27/07/2026
QUANDO IL TRAUMA È CIÒ CHE NESSUNO RACCONTA
Ogni volta che facciamo riferimento ad un trauma infantile, immaginiamo un bambino che assiste a un evento terribile: un incidente, una violenza, una perdita improvvisa. Eppure, la clinica ci insegna che il trauma non nasce soltanto da ciò che accade. A volte nasce da ciò che non può essere compreso, raccontato e condiviso.
Marco (nome di fantasia) ha 8 anni quando il fratello maggiore muore in un incidente stradale. Gli adulti, nel tentativo di proteggerlo, decidono di mandarlo da una zia per circa un mese, senza spiegargli nulla. Quando Marco torna a casa, il funerale è già stato celebrato, il fratello non c'è più e la sua famiglia è cambiata per sempre. Lui, però, non ha potuto vivere nessun passaggio: non ha salutato il fratello, non ha partecipato al rito funebre e non ha visto gli adulti attraversare quel dolore. Marco si ritrova catapultato in un mondo diverso, senza capire come ci sia arrivato.
Certo, l'intenzione dei genitori era di proteggere il bambino: davanti a un dolore così devastante, molti adulti cercano di sottrarre i più piccoli alla sofferenza. Ma la psicologia ci ricorda che le intenzioni non sempre coincidono con gli effetti.
Pierre Janet sosteneva che un'esperienza traumatica diventa tale quando non può essere integrata in una narrazione coerente: nel caso di Marco esiste un "prima", in cui il fratello è vivo, e un "dopo", in cui non c'è più. Manca completamente il "durante", manca totalmente il tempo in cui dare un significato a ciò che stava accadendo.
Alice Miller scrive che il bambino ha bisogno di almeno un adulto capace di riconoscere la sua esperienza emotiva. Non basta proteggerlo dall'evento, serve proprio qualcuno che possa aiutarlo a dare un nome a ciò che sente. È ciò che Bion descrive quando parla di funzione Alpha, ossia la capacità dell'adulto di trasformare emozioni incomprensibili in qualcosa di pensabile. Se e quando questo processo viene meno, il dolore non scompare, ma rimane senza parole, senza immagini, senza una storia in cui poter essere collocato.
Forse, allora, il trauma di Marco non coincide soltanto e "semplicemente" con la morte del fratello, ma è qualcosa di più. Coincide con l'essere stato escluso dalla possibilità di costruire un significato intorno a quella perdita. Il silenzio, nato dal desiderio di proteggerlo, rischia di trasformarsi in una forma di solitudine emotiva: il bambino percepisce che tutto è cambiato, ma nessuno lo accompagna a capire perché.
In casi come quello di Marco, la psicoterapia non può chiaramente restituire ciò che è stato perduto, ma può offrire qualcosa di diverso e altrettanto prezioso: uno spazio in cui quella frattura può finalmente essere raccontata, pensata e integrata nella propria storia. Con fatica, certamente. Perché il contrario del trauma non è l'assenza del dolore, ma la presenza di una relazione capace di dare significato a ciò che, da soli, era impossibile comprendere.
Rifletto oggi e forse è proprio questa la lezione più importante: i bambini non hanno bisogno di essere protetti DALLA verità. I bambini hanno bisogno di essere protetti NELLA verità. Perché ciò che cura non è il silenzio, ma la possibilità di attraversare il dolore insieme a qualcuno che lo renda, finalmente, pensabile.
Emilia Sigillo - Psicologa e Psicoterapeuta