L'Atelier della Pedagogista di Lucia Vichi

L'Atelier della Pedagogista di Lucia Vichi "Gli alberi non crescono tirandoli per le foglie" Myrtha Hebe Chokler https://padlet.com/vichilucia/z65xgps8j16r5mie

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🌿 BUON FERRAGOSTO In questo giorno desidero lasciarvi un pensiero di Alessandra Ginzburg che sento profondamente vicino....
15/08/2026

🌿 BUON FERRAGOSTO

In questo giorno desidero lasciarvi un pensiero di Alessandra Ginzburg che sento profondamente vicino.

«Le domande dei bambini sono spesso inquietanti e insidiose rispetto alle nostre salde certezze. Ma è proprio accogliendo queste inquietudini che possiamo coltivare quello stupore attento, così necessario per mantenere viva la relazione educativa.»
Alessandra Ginzburg

Portiamo con noi queste parole anche oggi.
Lasciare per un momento le nostre certezze.
Rallentare. Ascoltare.
Lasciarci interrogare.
Concederci ancora la possibilità di stupirci.

🤍 Buon Ferragosto a ciascuna e ciascuno di voi.

Che sia un tempo di presenza, di lentezza e di stupore attento.

Lucia
Atelier della Pedagogista

🌱 “NON PENSARCI. DEVI DISTRARTI”“Non pensarci.”“Esci e svagati.”“Più sto fuori casa, meglio è, perché almeno non penso.”...
14/08/2026

🌱 “NON PENSARCI. DEVI DISTRARTI”

“Non pensarci.”
“Esci e svagati.”
“Più sto fuori casa, meglio è, perché almeno non penso.”
“Vado a lavorare così tengo la mente occupata.”
“Devo fare qualcosa, perché se mi fermo è finita.”


Quante volte ascoltiamo queste frasi: frasi utilizzate tantissimo tra noi adulti.
Qualche volta le diciamo agli altri nel tentativo di aiutarli.
Molto spesso le diciamo anche a noi stessi. E tante volte ci vengono dette dalle persone più vicine.

Sono frasi che oggi osservo. Sono frasi che credo raccontino qualcosa di interessante del rapporto che, come adulti, abbiamo costruito con la nostra vita emotiva.

Quando qualcosa fa male, una delle strategie più immediate può essere allontanarsi da ciò che sentiamo.
Stare fuori di noi.
Riempire il tempo.
Distrarsi.
Fare.
Uscire.
Lavorare.
Pensare ad altro.

Non sempre abbiamo le risorse per stare continuamente a contatto con ciò che ci attraversa. Possiamo aver bisogno di alleggerire, respirare, occuparci di altro e ritornare a quell’esperienza in un momento differente. Ed è ok così.

Il punto però non è: bisogna sempre stare dentro al dolore. Il punto è un altro. Che cosa accade quando allontanarsi diventa l’unico modo che conosciamo per stare con ciò che sentiamo?
🌱Quando non stiamo più prendendo una pausa dall’esperienza emotiva, ma stiamo cercando continuamente di non incontrarla?

Qui mi ritorna un’immagine simbolica potentissima contenuta in un albo illustrato per l’infanzia: A caccia dell’orso, di Michael Rosen e Helen Oxenbury.
Durante il viaggio i protagonisti incontrano erba alta, un fiume, fango, un bosco, una tempesta. Ogni volta scoprono che quell’ostacolo non può semplicemente essere aggirato.
Non si può passare sopra.
Non si può passare sotto.
Oh no! Dobbiamo passarci in mezzo.

E credo che questa è una bellissima metafora della nostra esperienza emotiva.
Ci sono vissuti, dolori, lutti che non possiamo semplicemente cancellare decidendo di non pensarci.
Possiamo allontanarli temporaneamente dalla coscienza.
Possiamo riempire le giornate.
Possiamo distrarci.
Ma ciò che non ascoltiamo non per questo cessa necessariamente di avere effetti su di noi.

Può continuare a esprimersi nel corpo. Nelle nostre reazioni. Nel modo in cui entriamo e stiamo nelle relazioni. Nelle difese che costruiamo. Nelle situazioni che evitiamo. Nella fatica che proviamo senza comprenderne immediatamente l’origine. Nella postura educativa che assumiamo con bambini e bambine.

Perché le emozioni sono informazioni preziose da accogliere e ascoltare. Non necessariamente assecondarle.
Posso riconoscere la mia rabbia senza aggredire.
Posso sentire paura senza lasciare che sia sempre la paura a decidere per me.
Posso attraversare la tristezza senza doverla cancellare immediatamente.

🌿 Sentire non significa agire. Sentire significa poter entrare in relazione con ciò che sta accadendo dentro di noi.

Questi pensieri mi portano a riflettere su un aspetto più profondo: il rapporto che abbiamo oggi con le nostre emozioni non nasce improvvisamente nell’età adulta. Si costruisce anche attraverso le esperienze relazionali che abbiamo vissuto nella nostra storia di vita: infanzia, adolescenza.

