Ilaria Rosati psicologa

Ilaria Rosati psicologa Psicologa a Parma, con esperienza pluridecennale in consulenza psicologica, formazione e orientamento

Quando, finito di lavorare, esci e trovi il cortile affollato! 🧘🏼‍♀️Studiare all'Universita' non è solo studio, ma anche...
11/06/2026

Quando, finito di lavorare, esci e trovi il cortile affollato! 🧘🏼‍♀️Studiare all'Universita' non è solo studio, ma anche crescita, salute e condivisione.
Centro Ateneo per l'Inclusione.

Qui non mettiamo solo le carte in tavola♠️♦️😃
10/06/2026

Qui non mettiamo solo le carte in tavola♠️♦️
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MUSICA: ARTETERAPIA O AUTOMEDICAZIONE?La scienza oggi ci dice qualcosa che molti di noi hanno sempre intuito: la musica ...
07/06/2026

MUSICA: ARTETERAPIA O AUTOMEDICAZIONE?
La scienza oggi ci dice qualcosa che molti di noi hanno sempre intuito: la musica non cambia solo il nostro umore. Cambia il nostro cervello.
Alla McGill University, uno dei centri più avanzati al mondo nello studio del rapporto tra musica e neuroscienze, diverse ricerche hanno dimostrato che l'ascolto musicale modifica concretamente il nostro assetto neurobiologico.
Quando ascoltiamo una musica che ci coinvolge profondamente, il cervello rilascia dopamina, il neurotrasmettitore associato al piacere, alla motivazione e alla ricompensa. Gli studi di Robert Zatorre e Valorie Salimpoor hanno mostrato che questo rilascio avviene non solo durante l'ascolto, ma persino nell'attesa del momento musicale che amiamo. Quei brividi che attraversano la pelle quando arriva una determinata nota o una particolare melodia non sono un'impressione: sono il segnale di un dialogo profondo tra emozioni e cervello.
Ma non è tutto.
Le ricerche di Daniel Levitin hanno evidenziato che la musica attiva anche il nostro sistema oppioide interno, coinvolto nella modulazione del dolore e nella sensazione di benessere. In un certo senso, può funzionare come un analgesico naturale.
Altri studi hanno osservato effetti significativi anche sul corpo: riduzione del cortisolo, miglioramento della risposta allo stress, rafforzamento delle difese immunitarie. Non si tratta semplicemente di "rilassarsi": è l'organismo che entra in uno stato diverso.
Persino parametri fisiologici come pressione arteriosa e frequenza cardiaca possono diminuire durante l'ascolto di alcune composizioni musicali. Il corpo ascolta insieme alla mente.
Per questo possiamo dire che la musica rappresenta una forma di automedicazione naturale. Regola il sistema nervoso, influenza la chimica cerebrale e crea uno spazio interno in cui possiamo respirare meglio.
Ascoltare musica, cantare o suonare uno strumento può diventare un potente strumento di regolazione emotiva. L'ansia si attenua, lo stress si riduce, l'umore ritrova movimento. Per qualche istante ci sentiamo più integri, più presenti, più al sicuro.
Eppure esiste una sfumatura importante.
Un conto è utilizzare la musica all'interno di un percorso di musicoterapia, dove esistono una guida, un'intenzione terapeutica e un lavoro di elaborazione. Un altro è affidarsi esclusivamente alla musica per gestire ciò che ci fa soffrire.
A volte, soprattutto per chi vive immerso nella musica, il beneficio è così potente da trasformarsi inconsapevolmente in una strategia di evitamento. La musica allevia il dolore, calma l'ansia, attenua la sofferenza. Ma proprio perché funziona così bene, può anche rischiare di coprire temporaneamente ciò che avrebbe bisogno di essere compreso.
Come accade in molte forme di automedicazione, il sintomo si riduce, ma la sua origine può restare intatta.
La musica cura. E spesso cura molto.
Ma non sempre basta da sola.
Riconoscere questo non diminuisce la sua potenza. Al contrario, la rende ancora più preziosa, perché le restituisce il suo ruolo autentico: uno strumento straordinario, ma non l'unico.
Forse allora la domanda non è:
"Quanto mi aiuta la musica?"
Forse la domanda è:
"Che cosa sto cercando di non ascoltare quando alzo il volume?"
"Che cosa succede dentro di me quando la musica finisce?"
Perché la musica può aiutarci a sentire.
Ma a volte abbiamo ancora bisogno di qualcuno che ci aiuti a comprendere ciò che sentiamo.
E forse non è il silenzio a far paura.
Forse è ciò che il silenzio potrebbe raccontarci.

