Emilia Sigillo - Psicologa e Psicoterapeuta

Emilia Sigillo - Psicologa e Psicoterapeuta Psicologa e Psicoterapeuta con formazione in psicoterapia analitico-milleriana, psicosomatica e psicologia perinatale. Tento di fare divulgazione seria.

EMDR.
Attivista per un'infanzia rispettata. "This is the place where people bloom."

QUANDO IL TRAUMA È CIÒ CHE NESSUNO RACCONTA Ogni volta che facciamo riferimento ad un trauma infantile, immaginiamo un b...
27/07/2026

QUANDO IL TRAUMA È CIÒ CHE NESSUNO RACCONTA

Ogni volta che facciamo riferimento ad un trauma infantile, immaginiamo un bambino che assiste a un evento terribile: un incidente, una violenza, una perdita improvvisa. Eppure, la clinica ci insegna che il trauma non nasce soltanto da ciò che accade. A volte nasce da ciò che non può essere compreso, raccontato e condiviso.

Marco (nome di fantasia) ha 8 anni quando il fratello maggiore muore in un incidente stradale. Gli adulti, nel tentativo di proteggerlo, decidono di mandarlo da una zia per circa un mese, senza spiegargli nulla. Quando Marco torna a casa, il funerale è già stato celebrato, il fratello non c'è più e la sua famiglia è cambiata per sempre. Lui, però, non ha potuto vivere nessun passaggio: non ha salutato il fratello, non ha partecipato al rito funebre e non ha visto gli adulti attraversare quel dolore. Marco si ritrova catapultato in un mondo diverso, senza capire come ci sia arrivato.

Certo, l'intenzione dei genitori era di proteggere il bambino: davanti a un dolore così devastante, molti adulti cercano di sottrarre i più piccoli alla sofferenza. Ma la psicologia ci ricorda che le intenzioni non sempre coincidono con gli effetti.

Pierre Janet sosteneva che un'esperienza traumatica diventa tale quando non può essere integrata in una narrazione coerente: nel caso di Marco esiste un "prima", in cui il fratello è vivo, e un "dopo", in cui non c'è più. Manca completamente il "durante", manca totalmente il tempo in cui dare un significato a ciò che stava accadendo.

Alice Miller scrive che il bambino ha bisogno di almeno un adulto capace di riconoscere la sua esperienza emotiva. Non basta proteggerlo dall'evento, serve proprio qualcuno che possa aiutarlo a dare un nome a ciò che sente. È ciò che Bion descrive quando parla di funzione Alpha, ossia la capacità dell'adulto di trasformare emozioni incomprensibili in qualcosa di pensabile. Se e quando questo processo viene meno, il dolore non scompare, ma rimane senza parole, senza immagini, senza una storia in cui poter essere collocato.

Forse, allora, il trauma di Marco non coincide soltanto e "semplicemente" con la morte del fratello, ma è qualcosa di più. Coincide con l'essere stato escluso dalla possibilità di costruire un significato intorno a quella perdita. Il silenzio, nato dal desiderio di proteggerlo, rischia di trasformarsi in una forma di solitudine emotiva: il bambino percepisce che tutto è cambiato, ma nessuno lo accompagna a capire perché.

In casi come quello di Marco, la psicoterapia non può chiaramente restituire ciò che è stato perduto, ma può offrire qualcosa di diverso e altrettanto prezioso: uno spazio in cui quella frattura può finalmente essere raccontata, pensata e integrata nella propria storia. Con fatica, certamente. Perché il contrario del trauma non è l'assenza del dolore, ma la presenza di una relazione capace di dare significato a ciò che, da soli, era impossibile comprendere.

Rifletto oggi e forse è proprio questa la lezione più importante: i bambini non hanno bisogno di essere protetti DALLA verità. I bambini hanno bisogno di essere protetti NELLA verità. Perché ciò che cura non è il silenzio, ma la possibilità di attraversare il dolore insieme a qualcuno che lo renda, finalmente, pensabile.

