Dott. Davide Greco Psicologo-Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale

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Dott. Davide Greco Psicologo-Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale Siamo sempre noi che diamo il potere alle cose di controllarci, non è mai il contrario . Formazione Cognitivo Comportamentale Istituto Tolman

Ciao Francesco, sei entrato nella mia vita molto prima che io capissi davvero quanto le tue parole mi avrebbero accompag...
06/08/2026

Ciao Francesco, sei entrato nella mia vita molto prima che io capissi davvero quanto le tue parole mi avrebbero accompagnato. Sei diventato una parte di me, del mio modo di guardare il mondo, di pensare, di sentire e di scegliere da che parte stare. Mi hai insegnato a non voltarmi dall’altra parte, a riconoscere la dignità di ogni persona, a credere nell’uguaglianza e a diffidare delle verità troppo semplici e comode. Sei stato con me nelle serate in spiaggia, con una bottiglia di vino passata di mano in mano e le tue canzoni cantate fino a perdere la voce. Sei stato nelle notti trascorse al centro sociale, tra discussioni, sogni, rabbia e il desiderio di immaginare un mondo più giusto. Eri lì quando mi sentivo fuori posto, arrabbiato o deluso. Bastava ascoltare la tua voce per sentirmi meno solo, come se qualcuno riuscisse a dare un nome a ciò che io non sapevo ancora spiegare. Oggi sento che se ne va una parte della mia storia, ma ciò che mi hai lasciato non appartiene al passato: vive nel modo in cui guardo gli altri, nelle battaglie che scelgo, nelle cose davanti alle quali non riesco a tacere e in quella parte di me che continua ostinatamente a credere che nessun uomo valga più di un altro. Grazie, Francesco. A c**o tutto il resto.

Ma s' io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, le at...

Ogni giorno qualcuno prova a convincerci di qualcosa.A comprare un prodotto.A votare una persona.A indignarci contro qua...
13/07/2026

Ogni giorno qualcuno prova a convincerci di qualcosa.
A comprare un prodotto.
A votare una persona.
A indignarci contro qualcuno.
A desiderare uno stile di vita che, fino a pochi minuti prima, non avevamo mai considerato necessario.
Le tecniche di persuasione non sono nate con i social. Ma i social le hanno rese continue, personalizzate e difficili da riconoscere.
Non ci mostrano semplicemente il mondo.
Ci mostrano soprattutto ciò che ha maggiori probabilità di catturare la nostra attenzione, suscitare una reazione e trattenerci davanti allo schermo.
Nella pubblicità, nella politica e nella comunicazione pubblica ricorrono spesso gli stessi meccanismi:
la ripetizione di un messaggio;
la creazione di paura o urgenza;
la divisione tra “noi” e “loro”;
l’uso di slogan semplici;
il ricorso a falsi esperti;
la promessa di soluzioni immediate;
l’illusione che tutti la pensino nello stesso modo.
Il problema non è soltanto che possiamo essere ingannati.
È che spesso confondiamo una scelta influenzata con una scelta completamente libera.
La mente, infatti, ama ciò che è familiare, rapido e coerente con quello che pensa già. Tende a credere più facilmente a ciò che vede molte volte, a ciò che provoca emozioni intense e a ciò che sembra condiviso da migliaia di persone.
Ma popolare non significa vero.
Virale non significa importante.
Emotivamente potente non significa affidabile.
I social ci hanno dato accesso a una quantità enorme di informazioni, ma non necessariamente gli strumenti per comprenderle.
In pochi minuti passiamo da una guerra a una diagnosi medica, da una crisi politica a un consiglio psicologico, da una tragedia a una pubblicità.
La mente, però, non è progettata per elaborare senza sosta una tale quantità di stimoli.
Quando è sovraccarica, si stanca.
E quando si stanca, usa scorciatoie.
Semplifica.
Generalizza.
Reagisce.
Si affida all’emozione.
Cerca conferme.
Perde la capacità di tollerare il dubbio e la complessità.
Questo uso continuo può indebolire abilità personali fondamentali: ascoltare davvero, aspettare, sostenere un confronto, leggere con attenzione, distinguere un fatto da un’opinione, cambiare idea senza sentirsi sconfitti.
Non perché la tecnologia renda automaticamente meno intelligenti, ma perché ciò che non viene allenato tende a impoverirsi.
Nel frattempo, personaggi costruiti diventano modelli.
Vite selezionate e modificate diventano parametri con cui confrontare la propria.
Comportamenti estremi, ripetuti ogni giorno, iniziano a sembrare normali.
Un’opinione condivisa migliaia di volte può assumere l’aspetto di una verità, anche quando non è sostenuta da alcuna prova.
La mente può così abitare una realtà deformata: non completamente falsa, ma selezionata, amplificata e costruita per generare attenzione, consenso o profitto.
A lungo andare, tutto questo logora.
Riduce la concentrazione.
Aumenta l’irritabilità.
Alimenta il confronto sociale.
Rende più difficile riconoscere ciò che desideriamo davvero da ciò che ci è stato insegnato a desiderare.
La soluzione non è demonizzare i social.
È imparare a usarli senza consegnare loro automaticamente il nostro giudizio.
Davanti a un contenuto, proviamo a chiederci:
Chi trae vantaggio dal fatto che io ci creda?
Quale emozione sta cercando di provocare?
Quali informazioni sono state escluse?
Perché questo messaggio mi viene mostrato proprio adesso?
Mi sta aiutando a comprendere oppure mi sta semplicemente spingendo a reagire?
Prima di condividere, fermiamoci.
Prima di comprare, aspettiamo.
Prima di aderire a uno slogan, cerchiamo ciò che lo slogan semplifica.
Prima di trasformare qualcuno in un mito o in un nemico, ricordiamoci che la realtà è quasi sempre più complessa del contenuto che pretende di raccontarla.
La libertà non consiste soltanto nel poter scegliere.
Consiste anche nel riconoscere chi, mentre scegliamo, sta cercando di guidare la nostra mano.
Buon cammino a tutti, il vostro affezionato Doc. di quartiere