Pensiamo a quante volte, anche oggi nell’infanzia, davanti all’espressione emotiva di un bambino/a diciamo:
“Non piangere.”
“Non è successo niente.”
“Non devi avere paura.”
“Non arrabbiarti.”
“Dai, sorridi.”
“Guarda come sei brutto quando piangi”.
“Se di nuovo ti arrabbi io ti lascio qui!”
… (ciascuno aggiunga altro).
E questo riguarda anche la relazione educativa. Perché nella relazione con un bambino/a non portiamo soltanto ciò che sappiamo dell’infanzia: portiamo anche il nostro modo di stare davanti al pianto, alla rabbia, alla paura, alla frustrazione, alla tristezza.

Sono frasi, queste, che diciamo reattivamente perché forse vorremmo togliere quella sofferenza. O forse vorremmo vedere quel bambino stare meglio. Ridere sempre e mai soffrire.
Forse perché, qualche volta, la sofferenza di un bambino ci mette in contatto anche con qualcosa che noi adulti facciamo fatica ad attraversare della nostra storia.

Spesso noi adulti abbiamo vissuto queste frasi nella nostra infanzia o adolescenza. E quella voce, interiorizzata nel tempo, può diventare oggi la nostra voce interna: un modo appreso e reattivo di rispondere a ciò che percepiamo.

E, se ci fermiamo realmente su ciò che sentiamo oggi quando facciamo fatica ad attraversare una emozione, un dolore, … forse vorremmo accanto a noi non tanto qualcuno che ci dica cosa fare o come sentirci, ma avremmo bisogno di una presenza capace di stare. Senza parole.

E qui penso ad una immagine bellissima di un albo illustrato: un coniglio che si avvicina in silenzio a Timmy per stare accanto. Si tratta dell’albo “Ascolta”, Cori Doerafeld, Il Castoro.

Forse è anche questo che dovremmo poter offrire nell’infanzia: non l’illusione di una vita senza dolore, rabbia, paura o tristezza, ma l’esperienza di non doverli attraversare da soli.

E forse, prima ancora di poterlo offrire ai bambini, abbiamo bisogno di ricordarlo a noi adulti: alcune esperienze non possiamo semplicemente aggirarle. Dobbiamo passarci in mezzo. E qualche volta possiamo farlo con qualcuno accanto che sappia ascoltare, senza correggere ciò che sentiamo.
Un adulto che non abbia fretta di aggiustare. Che non debba suggerire di distrarsi. Che non abbia bisogno di sminuire ciò che sentiamo.

Un adulto capace semplicemente di stare. In silenzio.
“Sono qui.”

Atelier della Pedagogista

13/08/2026

Il Trauma Cumulativo è la devastazione prodotta da ferite apparentemente piccole, ma inflitte abbastanza spesso, metodicamente ripetute, da diventare profonde: parole che umiliano, sguardi che fanno paura, rifiuti che fanno sentire sbagliati, silenzi che puniscono, mortificazioni mascherate da educazione.

Non è il singolo episodio a spezzare, ma la sua ripetizione.

È l’accumulo quotidiano di piccoli colpi che insegna al bambino che non è al sicuro, che ciò che sente non conta e che, per essere amato, deve rinunciare a una Parte di sé.

Ciò che l’adulto può considerare “niente”, per un bambino può diventare una ferita che si deposita, strato dopo strato, fino a trasformare il modo in cui percepisce se stesso e il mondo.

🫂

🌱 QUANDO LA VIOLENZA SI CHIAMA EDUCAZIONESe un adulto desse uno schiaffo a un altro adulto perché non gli obbedisce, dif...
13/08/2026

🌱 QUANDO LA VIOLENZA SI CHIAMA EDUCAZIONE

Se un adulto desse uno schiaffo a un altro adulto perché non gli obbedisce, difficilmente lo chiameremmo educazione.
Se lo insultasse per correggerne un comportamento, parleremmo di umiliazione.
Se rompesse intenzionalmente un oggetto a cui tiene per “fargli capire la lezione”, probabilmente riconosceremmo un gesto aggressivo.
Se gli dicesse: “Finché non fai quello che voglio, non ti rivolgo la parola”, riconosceremmo l’uso della relazione come strumento di potere.

Persino quando assistiamo a comportamenti aggressivi nei confronti di un animale, siamo capaci di chiamarli per ciò che sono: violenza.

Eppure, quando alcune delle stesse logiche di sopraffazione entrano nella relazione educativa, iniziamo a cercare altre parole.
“È solo uno scappellotto. Gliel’ho dato piano. Cosa vuoi che sia!”
“Una sculacciata non ha mai fatto male a nessuno.”
“Ogni tanto bisogna ricordargli chi comanda.”
“Eh no. Adesso sta un po’ da solo, così capisce.”
“Deve vergognarsi di quello che ha fatto.”
“Gli tolgo tutto, così impara.”
“Se non alzo la voce non mi ascolta. È proprio stron…”

La violenza educativa diventa particolarmente difficile da riconoscere proprio quando un sistema culturale ha imparato a chiamarla normalità.
⚠️ E non riguarda soltanto il corpo.