Emilia Sigillo - Psicologa e Psicoterapeuta

CHI È EDIPO?In tanti pensiamo di conoscere il mito di Edipo, ma in realtà conosciamo soprattutto la versione che ha teor...
26/05/2026

CHI È EDIPO?

In tanti pensiamo di conoscere il mito di Edipo, ma in realtà conosciamo soprattutto la versione che ha teorizzato Sigmund Freud quando ha parlato del cosiddetto "complesso di Edipo". Il mito antico, quello scritto da Sofocle nella tragedia "Edipo Re", rimane un po' in ombra. Quando sentiamo parlare di Edipo, ormai, pensiamo subito al desiderio inconscio del bambino verso la madre e alla rivalità col padre. Fermiamoci un attimo e torniamo a leggere l’Edipo Re originale: scopriremo che il centro emotivo della tragedia sta proprio altrove. Anzi, a tratti, sembra quasi un’altra storia! Freud parla del complesso di Edipo soprattutto ne "L'interpretazione dei sogni" e in "Tre Saggi sulla teoria sessuale, in cui formula l’idea che il bambino attraversi una fase di desiderio verso il genitore del sesso opposto e di ostilità verso quello dello stesso sesso. Fondamentalmente Freud vede nel mito greco la rappresentazione simbolica di qualcosa che, secondo lui, appartiene in realtà a tutti: il desiderio di eliminare il padre e possedere la madre. Ma nel testo originale di Sofocle, Edipo non fa praticamente nulla di tutto questo in modo intenzionale: Edipo non desidera Giocasta, non sa che è la sua madre biologica. Edipo non uccide il padre perché vuole sostituirsi a lui ( peraltro Laio per Edipo è solo un estraneo incontrato per caso). Edipo non compete con Laio per amore della madre.
Anzi, nel testo di Sofocle succede quasi il contrario: quando Edipo apprende dall'oracolo la profezia (ossia che avrebbe ucciso il suo stesso padre e che sarebbe stato sposo della sua stessa madre) fugge proprio per proteggere quelli che crede essere i suoi genitori, cerca disperatamente di evitare il destino. Tutta la tragedia nasce dall’ignoranza, dal segreto, dagli incastri inevitabili del fato.
La distanza tra il mito e la lettura freudiana diventa ancora più evidente quindi.
Cosa ha fatto Freud? Freud ha preso alcuni nuclei narrativi — il parricidio e l’incesto — e li ha trasforma in una struttura universale del desiderio. Ma così facendo lascia sullo sfondo tutto il resto. E quel “resto”, nel mito, è enorme.
C’è una scena che mi ha sempre colpito molto nel testo originale di Sofocle, scena che spesso viene trattata quasi come un dettaglio secondario: Edipo è appena nato quando Laio, terrorizzato dalla profezia dell’oracolo, decide di disfarsi di lui. Fa perforare e legare violentemente i piedi del bambino e lo abbandona sul monte Citerone affinché muoia.
Immaginiamo un neonato con i piedi trafitti, lasciato da solo sulla montagna... ed è da questo che trae origine il suo nome Edipo:
“Oidípous”: piede gonfio, piede ferito.
Prima ancora di diventare il simbolo del desiderio incestuoso, Edipo è un bambino che ha subito violenza dal padre. Questa cosa, da sola, cambia già un po’ il modo in cui guardiamo il mito?
Perché se lo leggiamo oggi, con tutto quello che sappiamo sul trauma precoce, sull’attaccamento e sulla dissociazione, la storia sembra parlare soprattutto di una ferita originaria. Di un bambino rifiutato. Di una genealogia violenta. Di un’identità costruita attorno a qualcosa che è successo al corpo prima ancora che alla mente.
