30/07/2026
(da un post di MATTEO DE SIMONE psichiatra, psicoanalista didatta). GRAZIE!
L'inasprimento delle pene per i giovanissimi non è il segno della forza dello Stato, ma della crisi del mondo adulto. Ogni epoca produce i propri sintomi, e gli adolescenti sono sempre stati il luogo in cui l'inconscio collettivo deposita ciò che non riesce a pensare di sé. Oggi preferiamo chiamarli pericolosi, devianti, irrecuperabili, piuttosto che riconoscere che essi portano inciso sul corpo il fallimento della nostra civiltà.
Freud ci ha insegnato che ciò che viene rimosso ritorna. La violenza adolescenziale è spesso il ritorno del rimosso di una cultura che ha dissolto l'autorità senza costruire autorevolezza, ha esaltato il consumo al posto del desiderio, l'eccitazione al posto del pensiero, la prestazione al posto del legame. Punire il sintomo diventa allora un modo per non interrogare la malattia della società che lo produce.
Winnicott ricordava che è l'ambiente a rendere possibile la continuità dell'essere. Quando l'ambiente fallisce in modo sistematico, il giovane non trova uno spazio in cui poter giocare, simbolizzare, trasformare l'impulso in pensiero. L'agito prende allora il posto della rappresentazione. La repressione non ricostruisce quell'ambiente perduto: ne conferma soltanto il fallimento.
Masud Khan ha mostrato come siano i traumi cumulativi, le infinite microfratture della relazione con un ambiente incapace di accogliere e comprendere, a organizzare personalità costrette a vivere nell'urgenza dell'agire. Molti adolescenti violenti non sono il prodotto di un eccesso di libertà, ma di un drammatico difetto di presenza adulta. Cercano un limite perché nessuno è riuscito a offrirglielo come esperienza di cura.
È allora profondamente paradossale che una società incapace di assumersi la responsabilità delle proprie omissioni invochi pene sempre più severe. Si proietta sui giovani il male che appartiene agli adulti. È il più antico dei meccanismi difensivi: espellere nell'altro ciò che non si tollera di riconoscere in se stessi. Così l'adolescente diventa il capro espiatorio di una civiltà narcisistica che ha smarrito la funzione di trasmettere, attendere, contenere e testimoniare. Le sbarre rassicurano le coscienze; non curano le ferite che hanno reso necessaria la loro costruzione.