Ci sono percorsi che all’inizio sembrano stanze chiuse. Pareti troppo vicine. Giornate in cui ti senti piccola davanti a...
27/06/2026

Ci sono percorsi che all’inizio sembrano stanze chiuse. Pareti troppo vicine. Giornate in cui ti senti piccola davanti a tutto quello che fa rumore dentro. Poi, piano piano, qualcosa si muove. Una crepa nella paura. Una finestra nel pensiero. Un filo di luce dove prima sembrava esserci solo confusione. La terapia non ti regala risposte facili. Ti chiede presenza. Ti chiede fatica. Ti chiede coraggio. Ti chiede di restare quando una parte di te vorrebbe scappare. Di guardare dove fa male. Di imparare a distinguere ciò che ti protegge da ciò che ormai ti tiene ferma. Forse la terapia è anche questo: una buona idea piantata in mezzo al disordine. Un seme piccolo, quasi invisibile, capace però di aprire spazio. Uno di quei pensieri che non fanno rumore, ma cambiano la direzione dei passi. Ricordati che non sei solo le tue ferite. Non sei solo le tue paure. Non sei solo le giornate in cui ti perdi. Sei anche il modo in cui ti rialzi. Il modo in cui impari a parlarti. Il modo in cui scegli di non tradirti più. Da qui in avanti non dovrai essere invincibile. Dovrai essere vera. Dovrai riconoscere quando il buio arriva, senza consegnargli tutta la casa. Dovrai lasciare una luce accesa dentro, anche piccola, anche tremante, ma tua. E quando avrai dubbi, ricordati questo: a volte basta una buona idea, tenuta stretta al petto, per ricominciare a camminare. Stammi bene. E prenditi il mondo, con il tuo passo.

Io: Oggi ti sento diversa.Lei: Diversa come?Io: Come quando una persona non ha più bisogno di restare aggrappata alla st...
19/06/2026

Io: Oggi ti sento diversa.

Lei: Diversa come?