La violenza può essere fisica: schiaffi, sculacciate, strattoni, scappellotti, gesti che utilizzano il dolore o la paura del dolore per ottenere un comportamento.
Può essere verbale: urlare, insultare, minacciare, ridicolizzare, svalutare, umiliare.
Può passare attraverso la vergogna e l’umiliazione: non aiutare il bambino a riconoscere ciò che ha fatto, ma portarlo a percepire qualcosa di sbagliato in ciò che è.

“Sei cattivo. Vergognati.”
Un messaggio che rischia di colpire l’identità del bambino.

La violenza può assumere anche una forma relazionale.
Allontanare, ignorare, minacciare di andare via, ritirare la parola o l’affetto o lo sguardo possono diventare strumenti potentissimi proprio perché toccano uno dei bisogni fondamentali dell’infanzia: sentirsi al sicuro dentro una relazione significativa.
“Se fai così non ti voglio più bene.”
“Me ne vado e ti lascio qui.”
“Non ti parlo finché non chiedi scusa.”
Non c’è uno schiaffo. Non c’è un segno sulla pelle. Eppure anche qui può esserci una ferita relazionale: la relazione con me dipende da come ti comporti.

Anche danneggiare o minacciare di buttare ciò che appartiene al bambino può diventare esercizio di potere: posso colpire ciò che per te ha valore perché io sono più forte di te.

🌱 PERCHÉ QUESTE PRATICHE “FUNZIONANO”?
Sì, a volte “funzionano”. Ma dipende da cosa intendiamo per funzionare.
Un bambino spaventato può smettere.
Un bambino umiliato può tacere.
Un bambino minacciato può obbedire.
Un bambino lasciato solo può imparare a non manifestare più ciò che provoca quella risposta adulta.
Ma questo significa che ha imparato?
La cessazione di un comportamento non ci dice che sia avvenuto un apprendimento educativo. Ci dice soltanto che quel comportamento, in quel momento, è cessato.
Un bambino può obbedire perché ha compreso progressivamente il significato di un limite. Oppure può obbedire perché teme ciò che accadrà se non lo farà.

Da fuori, il risultato può perfino sembrare identico.
Dentro, sono due esperienze completamente differenti.

Nel primo caso stiamo accompagnando progressivamente lo sviluppo della regolazione, della consapevolezza, della responsabilità e della capacità di stare nel limite.

Nel secondo stiamo utilizzando una regolazione esterna fondata sulla paura, sul dolore, sull’umiliazione o sulla minaccia della perdita della relazione.
E quindi: ci siamo chiesti a lungo se queste pratiche funzionassero. Molto meno spesso ci siamo chiesti: funzionano per ottenere cosa, e a quale prezzo? A quale prezzo emotivo?

Molti adulti portano dentro di sé proprio questi modelli educativi conosciuti nella loro età infantile e adolescenziale.
“L’ho ricevuto anch’io.”
“Ai miei tempi era normale.”
“Mio padre faceva così e sono cresciuto lo stesso.”
“Se le ho prese e mi hanno trattato così ogni tanto me lo meritavo proprio. Ero monello da piccol*”.

Sono frasi che raccontano quanto profondamente alcune pratiche siano state trasmesse e normalizzate attraverso le generazioni.

Oggi, possiamo fermarci. Osservarci.
Riconoscere che cosa accade dentro di noi quando il comportamento di un bambino ci esaspera, ci mette in difficoltà, ci fa sentire impotenti o sfida l’idea di autorità con cui siamo cresciuti.
Perché educare un bambino significa inevitabilmente incontrare anche il modo in cui noi siamo stati educati.

Riconoscere tutto questo non significa pretendere adulti che non si arrabbino, zen, non alzino mai la voce o non perdano mai la regolazione. Un adulto può sbagliare, eccedere, ferire. La differenza sta anche nella possibilità di riconoscerlo, assumersene la responsabilità e riparare validando le emozioni provocate nell’altro.
Altro è trasformare paura, dolore, umiliazione o ritiro della relazione in strumenti educativi intenzionali: “Lo faccio perché deve imparare”.

Ed è proprio qui che può interrompersi la catena trasmissiva della violenza educativa.
Perché possiamo avere bisogno di fermare un bambino. Non abbiamo bisogno di ferirlo perché comprenda.
Possiamo esercitare autorevolezza. Non abbiamo bisogno di utilizzare la sua vulnerabilità per ottenere obbedienza.
Possiamo mettere limiti. Senza mettere in discussione la dignità e la sicurezza della relazione.

Smettiamo di tramandare, senza interrogarle, frasi come “ha sempre funzionato” e “hanno sempre fatto così”. Iniziamo piuttosto a domandarci: che cosa quelle pratiche hanno realmente insegnato? Attraverso quale esperienza? E a quale prezzo?
Alcune risposte possiamo incontrarle anche osservando noi stessi: ciò che ci attiva, ciò che ci irrigidisce, ciò che ancora oggi ci fa paura, ciò che tendiamo automaticamente a ripetere o, al contrario, a rifiutare.

