31/05/2026
L' ambiguo, immaturo e irresponsabile scambiato per evitante. Una descrizione esatta e puntuale, che riporta ai fatti e non alle semplici etichettature da google.
NON TUTTO E’ EVITAMENTO:
quando l’ambiguità si traveste da fragilità relazionale. Più che evitanti, spesso sono subdoli.
✒️ Dr. Carlo D’Angelo – Voce delle Soglie
Negli ultimi anni il linguaggio psicologico è entrato nel linguaggio comune. Questo ha portato molti benefici, ma anche alcune distorsioni. Una di queste riguarda l’uso sempre più frequente dell’etichetta di evitante. Ci sono persone che presentano realmente una struttura evitante: desiderano il legame, ma quando l’intimità aumenta sperimentano ansia, vulnerabilità, paura della dipendenza o della perdita di autonomia. La loro distanza nasce da una difficoltà autentica nel sostenere la vicinanza emotiva. Ma esiste anche un’altra configurazione, molto diversa, che spesso viene confusa con l’evitamento. Si tratta di persone che si definiscono evitanti e utilizzano questa definizione quasi come una spiegazione totale del proprio comportamento, quando in realtà ciò che osserviamo è qualcosa di differente: una persistente difficoltà ad assumersi la responsabilità relazionale delle proprie scelte e dei propri effetti sull’altro. Queste persone non sono passive. Non aspettano che il rapporto accada. Prendono iniziativa. Scelgono. Cercano. Scrivono. Propongono incontri. Creano vicinanza. Stabiliscono tempi, modalità e intensità della relazione. Sono spesso molto presenti nella fase iniziale del legame. Non subiscono il rapporto. Lo costruiscono. Entrano nella vita dell’altro e vi entrano con decisione. Desiderano essere desiderate. Amano sentirsi importanti. Cercano attenzione, conferme, vicinanza, tenerezza, accudimento emotivo. Accolgono l’affetto. Lo cercano perfino. Ma qualcosa cambia quando il legame comincia a produrre implicazioni più profonde. Quando non si tratta più soltanto di ricevere presenza, ma di rispondere ad essa. Quando non si tratta più di essere scelti, ma di scegliere. Quando il sentimento inizia a chiedere reciprocità. Ed è qui che compare il movimento ambiguo. Non una fuga immediata. Non un allontanamento netto. Piuttosto un oscillare.
Un avvicinarsi e un sottrarsi. Un alimentare il legame e contemporaneamente svuotarlo. Una continua sospensione che lascia l’altro in una posizione di attesa. L’ambiguità diventa così uno strumento di gestione del rapporto. La relazione non viene interrotta. Viene mantenuta in uno stato di indefinizione. Abbastanza viva da non essere persa. Abbastanza incompleta da non richiedere responsabilità. Ed è qui che spesso emerge un elemento molto significativo. Quando l’altro esprime il proprio coinvolgimento, il proprio desiderio o la propria sofferenza, la risposta tende a spostare il peso della situazione all’esterno. Come se tutto ciò che è accaduto fosse stato generato dalle intenzioni dell’altro. Come se l’altro avesse “voluto troppo”. Come se l’altro fosse responsabile dell’intensità che si è creata. Come se chi prendeva iniziativa, cercava, costruiva vicinanza e alimentava il legame non avesse avuto alcun ruolo nella sua costruzione. Si produce così una particolare inversione delle responsabilità. La persona si presenta come destinataria passiva di qualcosa che, in realtà, ha contribuito attivamente a generare. Le emozioni vengono attribuite all’altro. Le aspettative vengono attribuite all’altro. Il coinvolgimento viene attribuito all’altro. Come se chi ha partecipato al legame fosse stato soltanto spettatore. Come se fosse marmo. Come se fosse ghiaccio. Come se non avesse desiderato, cercato, sentito. Ma ogni relazione è una co-costruzione. Nessuno genera da solo un campo affettivo. Nessuno produce da solo una vicinanza. Quando una persona riceve continuamente attenzione, tenerezza, desiderio, presenza e le accoglie, vi partecipa inevitabilmente. Negarlo significa cancellare una parte della realtà. Per questo non sempre siamo davanti a un evitamento. Talvolta siamo davanti a una forma di ambiguità relazionale che oscilla tra autosufficienza e onnipotenza. Autosufficienza perché la persona continua a rappresentarsi come autonoma, indipendente, non bisognosa di nessuno. Onnipotenza perché si attribuisce implicitamente il diritto di stabilire unilateralmente quando avvicinarsi, quando allontanarsi, quanto coinvolgersi e quali effetti riconoscere o non riconoscere. L’altro viene così mantenuto in una posizione difficile. Invitato a sentire, ma poi accusato di aver sentito. Invitato alla vicinanza, ma poi rimproverato per il proprio coinvolgimento.