Io: Come quando una persona non ha più bisogno di restare aggrappata alla stanza per sentirsi al sicuro.

Lei: Forse è vero. Anche se mi fa strano.

Io: Cosa ti fa strano?

Lei: Pensare che certe cose adesso dovrò portarle fuori da qui. Nelle giornate vere. Quando arrivano i pensieri, le paure, le persone, le cose che non posso controllare.

Io: Non dovrai portarle fuori perfettamente. Dovrai portarle fuori a modo tuo.

Lei: Ho paura che tutto torni come prima.

Io: Qualcosa tornerà, sì. Qualche pensiero, qualche paura, qualche notte più lunga. Ma tu no. Tu non torni uguale.

Lei: Prima bastava un’emozione e io sparivo dentro di lei.

Io: La paura diventava casa. La rabbia diventava voce. Il dolore diventava destino.

Lei: E la mia testa iniziava a correre. Sempre lì. Sempre sulle stesse cose. Su quello che avevo fatto, su quello che poteva succedere, su quello che avrei dovuto capire prima.

Io: La ruminazione è così. Ti promette risposte e invece ti ruba il presente.

Lei: Io pensavo fosse un modo per proteggermi.

Io: Lo era, all’inizio. Poi è diventata una gabbia con la forma della prudenza.

Lei: Adesso sto imparando a fermarmi. Non sempre. Ma ogni tanto riesco a creare uno spazio.

Io: Quello spazio è prezioso.

Lei: Spazio tra quello che sento e quello che succede davvero.

Io: Sì. Non per sentire di meno. Per non perdere te stessa mentre senti.

Lei: Per tanto tempo ho creduto che restare lucida volesse dire essere fredda.

Io: Invece a volte la lucidità è solo amore che ha imparato a non annegare.

Lei: Però a volte mi sembra quasi una colpa non crollare.

Io: Non devi crollare per dimostrare che ci tieni.

Lei: Ma io ho sempre pensato che preoccuparmi fino a stare male fosse una forma d’amore.

Io: A volte è solo paura vestita da amore.

Lei: Quindi posso amare senza consumarmi?

Io: Puoi amare senza sparire.

Lei: Posso esserci senza farmi inghiottire.

Io: Sì. E questa non è mancanza di empatia. È una forma più matura di tenerezza.

Lei: Una tenerezza lucida.

Io: Una tenerezza che non scappa e non si distrugge.

Lei: Io non voglio diventare dura.

Io: Non lo stai diventando. Stai solo imparando che il cuore non deve per forza rompersi ogni volta per essere vero.

Lei: Prima vivevo più nella mia testa che nelle giornate.

Io: La mente ti portava lontano. Nel passato, nel futuro, nei finali peggiori.

Lei: E intanto perdevo quello che stava succedendo.

Io: Il presente è piccolo, a volte. Ma è l’unico posto dove possiamo amare davvero.

Lei: Anche quando fa male?

Io: Soprattutto quando fa male.

Lei: Quando tornerà l’ansia, cosa faccio?

Io: Le fai spazio. Non la mandi via con rabbia. Non la segui ovunque. Le dici: “Ti sento, ma non decidi tutto tu.”

Lei: Ti sento, ma non decidi tutto tu.

Io: Poi guardi la realtà. Non quella immaginata dalla paura. Quella davanti a te.

Lei: E mi chiedo qual è il prossimo passo.

Io: Solo quello. Il prossimo passo. La vita non chiede sempre coraggio enorme. A volte chiede solo di non abbandonarsi.

Lei: È doloroso, però.

Io: Sì. Restare presenti può fare male. Ma è un dolore pulito. Diverso da quello della ruminazione.

Lei: Dolore pulito?

Io: Sì. Il dolore di chi sente la vita, non quello di chi viene trascinato via dalla mente.

Lei: Quindi stare bene non significa non soffrire.

Io: No. Stare bene, a volte, significa soffrire senza perdere la propria mano.

Lei: Senza lasciarmi andare.

Io: Senza lasciarti sola.

Lei: Questa è la felicità interiore?