Atelier della Pedagogista

Un grande ringraziamento ai nuovi follower! Sono GRATA di avervi in pagina! Buona Pedagogia Consapevole 🌱🪷🙏🏻Luci Aroni, ...
11/08/2026

Un grande ringraziamento ai nuovi follower! Sono GRATA di avervi in pagina! Buona Pedagogia Consapevole 🌱🪷🙏🏻

Luci Aroni, Anna Boffa, Francesca Piras, Rossella Borrelli, Anna Cinnella, Elisa Portaluppi, Alice Caggia, Adriana Cossu, Eleonora Fajlla, Alessandra Rapino, Daniela Vanadia, Giulia Cottini, Federica Trolese, Erika Annunzi, Luisa Maniotti, Sabina Sarpi, Azzurra Prampolini, Rosaria Andolina, Maurizia Moscatelli, Luca Pelis, Laura Acerola, Mariarita Zanarini, Leda Grifasi, Agata Gangi, Michela Sorace, Patrizia Forestiero, Alfy Verduci, Mara Vidori, Eli Paradisi, Titti Lagreca, Valentina Arrigoni, Veronica Campani, Mihaela Gabriela Sposub, Giada Novelli, Lucia de Angelis, Elisa Nencioni

🌱 QUANDO CORREGGIAMO LA TRACCIA, COSA STIAMO CORREGGENDO?In queste giornate estive, dai tempi un po’ più lenti, il mio s...
11/08/2026

🌱 QUANDO CORREGGIAMO LA TRACCIA, COSA STIAMO CORREGGENDO?

In queste giornate estive, dai tempi un po’ più lenti, il mio sguardo cade spesso sugli adulti alle prese con bambini e bambine di differenti età.
Li osservo mentre, nelle situazioni più diverse della quotidianità, disegnano, colorano, inventano, lasciando tracce sul foglio.

E spesso osservo anche come noi adulti ci poniamo davanti a quelle tracce.
Quante volte le correggiamo razionalmente soltanto perché non rientrano nelle nostre categorie mentali?
“L’erba non è viola.”
“Attenzione. Guarda il cielo com’è. Non è di quel colore lì.”
“Deve imparare i colori.”
“È giusto che impari a disegnare bene.”
“Perché lo hai fatto così?”
“Deve…”

Eppure, mentre siamo preoccupati di insegnare come dovrebbe essere il mondo, secondo categorie adulte spesso consolidate e rigide, rischiamo di non vedere come quel bambino lo sta guardando, pensando, immaginando e rappresentando.
Non vediamo la postura con cui sta incontrando quel mondo. Spesso piena di stupore e meraviglia.
Attenta ai dettagli.
Attenta alle sfumature che il nostro sguardo adulto, forse, non vede più.

Un bambino può sapere perfettamente che l’erba è verde e scegliere di farla rossa.
Può conoscere il colore del cielo e decidere che oggi il suo cielo sarà giallo, nero, rosa o attraversato da cento colori.

Perché conoscere la realtà e poterla simbolicamente trasformare non sono processi in contraddizione. Anzi. Possiamo accompagnare le bambine e i bambini a conoscere il mondo senza chiedere loro però di riprodurlo continuamente secondo i nostri rigidi modelli.

Ed è proprio nello spazio tra ciò che esiste e ciò che potrebbe esistere che prendono forma immaginazione, creatività, pensiero divergente, capacità di formulare ipotesi, cercare strade e trovare possibilità differenti.

Quando l’adulto anticipa continuamente la soluzione, corregge i segni, corregge il colore, aggiusta la forma, completa il disegno, stabilisce cosa sia “bello”, cosa sia “fatto bene” e cosa invece non lo sia, rischia di consegnare implicitamente un messaggio: “Esiste un modo giusto di lasciare la tua traccia. E io, adulto, lo conosco meglio di te.”

Ed è qui che una semplice correzione può assumere anche una sfumatura relazionale legata al potere:
“So io che cosa è giusto per te.”
“So io come dovrebbe essere.”
“So io come dovresti farlo.”

Non necessariamente perché l’adulto voglia esercitare potere sul bambino. Molto più spesso perché anche noi siamo cresciuti dentro una cultura educativa nella quale insegnare è stato a lungo confuso con correggere, mostrare, dirigere, addomesticare, valutare e portare verso una traiettoria già conosciuta.

E così, a forza di sentirsi dire come fare, il bambino e la bambina possono progressivamente imparare a cercare nello sguardo dell’adulto l’autorizzazione a procedere.

E allora la paura non riguarda più soltanto lo “sbagliare” un disegno. Può diventare timore di tentare, di lasciare una traccia non prevista, di affidarsi alla propria intuizione. Può alimentare la necessità di cercare continuamente conferma nello sguardo dell’altro.

Perché anche la libertà di pensare si costruisce facendo esperienza del fatto che il proprio pensiero/traccia/emozione può avere uno spazio.

«Un bambino che impara che il cielo non è sempre e solo blu è un bambino che probabilmente in futuro saprà trovare più soluzioni creative a un problema, che sarà più pronto a discutere e a non subire.»
Bruno Munari

Atelier della Pedagogista

Concordo pienamente! 🌱🪷🙏🏻
10/08/2026

Concordo pienamente! 🌱🪷🙏🏻

🌱 ESSERE GENITORIEssere genitori non significa soltanto accompagnare la crescita di un bambino o di una bambina.Signific...
10/08/2026

🌱 ESSERE GENITORI

Essere genitori non significa soltanto accompagnare la crescita di un bambino o di una bambina.
Significa, inevitabilmente, incontrare anche parti di noi.