In omaggio per la scomparsa di Edgar Morin questa breve ma significativa intervista di Sergio Manghi, ordinario presso U...
02/06/2026

In omaggio per la scomparsa di Edgar Morin questa breve ma significativa intervista di Sergio Manghi, ordinario presso Unipr e uno dei principali curatori, studiosi e divulgatori del pensiero di Morin in Italia.

“Toujours en flèche”, sempre avanti: così era Edgar Morin. L'eredità politica e sociologica di Morin passa dalla sua idea di "comunità di destino terrestre", con l’umanità intera che per la prima volta nella storia deve reimmaginarsi come una parte in connessione con tutte le altre, inclu...

MANIPOLAZIONE, STRATEGIA E CASUALITÀOggi si sente parlare sempre più spesso di manipolazione. Non soltanto nei confronti...
01/06/2026

MANIPOLAZIONE, STRATEGIA E CASUALITÀ
Oggi si sente parlare sempre più spesso di manipolazione. Non soltanto nei confronti delle masse, nella politica o nel marketing, ma anche nelle relazioni quotidiane: tra partner, in famiglia, nelle amicizie e persino nei contesti professionali.
Durante la mia formazione in comunicazione sistemica, i miei maestri mi hanno insegnato una lezione che non ho mai dimenticato: tra comunicazione strategica e manipolazione c'è una linea sottile. Molto sottile.
Basta poco per oltrepassarla.
Nel tempo ho conosciuto molti professionisti della comunicazione. Alcuni utilizzano queste competenze con grande responsabilità; altri, invece, finiscono per credere di poter applicare le stesse tecniche anche nelle proprie relazioni affettive o familiari, senza accorgersi che stanno entrando in un territorio eticamente molto diverso.
E quando questo accade nel rapporto di aiuto — tra terapeuta e paziente, tra consulente e cliente — la questione diventa ancora più delicata.
Ma qual è la differenza tra comunicazione strategica e manipolazione?
La comunicazione strategica nasce da un accordo.
Chi possiede competenze comunicative mette le proprie conoscenze al servizio di un obiettivo CONDIVISO con l'altra persona. L'obiettivo è esplicito, dichiarato e concordato.
Se una persona si rivolge a uno specialista per affrontare l'ansia, ad esempio, entrambi sanno dove vogliono arrivare. Il professionista utilizza strumenti e strategie che il cliente magari non conosce, ma ne conosce lo scopo e può valutare insieme al professionista se il percorso stia funzionando.
La manipolazione, invece, funziona in modo diverso.
Anche qui una persona conosce bene i meccanismi della comunicazione. La differenza è che l'obiettivo NON viene CONDIVISO. Lo conosce soltanto chi guida il processo.
L'altro viene influenzato senza sapere verso quale risultato lo si stia conducendo.
E quando se ne accorge, spesso viene accusato di essere diffidente, sospettoso o in malafede. Il manipolatore si presenta come vittima o come persona incompresa.
Pensiamo a un venditore che riesce a convincere qualcuno ad acquistare qualcosa di cui non ha alcun bisogno. Nessuno aveva concordato che l'obiettivo dell'incontro fosse una vendita, eppure alla fine il contratto è firmato e ci si ritrova senza sapere perchè ad avere acquistato una serie di condizionatori da quadrilocale, mentre si vive in un monolocale.
Lo stesso meccanismo può comparire nelle coppie, nelle famiglie, tra genitori e figli. Anzi, proprio lì trova terreno fertile, perché entrano in gioco affetto, fiducia, bisogni emotivi e vulnerabilità.
Chi conosce queste tecniche può arrivare a pensare di saper leggere le persone meglio di chiunque altro. Di saper prevedere comportamenti, guidare decisioni, controllare situazioni.
È una sensazione pericolosa.
Perché spesso la sicurezza nelle proprie capacità riduce la percezione del rischio.
Ogni volta che sentiamo parlare di un grave incidente aereo, scopriamo quasi sempre che il pilota aveva migliaia di ore di esperienza. Non è l'inesperienza a creare il problema, ma talvolta l'eccessiva fiducia nella propria padronanza.
Nelle relazioni accade qualcosa di simile.
A volte siamo così convinti di comprendere gli altri da dimenticare un fattore fondamentale: il caso.
Cerchiamo significati ovunque. Colleghiamo eventi vicini nel tempo e li trasformiamo in prove. Costruiamo spiegazioni che ci sembrano perfette, ma che spesso esistono soltanto nella nostra mente.
Ricordo ancora un episodio dei tempi dell'università.
Una mattina litigai al telefono con il mio fidanzato. Poco dopo uscii di casa con una valigia per partire verso l'università, come facevo abitualmente ogni settimana.
Una vicina sentì la discussione e mi vide uscire con la valigia. Fece due più due.
Era convinta che fossi andata via di casa dopo un litigio in famiglia!
La sua interpretazione sembrava logica. Peccato che fosse completamente sbagliata, aveva attribuito un significato a due eventi semplicemente vicini nel tempo.
Succede continuamente.
In alcuni ambienti spirituali, olistici e affini, questo fenomeno è particolarmente frequente. Si cercano connessioni tra eventi casuali e si attribuiscono significati profondi a coincidenze che, forse, coincidono soltanto.
Se entro in una stanza e sento pronunciare la parola "rosso", potrei pensare che sia un segno legato a una persona che amo e che l'ultima volta indossava una maglia rossa.
Nella stessa stanza potrebbe entrare uno chef e decidere di usare peperoni rossi nella ricetta che sta preparando.
La parola è la stessa, ma il significato cambia completamente non perché esista una verità nascosta, ma perché ciascuno proietta su ciò che vede e ascolta i propri desideri, bisogni, aspettative e paure.
Ecco perché dobbiamo essere prudenti quando crediamo di aver capito tutto, quando siamo convinti di leggere perfettamente le intenzioni degli altri, quando pensiamo che ogni evento abbia necessariamente un significato preciso.
Perché la mente è uno strumento straordinario.
Ma sa anche ingannarci. Qualche studioso in passato disse "la mente mente".
E più siamo certi di avere ragione, più rischiamo di smettere di metterci in discussione.
Forse la vera competenza relazionale non consiste nel credere di vedere sempre la verità, ma nel continuare a lasciare spazio al dubbio. Uno dei miei maestri diceva spesso "flirtate con le vostre ipotesi, ma non sposatele mai" (G. Cecchin).
Perché è proprio lì, tra ciò che sappiamo e ciò che crediamo di sapere, che si nascondono gli errori più grandi.
"Non tutto ciò che ha un significato è vero. E non tutto ciò che è vero ha bisogno di un significato."

