Appunti Psicoanalitici - Dott. Francesco Merico

Appunti Psicoanalitici - Dott. Francesco Merico Psicologo specializzando in Psicoterapia ad Orientamento Psicoanalitico; Esperto in Neuropsicologia Clinica - Via Vespucci 2, Parma Sono il Dott.

Francesco Merico, Psicologo con formazione in Psicoterapia Psicoanalitica ad orientamento relazionale ed esperto in Neuropsicologia Clinica. Mi occupo di clinica dell'adulto, con particolare riferimento alla gestione di condizioni di crisi e di sofferenza in una prospettiva integrata e relazionale. Ho altresì approfondito l'ambito di intervento neuropsicologico, lavorando nel contesto della riabil

itazione cognitiva con pazienti affetti da disturbi neurocognitivi, tra cui demenze, patologie del neurosviluppo, sindromi metaboliche e conseguenze di eventi traumatici come lesioni cerebrali o ischemie. Parimenti, da diversi anni mi occupo di interventi clinici rivolti ad adolescenti e giovani adulti, utenza che richiede uno sguardo attento e sensibile alle complesse dinamiche evolutive, relazionali e spesso traumatiche che caratterizzano questa fase della vita. Ho maturato una significativa esperienza in contesti residenziali, lavorando con adolescenti portatori di diagnosi complesse, in particolare disturbi di personalità, storie di abuso e maltrattamento e gravi quadri di disregolazione emotiva e comportamentale. Il mio approccio si fonda su un ascolto attento, non giudicante e rispettoso dell'unicità della persona, integrando le competenze cliniche e neuropsicologiche in una cornice teorica dinamica, sensibile alla storia relazionale e affettiva dell'individuo. Lavoro quotidianamente per costruire alleanze terapeutiche solide, capaci di sostenere percorsi trasformativi profondi e duraturi, con un'attenzione costante al contesto di vita, ai legami significativi e alle risorse individuali e ambientali.

Sigmund FreudFreiberg, 6 maggio 1856 – Londra, 23 settembre 1939
06/05/2026

Sigmund Freud
Freiberg, 6 maggio 1856 – Londra, 23 settembre 1939

Eppure noi non siamo piu sicuri che nei prossimi cin­quant'anni ci saranno ancora primavere e continueranno a nascere ba...
31/03/2026

Eppure noi non siamo piu sicuri che nei prossimi cin­quant'anni ci saranno ancora primavere e continueranno a nascere bambini. Era certamente un delirio di colpa il fat­to che la paziente melanconica fosse persuasa che i bam­bini e le primavere non ci sarebbero piu stati per colpa sua. Eppure noi non siamo piu sicuri di essere perfetta­mente sani di mente se, rappresentandoci la catastrofe co­me possibile, noi non ci sentiamo in qualche modo coin­volti in un qualche sentimento di colpa.

Nel momento in cui un paziente varca la soglia del nostro studio e inizia a dipanare il filo della sua storia, ci invita...
19/03/2026

Nel momento in cui un paziente varca la soglia del nostro studio e inizia a dipanare il filo della sua storia, ci invita timidamente ad assistere al miracolo della sua autoguarigione.
Egli ha già messo in atto le migliori strategie possibili per sopravvivere alla sofferenza a cui ha partecipato. Guardare alle sue difese come a qualcosa di consensualmente inadeguato, ridicolo, come a materiale da interpretare e sezionare applicando una precisione degna del più raffinato tavolo settorio, significa commettere l'errore morale di disconoscere il nostro stupore rispetto alla sua straordinaria capacità di organizzarsi per restare al mondo.
Lo scorgiamo con nitidezza in quei pazienti che siamo soliti definire "gravi", che ci appaiono rigidi come la pietra inanimata, sideralmente lontani dal nostro funzionamento, "sub-umanità" da compatire. Invero, dinanzi alla loro potenza esistenziale vi sarebbe solo da inchinarsi.
Dovremmo avere l'umiltà di chiederci se noi, esposti ai medesimi perigli che la loro mente ha dovuto fronteggiare, avremmo saputo fare di meglio; se, nel cuore della medesima tempesta, ci saremmo comportati in modo poi così diverso.

08/03/2026
LE ORIGINI DELLA CREATIVITÀCredo di avere già dimostrato ciò che ritengo essere l’origine della creatività; devo, comunq...
01/03/2026

LE ORIGINI DELLA CREATIVITÀ

Credo di avere già dimostrato ciò che ritengo essere l’origine della creatività; devo, comunque, fare una duplice affermazione. Il primo punto è che la creatività appartiene al fatto di essere vivi, cosicché il soggetto, a meno che stia riposando, in qualche modo si espande, tanto che, se vi è un oggetto intorno a lui, è possibile che stabilisca con esso una relazione. Il secondo punto riguarda il fatto che l’espandersi fisico o mentale ha significato solo per l’individuo che è là per essere. Un bambino nato con un’assenza quasi totale di cervello può espandersi, trovare e usare un oggetto, ma non può fare esperienza del vivere creativo. Per quanto riguarda il bambino normale, esso deve crescere in complessità e diventare un essere stabile per poter fare esperienza dell’espandersi e trovare un oggetto come atto creativo. Torno così alla massima: essere prima di fare: il bambino può così controllare gli impulsi senza perdere il senso del Sé. All’origine vi è dunque la tendenza dell’individuo, determinata a livello genetico, a essere e restare vivo, e a stabilire una relazione con gli oggetti con cui entra in contatto nel suo espandersi, fosse questo anche mosso dal desiderio di raggiungere la luna.

