14/09/2026
IL LEGNO CHE DIVENTA GLORIA
Il 14 settembre mi ha trovato mentre chiudevo l'ultimo fascicolo della giornata. Dentro c'era la storia di una donna convinta di aver lasciato il lutto per il marito alle spalle. Ha usato proprio quella parola, come se un dolore potesse restare fermo dietro di noi, mentre noi continuiamo a camminare senza più voltarci.
Un dolore lasciato alle spalle continua a esistere. Smette solo di essere guardato, e da lì lavora nel buio.
La festa di oggi racconta un'altra strada. La croce, il punto più basso a cui Roma condannava un uomo, viene innalzata e resa visibile a tutti, esposta apertamente allo sguardo di chi passa. Gesù lo dice a Nicodemo: il Figlio dell'uomo deve essere innalzato come Mosè innalzò il serpente nel deserto, perché chiunque guardi abbia la vita. È il cuore dell'annuncio cristiano, la salvezza che passa attraverso ciò che sembrava la fine. Quella croce esaltata porta già dentro di sé la risurrezione, il segno di un amore che ha vinto la morte.
Winnicott parlava di un ambiente capace di sostenere, che permette di restare dentro il dolore senza esserne distrutti. Qualcosa di simile chiede la fede davanti alla croce: reggere lo sguardo su ciò che fa male finché non rivela quello che prima non si vedeva.
Alla donna del mio fascicolo non ho parlato di teologia. Le ho chiesto se fosse necessario lasciare il marito alle spalle, o se fosse possibile portarlo avanti con sé, in una forma trasformata.
Cosa cambierebbe, per ciascuno di noi, se smettessimo di lasciare le nostre croci alle spalle?
A. Ferro