La loro rabbia può incontrare la rabbia che a noi non era permesso esprimere.
Il loro pianto può risvegliare ciò che abbiamo imparato a trattenere.
Il loro bisogno di vicinanza può toccare antiche esperienze di distanza.
Il loro “NO” può mettere in discussione ciò che abbiamo imparato sull’obbedienza.
La loro vitalità, il disordine, l’intensità, la dipendenza possono raggiungere luoghi della nostra storia che pensavamo lontani.

Non perché ogni difficoltà educativa nasconda necessariamente una ferita del passato. Ma perché nessun adulto entra nella relazione educativa senza una storia.
Portiamo con noi ciò che abbiamo ricevuto, la nostra storia educativa, ciò che ci è mancato, le parole con cui siamo stati consolati o rimproverati, il modo in cui sono state accolte le nostre emozioni, gli sguardi attraverso i quali ci siamo sentiti riconosciuti, accolti, corretti o giudicati, l’idea di bambino e di autorità che abbiamo respirato crescendo.

E qualche volta reagiamo prima ancora di riuscire a comprendere cosa stia accadendo.
🌿 È qui che la consapevolezza diventa una responsabilità educativa.

Non significa diventare genitori perfetti. Non significa non arrabbiarsi, non sbagliare, non perdere mai la pazienza.

Significa imparare, poco alla volta, autenticamente a fermarci per auto-osservarci quando la reazione si attiva:
Che cosa sta accadendo a mio figlio/figlia?
E che cosa sta accadendo dentro di me mentre ciò accade?

Sono due domande differenti, ma profondamente intrecciate.

La prima ci aiuta a non perdere di vista il bambino reale. Il comportamento del bambino racconta qualcosa dei suoi bisogni, delle sue possibilità evolutive, della sua fatica in quel momento.

La seconda ci aiuta a non confondere ciò che appartiene a lui con ciò che appartiene a noi. La nostra reazione racconta qualcosa di noi.

Diventare consapevoli significa creare un piccolo spazio tra ciò che sentiamo e ciò che facciamo.
Uno spazio nel quale possiamo accorgerci che la rabbia è nostra senza consegnarla al bambino. Che il senso di impotenza, la frustrazione o la fatica di non sentirci ascoltati appartengono a noi e non possono diventare un peso da consegnare al bambino.
Che possiamo mettere un limite senza umiliare.
Dire no senza minacciare.
Riparare quando abbiamo ferito.
Dire “mi dispiace”, riconoscere l’effetto delle nostre azioni e accogliere ciò che l’altro ha vissuto, senza per questo perdere autorevolezza.
Riconoscere che alcune modalità educative ricevute possono terminare con noi.
Spezzando catene transgenerazionali.

Janusz Korczak scriveva che la fatica dell’incontro con i bambini non consiste nell’abbassarsi alla loro altezza, ma nell’«innalzarsi fino all’altezza dei loro sentimenti».

Forse essere genitori significa anche questo: riconoscere il bambino che siamo stati, perché la nostra storia possa essere conosciuta senza diventare, inconsapevolmente, il copione della relazione con il bambino che abbiamo davanti.

🌱 Possiamo interrompere automatismi. Possiamo riparare. Possiamo scegliere risposte nuove. Ciò che abbiamo ricevuto non deve necessariamente essere ciò che consegneremo.
E mentre accompagniamo un bambino a crescere, continuiamo inevitabilmente a crescere anche noi.

Atelier della Pedagogista

🌿 L’INCOERENZA DEGLI ADULTI«Non urlare!»detto urlando.«Metti via il telefono.»mentre continuiamo a tenere sotto controll...
08/08/2026

🌿 L’INCOERENZA DEGLI ADULTI

«Non urlare!»
detto urlando.

«Metti via il telefono.»
mentre continuiamo a tenere sotto controllo il nostro.

«Aspetta il tuo turno!»
mentre noi adulti passiamo avanti, parliamo sopra gli altri, interrompiamo.

«Ascoltami quando ti parlo.»
ma quando parla lui o lei continuiamo a fare altro.

«Non interrompere.»
mentre interrompiamo per dirigere, correggere, addomesticare.

«Devi chiedere scusa.»
ma quando siamo noi a ferire, perdere la pazienza o avere una reazione sproporzionata, facciamo molta più fatica a riconoscere ciò che l’altro ha vissuto a causa del nostro comportamento e validarlo.

«Le regole vanno rispettate.»
ma quando una regola limita noi adulti troviamo facilmente una ragione, una circostanza, un’eccezione che giustifichi il nostro comportamento.

C’è qualcosa di profondamente scomodo nell’incoerenza degli adulti dentro la relazione educativa.

Non nell’incoerenza in sé. Sarebbe irrealistico immaginare adulti sempre perfettamente coerenti, regolati, presenti e capaci di incarnare in ogni momento ciò che chiedono.

