18/06/2026
"Con lei [si riferisce alla nonna] ho parlato molto di come il Novecento stato il secolo della liberazione da fatiche antiche e terribili…
Restava però un'idea diversa della fatica, intesa come dedizione, costanza, pazienza, tenacia.
La convinzione che non ci sono scorciatoie e che, se ci sono, sono un inganno.
Poi, negli anni, ho visto la fatica passare di moda.
I genitori augurarsi che i figli ne fossero liberati o vaccinati, come qualcosa da evitare,
da rifuggire ogni volta che fosse possibile.
Ho visto la parola ‹fatica› assumere un significato solo negativo e scomparire dal vocabolario quotidiano.
Tanto da chiedermi se ci sia mai stato davvero un tempo in cui era interpretata in modo positivo. [...]
Si è fatta strada l'idea che sia possibile raggiungere risultati,
conquistare traguardi, compiere imprese senza fare fatica.
Non è mai stato chiaro come fosse possibile, ma l'illusione ha preso piede
ed è stata abbondantemente coltivata.Nonostante questa utopia,
molta gente che non può permettersi di affrancarsi continua a viverla,
la fatica. Ad alzarsi all'alba, a fare lavori ripetitivi e sfiancanti,
a non avere orari, a prendersi cura di un pezzo di mondo senza sosta.
Silenziosamente, pensando di stare dalla parte sbagliata della storia. Non solo affaticati, ma anche incompresi"
Testo tratto da: Mario Calabresi, Alzarsi all'alba, Mondadori, Milano, 2025, pp. 10 -11.