Dott. Vincenzo Palumbo Chirurgo Generale

Dott. Vincenzo Palumbo Chirurgo Generale Mi occupo prevalentemente di chirurgia della parete addominale (ernie e laparoceli), chirurgia lapar Presente online su Ultraspecialisti, iDoctors e Medelit.

Collabora con l'unità funzionale di chirurgia generale della Casa di Cura Triolo-Zancla di Palermo. Visita presso il Centro Ippocrate (Caltanissetta), il Centro Orione (Palermo) e Mediclinic (Bagheria).

19/08/2026
12/08/2026

Nel corso di un’intervista rilasciata a “People”, Marcia Cross, attrice famosa per il suo ruolo nella serie “Desperate Housewives”, ha affrontato nuovamente il tema del carcinoma a***e, una patologia di cui ha sofferto tra il 2017 e il 2018.

L’intento dell’attrice è ben preciso: «Voglio scalfire lo stigma che lo circonda. Mi rifiuto di lasciare che questa malattia rimanga un tabù, perché renderla pubblica può salvare delle vite».

Questo tipo di tumori sono estremamente rari e poco conosciuti. Ad oggi, si stima che l’incidenza sia di un nuovo caso ogni 100.000 persone nel mondo, con una prevalenza maggiore tra le donne. Uno dei principali fattori di rischio è l’infezione da Papilloma Virus Umano (HPV), il quale è responsabile anche di altri tumori, come quello della cervice uterina. Per questo motivo, la vaccinazione rappresenta il principale mezzo di prevenzione.

La scoperta del cancro molto spesso avviene in modo casuale. La stessa Cross ha ammesso di aver appreso la diagnosi a seguito di un controllo di routine ginecologico. Il medico, notando alcune anomalie, le ha prescritto ulteriori esami e l’ha indirizzata da uno specialista del colon-retto.

Dopo due biopsie, ha ricevuto l’esisto di carcinoma a***e. «Voglio sfruttare la mia notorietà per abbattere il muro di silenzio sul tumore dell’ano, perché le persone riconoscano i primi sintomi e siano consapevoli di questa malattia che è rara, ma che può essere curata con molta efficacia e pochi effetti collaterali se scoperta ai suoi esordi» ha dichiarato.

Ad oggi, l’attrice è guarita e, secondi i medici, la probabilità che si verifichi una ricaduta è bassa.

Foto: IG

14/07/2026

Il vero costo dell’ipermedicalizzazione della società non è economico. È clinico.

Da anni la letteratura scientifica richiama l’attenzione sul fenomeno della low-value care: prestazioni sanitarie che producono benefici nulli o minimi rispetto ai costi, ai rischi e alle risorse che consumano. Quando si parla di crisi del Servizio Sanitario Nazionale, il dibattito si concentra quasi sempre sulla carenza di medici, sugli investimenti insufficienti o sull’organizzazione. Sono problemi reali. Ma c’è un altro fenomeno, molto meno discusso, che rischia di compromettere qualsiasi tentativo di riforma, l’ipermedicalizzazione della società.

Questo non è un invito a fare meno medicina. È un invito a fare medicina migliore. Anche con strutture perfettamente funzionanti, personale adeguato e liste d’attesa ridotte, il sistema continuerebbe a essere sotto pressione se la domanda di prestazioni continuasse a crescere più rapidamente della reale necessità clinica.
Negli ultimi anni abbiamo progressivamente ampliato i confini della malattia, trasformando sempre più spesso persone sane, o a bassissimo rischio, in pazienti destinati a percorsi di controllo destinati a durare anni.

Ecografie “perché non si sa mai”. Radiografie a raffica. Risonanze per “rassicurare”. Esami del sangue sempre più estesi, dove non bastano più emocromo, glicemia e creatinina: servono anche vitamina D, omocisteina e, naturalmente, l’immancabile protidogramma, spesso anche nel giovane perfettamente sano, senza una reale domanda clinica a cui rispondere.

Noduli tiroidei benigni e stabili che entrano in percorsi di follow-up specialistico destinati a protrarsi per anni, talvolta senza alcuna concreta modifica della gestione clinica. Ipertensioni perfettamente controllate, prive di complicanze e clinicamente stabili che continuano a prevedere visite cardiologiche annuali “di controllo”, pur in assenza di nuovi sintomi o variazioni terapeutiche. Questi sono soltanto alcuni esempi. Il problema non è il singolo esame. Il problema nasce quando milioni di esami “tanto per sicurezza” diventano la normalità.

È importante chiarire che pero’ la responsabilità non è dei pazienti. I cittadini fanno ciò che è naturale fare quando si parla di salute, cercano rassicurazione. Il problema è culturale e organizzativo. Negli anni abbiamo progressivamente trasmesso il messaggio che più esami significhino automaticamente migliore assistenza e migliore prevenzione. In questo contesto anche il medico di medicina generale rischia di essere giudicato con criteri completamente distorti. Il medico che prescrive tutto viene spesso percepito come scrupoloso e attento alla prevenzione. Quello che applica rigorosamente i principi della medicina basata sulle evidenze viene invece etichettato come “tirchio”, superficiale o poco disponibile. È il segno di una profonda confusione tra prevenzione e ricerca indiscriminata di malattie.