Siamo esseri umani.
Possiamo essere stanchi, avere fretta, perdere la pazienza, contraddirci, cambiare idea. Possiamo persino accorgerci, qualche minuto dopo, di avere fatto esattamente ciò che avevamo appena chiesto a un bambino o a una bambina di non fare.

Il problema non è l’imperfezione dell’adulto.
Il problema comincia quando la nostra incoerenza diventa un privilegio e la loro diventa una colpa.

Quando ciò che nell’adulto viene spiegato attraverso le circostanze, nel bambino viene letto come disobbedienza, provocazione, sfida, maleducazione, mancanza di rispetto o incapacità di stare alle regole.

🔎Io ho urlato perché ero esasperato. E magari ti chiedo anche scusa, ma qualche volta quella richiesta di scuse serve soprattutto a me: ad alleggerire il mio senso di colpa, a ricevere il tuo perdono, a sentirmi nuovamente un “bravo adulto”. Riparare, invece, significa riuscire anche a spostare lo sguardo da me a te: che cosa ha provocato in te ciò che ho fatto? Ti ho spaventato? Ferito? Mortificato? Ti sei sentito impotente davanti alla mia rabbia? La riparazione non è soltanto riconoscere che ho sbagliato. È riconoscere che la mia azione ha avuto un impatto sull’altro.
⚠️Tu, invece, hai urlato perché «sei maleducato».

🔎Io non ti ho ascoltato perché avevo tante cose da fare e liste di doveri da spuntare.
⚠️Tu non mi hai ascoltato perché «non ascolti mai».

🔎Io ho lasciato le mie cose in giro perché ero di fretta.
⚠️Tu devi immediatamente mettere in ordine perché «ci sono delle regole».

🔎Io posso interromperti perché devo dirti una cosa molto importante.
⚠️Tu non puoi interrompere me perché «quando parlano gli adulti si aspetta».

Per noi adulti esistono quasi sempre un contesto, una motivazione, una stanchezza, un bisogno. Per il bambino, troppo spesso, rimane soltanto il comportamento e la persona da correggere.

Ed è qui che la questione della coerenza incontra inevitabilmente quella del potere.

Adulto e bambino non occupano la stessa posizione nella relazione. E questo è necessario. L’adulto possiede maggiori competenze, esperienza, capacità di previsione, responsabilità e possibilità decisionali. È l’adulto che protegge, organizza il contesto, pone confini, assume decisioni che un bambino, proprio perché bambino, non può ancora assumere.

Ma asimmetria non significa arbitrio.
Anzi. Proprio perché l’adulto possiede maggiore potere nella relazione, dovrebbe possedere anche una maggiore responsabilità rispetto al modo in cui quel potere viene esercitato.

Avere una responsabilità educativa maggiore non significa poter chiedere all’altro ciò da cui noi stessi ci consideriamo automaticamente esonerati soltanto perché siamo adulti. E soprattutto non significa poter pretendere obbedienza senza essere disponibili a interrogare la legittimità, la coerenza e il senso di ciò che stiamo chiedendo.

Perché lui o lei deve obbligatoriamente fare ciò che io, nella medesima situazione, mi concedo la libertà di non fare?

Non perché adulti e bambini debbano avere le stesse regole.
Un adulto può attraversare la strada autonomamente e un bambino piccolo no. Può utilizzare strumenti, spazi e possibilità che richiedono competenze non ancora presenti nell’infanzia. Può assumersi responsabilità e decisioni differenti.
La questione non è quindi pretendere una falsa uguaglianza tra adulto e bambino.

La questione è interrogare la coerenza del principio che sostiene la regola.

Se chiedo rispetto, come esercito io il rispetto quando sono arrabbiato?

Se chiedo ascolto, quanto sono disposto ad ascoltare quando ciò che il bambino dice rallenta i miei tempi?

Se chiedo di aspettare, quanto riesco ad aspettare i suoi tentativi senza sostituirmi?

Se gli chiedo di non urlare, che cosa faccio della mia voce quando sono esasperato, mi sento impotente o sento il bisogno di difendermi?

Se gli chiedo di riconoscere un errore, che cosa accade quando sono io ad avere sbagliato?

Se pretendo che ripari dopo aver ferito qualcuno, sono capace di tornare da lui o da lei e dire: «Prima ti ho urlato. Mi dispiace. Ti ho spaventato»?

Perché i bambini e le bambine apprendono anche dalla posizione che occupiamo nella relazione.
Osservano che cosa facciamo del nostro potere quando siamo contrariati. Osservano se le regole servono a organizzare rispettosamente la convivenza oppure semplicemente a ottenere obbedienza e controllo. Osservano se il rispetto è reciproco o se procede in una sola direzione. Osservano se l’adulto può sbagliare e riconoscerlo oppure se essere adulto – e ancora di più essere genitore – sembra attribuire automaticamente il diritto di avere ragione.
Osservano, in altre parole, se il potere comporta maggiore responsabilità o concede maggiori privilegi.

