Dott.ssa Francesca Ceccarelli - Psicologa Psicoterapeuta

14/06/2026

In qualsiasi relazione umana, il ricorso alle urla è segno di debolezza e fragilità emotiva: segnala la perdita di controllo, induce nella controparte paura e senso di intimidazione.

Quando le grida provengono dal papà e dalla mamma, i figli avvertono una sensazione di pericolo, sentono che l’adulto sta perdendo il controllo della situazione. Non solo: avvertono la sua debolezza, la fatica a mantenersi tranquillo, nella pienezza delle funzioni psicologiche adulte. E quindi scatta in loro un senso di mortificazione che spegne la possibilità di vedere altri punti di vista, di capire qualcosa in più, di vivere meglio le esperienze della vita.

L’“urlata” una tantum può anche essere la classica eccezione che conferma la regola e che crea un’attenzione particolare nei bambini, ma in generale strilli e minacce non fanno che indebolire il rapporto educativo tra figli e genitori, che è anzitutto un rapporto di fiducia reciproca.

Intervento necessario e chiarificatore della dott.ssa Bruzzone.
14/06/2026

Intervento necessario e chiarificatore della dott.ssa Bruzzone.

Dire che “il femminicidio non esiste” non è una provocazione, è una sciocchezza tecnicamente imbarazzante, politicamente e culturalmente pericolosa.

Il femminicidio esiste eccome. Esiste nei dati, esiste nelle aule di tribunale, esiste nei centri antiviolenza, esiste nelle case dove troppe donne vengono controllate, umiliate, minacciate, perseguitate e infine uccise da uomini che non accettano la loro libertà.

E, piccolo dettaglio che evidentemente è sfuggito:
in Italia il delitto di femminicidio è stato introdotto nel Codice penale con la legge approvata definitivamente il 25 novembre 2025. Quindi sostenere oggi che “non esiste” significa non solo negare una realtà assodata e scritta nel sangue di migliaia di donne, ma anche ignorare l’ordinamento vigente.

La solita favoletta “un omicidio è un omicidio” è la scorciatoia retorica di chi non vuole capire (o finge di non capire) che il diritto penale valuta da sempre il contesto, il movente, la relazione autore-vittima, la vulnerabilità della persona offesa e la matrice della condotta.

Non è “ideologia gender”, è diritto penale di base. Quello che bisognerebbe conoscere prima di pontificare dal palco.

I dati Istat dicono una cosa molto chiara ossia che le donne vengono uccise soprattutto nell’ambito della coppia o da ex partner. Per gli uomini, il tasso di omicidi da partner o ex partner è enormemente più basso. Questo non è uno slogan. È una fotografia molto precisa.

Il femminicidio non significa che la vita di una donna “vale di più”. Significa che alcune donne vengono uccise in quanto donne, dentro dinamiche di possesso, controllo, dominio, ritorsione, gelosia patologica e annientamento della libertà personale.

Tradotto per chi ama semplificare:
non è la genetica della vittima che aggrava il fatto.
È la matrice della violenza.
È il movente di dominio.
È il contesto persecutorio.
È l’idea criminale che una donna, se non obbedisce, se ne va, sceglie, rifiuta o si libera, debba essere punita nella maniera più irrimediabile.

Negare il femminicidio significa cancellare il percorso che precede l’omicidio: stalking, minacce, isolamento, controllo economico, violenza psicologica, aggressioni, escalation.

Significa arrivare davanti al ca****re e dire: “Vabbè, è solo un omicidio come un altro”.

No. Non è “come un altro”.
È spesso l’ultimo atto di una catena perfettamente riconoscibile.

E chi riduce tutto a una battutina da comizio sta facendo propaganda sulla pelle delle vittime.

La vera parità non consiste nel fingere che le differenze non esistano.
La vera parità consiste nel riconoscere i fenomeni per quello che sono, nominarli correttamente e contrastarli con strumenti adeguati.

Il resto è fuffa muscolare da palco.
Rumore ideologico travestito da buonsenso.
E, francamente, anche basta.

23/05/2026
“𝑃𝑒𝑟 𝑐𝑟𝑒𝑠𝑐𝑒𝑟𝑒 𝑢𝑛 𝑏𝑎𝑚𝑏𝑖𝑛𝑜 𝑐𝑖 𝑣𝑢𝑜𝑙𝑒 𝑢𝑛 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑜 𝑣𝑖𝑙𝑙𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜.”"𝑅𝑖𝑐𝑜𝑛𝑜𝑠𝑐𝑒𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑓𝑎𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑒 𝑙𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑙𝑒𝑠𝑠𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙 “𝑛𝑎𝑠𝑐𝑒𝑟𝑒 𝑚𝑎𝑑𝑟𝑒” 𝑠𝑖𝑔𝑛...
06/05/2026

