Dott.ssa Chiara Passanisi - Psicoterapeuta

Dott.ssa Chiara Passanisi - Psicoterapeuta Dott.ssa Chiara Passanisi, psicoterapeuta. Esercito la libera professione. Effettuo consulenze e psicoterapie individuali per adolescenti e adulti.

Abilitata all’utilizzo del protocollo EMDR.

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29/07/2026

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“L'adolescenza è una malattia normale, il problema riguarda piuttosto gli adulti e la società: se sono abbastanza sani da poterla sopportare”. L’affermazione dello psicoanalista inglese Donald Winnicot, suggeritaci dal professore Massimo Ammaniti, ha quasi settant’anni. Torna alla mente oggi, dopo che il 23 luglio il Consiglio dei ministri ha approvato, su proposta del ministro della Giustizia Carlo Nordio, un disegno di legge che riscrive l'articolo 98 del codice penale: per i minori tra i quattordici e i diciotto anni la capacità di intendere e di volere non dovrà più essere accertata dal giudice caso per caso, ma sarà presunta fino a prova contraria. “Prima si presumeva l’incapacità, oggi si presume la responsabilità” ha commentato la presidente del Consiglio.

Ma che cosa significa intendere e cosa significa volere, in quell’età liminale che precede l’età adulta e la maturità mentale e sociale? Massimo Ammaniti, psicanalista e voce scientifica autorevolissima in materia di psicopatologia dello sviluppo, spiega che la norma non solo è preoccupante sul piano politico, ma non tiene conto del piano psicologico e neurobiologico. Il periodo tra i quattordici e i diciotto anni è un momento del ciclo di vita in cui avvengono grandi trasformazioni: “non possiamo trattare un adolescente al pari di un adulto, perché ha modalità proprie di organizzare il comportamento e di relazionarsi con gli altri”.

Intendere, spiega Ammaniti, significa consapevolezza di sé, consapevolezza degli altri e valutazione dei possibili pericoli; volere significa avere capacità esecutive. “Le capacità esecutive negli adolescenti sono presenti, ma non sono al servizio dell'intendere così come lo pone la legge. Perché gli ‘intendimenti’ degli adolescenti si muovono in un'altra sfera, che non è quella degli adulti e dell'esame di realtà: sono legati a loro stessi, al bisogno di farsi valere, di essere riconosciuti nella propria identità e nella propria posizione”.

Continua Ammaniti: “Faccio un esempio. Accade che a quell'età si vada in motorino e si attraversi col rosso. Il senso comune liquida quel comportamento come indisciplina, ma la ragione sta nelle trasformazioni psicologiche di un'età in cui ci si sta staccando dall'infanzia e dalle identificazioni con i genitori, e ci si concentra fortemente su di sé. È un'attitudine narcisistica che porta l'adolescente a enfatizzare le proprie capacità e il proprio punto di vista senza metterli troppo a confronto con la realtà. Dunque, attraversa convinto che a lui non succederà nulla. E infatti gli incidenti stradali sono la seconda causa di morte tra gli adolescenti”.

La lente deformante attraverso cui i ragazzi vedono sé stessi e il mondo serve a crescere e a maturare, a prendere le misure di ciò che è possibile e lecito e di ciò che non lo è. L'impulsività e il rapporto approssimativo con le conseguenze degli atti sono tratti che riguardano tutti gli adolescenti, non solo quelli che finiscono sulle pagine di cronaca. E non solo i cosiddetti maranza, povera etichetta mediatica trasformata in pretesto legislativo.

Il termine non è nuovo: appare negli anni Ottanta per indicare, spregiativamente il tamarro di periferia, il coatto, i ragazzi delle discoteche e della musica dance che violavano le placide norme piccolo-borghesi. Da qualche anno è stato risemantizzato, e oggi designa, ancora spregiativamente, i giovani nordafricani immigrati e i ragazzi di seconda generazione. Di “maranza” si parla quasi sempre in termini di criminalità e devianza: rapine, scippi, aggressioni, spaccio. Raramente, invece, si ricorda che la violenza di chi viene etichettato come deviante è spesso la risposta a una violenza sistemica che la maggioranza non vede perché non la subisce: il profilamento razziale, il razzismo istituzionale, la povertà abitativa, la discriminazione a scuola e nel lavoro. Una generale condizione di emarginazione.

Il professor Ammaniti torna sul punto: “Si tratta di ragazzi per lo più immigrati, ai quali bisognerebbe dare la possibilità di crescere, di avere un'educazione, una scuola che proponga un inserimento. È l'emarginazione in cui vivono che li spinge a riunirsi in branchi e a diventare aggressivi. Il problema non può essere affrontato sul piano penale, bensì attraverso progetti educativi, impegnando i ragazzi in attività costruttive. Tutto questo purtroppo non viene fatto. E aggiungerei che il decreto Caivano, che già aveva inasprito le pene, non ha portato ad alcun esito positivo”.

In realtà quel decreto ha portato un sensibile incremento dell’incarcerazione degli adolescenti. Tra la fine del 2022 e la fine del 2025 le presenze negli istituti penali minorili sono cresciute del cinquanta per cento: da 381 a 572 reclusi. Almeno dodici istituti su diciassette sono sovraffollati. Nel marzo 2025 l’81% dei minorenni in carcere si trovava in attesa di giudizio. Una percentuale impressionante che l’approvazione del nuovo disegno di legge governativo è destinata a incrementare ulteriormente.

[L'intervista a firma mia e di Isabella De Silvestro per la rubrica Libertà/Illibertà di Repubblica si trova qui e sul canale telegram DomoMea]

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