Io: Forse sì. Non una felicità rumorosa. Non quella da fotografia. Una felicità più silenziosa: sapere che, qualunque cosa arrivi, tu puoi tornare a te.

Lei: Tornare a me.

Io: Al respiro. Al corpo. A ciò che è reale. A quello che puoi fare adesso.

Lei: E se ricado?

Io: Ti rialzi senza insultarti. Le cadute non cancellano il percorso. A volte lo ricordano.

Lei: Prima mi sarei giudicata.

Io: Adesso puoi parlarti con più dolcezza.

Lei: Tipo?

Io: Sto provando paura, ma non sono solo paura.
Sto soffrendo, ma posso restare.
Non devo distruggermi per dimostrare che amo.

Lei: Questa la porto con me.

Io: È già tua.

Lei: Sai cosa mi sembra? Che fare spazio non mi allontani dagli altri. Mi avvicini.

Io: Perché quando non sei sommersa, puoi vedere meglio. Puoi ascoltare meglio. Puoi scegliere meglio.

Lei: Posso amare meglio.

Io: Sì.

Lei: Con meno paura.

Io: Con più presenza.

Lei: Con meno bisogno di controllare tutto.

Io: Con più fiducia nel passo che posso fare oggi.

Lei: Non guarita da tutto.

Io: No.

Lei: Non invincibile.

Io: No.

Lei: Però più mia.

Io: Questo sì. Molto più tua.

Lei: Allora forse posso andare così. Non perfetta. Non senza paura. Ma presente.

Io: È un bellissimo modo di andare.

Lei: Un passo alla volta?

Io: Un passo alla volta.

Lei: E se il cielo cambia?

Io: Tu torni al presente.

Lei: Respiro.

Io: Guardi.

Lei: Scelgo.

Io: E resti.

Lei: Anche se fa male.

Io: Anche se fa male.

Lei: Perché fare spazio non significa amare di meno.

Io: Significa amare senza perdersi.

Lei: Amare meglio.

Io: Amare meglio.

Lei: Allora vado.

Io: Sì. Vai.

Lei: Non senza paura.

Io: No.

Lei: Non perfetta.

Io: No.

Lei: Però più mia.

Io: Molto più tua.

Lei: Un passo alla volta.

Io: Un passo alla volta.

Lei: Ciao, Dà. Ti voglio bene.

Io: Anch’io. E prenditi il mondo, piccola mia.
Se fai spazio, diventerà sempre più grande.

Music video by Niccolò Fabi performing Costruire.

Il valore delle cose è dato dalla fatica che fai per ottenerle, vero x?Non è una sfida, non è una rivalsaNon è la finzio...
30/05/2026

Il valore delle cose è dato dalla fatica che fai per ottenerle, vero x?
Non è una sfida, non è una rivalsa
Non è la finzione di essere meglio
Non è la vittoria, l'applauso del mondo
Di ciò che succede il senso profondo.
Ti auguro di continuare il viaggio con la stessa autenticità che hai portato qui dentro. E quando avrai dei dubbi, ricordati che non sei la persona che ha iniziato questo percorso: sei la persona che lo ha attraversato, saluta le parti di te ed evolvile.
Stammi bene e prenditi il mondo piccolo mio♥️

Niccolo' Fabi, born 16 May 1968, is an Italian musician and songwriter, eminent in Roman Philology. He started out as a drummer in a band named "Fall Out", s...

Ci sono notizie che fanno paura. Ma ce ne sono alcune che, prima ancora, dovrebbero farci pensare.La professoressa accol...
31/03/2026

