27/02/2026
Nel contesto delle istituzioni di cura e negli ambienti comunitari, le riunioni d’equipe, le supervisioni, gli scambi informali tra colleghi diventano sovente teatro di una battaglia tra "versioni del paziente" idealizzate e ideologizzate. Non è raro, in effetti, assistere a contrapposizioni tra gli operatori che seguono un andamento tipico: là dove uno esperisce un paziente attraverso la lente della rabbia e del limite, l’altro sembra coglierne prevalentemente la fragilità e il bisogno di accudimento.
In questi frangenti, è facile che si inneschi quella che potremmo definire una battaglia per l’egemonia interpretativa: la tendenza a difendere la propria visione come "verità assoluta" e il tentativo di sconfessare la percezione dell'altro. Neppure è raro che un voce terza intervenga a fornire un'interpretazione "salvifica" la quale, più che apportare un'accresciuta conoscenza del paziente, sembra piuttosto funzionare da sedativo (o da immunosoppressore) rispetto allo scontro in atto.
E tuttavia, possiamo ancora chiederci: cosa stiamo realmente agendo in quel dato momento? A ben vedere, il confronto tra posizioni vissute come antitetiche non riguarda certo il livello di competenza professionale o un maggiore o minor grado di empatia e di sensibilità: piuttosto, sembra riflettere precipuamente l'esperienza scissa e frammentata del paziente. Utilizzando strategie relazionali inconsce e complesse, il paziente "deposita" parti diverse di sé, evidentemente percepite come inconciliabili, nei diversi membri dell'equipe, a seconda della personale disposizione alla relazione di ciascuno di essi. Con ciò, non si vuole certo sostenere che non esistano differenze di ruolo tra operatori e che esse non vadano tutelate: lo psichiatra è e rimane lo psichiatra, lo psicologo è e rimane lo psicologo, l'addetto alle pulizie è e rimane l'addetto alle pulizie. Ognuno svolge un compito sufficientemente nobile e sufficientemente essenziale. Sarebbe altresì un errore promuovere un approccio "pseudo-socialista" alla malattia mentale (come lo si osserva in certe istituzioni di cura per le tossicodipendenze), che annulli le differenze di ruolo in un gioco di fluidità il cui scopo ultimo pare essere, a ben vedere, quello di occultare una gerarchia fantasma rigidissima e paranoicale: in tal senso, certi servizi sono indubbiamente più virtuosi di altri. Ancora, sarebbe auspicabile (nel rispetto dei vincoli che la realtà pone ad ognuno) che ogni operatore coinvolto in una relazione di aiuto fosse "protetto" da un percorso di cura personale attraverso cui tentare di sbrogliare la complessa matassa della propria esistenza in rapporto all'esistenza degli altri. Ma questi sono temi che richiederebbero una discussione decisamente più approfondita.
Tornando al focus del problema, si potrebbe forse dire che l'operatore che provi rabbia stia intercettando con successo un nucleo oppositivo o distruttivo del paziente, e che in lui tale nucleo abbia trovato uno spazio abbastanza sicuro da potersi esprimere; similmente, è plausibile che l'operatore che avverta tenerezza stia contenendo la parte più vulnerabile e traumatizzata dell'altro. Un'esperienza non è preferibile all'altra, ed entrambe colgono una verità clinica innegabile, seppur inevitabilmente parziale.
Ecco che la tensione che si genera nel gruppo di lavoro non appare più un errore di percorso, ma come il riflesso fedele della difficoltà del paziente di trovare una coerenza interna tra vissuti "dissociati", difficili da integrare. Il compito dell’equipe, dunque, non è stabilire chi abbia "ragione", ma agire come un sistema collettivo per pensare: lo sforzo clinico consiste nel rinunciare alla pretesa di un’interpretazione univoca per muoversi in direzione di un’integrazione delle polarità.
Tale integrazione di visioni apparentemente opposte e distanti è l'unico strumento che abbiamo per restituire al paziente un’immagine di sé il più possibile coesa: solo se il gruppo di cura riesce a tollerare la tensione tra questi opposti, il paziente potrà iniziare a prendere dimestichezza con le proprie ambivalenze senza esserne annichilito.
Significa accettare di essere pezzi di un puzzle complicato: la sfida non sta nell'eliminare il conflitto, ma nell'abitarlo, plasmando la contrapposizione in una sintesi polifonica capace di accogliere una più vasta gamma di esperienze umane.