27/02/2026

Nel contesto delle istituzioni di cura e negli ambienti comunitari, le riunioni d’equipe, le supervisioni, gli scambi informali tra colleghi diventano sovente teatro di una battaglia tra "versioni del paziente" idealizzate e ideologizzate. Non è raro, in effetti, assistere a contrapposizioni tra gli operatori che seguono un andamento tipico: là dove uno esperisce un paziente attraverso la lente della rabbia e del limite, l’altro sembra coglierne prevalentemente la fragilità e il bisogno di accudimento.
In questi frangenti, è facile che si inneschi quella che potremmo definire una battaglia per l’egemonia interpretativa: la tendenza a difendere la propria visione come "verità assoluta" e il tentativo di sconfessare la percezione dell'altro. Neppure è raro che un voce terza intervenga a fornire un'interpretazione "salvifica" la quale, più che apportare un'accresciuta conoscenza del paziente, sembra piuttosto funzionare da sedativo (o da immunosoppressore) rispetto allo scontro in atto.
E tuttavia, possiamo ancora chiederci: cosa stiamo realmente agendo in quel dato momento? A ben vedere, il confronto tra posizioni vissute come antitetiche non riguarda certo il livello di competenza professionale o un maggiore o minor grado di empatia e di sensibilità: piuttosto, sembra riflettere precipuamente l'esperienza scissa e frammentata del paziente. Utilizzando strategie relazionali inconsce e complesse, il paziente "deposita" parti diverse di sé, evidentemente percepite come inconciliabili, nei diversi membri dell'equipe, a seconda della personale disposizione alla relazione di ciascuno di essi. Con ciò, non si vuole certo sostenere che non esistano differenze di ruolo tra operatori e che esse non vadano tutelate: lo psichiatra è e rimane lo psichiatra, lo psicologo è e rimane lo psicologo, l'addetto alle pulizie è e rimane l'addetto alle pulizie. Ognuno svolge un compito sufficientemente nobile e sufficientemente essenziale. Sarebbe altresì un errore promuovere un approccio "pseudo-socialista" alla malattia mentale (come lo si osserva in certe istituzioni di cura per le tossicodipendenze), che annulli le differenze di ruolo in un gioco di fluidità il cui scopo ultimo pare essere, a ben vedere, quello di occultare una gerarchia fantasma rigidissima e paranoicale: in tal senso, certi servizi sono indubbiamente più virtuosi di altri. Ancora, sarebbe auspicabile (nel rispetto dei vincoli che la realtà pone ad ognuno) che ogni operatore coinvolto in una relazione di aiuto fosse "protetto" da un percorso di cura personale attraverso cui tentare di sbrogliare la complessa matassa della propria esistenza in rapporto all'esistenza degli altri. Ma questi sono temi che richiederebbero una discussione decisamente più approfondita.
Tornando al focus del problema, si potrebbe forse dire che l'operatore che provi rabbia stia intercettando con successo un nucleo oppositivo o distruttivo del paziente, e che in lui tale nucleo abbia trovato uno spazio abbastanza sicuro da potersi esprimere; similmente, è plausibile che l'operatore che avverta tenerezza stia contenendo la parte più vulnerabile e traumatizzata dell'altro. Un'esperienza non è preferibile all'altra, ed entrambe colgono una verità clinica innegabile, seppur inevitabilmente parziale.
Ecco che la tensione che si genera nel gruppo di lavoro non appare più un errore di percorso, ma come il riflesso fedele della difficoltà del paziente di trovare una coerenza interna tra vissuti "dissociati", difficili da integrare. Il compito dell’equipe, dunque, non è stabilire chi abbia "ragione", ma agire come un sistema collettivo per pensare: lo sforzo clinico consiste nel rinunciare alla pretesa di un’interpretazione univoca per muoversi in direzione di un’integrazione delle polarità.
Tale integrazione di visioni apparentemente opposte e distanti è l'unico strumento che abbiamo per restituire al paziente un’immagine di sé il più possibile coesa: solo se il gruppo di cura riesce a tollerare la tensione tra questi opposti, il paziente potrà iniziare a prendere dimestichezza con le proprie ambivalenze senza esserne annichilito.
Significa accettare di essere pezzi di un puzzle complicato: la sfida non sta nell'eliminare il conflitto, ma nell'abitarlo, plasmando la contrapposizione in una sintesi polifonica capace di accogliere una più vasta gamma di esperienze umane.

