tranquilli su queste vicende, giusto una riflessione: io genitore, apro questioni in tribunale e non chiedo il collocamento delle ragazzine ma anzi mi faccio intervistare mostrandomi tronfio di avere al mio fianco una compagna di supporto, tale Giovanna?

Vedete se non fossimo già a conoscenza che l'iter "casa famiglia" parte con una certa dose di accuse contro la figura materna per poi deportare i figli in casa famiglia potemmo anche credere al "rammaricato" genitore.

Nel frattempo la madre, il suo compagno e il nonno sono stati già formalmente incriminati per sequestro di persona in concorso.
Nella migliore delle ipotesi questa madre rischia una condanna per aver ascoltato le figlie. Per AMORE delle figlie che da oggi difficilmente potrà rivedere.

E il padre? Una vittoria di Pirro insieme a Giovanna, il nome che vedete tatuato sul suo braccio.




I criteri diagnostici parlano chiaro: solo se abbiamo un funzionamento intellettivo nella norma possiamo avere una diagn...
21/05/2026

I criteri diagnostici parlano chiaro: solo se abbiamo un funzionamento intellettivo nella norma possiamo avere una diagnosi di dislessia e/o altri DSA.

ATTENZIONE: ho detto "funzionamento intellettivo", non "punteggio del QI", perché sono cose assai diverse, e ne ho già parlato in altri post, ma ne parlerò ancora. Dunque conviene che, se ci sei, seguici, altrimenti forse non leggerai più nulla.

Sapete per quale motivo viene adottato questo semplice principio?
Iniziamo dall'inizio: tecnicamente si chiama "criterio della discrepanza", ovvero che vi è un'enorme discrepanza tra l'intelligenza del soggetto [in termini di funzionamento e non di punteggio] e le abilità di apprendimento.

Un po' come dire: "questo ragazzo è troppo intelligente per poter leggere così male", dove il "troppo intelligente" si riferisce a questa distanza, questa "discrepanza" che vi è tra le abilità di funzionamento intellettivo e le abilità di lettura, ortografia, grafia e calcolo.

Poi c'è un altro motivo, che in realtà è quello principale, ovvero che, nei casi dei disturbi specifici dell'apprendimento, il disturbo è appunto "specifico dell'apprendimento". Quindi non è dovuto a un problema cognitivo o ad altre problematiche (attenzione, memoria, etc.)

In sintesi, non essendovi problemi di funzionamento intellettivo, anche se il punteggio può essere più basso [ED HO GIA' SPIEGATO IN ALTRI POST PERCHE' AVVIENE COSI], il soggetto comunque sviluppa molto più lentamente le sue abilità di apprendimento.

Detto ancora molto in sintesi: 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐬𝐞 𝐬𝐞𝐢 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐥𝐥𝐢𝐠𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐩𝐮𝐨𝐢 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐝𝐢𝐬𝐥𝐞𝐬𝐬𝐢𝐜𝐨.

Nota: non scandalizzatevi per la paternità di questa frase, perché tutto ciò che riguarda la dislessia è di bene comune.

Tutto si trasforma e nulla cambia 💪🫶✨
19/05/2026

Tutto si trasforma e nulla cambia 💪🫶✨

Tutti ne parlano. Ma che cos’è davvero l’intelligenza emotiva?Per alcuni è una soft skill da aggiungere al curriculum. P...
06/05/2026

Tutti ne parlano. Ma che cos’è davvero l’intelligenza emotiva?

Per alcuni è una soft skill da aggiungere al curriculum. Per altri, l’ennesima moda del momento. Un’etichetta comoda, rassicurante.
Eppure, l’intelligenza emotiva è tutto fuorché comoda.

È la capacità – fragile, faticosa, urgente – di riconoscere ciò che si prova. Anche quando fa male. Anche quando ci mette a n**o.
Non si tratta di controllare le emozioni. Né di gestirle come se fossero oggetti estranei.
Si tratta di starci dentro. Di non vergognarsene. Di non giudicarle.
Di restare in relazione con sé e con l’altro. Non solo con le parole, ma con il corpo, con le ferite, con il vissuto che ci attraversa.

Goleman la definiva la capacità di riconoscere le emozioni – proprie e altrui – e di viverle senza esserne travolti.
Ma a me interessa soprattutto questo: la possibilità di non scappare da ciò che ci abita.
La rabbia. La vergogna. Il desiderio. La paura.

Possiamo imparare a nominarle. A starci dentro. A non farne uno strumento di fuga o distruzione.

L’intelligenza emotiva, per me, è questo: una forma di verità. Di coraggio. Di responsabilità.
Non per “stare bene” a ogni costo.
Ma per stare. Per esserci. Con tutto quello che c’è.

28/04/2026

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