Autrici come Clara Mucci hanno lavorato molto proprio su questo: sul fatto che certe esperienze traumatiche precoci non siano semplicemente “contenuti” psichici, ma eventi che strutturano profondamente il modo di stare nel mondo. Nel suo "Il trauma e La cura", Mucci insiste sulla centralità del trauma relazionale reale, qualcosa che per molto tempo parte della psicoanalisi classica ha fatto fatica a collocare davvero al centro.
Anche Sándor Ferenczi, già molti anni prima, aveva criticato la tendenza a trasformare troppo rapidamente il trauma in fantasia. Nel celebre "Confusione delle lingue tra gli adulti e il bambino", sostiene che il bambino traumatizzato finisca spesso per adattarsi psichicamente alla violenza dell’adulto, dissociandosi. Ed è difficile non pensare a Edipo anche in questi termini: un bambino che nasce già dentro una storia di paura, segreto e violenza.
A quel punto il mito cambia completamente forma, perché non sembra più raccontare il desiderio del figlio verso la madre e la rivalità con il padre. Sembra raccontare, piuttosto, la paura del padre verso il figlio. La distruttività dell’adulto. Il tentativo di controllare il destino attraverso la violenza. Anche la figura dell’oracolo, riletta oggi, sembra assumere un significato molto più complesso. Nel mito, Laio di fronte alla profezia smette di vedere il figlio reale che ha davanti e inizia a vedere solo la minaccia, il destino annunciato dall’esterno. A mio avviso l'oracolo potrebbe rappresentare tutte quelle verità assolute che finiscono per allontanare i genitori dall’ascolto profondo del proprio bambino e delle proprie risorse interne. Tutta la tragedia, paradossalmente, prende forma proprio dal tentativo disperato degli adulti di controllare il futuro, mossi dalla paura.
Purtroppo Freud, su questo, dice relativamente poco.
Naturalmente sarebbe semplicistico ridurre tutto a “Freud ha sbagliato”: mi sembra anzi importante ricordare che era inizialmente arrivato a formulare la cosiddetta “teoria della seduzione”, secondo cui all’origine di molte nevrosi vi fossero esperienze traumatiche e abusi realmente subiti nell’infanzia. Solo successivamente, come emerge anche dal celebre carteggio con Wilhelm Fliess, iniziò progressivamente a spostare l’attenzione dalla realtà traumatica alla fantasia inconscia e al desiderio. Questo è uno dei passaggi che fa rimanere aperto, ancora oggi, un enorme dibattito teorico e clinico.
È però indubbio che la lettura freudiana di Edipo sia quantomeno selettiva. Di tutta la tragedia sofoclea, diventano centrali quasi solo gli elementi che confermano la teoria del desiderio inconscio. Tutto Il resto — il trauma corporeo, l’abbandono, il segreto familiare, il rifiuto genitoriale — rimane ai margini. Molti autori contemporanei, da Alice Miller a Mucci, passando per Jeffrey Masson, hanno riletto criticamente tutta la questione, non necessariamente per “demolire” Freud, ma perché nel tempo è emersa sempre più chiaramente una domanda: quanto dolore reale dei bambini è stato tradotto troppo velocemente in fantasia, simbolo o desiderio? Ecco, riletto oggi, Edipo sembra quasi il contrario dell’immagine a cui siamo stati abituati. Non il bambino che desidera trasgredire, ma il bambino intrappolato dentro una storia traumatica molto più grande di lui. Edipo addirittura porta nel suo nome la memoria del suo trauma originario: questo non è semplicemente un dettaglio. Io direi che è il vero centro.