Ci sono notizie che fanno paura. Ma ce ne sono alcune che, prima ancora, dovrebbero farci pensare.
La professoressa accoltellata da un suo studente è una ferita enorme. E la prima cosa da dire è chiara: la violenza non si giustifica. Mai.
Ma un ragazzo che arriva a un gesto così non nasce all’improvviso nella violenza. Ci arriva passando dal silenzio, dalla rabbia, dalla confusione, dal sentirsi solo, non visto, non capito. Ci arriva spesso dopo tanti segnali letti male o ignorati del tutto.
Troppo spesso degli adolescenti vediamo solo il comportamento. La provocazione. La chiusura. L’aggressività. La sfida. E non il dolore che c’è sotto.
Un figlio che sta male non sempre chiede aiuto in modo dolce. A volte lo fa diventando difficile da amare. Difficile da gestire. Difficile da capire.
Ed è lì che gli adulti dovrebbero esserci di più.
Perché certi ragazzi non esplodono in un giorno. Crollano lentamente. E spesso lo fanno davanti a genitori, scuola e adulti che vedono il problema solo quando diventa troppo grande per essere ignorato.
Non per assolvere. Ma per capire prima. Perché dietro certi gesti estremi, quasi sempre, c’è un dolore lasciato solo troppo a lungo.
Gli adolescenti non hanno bisogno solo di regole. Hanno bisogno di presenza, ascolto, contenimento, sguardi veri.
Perché certi silenzi non sono calma. Sono richieste d’aiuto che non abbiamo saputo ascoltare.

G: Fa strano pensare che siamo arrivati alla fine.Io: Sì, ma non pensarlo come una fine vera. Pensalo come il momento in...
16/03/2026

G: Fa strano pensare che siamo arrivati alla fine.
Io: Sì, ma non pensarlo come una fine vera. Pensalo come il momento in cui tutto quello che abbiamo costruito qui dentro inizia a camminare con te, fuori da questa stanza.
G: All’inizio pensavo che il problema fosse solo il cibo.
Io: È normale. Quando si soffre così, sembra sempre che il centro sia il corpo, il peso, il controllo. Ma nel tempo hai capito che il sintomo era solo il modo più doloroso che avevi trovato per dire altro: paura, vergogna, bisogno, solitudine, fatica.
G: Prima non riuscivo a fermarmi. Sentivo qualcosa e reagivo subito.
Io: Esatto. E il nostro lavoro è stato proprio questo: creare uno spazio tra quello che sentivi e quello che facevi. Le tecniche cognitive comportamentali, in fondo, servono anche a questo. A non vivere più tutto in automatico.
G: Il diario, per esempio, mi ha aiutata più di quanto pensassi.
Io: Perché non serviva a giudicarti, ma a conoscerti. Scrivere i momenti difficili, i pensieri, le emozioni, i comportamenti, ti ha permesso di vedere che niente accadeva davvero “a caso”. C’erano ferite, inneschi, paure.
G: E poi ho iniziato a capire quanto fossi dura con me stessa.
Io: Sì. Hai imparato a riconoscere i pensieri automatici, quelli rapidi e crudeli: “non valgo”, “sto perdendo il controllo”, “se sbaglio è finita”. E piano piano hai capito una cosa fondamentale: un pensiero non è una sentenza. Si può osservare, mettere in discussione, ridimensionare.
G: Prima ci credevo subito.
Io: Adesso invece riesci più spesso a chiederti se quello che stai pensando è davvero un fatto, oppure è la voce della paura. Questo è un passaggio enorme. Così come enorme è stato il lavoro sui comportamenti: evitare, controllare, punirti, cercare regole rigide per sentirti al sicuro. Tutte cose che sembravano proteggerti, ma in realtà alimentavano il disturbo.
G: Fare piccoli passi concreti mi ha aiutata.
Io: Perché la terapia non chiede salti eroici. Chiede esperienze nuove, graduali, possibili. Un passo alla volta hai scoperto che l’ansia può salire senza distruggerti, che un’emozione può essere attraversata, che il corpo non deve per forza essere un nemico.
G: Credo di aver capito anche che non tutti i vuoti si riempiono col controllo.
Io: Esatto. Alcuni vuoti chiedono ascolto, altri chiedono riposo, altri ancora chiedono vicinanza, parole, cura. E tu hai cominciato a domandarti, nei momenti difficili: “Di cosa ho bisogno davvero?” È una domanda semplice, ma potentissima.
G: Ho ancora giorni storti.
Io: E li avrai, perché guarire non significa diventare perfetti. Significa non lasciare più che un giorno storto decida chi sei. Significa cadere senza distruggerti. Significa guardarti con più verità e meno violenza.
G: Questa forse è la cosa più importante che porto via.
Io: Io credo di sì. Perché prima ti punivi, adesso provi a capirti. Prima volevi controllarti, adesso stai imparando a prenderti cura di te. E tra controllo e cura c’è una differenza immensa.
G: Mi fa paura salutarti.
Io: Lo so. Ma non stai perdendo qualcosa. Stai portando con te strumenti che ora ti appartengono. La capacità di osservare un pensiero senza obbedirgli. La possibilità di riconoscere un’emozione senza esserne travolta. Il diritto di trattarti con rispetto anche quando fai fatica.
G: Allora non ti dico addio.
Io: No. Diciamoci un saluto onesto. Di quelli che non cancellano il percorso, ma gli danno valore.
G: Grazie.
Io: Grazie a te, G. Buon cammino. E ricordati questo: nei giorni difficili non hai bisogno di essere perfetta. Hai bisogno di restare dalla tua parte.

