18/10/2026
Frequentemente, tendiamo a cercare di far riparare il male che abbiamo subito proprio da chi ce lo ha procurato.
La mia esperienza mi fa dire oggi che questo è l'atteggiamento di chi è ancora infante, non cresciuto nella sua struttura psichica ed emotiva.
Tu hai fatto il danno e tu ripari.
No, non funziona così.
Lui/lei, un gruppo, mi ha fatto subire un danno?
Spetta a me capire la portata di questo danno, come potermene prendere cura, quali azioni attuare per fermarlo, per non esserne più il bersaglio.
Allora non bisogna più cercare di spiegare a chi ci ha ferito cosa ha fatto? Aspettarsi delle scuse? Pensare ad una punizione o finanche una vendetta?
Certo, tutto fa parte di un processo di elaborazione e noi umani siamo molto fantasiosi quando elucubr... elaboriamo, volevo dire.
Però, quando prendi in te e su di te (perché pesa... uuhhh se pesa) il carico di salvaguardare, proteggere e nutrire la tua esistenza, le azioni sopra descritte ti sembreranno tempo speso male.
Se poi l'altro si ravvede, chiede scusa sinceramente, fa dei passi concreti per rimediare, si prende cura di sanare la situazione ben venga. Ma non bisogna contarci.
Conta su di te, il resto è ciccia.
Questo è il profondo significato del non aver bisogno di nessuno: ho bisogno di me per prendermi cura del dolore mio. Nel prendermi cura del dolore mio mi accorgo che ho bisogno dei sorrisi, dei biscotti, del profumo dei fiori, del mare, della fiamma della candela, di tutto. E che il mio dolore è anche quello di tutti.
Lia Cosimo