08/08/2026
🌿 L’INCOERENZA DEGLI ADULTI
«Non urlare!»
detto urlando.
«Metti via il telefono.»
mentre continuiamo a tenere sotto controllo il nostro.
«Aspetta il tuo turno!»
mentre noi adulti passiamo avanti, parliamo sopra gli altri, interrompiamo.
«Ascoltami quando ti parlo.»
ma quando parla lui o lei continuiamo a fare altro.
«Non interrompere.»
mentre interrompiamo per dirigere, correggere, addomesticare.
«Devi chiedere scusa.»
ma quando siamo noi a ferire, perdere la pazienza o avere una reazione sproporzionata, facciamo molta più fatica a riconoscere ciò che l’altro ha vissuto a causa del nostro comportamento e validarlo.
«Le regole vanno rispettate.»
ma quando una regola limita noi adulti troviamo facilmente una ragione, una circostanza, un’eccezione che giustifichi il nostro comportamento.
C’è qualcosa di profondamente scomodo nell’incoerenza degli adulti dentro la relazione educativa.
Non nell’incoerenza in sé. Sarebbe irrealistico immaginare adulti sempre perfettamente coerenti, regolati, presenti e capaci di incarnare in ogni momento ciò che chiedono.
Siamo esseri umani.
Possiamo essere stanchi, avere fretta, perdere la pazienza, contraddirci, cambiare idea. Possiamo persino accorgerci, qualche minuto dopo, di avere fatto esattamente ciò che avevamo appena chiesto a un bambino o a una bambina di non fare.
Il problema non è l’imperfezione dell’adulto.
Il problema comincia quando la nostra incoerenza diventa un privilegio e la loro diventa una colpa.
Quando ciò che nell’adulto viene spiegato attraverso le circostanze, nel bambino viene letto come disobbedienza, provocazione, sfida, maleducazione, mancanza di rispetto o incapacità di stare alle regole.
🔎Io ho urlato perché ero esasperato. E magari ti chiedo anche scusa, ma qualche volta quella richiesta di scuse serve soprattutto a me: ad alleggerire il mio senso di colpa, a ricevere il tuo perdono, a sentirmi nuovamente un “bravo adulto”. Riparare, invece, significa riuscire anche a spostare lo sguardo da me a te: che cosa ha provocato in te ciò che ho fatto? Ti ho spaventato? Ferito? Mortificato? Ti sei sentito impotente davanti alla mia rabbia? La riparazione non è soltanto riconoscere che ho sbagliato. È riconoscere che la mia azione ha avuto un impatto sull’altro.
⚠️Tu, invece, hai urlato perché «sei maleducato».
🔎Io non ti ho ascoltato perché avevo tante cose da fare e liste di doveri da spuntare.
⚠️Tu non mi hai ascoltato perché «non ascolti mai».
🔎Io ho lasciato le mie cose in giro perché ero di fretta.
⚠️Tu devi immediatamente mettere in ordine perché «ci sono delle regole».
🔎Io posso interromperti perché devo dirti una cosa molto importante.
⚠️Tu non puoi interrompere me perché «quando parlano gli adulti si aspetta».
Per noi adulti esistono quasi sempre un contesto, una motivazione, una stanchezza, un bisogno. Per il bambino, troppo spesso, rimane soltanto il comportamento e la persona da correggere.
Ed è qui che la questione della coerenza incontra inevitabilmente quella del potere.
Adulto e bambino non occupano la stessa posizione nella relazione. E questo è necessario. L’adulto possiede maggiori competenze, esperienza, capacità di previsione, responsabilità e possibilità decisionali. È l’adulto che protegge, organizza il contesto, pone confini, assume decisioni che un bambino, proprio perché bambino, non può ancora assumere.
Ma asimmetria non significa arbitrio.
Anzi. Proprio perché l’adulto possiede maggiore potere nella relazione, dovrebbe possedere anche una maggiore responsabilità rispetto al modo in cui quel potere viene esercitato.
Avere una responsabilità educativa maggiore non significa poter chiedere all’altro ciò da cui noi stessi ci consideriamo automaticamente esonerati soltanto perché siamo adulti. E soprattutto non significa poter pretendere obbedienza senza essere disponibili a interrogare la legittimità, la coerenza e il senso di ciò che stiamo chiedendo.