L' ambiguo, immaturo e irresponsabile scambiato per evitante. Una descrizione esatta e puntuale, che riporta ai fatti e ...
31/05/2026

L' ambiguo, immaturo e irresponsabile scambiato per evitante. Una descrizione esatta e puntuale, che riporta ai fatti e non alle semplici etichettature da google.

NON TUTTO E’ EVITAMENTO:
quando l’ambiguità si traveste da fragilità relazionale. Più che evitanti, spesso sono subdoli.

✒️ Dr. Carlo D’Angelo – Voce delle Soglie

Negli ultimi anni il linguaggio psicologico è entrato nel linguaggio comune. Questo ha portato molti benefici, ma anche alcune distorsioni. Una di queste riguarda l’uso sempre più frequente dell’etichetta di evitante. Ci sono persone che presentano realmente una struttura evitante: desiderano il legame, ma quando l’intimità aumenta sperimentano ansia, vulnerabilità, paura della dipendenza o della perdita di autonomia. La loro distanza nasce da una difficoltà autentica nel sostenere la vicinanza emotiva. Ma esiste anche un’altra configurazione, molto diversa, che spesso viene confusa con l’evitamento. Si tratta di persone che si definiscono evitanti e utilizzano questa definizione quasi come una spiegazione totale del proprio comportamento, quando in realtà ciò che osserviamo è qualcosa di differente: una persistente difficoltà ad assumersi la responsabilità relazionale delle proprie scelte e dei propri effetti sull’altro. Queste persone non sono passive. Non aspettano che il rapporto accada. Prendono iniziativa. Scelgono. Cercano. Scrivono. Propongono incontri. Creano vicinanza. Stabiliscono tempi, modalità e intensità della relazione. Sono spesso molto presenti nella fase iniziale del legame. Non subiscono il rapporto. Lo costruiscono. Entrano nella vita dell’altro e vi entrano con decisione. Desiderano essere desiderate. Amano sentirsi importanti. Cercano attenzione, conferme, vicinanza, tenerezza, accudimento emotivo. Accolgono l’affetto. Lo cercano perfino. Ma qualcosa cambia quando il legame comincia a produrre implicazioni più profonde. Quando non si tratta più soltanto di ricevere presenza, ma di rispondere ad essa. Quando non si tratta più di essere scelti, ma di scegliere. Quando il sentimento inizia a chiedere reciprocità. Ed è qui che compare il movimento ambiguo. Non una fuga immediata. Non un allontanamento netto. Piuttosto un oscillare.
Un avvicinarsi e un sottrarsi. Un alimentare il legame e contemporaneamente svuotarlo. Una continua sospensione che lascia l’altro in una posizione di attesa. L’ambiguità diventa così uno strumento di gestione del rapporto. La relazione non viene interrotta. Viene mantenuta in uno stato di indefinizione. Abbastanza viva da non essere persa. Abbastanza incompleta da non richiedere responsabilità. Ed è qui che spesso emerge un elemento molto significativo. Quando l’altro esprime il proprio coinvolgimento, il proprio desiderio o la propria sofferenza, la risposta tende a spostare il peso della situazione all’esterno. Come se tutto ciò che è accaduto fosse stato generato dalle intenzioni dell’altro. Come se l’altro avesse “voluto troppo”. Come se l’altro fosse responsabile dell’intensità che si è creata. Come se chi prendeva iniziativa, cercava, costruiva vicinanza e alimentava il legame non avesse avuto alcun ruolo nella sua costruzione. Si produce così una particolare inversione delle responsabilità. La persona si presenta come destinataria passiva di qualcosa che, in realtà, ha contribuito attivamente a generare. Le emozioni vengono attribuite all’altro. Le aspettative vengono attribuite all’altro. Il coinvolgimento viene attribuito all’altro. Come se chi ha partecipato al legame fosse stato soltanto spettatore. Come se fosse marmo. Come se fosse ghiaccio. Come se non avesse desiderato, cercato, sentito. Ma ogni relazione è una co-costruzione. Nessuno genera da solo un campo affettivo. Nessuno produce da solo una vicinanza. Quando una persona riceve continuamente attenzione, tenerezza, desiderio, presenza e le accoglie, vi partecipa inevitabilmente. Negarlo significa cancellare una parte della realtà. Per questo non sempre siamo davanti a un evitamento. Talvolta siamo davanti a una forma di ambiguità relazionale che oscilla tra autosufficienza e onnipotenza. Autosufficienza perché la persona continua a rappresentarsi come autonoma, indipendente, non bisognosa di nessuno. Onnipotenza perché si attribuisce implicitamente il diritto di stabilire unilateralmente quando avvicinarsi, quando allontanarsi, quanto coinvolgersi e quali effetti riconoscere o non riconoscere. L’altro viene così mantenuto in una posizione difficile. Invitato a sentire, ma poi accusato di aver sentito. Invitato alla vicinanza, ma poi rimproverato per il proprio coinvolgimento.