Emilia Sigillo - Psicologa e Psicoterapeuta

IL BENALTRISMO MORALE E LA DELEGITTIMAZIONE DELL'IMPEGNO: UNA BREVE (E NON ESAUSTIVA) LETTURA PSICOLOGICANello spazio pu...
22/05/2026

IL BENALTRISMO MORALE E LA DELEGITTIMAZIONE DELL'IMPEGNO: UNA BREVE (E NON ESAUSTIVA) LETTURA PSICOLOGICA

Nello spazio pubblico contemporaneo, soprattutto sui social network, è sempre più frequente osservare una dinamica ricorrente ogni volta che qualcuno prende posizione rispetto a una guerra, una violazione dei diritti umani o una forma di oppressione sociale. Sotto contenuti che mostrano manifestazioni o attivismo compaiono spesso commenti del tipo:
“Però per quest’altra guerra non manifestate mai.”
“Perché di questo non parlate?”
“E allora quando succedeva X dov’eravate?”
A prima vista queste osservazioni possono sembrare richiami alla coerenza morale universale. In alcuni casi lo sono davvero. Molto spesso, però, sembrano svolgere una funzione diversa: non ampliare il discorso, ma depotenziare quello in corso.
Questo meccanismo viene spesso definito whataboutism o “benaltrismo”: una strategia comunicativa che sposta continuamente l’attenzione su un altro problema per evitare il confronto con quello attuale. Dal punto di vista psicologico, tuttavia, il fenomeno è più complesso, perché coinvolge processi legati alla dissonanza cognitiva, all’identità morale e alla gestione del senso di impotenza.
Uno dei concetti più utili per comprendere queste dinamiche è quello di dissonanza cognitiva, elaborato da Leon Festinger. Secondo Festinger, le persone sperimentano disagio psicologico quando entrano in contatto con comportamenti o informazioni che mettono in crisi l’immagine che hanno di sé.
In questo senso, vedere qualcuno esporsi pubblicamente per un valore può attivare domande implicite e scomode: “Quanto sono coerente con ciò in cui credo?” “Io cosa faccio concretamente?” “Perché io resto fermo mentre altri si espongono?”
Quando questa tensione è difficile da tollerare, una delle strategie più rapide per ridurla consiste nel mettere in discussione l’impegno dell’altro. Così il problema non diventa più la propria passività, ma la presunta incoerenza di chi prende posizione.
A questo si aggiunge un altro meccanismo molto diffuso: il pensiero dicotomico (all-or-nothing thinking). In questa logica, l’impegno viene considerato valido solo se perfettamente coerente e universale. Se non ti occupi di tutte le guerre, allora non dovresti occuparti di nessuna. Se non difendi ogni causa, allora qualsiasi causa difendi diventa sospetta.
Ma questa aspettativa ignora un dato fondamentale: nessun essere umano può occuparsi simultaneamente di ogni ingiustizia esistente. L’impegno umano è inevitabilmente parziale, situato, limitato dal tempo, dalla sensibilità personale e dalle possibilità concrete di azione.
Pretendere una coerenza assoluta produce così un effetto paradossale: delegittimare qualsiasi forma di partecipazione.
In molti casi, inoltre, dietro questi atteggiamenti sembra esserci anche una forma di cinismo difensivo. Diversi studi in psicologia sociale mostrano come il cinismo possa funzionare come protezione rispetto a sentimenti di impotenza, disillusione o sfiducia collettiva. Idee come:
“Tanto sono tutti ipocriti.”
“Lo fanno solo per apparire.”
“Nessuno è davvero coerente.”
consentono di prendere distanza emotiva dall’impegno e di evitare il rischio dell’esposizione personale.
Perché esporsi significa inevitabilmente diventare criticabili.
Ed è forse questo uno degli aspetti più importanti: chi possiede una reale sensibilità verso i diritti umani tende generalmente a non usare una sofferenza per screditarne un’altra. Può certamente ricordare che esistono tragedie dimenticate o temi trascurati, ma senza trasformare quel richiamo in uno strumento per invalidare chi, almeno in quel momento, sta cercando di dare voce a qualcosa.
Il rischio del benaltrismo continuo, infatti, è che ogni causa finisca per essere neutralizzata da un’altra, fino a rendere impossibile qualsiasi forma di partecipazione autentica.
Forse allora la domanda più interessante non è:
“Perché parlate di questo?”
Ma:
“Perché vedere qualcuno esporsi provoca così spesso fastidio, sospetto o bisogno di delegittimazione?”
Perché talvolta il problema non è la causa di cui si parla, ma è il disagio prodotto dal fatto che qualcuno, nonostante tutto, abbia ancora scelto di esporsi.

