23/07/2026
“La mia malattia è mentale, ma riguarda il corpo” (pag.17), scrive Alcide . Ma sa bene che per guarire bisogna andare all’”ospedale dei libri” per consegnare la sua storia perché sia “annusata, leccata, triturata, digerita, trasformata in uovo e poi in bozzolo. E che infine diventi una farfallina della carta”(pag.223). Ciò che conta non è capire i sogni, ma la funzione di sognar le esperienze mentre accadono, cioè la capacità della mente di lavorare gli stati emotivi crudi in qualcosa di rappresentabile durante veglia e sonno, come ci ricorda Ogden. Se questa funzione è disturbata, compaiono “sogni non sognati” ed esperienze corporee travolgenti.
Il cuore pulsante di questa storia è l'esperienza incarnata della malattia. Nel suo testo Alcide ci ricorda che il corpo non deve essere inteso come un mero veicolo della soggettività, ma come il suo luogo costitutivo. Il Sé è un processo dinamico, relazionale e corporeo che si costruisce attraverso le pratiche e gli ambienti che ne modulano l'esperienza. Nella malattia, questo "stare al mondo" si incrina, diventando opacità e pesantezza; il compito del clinico è allora quello di abitare quella fessura per restituire trasparenza.
I "sintomi dell'esperienza" devono tradursi in "sintomi dell'espressione" per trovare "le parole per dirlo", dando corpo anche a ciò che non si sa dire a parole. Questo processo richiede una prassi mimetica, un "corpo a corpo" che oscilla tra fusione e separazione.
L’autore ricorda di aver accompagnato a quattordici mesi la mamma al camposanto e di essersi ritrovato “ sporco di un latte senza poppata” davanti alla lapide del fratellino: " il capezzolo voleva la suzione, sentiva il richiamo dello squarcio. Il cibo ogni giorno cercava la fame ma si scontrava con l'abbaglio della lapid” (pag. 45). Lo "squarcio" può essere interpretato come simbolo della ferita della perdita, della morte del fratello, ma anche della lacerazione del legame primario. La rappresentazione dell'oggetto materno risulta così attraversata da una duplice valenza: fonte della vita e, contemporaneamente, depositaria di una perdita che precede il soggetto stesso. La sua esperienza originaria del nutrimento sembra organizzata intorno a una coesistenza strutturale di Eros e Thanatos,
Attraverso la particolare "estetica del sentire" offerta dal testo , finalista del L### Premio Strega, un incontro terapeutico fortunato aiuta il paziente a ritrovare la "trasparenza e la leggerezza" contro il peso dell'insignificanza. In questo modo, la realtà malata torna a essere una possibilità incarnata, restituendo al soggetto il suo specifico e irripetibile modo di essere nel mondo, dove il reale prende forma da relazioni affettive e situate.
“In questa storia in cui nulla è inventato, anche a costo di fare schifo, adesso provvedo alla menzognificazione di un solo punto mosca: tornerò indietro con la cuspide acuminata della matita e froderò il passato, lo fregherò attraverso il ludo stregato della scrittura” (pag. 208)