“𝑃𝑒𝑟 𝑐𝑟𝑒𝑠𝑐𝑒𝑟𝑒 𝑢𝑛 𝑏𝑎𝑚𝑏𝑖𝑛𝑜 𝑐𝑖 𝑣𝑢𝑜𝑙𝑒 𝑢𝑛 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑜 𝑣𝑖𝑙𝑙𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜.”
"𝑅𝑖𝑐𝑜𝑛𝑜𝑠𝑐𝑒𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑓𝑎𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑒 𝑙𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑙𝑒𝑠𝑠𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙 “𝑛𝑎𝑠𝑐𝑒𝑟𝑒 𝑚𝑎𝑑𝑟𝑒” 𝑠𝑖𝑔𝑛𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎 𝑎𝑐𝑐𝑜𝑔𝑙𝑖𝑒𝑟𝑒 𝑒 𝑟𝑖𝑚𝑎𝑛𝑒𝑟𝑒 𝑠𝑒𝑛𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑖 𝑎𝑙 𝑔𝑟𝑖𝑑𝑜 𝑑𝑖 𝑠𝑜𝑓𝑓𝑒𝑟𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑠𝑝𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑠𝑖𝑙𝑒𝑛𝑧𝑖𝑜𝑠𝑜 𝑑𝑖 𝑚𝑜𝑙𝑡𝑒 𝑑𝑜𝑛𝑛𝑒 𝑒 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑛𝑒𝑐𝑒𝑠𝑠𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑖 𝑎𝑖𝑢𝑡𝑜.

Il CNOP celebra il 6 maggio 2026 la Giornata mondiale della salute mentale materna, che ricorre ogni anno il primo mercoledì di maggio, con l’obiettivo di sensibilizzare sull’importanza del benessere psicologico in gravidanza e nel post-partum, promuovendo prevenzione, diagnosi e cura dei disturbi psichici perinatali. Istituita nel 2016, questa giornata invita a superare stigma e tabù, sostenendo le madri e il nuovo nucleo familiare.

Diventare genitori è un processo complesso e trasformativo, spesso accompagnato da emozioni contrastanti, stress e cambiamenti profondi. L’idea di una maternità sempre serena non riflette la realtà: secondo l’OMS, circa 1 donna su 5 sperimenta ansia o depressione nel periodo perinatale, con possibili conseguenze anche gravi per la salute della madre e per lo sviluppo del bambino.

Nonostante ciò, il disagio psichico perinatale è ancora poco riconosciuto, anche a causa di condizionamenti culturali e aspettative idealizzate che rendono difficile chiedere aiuto. I sintomi possono emergere durante la gravidanza e nei primi anni dopo il parto e riguardano donne di ogni età, cultura e condizione sociale.

Riconoscere precocemente i segnali, promuovere una cultura del supporto e rafforzare le reti di sostegno, a partire dal ruolo dei partner, è fondamentale per intervenire in modo efficace. Allo stesso tempo, è necessario un impegno delle istituzioni per garantire servizi adeguati e accessibili, aumentando la consapevolezza e il sostegno alla salute mentale materna, che riguarda l’intera famiglia e la comunità.

“𝑃𝑒𝑟 𝑐𝑟𝑒𝑠𝑐𝑒𝑟𝑒 𝑢𝑛 𝑏𝑎𝑚𝑏𝑖𝑛𝑜 𝑐𝑖 𝑣𝑢𝑜𝑙𝑒 𝑢𝑛 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑜 𝑣𝑖𝑙𝑙𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜.”
𝐸̀ 𝑖𝑚𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑎 𝑣𝑎𝑠𝑡𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑢𝑛𝑖𝑡𝑎̀ 𝑒𝑑𝑢𝑐𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑣𝑒𝑑𝑎 𝑙𝑎 𝑔𝑟𝑎𝑣𝑖𝑑𝑎𝑛𝑧𝑎 𝑒 𝑙𝑎 𝑚𝑎𝑡𝑒𝑟𝑛𝑖𝑡𝑎̀ 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑓𝑒𝑙𝑖𝑐𝑒 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑖𝑧𝑧𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑑𝑜𝑛𝑛𝑎 𝑚𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑠𝑐𝑒𝑙𝑡𝑎 𝑟𝑒𝑠𝑝𝑜𝑛𝑠𝑎𝑏𝑖𝑙𝑒 𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑙𝑒𝑠𝑠𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑐𝑜𝑖𝑛𝑣𝑜𝑙𝑔𝑒 𝑙𝑎 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎 𝑓𝑎𝑚𝑖𝑙𝑖𝑎𝑟𝑒 𝑑𝑖 𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑑𝑜𝑛𝑛𝑎, 𝑖𝑙 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑐𝑜𝑛 𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑎 𝑚𝑎𝑑𝑟𝑒 𝑒 𝑎𝑙 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑒𝑚𝑝𝑜 𝑙𝑎 𝑣𝑎𝑠𝑡𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑠𝑢𝑒 𝑟𝑒𝑙𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑒 𝑙’𝑖𝑛𝑡𝑟𝑒𝑐𝑐𝑖𝑜 𝑒𝑚𝑜𝑡𝑖𝑣𝑜 𝑑𝑒𝑖 𝑠𝑢𝑜𝑖 𝑣𝑖𝑠𝑠𝑢𝑡𝑖.
𝑅𝑖𝑐𝑜𝑛𝑜𝑠𝑐𝑒𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑓𝑎𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑒 𝑙𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑙𝑒𝑠𝑠𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙 “𝑛𝑎𝑠𝑐𝑒𝑟𝑒 𝑚𝑎𝑑𝑟𝑒” 𝑠𝑖𝑔𝑛𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎 𝑎𝑐𝑐𝑜𝑔𝑙𝑖𝑒𝑟𝑒 𝑒 𝑟𝑖𝑚𝑎𝑛𝑒𝑟𝑒 𝑠𝑒𝑛𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑖 𝑎𝑙 𝑔𝑟𝑖𝑑𝑜 𝑑𝑖 𝑠𝑜𝑓𝑓𝑒𝑟𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑠𝑝𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑠𝑖𝑙𝑒𝑛𝑧𝑖𝑜𝑠𝑜 𝑑𝑖 𝑚𝑜𝑙𝑡𝑒 𝑑𝑜𝑛𝑛𝑒 𝑒 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑛𝑒𝑐𝑒𝑠𝑠𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑖 𝑎𝑖𝑢𝑡𝑜.

