13/04/2026
Ho seguito con attenzione la puntata del 6 aprile 2026 de “Lo Stato delle Cose” di Massimo Giletti, soffermandomi in particolare sull’intervento di un sedicente (o presunto?) poliziotto penitenziario, forse “ex”, forse “attore” — o almeno così può apparire per come è stato presentato — forse entrambe le cose. Un contributo che, più che un’inchiesta, è sembrato un esercizio di teatro improvvisato… con qualche sbavatura di troppo.
Il protagonista, con il volto coperto – perché si sa, l’incappucciato fa sempre scena, un po’ come il “cavaliere mascarato” – ha dichiarato di aver introdotto droga e telefoni cellulari all’interno del carcere in cui lavorava. Fin qui, nulla di nuovo sotto il sole: il tema è serio e meriterebbe approfondimenti veri.
Peccato però che, a sollevare più di una perplessità sulla credibilità del racconto, sia stato proprio il linguaggio utilizzato. Chi conosce anche solo superficialmente l’ambiente carcerario sa bene che un appartenente alla Polizia Penitenziaria difficilmente userebbe il termine “guardia penitenziaria”. Non una volta, ma addirittura due. Una svista? Un dettaglio che, quantomeno, non passa inosservato.
È un po’ come sentire un chirurgo parlare di “cerotti” durante un’operazione a cuore aperto.
Viene quindi il dubbio – legittimo, direi – che il racconto, per come è stato presentato, non risulti del tutto convincente sotto il profilo dell’accuratezza. Si sa, il diavolo sta nei dettagli… Eppure, il servizio potrebbe aver comunque centrato il suo obiettivo: non tutti conoscono il lessico tecnico del settore e molti telespettatori potrebbero aver semplicemente recepito il messaggio più immediato, ovvero quello di una Polizia Penitenziaria corrotta; un effetto collaterale non proprio trascurabile.
Sorge allora spontanea una domanda: nel 2026, in un’epoca in cui le informazioni possono essere verificate in tempo reale, tra verifiche immediate, social network e intelligenza artificiale, ha davvero senso proporre testimonianze che, per come appaiono, risultano così deboli, così poco curate, così… riconoscibili?
Il “cavaliere mascarato” poteva forse funzionare anni fa; oggi convince molto meno.
Resta la stima per Massimo Giletti e per molte delle sue inchieste, spesso incisive e coraggiose. Ma proprio per questo, ci si aspetterebbe un livello di rigore maggiore, soprattutto quando si trattano temi così delicati e che toccano le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria.
Alessandro De Pasquale - Presidente SIPPE
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