Non possiamo pretendere che il valore di una regola venga interiorizzato se ciò che il bambino sperimenta è che quella regola vale soprattutto per chi possiede meno potere.

Possiamo ottenere obbedienza attraverso la paura, la minaccia, il ricatto, il premio, la punizione o semplicemente attraverso la sproporzione di potere che esiste tra adulto e bambino.
Ma ottenere un comportamento non significa aver costruito un apprendimento.
E soprattutto non significa aver costruito responsabilità.

La responsabilità nasce lentamente anche dall’esperienza di relazioni nelle quali i limiti hanno un senso ed una coerenza, le parole possiedono una certa affidabilità e chi esercita l’autorità è disposto per primo a rispondere delle proprie azioni.

Per questo l’autorevolezza adulta non coincide con l’infallibilità.
Un adulto autorevole può sbagliare. Può contraddirsi. Può perdere la pazienza. Può rendersi conto di avere posto una richiesta poco sensata. Può cambiare idea. Può persino riconoscere che una regola stabilita da lui non ha più senso e modificarla.
Ciò che fa la differenza è la possibilità di accorgersi, assumersi la responsabilità, riparare e riconoscere l’impatto che il proprio comportamento ha avuto sull’altro.

Perché dire «mi dispiace» non dovrebbe servire a cancellare rapidamente ciò che è accaduto, né a chiedere implicitamente al bambino di rassicurarci attraverso il suo perdono.
Riparare significa poter restare abbastanza vicini a ciò che è successo da riconoscere: «Sono stato io a fare questo. Tu hai vissuto qualcosa a causa della mia azione. Posso ascoltarlo, riconoscerlo e assumermene la responsabilità.»

Forse la coerenza educativa non consiste allora nel non contraddirsi mai.
Consiste nel non utilizzare il proprio essere adulti per sottrarsi a ciò che chiediamo ai bambini.

Perché essere la persona con più potere nella relazione non dovrebbe concederci più libertà dall’assumerci responsabilità.
Dovrebbe chiedercene di più.

La differenza di potere non rende l’adulto meno responsabile delle proprie azioni. Lo rende più responsabile.

Atelier della Pedagogista

🌿 IL MODELLO EDUCATIVO DEL SACRIFICIO«Per i figli bisogna fare sacrifici.»È un’espressione che attraversa ancora con gra...
06/08/2026

🌿 IL MODELLO EDUCATIVO DEL SACRIFICIO

«Per i figli bisogna fare sacrifici.»
È un’espressione che attraversa ancora con grande automatismo il linguaggio di genitori e nonni. Una di quelle frasi tramandate quasi senza essere interrogate, perché culturalmente associate all’amore, alla responsabilità, alla dedizione.
Eppure è una frase che merita riflessione. Perché fare fatica per qualcuno non significa necessariamente sacrificarsi per qualcuno.

Diventare genitori modifica profondamente la vita. Chiede adattamento, responsabilità, disponibilità, capacità di rimandare una gratificazione. Ci saranno notti nelle quali il sonno verrà interrotto, giornate nelle quali un programma personale dovrà cambiare, momenti nei quali il bisogno del bambino avrà necessariamente la precedenza. Questo appartiene alla cura.

Ma esiste una differenza sostanziale tra rinunciare temporaneamente a qualcosa e rinunciare progressivamente a se stessi.

Ed è proprio questa differenza che culturalmente rischiamo di non vedere.

La rinuncia può essere una scelta consapevole e circoscritta.
«Faccio qualcosa per te.»
Riconosco un bisogno dell’altro e, in questo momento, scelgo di modificare il mio comportamento per prendermene cura.

Il sacrificio di sé diventa invece qualcosa di differente quando assume la forma di una cancellazione: non ascolto più la mia stanchezza; non riconosco più i miei limiti; non proteggo più alcuno spazio personale; non considero legittimi i miei desideri; non chiedo aiuto; non posso dire «adesso non riesco»; non posso sottrarmi; non posso fermarmi.
«Non esisto più senza di te.»
Perché un buon genitore, ci è stato insegnato, dà tutto.
Dà tutto.

Ma se per amare qualcuno devo progressivamente scomparire, non siamo più soltanto nel territorio della cura. Stiamo entrando nel territorio della sottomissione.

Sacrificium indica ciò che viene reso sacro attraverso un’offerta. Nel sacrificio rituale qualcosa viene consegnato a ciò che è riconosciuto come superiore.

Anche nell’utilizzo contemporaneo della parola «sacrificio» possiamo forse ritrovare alcune tracce culturali di quel significato originario.
«Per mio figlio rinuncerei a tutto.»
«Da quando sono padre/madre non esisto più io.»
«Prima vengono i figli e le figlie. Sempre.»
«Noi abbiamo fatto tanti sacrifici per voi.»
Sono frasi che possono custodire, al di sotto della loro apparente dichiarazione d’amore, una convinzione più profonda: per essere riconosciuto come amore, l’amore deve costare qualcosa di sé.
Più rinuncio, più amo.
Più sopporto, più sono un buon genitore.
Più mi dimentico di me, più sono un genitore meritevole.

La sofferenza diventa quasi una certificazione morale della qualità della cura. E questo va messo in discussione.