Qualcuno a questo punto obietterà: “Grazie a quell’ecografia fatta per caso abbiamo trovato un tumore.” Succede, ricordiamo tutti quel caso fortuito. Ma un sistema sanitario non può essere valutato sulla base delle eccezioni. Deve essere valutato sul beneficio complessivo che produce. Per trovare quella diagnosi rara, quante migliaia di esami sono stati eseguiti senza indicazione? Quante liste d’attesa si sono allungate? E soprattutto: quanti pazienti con una malattia già nota, già probabile o già sospetta hanno visto ritardare la propria diagnosi o il proprio trattamento perché le stesse risorse erano impegnate nell’esecuzione di prestazioni a bassissima probabilità diagnostica?

La prevenzione consiste nell’offrire gli interventi giusti alle persone giuste, nel momento giusto. Non nel moltiplicare esami e controlli in assenza di un’indicazione clinica. Ogni singolo percorso può sembrare ragionevole se osservato isolatamente. Il problema nasce quando milioni di cittadini vengono inseriti contemporaneamente in circuiti di controlli periodici, visite, esami e rivalutazioni che producono pochissimo valore clinico ma assorbono enormi quantità di tempo, personale, apparecchiature e risorse economiche.

Nel frattempo, chi ha davvero bisogno di assistenza aspetta. Ogni giorno di ritardo per un tumore, uno scompenso cardiaco o una malattia neurologica progressiva ha un costo umano infinitamente superiore al beneficio ottenuto da migliaia di esami eseguiti “per sicurezza”. Il paradosso è evidente: più aumentano le prestazioni a basso valore, meno riusciamo a garantire quelle ad alto valore. Ma il danno non è soltanto organizzativo. Ogni esame inutile aumenta anche il rischio di falsi positivi, reperti incidentali, ulteriori approfondimenti, biopsie, trattamenti e ansia per il paziente. La cosiddetta “cascata diagnostica” è oggi una delle principali conseguenze dell’eccesso di medicina: un reperto occasionale genera nuovi esami, che producono nuovi reperti, alimentando un circuito spesso privo di reale beneficio clinico. Il vero costo dell’ipermedicalizzazione non è quindi economico. È clinico. Ogni prestazione a basso valore occupa il posto di una prestazione ad alto valore.

Una parte di questa deriva nasce inevitabilmente dalla medicina difensiva, dalla paura del contenzioso e dalla crescente aspettativa che la medicina debba eliminare qualsiasi rischio. Un’altra deriva da un modello culturale che identifica il “fare di più” con il “curare meglio”, quando spesso è vero l’esatto contrario. La buona medicina non consiste nel prescrivere tutto ciò che è possibile prescrivere. Consiste nel prescrivere ciò che è realmente utile.

Esiste poi una possibile conseguenza di cui si parla pochissimo: il deskilling della specialistica.

Quando una quota crescente dell’attività specialistica viene assorbita da follow-up routinari, reperti incidentali e condizioni a basso rischio, diminuisce inevitabilmente l’esposizione ai casi realmente complessi. È legittimo chiedersi se, nel lungo periodo, questo modello non rischi di favorire una progressiva “generalizzazione” della specialistica, mentre la patologia ad alta complessità viene sempre più concentrata nei centri di riferimento e negli hub di eccellenza. È un paradosso organizzativo: più cresce la domanda di medicina a basso valore, meno tempo rimane per la medicina altamente specialistica.

Servono certamente più investimenti. Servono più medici. Serve una migliore organizzazione. Ma sarebbe un errore pensare che bastino.

Finché non affronteremo seriamente il tema dell’overdiagnosis e dell’ipermedicalizzazione della società, continueremo a rincorrere una domanda sanitaria destinata a crescere più rapidamente della capacità del sistema di soddisfarla. Abbiamo progressivamente iniziato a misurare la qualità della medicina dal numero di esami prescritti, di visite effettuate e di controlli programmati. Ma una sanità migliore non è quella che produce più prestazioni, e’ quella che produce più salute, e le due cose, sempre più spesso, non coincidono.

Forse il vero errore è aver confuso l’accesso alla medicina con il consumo di medicina che sono due concetti profondamente diversi. Perché la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale non dipenderà soltanto da quanti medici formeremo o da quanti miliardi investiremo. Dipenderà anche dal coraggio di smettere di fare ciò che non serve. Ogni prestazione inutile sottrae tempo, denaro e cure a chi ne ha davvero bisogno.

Forse la vera domanda non è come produrre più prestazioni. Ma come produrre più salute.

di Marco Nardelli

07/07/2026

Sottoporsi a esami storicamente temuti come la colonscopia o la gastroscopia oggi fa meno paura.

La gastroenterologia sta vivendo una vera e propria rivoluzione tecnologica che mette al centro il comfort del paziente e la precisione medica.

A tracciare questo cambiamento è il dottor Luigi Schiffino, medico chirurgo specializzato in gastroenterologia, endoscopia digestiva, chirurgia generale e idrologia medica:

“Oggi la tecnologia è talmente avanzata che ci ha consentito di operare, per via endoscopica, lesioni che in passato erano riservate solo alla chirurgia”.