Ora tento di formulare il concetto che ciò che viene primariamente rimosso non sono né le intollerabili pulsioni colpevo...
22/02/2026

Ora tento di formulare il concetto che ciò che viene primariamente rimosso non sono né le intollerabili pulsioni colpevoli, né i ricordi troppo spiacevoli, ma gli oggetti interiorizzati ​intollerabilmente cattivi. Se i ricordi sono rimossi, quindi, questo avviene solamente perché gli oggetti richiamati in tali ricordi sono identificati con gli oggetti interiorizzati cattivi; e se le pulsioni vengono rimosse, questo avviene solamente perché gli oggetti coi quali tali pulsioni spingono l’individuo ad avere una relazione sono oggetti cattivi, dal punto di vista dell’Io. In realtà la posizione nei confronti della rimozione delle pulsioni sembrerebbe la seguente. Le pulsioni diventano cattive se vengono dirette verso oggetti cattivi. Se tali oggetti cattivi sono interiorizzati, allora le pulsioni dirette verso di essi sono interiorizzate; e la rimozione degli oggetti cattivi interiorizzati implica quindi la rimozione delle pulsioni come fenomeno concomitante. Si deve però sottolineare che ciò che è rimosso primariamente sono gli oggetti interiorizzati cattivi.

Uno dei benefici prodotti secondari che si ottengono dal lavoro su persone affette da gravi disturbi emozionali è l'appl...
21/02/2026

Uno dei benefici prodotti secondari che si ottengono dal lavoro su persone affette da gravi disturbi emozionali è l'applicazione di que­sta esperienza alla propria vita al di fuori dell'ambiente clinico. Ad esempio, quando un membro del personale afferra l'importanza del­l'uso e di stabilire con i pazienti dei limiti precisi, può poi utilizzare questa comprensione quando applica limiti precisi con i propri figli. Di converso, le teorie sullo sviluppo dell'infante normale e sull'infanzia ci offrono il modello più utile nel lavoro con i pazienti.
Questi concetti dello sviluppo della personalità umana e i principi sull'educazione dei bambini hanno costituito il quadro di riferimento più utile nell'ambito del nostro trattamento di malati gravi. Con questo non vogliamo dire che i pazienti psicotici o i malati di mente ospe­dalizzati siano come bambini o che i bambini siano psicotici. Tuttavia, dobbiamo tenere in considerazione i concetti dello sviluppo infantile se vogliamo avere una certa comprensione dei fenomeni della malattia psicotica. Una guida subito utilizzabile dal personale per sapere come reagire ad una situazione clinica è la conoscenza raggiunta tramite le esperienze della vita familiare. Ciò significa che i membri del perso­nale sono più che 'simboli' dei genitori del paziente o, così si dice, dei 'surrogati genitoriali'. Nel corso del trattamento il paziente rifà l'intero processo della crescita e ogni membro del personale effettiva­mente educa il paziente.

07/02/2026
“Le organizzazioni psicotiche riflettono l’intensità delle esperienze in cui si dibatte il paziente psicotico. Sono espe...
06/02/2026

“Le organizzazioni psicotiche riflettono l’intensità delle esperienze in cui si dibatte il paziente psicotico. Sono esperienze caratterizzate da un’enorme angoscia, che richiede misure drastiche, così che vengono messe in campo delle forse onnipotenti per creare un rifugio organizzato in modo psicotico, come sfida alla realtà.
[…] Lo stesso Freud (1910, 1923) riteneva che la psicosi fosse la conseguenza di una catastrofe interna il cui esito è la comparsa di una frattura nella relazione fra l’Io e la realtà. D’accordo con la concezione freudiana, Bion (1957, 1962) afferma che lo psicotico, nel suo tentativo di liberarsi dall’esperienza di una realtà odiata e temuta, attacca l’Io percettivo, cioè quella parte della psiche che ha a che fare con la percezione della realtà. Bion prosegue mostrando come l’attacco produca una frammentazione sia dell’Io che degli oggetti. Minuscole particelle degli oggetti, ciascuna contenente elementi proiettati dall’Io, costituiscono quelli che Bion chiama gli «oggetti bizzarri», che creano un’atmosfera spaventosa e persecutoria, come un «terrore senza nome».
Il paziente può riconoscere che il rifugio così creato è un rifugio f***e, ma ciò nonostante può considerarlo preferibile all’angoscia catastrofica che sperimenta quando fa un tentativo di uscirne. In altri casi il paziente idealizza il mondo delirante e lo rappresenta come un luogo piacevole per poterlo accettare come un rifugio dal terrore psicotico di essere disintegrato e annientato”.

Indirizzo

Via Vespucci 2
Parma
43121

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