Rivedere Good Will Hunting dopo anni, questa volta attraverso il pensiero della psicoanalista Alice Miller, è stata per ...
19/05/2026

Rivedere Good Will Hunting dopo anni, questa volta attraverso il pensiero della psicoanalista Alice Miller, è stata per me un’esperienza quasi sconvolgente. Già, perché improvvisamente il film ha smesso di sembrarmi “solo” una storia sul talento, sull’autosabotaggio o sulla paura di crescere e ha iniziato a mostrarsi come il racconto profondissimo di un bambino traumatizzato diventato adulto.
È anche uno dei miei film preferiti da sempre, e non solo per la scrittura straordinaria o per la sensibilità con cui affronta certi temi, ma anche per la presenza del grandissimo Robin Williams, uno degli attori che ho amato di più in assoluto. Nel personaggio dello psicologo Sean Maguire riesce a portare qualcosa di rarissimo: una presenza terapeutica profondamente umana.
Ed è forse proprio questo uno degli aspetti che oggi mi colpisce di più: perché Sean Maguire rompe completamente l’immagine del terapeuta freddo, distante, iperneutrale, quasi disincarnato, che per anni una certa cultura psicologica ha contribuito a costruire. Non è il professionista che osserva Will dall’alto del proprio sapere e non usa la neutralità come distanza emotiva. È coinvolto, autentico, emotivamente vivo, si espone, si arrabbia, si commuove e soprattutto porta sé stesso nella relazione, senza diventare invasivo.
E guardando il film con la lente di Alice Miller, anche Will cambia completamente forma:
non appare più soltanto come un ragazzo geniale e problematico insieme. Appare invece come qualcuno che ha costruito la propria identità attorno alla sopravvivenza emotiva: la sua straordinaria intelligenza, il sarcasmo, la provocazione continua, il bisogno di avere sempre il controllo sembrano improvvisamente assumere il significato di difese traumatiche.
Alice Miller scriveva che molti bambini feriti diventano eccezionalmente bravi a leggere gli altri, anticiparli, adattarsi, e a sviluppare capacità straordinarie. Ma non necessariamente perché siano “liberi” di esprimersi. Anzi, spesso perché proprio da quella capacità dipendeva la loro sopravvivenza psichica.
E Will sembra vivere esattamente così:
attacca prima di essere ferito, umilia prima di essere umiliato, fugge prima di poter essere abbandonato.
Persino la sua apparente autosufficienza, riletta oggi, sembra molto meno forza e molto più paura della dipendenza emotiva.
E allora molte scene cambiano radicalmente significato. La rabbia non sembra più semplice aggressività.
L’ironia non sembra più solo brillantezza. L’autosabotaggio non sembra più immaturità.
Ci appaiono come strategie di sopravvivenza costruite da qualcuno che ha imparato molto presto che essere vulnerabile poteva essere pericoloso.
E la celebre scena del “Non è colpa tua”, riguardata oggi, mi ha colpita in un modo completamente diverso. È una scena di una intensità emotiva potentissima, è il momento in cui crolla l’intera architettura difensiva di Will. Perché qualcuno è riuscito finalmente a raggiungere il bambino nascosto sotto anni di controllo, rabbia e dissociazione emotiva.
Forse è anche questo che rende ancora oggi Good Will Hunting un film così straordinario: non racconta soltanto il trauma. Racconta quanto possa essere difficile, per chi ha dovuto sopravvivere emotivamente, lasciarsi amare senza sentirsi in pericolo.

Emilia Sigillo, Psicologa e Psicoterapeuta

LA PATOLOGIZZAZIONE DI CIÒ CHE NON CI SOMIGLIAC’è una parte della psicologia contemporanea di cui si parla troppo poco.E...
13/05/2026