20/02/2026
C’è una scena che si ripete sempre uguale: qualcuno accende una telecamera, pronuncia una parola-detonatore – “narcisist...
20/02/2026

C’è una scena che si ripete sempre uguale: qualcuno accende una telecamera, pronuncia una parola-detonatore – “narcisista”, “borderline”, “psicopatico” – e la complessità evapora. La sofferenza psichica diventa intrattenimento. Una diagnosi diventa una condanna morale. Una persona diventa un mostro utile. E soprattutto il dolore diventa una valuta: più fa paura, più fa clic; più fa clic, più fa soldi. Si apre il sipario per la spettacolarizzazione del dolore. La sua pornografia. Il modo in cui il trauma viene impacchettato, etichettato, venduto e consumato come se fosse una serie. Come se la psicopatologia fosse un genere narrativo e non una ferita. Come se bastasse dire “narcisista” per aver capito tutto e per essersi messi automaticamente dalla parte giusta del mondo. Ma la clinica non funziona così. La clinica non è un tribunale e non è un palcoscenico. La clinica è una stanza piccola, spesso silenziosa, dove arriva qualcuno che non sa più come tenersi insieme. E lì, davanti a te, non arriva “un narcisista”. Arriva una persona. Arriva una storia. Arrivano difese che hanno avuto un senso, in un tempo e in un posto. Arrivano strategie che oggi fanno danno, sì, ma che ieri erano l’unico modo per non crollare. Il narcisismo patologico, per dire, non è il male del secolo. È spesso un equilibrio precario costruito su vergogna, fragilità identitaria, ipersensibilità alla ferita, terrore di essere irrilevanti. E da lì possono nascere dinamiche dannose: svalutazione, controllo dell’immagine, richieste, manipolazioni, freddezze improvvise. Non lo nego. Non lo romanticizzo. Non lo assolvo. Ma mi rifiuto di trasformarlo in un meme morale, perché i meme non curano nessuno. I meme alimentano solo cacce alle streghe. E poi c’è l’altra bugia comoda: che il narcisista sarebbe il pericolo relazionale e tutto il resto sarebbe contorno. No. Se vuoi parlare seriamente di impatto sugli altri, devi avere l’onestà di guardare tutto il quadro. Un ossessivo-compulsivo di personalità può distruggere una relazione con rigidità e critica continua, col controllo travestito da “precisione”, con quella forma di superiorità morale che non urla ma erode. Un paranoide può rendere la vita una questura emotiva, dove ogni gesto è sospetto e l’altro vive sempre sotto processo. Un istrionico può trascinare chi gli sta vicino in un’altalena di intensità e dramma che consuma, non perché è cattivo, ma perché senza intensità si sente morire. Un borderline può travolgere con paura dell’abbandono e tempeste emotive, alternando bisogno e rabbia in modo devastante per entrambi. Un evitante può trasformare l’amore in distanza, e l’altro finisce davanti a una porta che non si apre mai. Un dipendente può incollare l’altro a un ruolo di salvatore, e la coppia diventa genitore-figlio. E sì, esistono profili più direttamente trasgressivi e pericolosi. Ma la realtà clinica è questa: non c’è un’etichetta “cattiva” e le altre “buone”. Ci sono modi di funzionare che fanno soffrire e che possono far soffrire. E se vogliamo essere seri, il DSM-5 – quello usato per lavorare, non per fare titoli – non ti invita a scegliere un nemico. Ti invita a capire un profilo. Non ti chiede “che mostro è?”, ti chiede quanto una persona riesce a vivere e a stare in relazione senza distruggersi o distruggere ciò che tocca. Guarda la stabilità dell’identità, la capacità di darsi una direzione, l’empatia reale, la reciprocità e l’intimità. E poi guarda i tratti dominanti: quanto pesa la sofferenza emotiva, quanto il distacco, quanto l’antagonismo, quanto l’impulsività, quanto certe distorsioni del pensiero e della percezione. È un modo multidimensionale perché la realtà è multidimensionale: due persone con la stessa etichetta possono essere opposte, e due etichette diverse possono produrre danni simili per strade diverse. Quindi sì: le dinamiche dannose vanno riconosciute e vanno fermate. Ma fermarle non significa demonizzare una categoria e sentirsi giusti. Significa imparare a vedere i comportamenti: controllo, coercizione, svalutazione, isolamento, violazioni di confini, ricatti emotivi, gaslighting, minacce, instabilità cronica. Quella è prevenzione. Quello è proteggere. Le etichette urlate invece sono solo una scorciatoia emotiva: ti danno un cattivo e ti risparmiano il pensiero.E adesso lo dico duro, senza zucchero: la diagnosi è diventata una moneta. È più facile vendere paura che vendere complessità. È più facile speculare sulla sofferenza che aiutarla. È più comodo fare divulgazione come se fosse gossip: “ti spiego chi è il mostro, così tu ti senti salvo”. Ma la sofferenza psichica non è un contenuto. Non è una narrativa da monetizzare. È una materia viva, fragile, e quando la riduci a etichetta da lanciare addosso alle persone, stai facendo un danno reale. A chi soffre, a chi subisce, e anche a chi potrebbe curarsi ma non lo farà perché la vergogna, nutrita da questo circo, diventa insopportabile.
E poi c’è una cosa che nessuno dice mai, perché il terapeuta deve essere una figura “funzionale”, non una persona. A noi si chiede sempre come sta l’altro, giustamente. Noi siamo allenati a chiederlo, a reggerlo, a farci spazio per l’altro. Ma è rarissimo, quasi un evento, che qualcuno chieda a un terapeuta: “e tu, come stai?”. Non perché il paziente sia cattivo, ma perché il dispositivo stesso spinge a dimenticarlo: il terapeuta come strumento, come funzione, come parete su cui proiettare. E va bene, è parte del lavoro. Però ogni tanto lo senti, quel vuoto: chiediamo cura, offriamo cura, e fuori da quella stanza c’è un mondo che applaude le etichette e non vede le persone. Né i pazienti, né i terapeuti. Io scelgo la mappa proprio per questo. La scelgo anche quando arrivi in studio stanco, anche quando la giornata ti ha lasciato addosso storie e frammenti, anche quando ti senti solo, indomito, confuso e caparbio. La scelgo perché dentro quelle stanze piccole succedono cose che non faranno mai rumore: qualcuno smette di odiarsi per dieci secondi. Qualcuno nomina finalmente la vergogna. Qualcuno mette un confine senza sentirsi un mostro. Qualcuno piange senza giustificarsi. Qualcuno, che non pensava nemmeno di avere una vita, comincia a intravederla. Ecco perché mi fa rabbia la spettacolarizzazione del dolore: perché noi vediamo quanto costa, quel dolore. E quanto costa anche lavorarci. Sputiamo sangue non per la soddisfazione di aver “risolto un caso”, ma per aprire possibilità. Non per incastrare un colpevole, ma per trasformare la ripetizione in scelta. E se questa cosa non è romantica e feroce insieme, allora non so cosa lo sia. Io scelgo la mappa perché la mappa non ti dà un nemico: ti dà una via. E in un mondo che guadagna più soldi a etichettare la sofferenza che ad aiutarla, scegliere la via è un gesto romantico e violentissimo. È dire: non ti ridurrò a una parola. Non userò il tuo dolore come contenuto. Ti incontrerò come persona. E poi, con umiltà e disciplina, proveremo a tornare a casa, un passo per volta, un lacrima per volta, un sorriso per volta.
Il vostro affezionato Doc di quartiere