Accolto e contemporaneamente respinto. E ciò che ne deriva non è una relazione. È una sospensione relazionale. Una condizione in cui il legame continua a esistere abbastanza da nutrire il bisogno di conferma, ma non abbastanza da diventare realmente reciproco. Per questo è importante distinguere. Non ogni distanza è evitamento. Non ogni ritiro nasce dalla paura. Talvolta nasce dall’incapacità di riconoscere il proprio ruolo nella costruzione del legame e dall’impossibilità di sostenere la responsabilità affettiva che ogni relazione autentica inevitabilmente comporta. E quando la responsabilità viene continuamente spostata sull’altro, la profondità non viene evitata. Viene utilizzata. Credo che oggi si commetta un errore frequente: attribuire all’evitamento relazionale dinamiche che con l’evitamento hanno poco a che fare. L’evitante autentico esiste. Soffre spesso della propria difficoltà a stare nella vicinanza. Desidera il legame e contemporaneamente lo teme. Non di rado vive un conflitto reale tra bisogno di relazione e paura dell’intimità.
Ma nella pratica clinica e nell’osservazione delle relazioni contemporanee si incontra molto più frequentemente un’altra configurazione. Persone che non evitano affatto il contatto. Lo cercano. Lo costruiscono. Lo alimentano. Entrano nelle relazioni con iniziativa, fascino, presenza, coinvolgimento e talvolta anche grande intensità. Non hanno paura di essere desiderate. Al contrario. Spesso hanno bisogno di esserlo. Hanno bisogno di sentire che occupano un posto significativo nella mente e nel cuore dell’altro. Desiderano essere cercate, pensate, attese, confermate. E accolgono volentieri tutto questo.
Il problema nasce quando la relazione smette di essere uno spazio di conferma e diventa uno spazio di responsabilità reciproca. Quando l’altro non è più semplicemente qualcuno che offre attenzione, ma una persona reale con bisogni, aspettative, emozioni e desiderio di reciprocità. È allora che compare l’ambiguità. Non una fuga. Non un vero evitamento. Piuttosto una gestione della distanza che permette di mantenere i vantaggi del legame senza assumerne pienamente le implicazioni. Queste persone spesso non vogliono perdere il rapporto, ma non vogliono nemmeno abitarlo fino in fondo. Non vogliono essere lasciate, ma nemmeno scegliere davvero. Non vogliono sentirsi sole, ma nemmeno rinunciare all’idea di essere completamente autosufficienti. Così restano in una terra di mezzo. E la terra di mezzo è il luogo privilegiato dell’ambiguità. Lì si può ricevere molto e restituire poco. Lì si può alimentare il legame senza definirlo. Lì si può lasciare l’altro nella speranza senza assumersi la responsabilità della chiarezza. Per questo ritengo che questa configurazione sia molto più frequente dell’evitamento vero e proprio. Non perché le persone siano necessariamente manipolative o malintenzionate. Spesso sono anch’esse profondamente inconsapevoli. Ma la loro inconsapevolezza non elimina gli effetti che producono. L’ambiguo contemporaneo tende infatti a presentarsi come vittima del coinvolgimento altrui. Come se ciò che l’altro sente fosse nato esclusivamente dall’altro. Come se la relazione fosse accaduta senza la sua partecipazione. Come se la propria iniziativa, presenza, vicinanza e disponibilità emotiva non avessero avuto alcun peso nella costruzione del legame. Ed è qui che nasce uno degli aspetti più problematici. La responsabilità viene progressivamente spostata. Se l’altro soffre, è perché ha interpretato male. Se l’altro si è coinvolto, è perché ha sentito troppo. Se l’altro si aspetta reciprocità, è perché ha attribuito significati eccessivi. Così chi ha partecipato attivamente alla costruzione della relazione finisce per rappresentarsi come semplice spettatore. Ma nessun legame nasce nel vuoto. E nessuna vicinanza significativa è il prodotto di una sola persona. Forse una delle sfide più importanti oggi è proprio questa: imparare a distinguere l’evitamento dalla mancanza di responsabilità relazionale. Perché sono fenomeni diversi.
L’evitante teme la profondità. L’ambiguo spesso la utilizza, la alimenta e la ricerca finché resta sotto il suo controllo. Il primo fugge dall’intimità. Il secondo rischia di sostare nell’intimità senza mai assumersene completamente il significato. Ed è forse questa figura, più che quella dell’evitante, a caratterizzare molte delle relazioni sospese del nostro tempo.