Accolto e contemporaneamente respinto. E ciò che ne deriva non è una relazione. È una sospensione relazionale. Una condizione in cui il legame continua a esistere abbastanza da nutrire il bisogno di conferma, ma non abbastanza da diventare realmente reciproco. Per questo è importante distinguere. Non ogni distanza è evitamento. Non ogni ritiro nasce dalla paura. Talvolta nasce dall’incapacità di riconoscere il proprio ruolo nella costruzione del legame e dall’impossibilità di sostenere la responsabilità affettiva che ogni relazione autentica inevitabilmente comporta. E quando la responsabilità viene continuamente spostata sull’altro, la profondità non viene evitata. Viene utilizzata. Credo che oggi si commetta un errore frequente: attribuire all’evitamento relazionale dinamiche che con l’evitamento hanno poco a che fare. L’evitante autentico esiste. Soffre spesso della propria difficoltà a stare nella vicinanza. Desidera il legame e contemporaneamente lo teme. Non di rado vive un conflitto reale tra bisogno di relazione e paura dell’intimità.
Ma nella pratica clinica e nell’osservazione delle relazioni contemporanee si incontra molto più frequentemente un’altra configurazione. Persone che non evitano affatto il contatto. Lo cercano. Lo costruiscono. Lo alimentano. Entrano nelle relazioni con iniziativa, fascino, presenza, coinvolgimento e talvolta anche grande intensità. Non hanno paura di essere desiderate. Al contrario. Spesso hanno bisogno di esserlo. Hanno bisogno di sentire che occupano un posto significativo nella mente e nel cuore dell’altro. Desiderano essere cercate, pensate, attese, confermate. E accolgono volentieri tutto questo.
Il problema nasce quando la relazione smette di essere uno spazio di conferma e diventa uno spazio di responsabilità reciproca. Quando l’altro non è più semplicemente qualcuno che offre attenzione, ma una persona reale con bisogni, aspettative, emozioni e desiderio di reciprocità. È allora che compare l’ambiguità. Non una fuga. Non un vero evitamento. Piuttosto una gestione della distanza che permette di mantenere i vantaggi del legame senza assumerne pienamente le implicazioni. Queste persone spesso non vogliono perdere il rapporto, ma non vogliono nemmeno abitarlo fino in fondo. Non vogliono essere lasciate, ma nemmeno scegliere davvero. Non vogliono sentirsi sole, ma nemmeno rinunciare all’idea di essere completamente autosufficienti. Così restano in una terra di mezzo. E la terra di mezzo è il luogo privilegiato dell’ambiguità. Lì si può ricevere molto e restituire poco. Lì si può alimentare il legame senza definirlo. Lì si può lasciare l’altro nella speranza senza assumersi la responsabilità della chiarezza. Per questo ritengo che questa configurazione sia molto più frequente dell’evitamento vero e proprio. Non perché le persone siano necessariamente manipolative o malintenzionate. Spesso sono anch’esse profondamente inconsapevoli. Ma la loro inconsapevolezza non elimina gli effetti che producono. L’ambiguo contemporaneo tende infatti a presentarsi come vittima del coinvolgimento altrui. Come se ciò che l’altro sente fosse nato esclusivamente dall’altro. Come se la relazione fosse accaduta senza la sua partecipazione. Come se la propria iniziativa, presenza, vicinanza e disponibilità emotiva non avessero avuto alcun peso nella costruzione del legame. Ed è qui che nasce uno degli aspetti più problematici. La responsabilità viene progressivamente spostata. Se l’altro soffre, è perché ha interpretato male. Se l’altro si è coinvolto, è perché ha sentito troppo. Se l’altro si aspetta reciprocità, è perché ha attribuito significati eccessivi. Così chi ha partecipato attivamente alla costruzione della relazione finisce per rappresentarsi come semplice spettatore. Ma nessun legame nasce nel vuoto. E nessuna vicinanza significativa è il prodotto di una sola persona. Forse una delle sfide più importanti oggi è proprio questa: imparare a distinguere l’evitamento dalla mancanza di responsabilità relazionale. Perché sono fenomeni diversi.
L’evitante teme la profondità. L’ambiguo spesso la utilizza, la alimenta e la ricerca finché resta sotto il suo controllo. Il primo fugge dall’intimità. Il secondo rischia di sostare nell’intimità senza mai assumersene completamente il significato. Ed è forse questa figura, più che quella dell’evitante, a caratterizzare molte delle relazioni sospese del nostro tempo.
✒️ Dr. Carlo D’Angelo – Voce delle Soglie