Anastasio · Correre · Brano · 2019

Ci sono giorni in cui ci alziamo e “funzioniamo”.Andiamo avanti, rispondiamo, facciamo. Eppure dentro sentiamo una stanc...
06/02/2026

Ci sono giorni in cui ci alziamo e “funzioniamo”.
Andiamo avanti, rispondiamo, facciamo. Eppure dentro sentiamo una stanchezza che non passa.

È la fatica silenziosa di questi tempi: l’ansia che ci tiene all’erta anche quando non c’è pericolo, l’umore che si abbassa senza una ragione “spiegabile”, il sonno leggero, i pensieri che girano in tondo come ruote nel fango. È la sensazione di dover reggere tutto da soli, di dover essere sempre all’altezza, di non poter mai crollare.
E poi ci sono le relazioni: la paura di deludere, il bisogno di compiacere, la difficoltà a fidarsi, la solitudine anche quando siamo in mezzo agli altri. A volte la domanda è una sola: “Com’è possibile che io sia qui, eppure mi senta così lontano da me?”

Quando il dolore si presenta così, raramente è una sola cosa.
Spesso è un intreccio: stress cronico, pressioni continue, ferite antiche che tornano in modi nuovi, confini saltati, un’autocritica che non ci dà tregua. Oppure l’opposto: sentirci spenti, disconnessi, come se la vita scorresse accanto a noi. E il corpo, che non mente, comincia a parlare al posto nostro: tensioni, mal di pancia, fiato corto, tachicardia, fame o chiusura, stanchezza che non si scioglie.

Ecco perché scegliamo una cura che non guarda “a pezzi”.
Scegliamo di vedere la persona intera. Di attraversare insieme il quadro completo: emozioni, pensieri, corpo, storia, relazioni, il presente che incalza e il passato che ancora chiede ascolto. Perché non siamo un sintomo: siamo una storia che cerca casa.

In questo, la multidisciplinarità non è un dettaglio: è un atto di responsabilità e di amore. Quando serve, ci confrontiamo con altre figure, integriamo sguardi, mettiamo in dialogo competenze diverse. Non per complicare, ma per essere più precisi, più presenti, più efficaci. Per non lasciare niente indietro.

Ma prima di tutto, la terapia è un luogo.
Un luogo in cui possiamo arrivare come siamo: stanchi, arrabbiati, confusi, in silenzio, pieni di vergogna o di paura. Un luogo dove non dobbiamo dimostrare nulla. Dove non ci viene chiesto di “stare bene” in fretta, ma di essere veri. E dove, lentamente, impariamo che ciò che ci spaventa può essere nominato, accolto, trasformato. Che non siamo sbagliati: spesso abbiamo solo imparato a sopravvivere nel modo migliore che avevamo.

Da più di vent’anni, camminiamo accanto alle persone in questo passaggio: dal resistere al vivere. E ogni volta torna la stessa verità semplice e potente: quando ci sentiamo davvero visti, qualcosa dentro si distende. Quando ci sentiamo accolti, la forza ricompare. Quando smettiamo di combatterci, cominciamo a guarire.

Se queste parole ci somigliano, allora forse è già un inizio.
Un inizio gentile. Un inizio possibile. Un inizio che meritiamo.

Work in progress😊

Indirizzo

Via Dei Nebrodi 44
Palermo
90100

Orario di apertura

Lunedì 08:00 - 20:00
Martedì 08:00 - 20:00
Mercoledì 08:00 - 20:00
Giovedì 08:00 - 20:00

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