LA PATOLOGIZZAZIONE DI CIÒ CHE NON CI SOMIGLIA

C’è una parte della psicologia contemporanea di cui si parla troppo poco.
Ed è quella in cui il sapere clinico smette di essere uno strumento di comprensione e diventa, invece, uno strumento di controllo.
Succede quando alcuni professionisti alimentano paura, senso di colpa, allarme costante.
Quando ogni scelta viene letta come “traumatica”, ogni distanza come “abbandono”, ogni confine come “difesa”, ogni divergenza come “patologia”.
Quando il paziente viene lentamente convinto che senza terapia rischi di perdersi, danneggiare i figli, compromettere relazioni, “ripetere schemi”, distruggere sé stesso.
Non è cura.
È dipendenza relazionale mascherata da consapevolezza.
Che il sapere possa trasformarsi anche in esercizio di potere era qualcosa che Michel Foucault aveva mostrato con straordinaria lucidità. Soprattutto quando quel sapere smette di interrogare criticamente se stesso e inizia, invece, a produrre norme implicite su ciò che sarebbe corretto, sano ed evoluto. Forse anche una parte della psicologia contemporanea dovrebbe tornare a chiedersi questo: stiamo davvero aiutando le persone a diventare più libere, oppure stiamo ridefinendo — con linguaggio clinico — ciò che consideriamo accettabile?
E il problema diventa ancora più grave quando certe letture non nascono da evidenze cliniche solide, ma dai valori personali del terapeuta.
Scelte educative, relazionali, familiari o esistenziali vengono giudicate implicitamente “sbagliate” non perché la letteratura scientifica le consideri dannose, ma perché non coincidono con la visione del mondo del professionista.
Era proprio l’equazione automatica tra adattamento e salute che Erich Fromm metteva radicalmente in discussione. Una persona può aderire perfettamente alle aspettative culturali del proprio contesto e vivere comunque una condizione di profonda alienazione. Allo stesso modo, la divergenza rispetto a un modello dominante non costituisce automaticamente un indice di patologia.
A quel punto la terapia rischia di trasformarsi in qualcosa di molto diverso da ciò che dovrebbe essere:
non uno spazio che amplia la libertà psichica, ma uno spazio che normalizza, corregge e orienta moralmente.
Quando Jacques Lacan parlava del terapeuta come “soggetto supposto sapere”, indicava una dinamica delicatissima: il paziente attribuisce al clinico un sapere enorme sulla propria verità interiore. È una posizione simbolica potentissima. E proprio per questo richiede un’etica rigorosa, capace di distinguere tra accompagnare un processo di consapevolezza e colonizzare l’esperienza dell’altro attraverso interpretazioni continue, normative o implicitamente moralizzanti.
Anche Irvin Yalom ha scritto molto sul rischio che il terapeuta utilizzi inconsapevolmente il proprio bisogno narcisistico all’interno della relazione terapeutica. Perché il confine tra cura e bisogno di sentirsi indispensabili, a volte, è molto più sottile di quanto il mondo psy ami ammettere.
E invece la psicoterapia, eticamente e clinicamente, dovrebbe fare il contrario: dovrebbe aiutare la persona a sviluppare pensiero critico, autonomia, capacità di scelta e complessità. Dovrebbe aumentare la libertà interna e non produrre sudditanza psicologica.
Un terapeuta non dovrebbe aver bisogno che il paziente resti dipendente dal percorso per sentirsi efficace. Anzi: uno degli indicatori più importanti di un buon lavoro clinico è proprio la possibilità, graduale, di separarsi e di poter andare nel mondo senza sentirsi costantemente fragili, sbagliati o “a rischio”, senza qualcuno che interpreti ogni aspetto della propria vita.
La psicologia non può diventare una pedagogia morale travestita da scienza.
E il codice deontologico esiste anche per questo: per ricordarci che il potere transferale è enorme e che usare paura, colpa o allarmismo per trattenere le persone — o per orientarle verso ciò che il terapeuta personalmente approva — non è solo clinicamente discutibile.
È profondamente anti-etico.

PUÒ LA PSICOLOGIA RIDURSI A POLIZIA DELLE PAROLE?Che la lingua italiana distingua tra “ti amo” e “ti voglio bene” è un d...
09/05/2026

PUÒ LA PSICOLOGIA RIDURSI A POLIZIA DELLE PAROLE?