✒️ Dr. Carlo D’Angelo – Voce delle Soglie

A volte le persone fragili possono causare molte difficoltà nelle relazioni. Addirittura possono sembrare essere loro i ...
29/05/2026

A volte le persone fragili possono causare molte difficoltà nelle relazioni. Addirittura possono sembrare essere loro i carnefici, gli 6tr0nzi di turno.

Sembra un paradosso, vero? Spesso associamo la fragilità a qualcosa di indifeso, che ha solo bisogno di protezione. Eppure, nel profondo delle dinamiche relazionali, la sofferenza emotiva può trasformarsi in un guscio rigido o in una difesa invalicabile.

Perché succede?

🛡️ Paura del rifiuto: Chi si sente fragile può alzare muri invisibili o allontanare l’altro prima di essere allontanato.

🌪️ Reazioni intense: Un carico emotivo pesante può tradursi in fraintendimenti, scatti di rabbia o continue richieste di rassicurazione.

🧩 Fatica nel comunicare: Quando il dolore interno è troppo forte, diventa difficile ascoltare i bisogni di chi ci sta accanto.

Comprendere questo meccanismo non significa giustificare ogni comportamento o annullare i propri confini, ma fare un passo avanti verso la consapevolezza. Dietro a una relazione "difficile" spesso non c'è cattiveria, ma una ferita che chiede di essere vista.

Riconoscere la fragilità – la propria o quella altrui – è il primo e fondamentale passo per iniziare a guarire i legami.

26/05/2026

Dire la verita' a se stessi e' il primo passo verso il cambiamento
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Indirizzo

Via Trento N°57
Parma
43122

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 17:00

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