Perché lui o lei deve obbligatoriamente fare ciò che io, nella medesima situazione, mi concedo la libertà di non fare?
Non perché adulti e bambini debbano avere le stesse regole.
Un adulto può attraversare la strada autonomamente e un bambino piccolo no. Può utilizzare strumenti, spazi e possibilità che richiedono competenze non ancora presenti nell’infanzia. Può assumersi responsabilità e decisioni differenti.
La questione non è quindi pretendere una falsa uguaglianza tra adulto e bambino.
La questione è interrogare la coerenza del principio che sostiene la regola.
Se chiedo rispetto, come esercito io il rispetto quando sono arrabbiato?
Se chiedo ascolto, quanto sono disposto ad ascoltare quando ciò che il bambino dice rallenta i miei tempi?
Se chiedo di aspettare, quanto riesco ad aspettare i suoi tentativi senza sostituirmi?
Se gli chiedo di non urlare, che cosa faccio della mia voce quando sono esasperato, mi sento impotente o sento il bisogno di difendermi?
Se gli chiedo di riconoscere un errore, che cosa accade quando sono io ad avere sbagliato?
Se pretendo che ripari dopo aver ferito qualcuno, sono capace di tornare da lui o da lei e dire: «Prima ti ho urlato. Mi dispiace. Ti ho spaventato»?
Perché i bambini e le bambine apprendono anche dalla posizione che occupiamo nella relazione.
Osservano che cosa facciamo del nostro potere quando siamo contrariati. Osservano se le regole servono a organizzare rispettosamente la convivenza oppure semplicemente a ottenere obbedienza e controllo. Osservano se il rispetto è reciproco o se procede in una sola direzione. Osservano se l’adulto può sbagliare e riconoscerlo oppure se essere adulto – e ancora di più essere genitore – sembra attribuire automaticamente il diritto di avere ragione.
Osservano, in altre parole, se il potere comporta maggiore responsabilità o concede maggiori privilegi.
Non possiamo pretendere che il valore di una regola venga interiorizzato se ciò che il bambino sperimenta è che quella regola vale soprattutto per chi possiede meno potere.
Possiamo ottenere obbedienza attraverso la paura, la minaccia, il ricatto, il premio, la punizione o semplicemente attraverso la sproporzione di potere che esiste tra adulto e bambino.
Ma ottenere un comportamento non significa aver costruito un apprendimento.
E soprattutto non significa aver costruito responsabilità.
La responsabilità nasce lentamente anche dall’esperienza di relazioni nelle quali i limiti hanno un senso ed una coerenza, le parole possiedono una certa affidabilità e chi esercita l’autorità è disposto per primo a rispondere delle proprie azioni.
Per questo l’autorevolezza adulta non coincide con l’infallibilità.
Un adulto autorevole può sbagliare. Può contraddirsi. Può perdere la pazienza. Può rendersi conto di avere posto una richiesta poco sensata. Può cambiare idea. Può persino riconoscere che una regola stabilita da lui non ha più senso e modificarla.
Ciò che fa la differenza è la possibilità di accorgersi, assumersi la responsabilità, riparare e riconoscere l’impatto che il proprio comportamento ha avuto sull’altro.
Perché dire «mi dispiace» non dovrebbe servire a cancellare rapidamente ciò che è accaduto, né a chiedere implicitamente al bambino di rassicurarci attraverso il suo perdono.
Riparare significa poter restare abbastanza vicini a ciò che è successo da riconoscere: «Sono stato io a fare questo. Tu hai vissuto qualcosa a causa della mia azione. Posso ascoltarlo, riconoscerlo e assumermene la responsabilità.»
Forse la coerenza educativa non consiste allora nel non contraddirsi mai.
Consiste nel non utilizzare il proprio essere adulti per sottrarsi a ciò che chiediamo ai bambini.
Perché essere la persona con più potere nella relazione non dovrebbe concederci più libertà dall’assumerci responsabilità.
Dovrebbe chiedercene di più.
La differenza di potere non rende l’adulto meno responsabile delle proprie azioni. Lo rende più responsabile.
Atelier della Pedagogista