🌱🪷 IL BAMBINO NON HA BISOGNO DEL SACRIFICIO DELL’ADULTO.
Un bambino piccolo ha certamente bisogno di una grande disponibilità adulta. Ha bisogno che qualcuno sappia decentrarsi. Che sappia interrompere ciò che sta facendo. Che accolga il pianto. Che attraversi notti difficili. Che sappia tollerare frustrazione, ripetizione, lentezza. Che assuma responsabilità che il bambino, proprio perché bambino, non può assumere. Che sappia accompagnare e co-regolare.

Ma decentrarsi non significa cancellarsi.

Un adulto che sacrifica sistematicamente il proprio equilibrio può progressivamente perdere proprio quelle risorse interne necessarie alla relazione:
la capacità di attendere;
la possibilità di mentalizzare;
la disponibilità a tollerare la frustrazione;
la lucidità necessaria per distinguere il bisogno del bambino dalla propria paura;
la possibilità di porre un limite senza esplodere;
la capacità di rimanere emotivamente presente davanti all’intensità dell’altro.

Perché la regolazione adulta non nasce dal nulla. Ha bisogno anch’essa di riposo, nutrimento emotivo e relazionale, spazi personali, confini, piacere, possibilità di chiedere aiuto.

Prima ancora delle parole, spesso è il corpo a raccontare che il confine è stato superato.
Stanchezza.
Irritabilità.
Tensione.
Senso di saturazione.
Bisogno di allontanarsi.
Intolleranza al rumore.
Difficoltà a sostenere il pianto.
Sensazione di non avere più spazio.
Sensazione di sopraffazione.
Possono essere segnali di un sistema adulto che sta dicendo: «Non ho più risorse ed energie sufficienti per continuare in questo modo.»

E invece la cultura del sacrificio insegna frequentemente a non ascoltarli.
«Devo resistere.»
«Sono genitore, è normale.»
«Non posso lamentarmi.»
«Prima vengono loro.»
«Devo stringere i denti.»
«Hai voluto la bicicletta? Adesso pedala.»
Così il corpo chiede un confine e la morale risponde con un’altra rinuncia.

Fino a quando ciò che non abbiamo ascoltato può comparire proprio dentro la relazione: impazienza, urla, rigidità, controllo, violenza educativa, autoritarismo, richiesta di obbedienza, difficoltà a tollerare la vitalità del bambino, i suoi tempi, il suo corpo in movimento, la sua intensità emotiva.

È un paradosso importante.

Possiamo sacrificarci completamente per un bambino e diventare, proprio per questo, meno disponibili emotivamente a incontrarlo.

Ed è qui che intravedo una connessione con quella cultura educativa che riconosciamo nella pedagogia nera. Non tanto nell’idea del sacrificio in sé, quanto nella matrice più profonda della sottomissione.

Per generazioni bambini e bambine sono stati educati a diventare «bravi» attraverso la rinuncia a parti di sé.
Non disturbare.
Non contraddire.
Non piangere.
Non arrabbiarti.
Obbedisci.
Sopporta.
Adattati.
Fai ciò che deve essere fatto.
Il corpo, il desiderio, la rabbia, la stanchezza e persino il dolore potevano essere subordinati a ciò che l’adulto, la famiglia o la società ritenevano giusto.

Quei bambini sono diventati adulti. E alcuni di quei messaggi possono avere continuato ad abitare silenziosamente il loro modo di essere genitori: resisti;
sopporta; non pensare a te; non essere egoista; prima viene il dovere; un bravo genitore non si lamenta; un bravo genitore stringe i denti e si sacrifica.

Per generazioni abbiamo chiesto ai bambini di rinunciare a parti di sé per adattarsi all’adulto. Oggi rischiamo il movimento opposto: chiedere all’adulto di rinunciare a parti di sé, confondendo il rispetto del bambino con la disponibilità senza confini. Ma la sottomissione non diventa cura soltanto perché abbiamo invertito chi si sottomette.

Essere genitori comporta rinunce. Non dovrebbe comportare la rinuncia a se stessi.

Un adulto che non ascolta più il proprio corpo, non riconosce i propri limiti, non protegge i propri spazi e considera egoistico ogni proprio bisogno non sta necessariamente amando di più. Sta consumando se stesso in nome dell’amore.

E continuiamo persino a celebrarlo.
«È una madre che si sacrifica per i figli.»
«È un padre che vive per la famiglia.»
«Per loro ha rinunciato a tutto.»
Come se l’esaurimento fosse una medaglia al valore genitoriale.
Come se stare bene dentro la propria pelle fosse un lusso concesso prima di avere figli.
Come se diventare genitori significasse smettere di essere donne, uomini, persone con un corpo, desideri, bisogni, relazioni, spazi propri.

No.

La cancellazione di sé non è cura.
La sottomissione non è dedizione.
L’esaurimento non è una prova d’amore.

Sacrificarsi fino a svuotarsi non rende genitori migliori.
Rende adulti con sempre meno risorse per incontrare bambini e bambine e, prima ancora, per incontrare se stessi.

Atelier della Pedagogista

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