L’IA sta diventando il braccio destro dei medici. Grazie a strumenti di ultima generazione, gli specialisti riescono a ottenere diagnosi estremamente tempestive e accurate.

Siamo dunque all’inizio di una nuova era medica, che apre le porte a una “gastroenterologia predittiva” capace di personalizzare le cure in base alle caratteristiche biologiche di ogni singolo individuo.

26/06/2026

Sapevamo che certi batteri intestinali si trovano nei tumori del colon, ma non come ci lavorano dentro. Un'analisi uscita su Cancer Biology & Medicine, firmata dal gruppo di Jun Yu a Hong Kong, traccia il loro "lavoro sporco" tra chi taglia il DNA delle cellule del colon e chi addormenta le difese immunitarie.

Più del 12% dei tumori del colon-retto porta la firma di una sola tossina batterica, la colibactina: in Italia parliamo di 34.000 nuovi casi l'anno. Ecco cosa cambia per dieta, diagnosi e prevenzione.

https://www.futuroprossimo.it/2026/06/microbiota-e-cancro-al-colon-come-i-batteri-spingono-il-tumore/

10/06/2026

Dobbiamo rassegnarci: il "consumo sicuro" di alcol non esiste. Nemmeno se parliamo del classico bicchiere a cena. A certificarlo è un imponente studio condotto dalla Columbia...

L’alcol è altamente tossico per il nostro organismo, e sempre più studi lo dimostrano!
08/06/2026

L’alcol è altamente tossico per il nostro organismo, e sempre più studi lo dimostrano!

Anche meno di un bicchiere di vino al giorno sarebbe associato a un aumento del rischio di sviluppare dieci diversi tipi di tumore.

A evidenziarlo è una nuova revisione scientifica basata su oltre 800 studi pubblicati nell'arco di più di sessant'anni: https://fanpa.ge/XZg89

03/06/2026

Non è il colore scuro a rendere un neo più pericoloso. Secondo il dermatologo Santo Raffaele Mercuri, i segnali da osservare sono altri e seguono una regola precisa usata dagli specialisti: https://fanpa.ge/unYf1

16/04/2026

L’alcol è una sostanza cancerogena inserita dallo IARC nel gruppo 1, che include le sostanze con evidenze certe di aumento del rischio di cancro.
Non tutte le neoplasie correlate al suo consumo sono però note: tra le sette principali figurano anche due dei tumori più frequenti, quello della mammella e del colon-retto.

11/04/2026

Un campione di feci rileva il cancro al colon-retto con il 90% di accuratezza. La colonoscopia arriva al 94%. Quattro punti di differenza — e nessun tubo.

Per decenni la colonoscopia è rimasta l'unico esame davvero affidabile per lo screening del colon-retto: sedazione, preparazione intestinale da 24 ore, una giornata persa. Uno di quegli esami che molti rimandano all'infinito proprio perché è scomodo, invasivo, costoso in termini di tempo.

Ora i ricercatori dell'Università di Ginevra, guidati dal prof. Mirko Trajkovski, hanno pubblicato su Cell Host & Microbe uno studio che cambia le regole del gioco.

Il sistema analizza il microbioma intestinale a livello di singole sottospecie batteriche: raccoglie un campione di feci, costruisce un inventario microbico dell'intestino e ci passa sopra un'intelligenza artificiale addestrata a riconoscere le firme batteriche tipiche del tumore. Non cerca il sangue, non cerca cellule anomale — cerca il modo in cui il cancro riscrive la flora batterica del colon prima ancora che i sintomi compaiano.

Aspetta. Perché il confronto con la colonoscopia è il punto più pesante.

La colonoscopia — che richiede un medico, una struttura ospedaliera, sedazione e un paziente disposto a prepararsi per un giorno intero — arriva al 94% di accuratezza. Il test delle feci con AI arriva al 90%. Quattro punti percentuali separano un esame invasivo da un campione che potresti raccogliere a casa tua.

Il trial clinico è già in corso presso gli Ospedali Universitari di Ginevra — gli HUG — per capire quali stadi del cancro il test riesce a identificare con maggiore affidabilità. L'obiettivo a lungo termine è trasformare questo sistema in uno screening di routine: niente prenotazione, niente sedazione, niente giornata persa. Un campione che si porta da casa al laboratorio.

Il cancro al colon-retto è tra i più diffusi in Europa. È anche tra quelli con migliore prognosi se trovato in tempo. Il problema reale non è la cura — è che la gente non fa lo screening perché la colonoscopia spaventa.

Un test con il 90% di accuratezza che si esegue a casa risolve esattamente quel problema.

In breve:
Un test AI su campione fecale rileva il cancro al colon-retto con il 90% di accuratezza
La colonoscopia tradizionale si ferma al 94%: 4 punti di differenza, zero invasività
Il trial clinico è già attivo agli Ospedali Universitari di Ginevra — obiettivo: screening domestico

Indirizzo

Via Gino Marinuzzi 98
Palermo
90129

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