22/04/2026

Questa non è Medea. E continuare a evocare Medea, ogni volta che una madre uccide i propri figli in un gesto estremo che culmina nel suicidio, significa scegliere la scorciatoia più comoda e più ignorante. Medea uccide per vendetta.

Qui, invece, il quadro che emerge è un altro ed è quello di una mente devastata dalla depressione, probabilmente precipitata in una dimensione psicotica, dove la realtà si spezza e il delirio prende il comando.

In quello stato, una madre può arrivare a convincersi che morire insieme ai figli significhi salvarli. Non è amore sano. Non è lucidità. È malattia mentale che ha preso il sopravvento.

Ed è proprio questo il punto che troppi fingono ancora di non vedere:
la maternità non rende immuni dal crollo psichico.

Non trasforma automaticamente una donna in un essere infallibile, equilibrato, sempre protettivo. Esistono madri che soffrono in silenzio, che sprofondano in una depressione gravissima, che non chiedono aiuto o non riescono più neppure a capire di averne bisogno.

E attorno a loro, troppo spesso, c’è un contesto che minimizza, romanticizza, banalizza. Perché nell’immaginario collettivo una madre deve farcela. Sempre. A ogni costo.

E invece no perché ci sono condizioni in cui una madre può diventare pericolosa, non per cattiveria, ma perché la patologia le ha completamente divorato la capacità di leggere il reale.

Le madri più fragili non hanno bisogno di retorica. Hanno bisogno di essere viste. Ascoltate. Intercettate prima. Hanno bisogno di una rete vera, competente, rapida. Perché quando la depressione grave, soprattutto nel periodo successivo a una gravidanza, non viene riconosciuta e trattata, può trasformarsi in una macchina di distruzione. E a quel punto il prezzo lo pagano tutti: i figli, la famiglia, la comunità.

Parlare di salute mentale materna non significa assolvere. Significa capire, prevenire, intervenire. Prima che la disperazione si travesta da salvezza e porti via tutto.

22/04/2026

Nel percorso terapeutico è frequente osservare un andamento non lineare.

Le oscillazioni emotive, i momenti di regressione e le ricadute
non rappresentano un fallimento del trattamento,
ma fanno parte del processo di cambiamento.

👉 Lavorare su schemi e modalità profonde richiede tempo,
e può comportare fasi di maggiore difficoltà prima del miglioramento.

07/04/2026

I diversi volti della rabbia: quest'importante tema è affrontato all'interno dell'articolo dell'Istituto A. T. Beck.

15/03/2026

🟣 Il 15 marzo ricorre la Giornata Mondiale dei Disturbi del Comportamento Alimentare.

🔍 Patologie complesse che non riguardano solo il cibo, ma raccontano difficoltà nella regolazione delle emozioni, nel rapporto con il proprio corpo e nei pensieri di perfezionismo e rigidità.

👩‍⚕️ Nei DCA si intrecciano profondamente corpo, emozioni, pensieri e relazioni. Per questo il sintomo non va ridotto all’alimentazione: è una funzione e chiede di essere compreso!

🗣️ Parlarne è già prevenzione.

✅
02/03/2026

Caratteristiche reali, falsi miti e bisogni emotivi ed educativi.Indicazioni pratiche, criteri di riconoscimento ed esempi concreti per aiutare le famiglie a...

Indirizzo

Pesaro

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Dott.ssa Francesca Ceccarelli - Psicologa Psicoterapeuta pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta Lo Studio

Invia un messaggio a Dott.ssa Francesca Ceccarelli - Psicologa Psicoterapeuta:

Scelte rapide

Condividi

Digitare