Che la lingua italiana distingua tra “ti amo” e “ti voglio bene” è un dato semantico. Ma dedurne una prescrizione psicologica universale implica una concezione del linguaggio piuttosto povera ed essenzialista, che da Wittgenstein alla pragmatica contemporanea è stata ampiamente problematizzata: il significato di un enunciato non è intrinseco alla parola, ma emerge dal suo uso e dal contesto relazionale in cui prende forma.
Inoltre, sul piano dello sviluppo, da Bowlby alle neuroscienze dell’attaccamento, sappiamo che il legame genitore-figlio è strutturalmente un legame d’amore, sostenuto anche da precisi correlati neurobiologici — tra cui il ruolo dell’ossitocina nei processi di bonding, accudimento e regolazione affettiva. La fisiologia dell’attaccamento non muta in funzione della specificità semantica di una lingua nazionale.
Per questo trovo epistemologicamente molto fragile sostenere che un genitore, dicendo “ti amo” a un figlio, introduca di per sé (e a prescindere dal contesto) un elemento patologico o confusivo.
Chi fa clinica osserva la qualità del legame, i confini generazionali e i processi di soggettivazione, non il singolo significante astratto dal contesto intersoggettivo.

E poi c’è un’altra riflessione, forse ancora più importante: davvero pensiamo che la genitorialità possa essere ridotta a un manuale prescrittivo, in cui ogni parola, gesto o sfumatura emotiva debba essere regolata a priori?
Non perché il sapere psicologico non abbia valore — lo ha, eccome — ma perché un conto è offrire strumenti di guida e comprensione, un altro è trasformare la relazione genitore-figlio in un territorio ipernormato, dove ogni parola o scelta rischia di diventare potenzialmente “sbagliata”.
Come se essere genitori significasse muoversi costantemente sotto la sorveglianza degli “esperti”, invece che dentro un legame vivo, complesso e profondamente umano.
Credo che una certa deriva iper-prescrittiva rischi, talvolta, di allontanare i genitori dalla fiducia nella relazione stessa, sostituendo l’ascolto e la cura del legame con la paura di sbagliare.

Non ho altro da aggiungere sull’argomento.

Nel 1978, in occasione del conferimento del Peace Prize of the German Book Trade, Astrid Lindgren pronunciò il discorso ...
05/05/2026

Nel 1978, in occasione del conferimento del Peace Prize of the German Book Trade, Astrid Lindgren pronunciò il discorso intitolato "Never Violence!", destinato a diventare un punto di riferimento nel dibattito sull’educazione e sull’uso della violenza nei confronti dei bambini.
All’interno dell’intervento, Lindgren racconta un breve episodio: una madre chiede alla propria madre come punire il figlio e riceve come risposta l’indicazione di uscire a cercare un ramo con cui colpirlo. La donna esce, ma non lo trova; rientrando, decide di non ricorrere alla punizione fisica e di rivolgersi al bambino in modo diverso, scegliendo il dialogo. Da questa scena, apparentemente semplice, Lindgren sviluppa una riflessione più ampia sul rapporto tra educazione e violenza.
Il nucleo del suo pensiero è espresso nella formula “Never violence” che non viene proposta come un principio astratto, ma come una posizione etica e educativa radicata nell’esperienza concreta della relazione con il bambino. Lindgren sottolinea come l’uso della violenza, anche quando socialmente legittimato, non promuova un’autentica interiorizzazione delle regole, ma contribuisca piuttosto a trasmettere modelli relazionali fondati sulla paura e sulla coercizione.
Questa intuizione trova oggi ampio riscontro nella letteratura scientifica, che evidenzia come le pratiche educative violente siano associate a esiti negativi sul piano emotivo, comportamentale e relazionale, oltre a favorire la trasmissione intergenerazionale della violenza.
Il discorso di Lindgren non ha avuto soltanto un valore simbolico. Nel 1979, la Svezia è diventata il primo Paese al mondo a vietare esplicitamente le punizioni corporali nei confronti dei bambini, segnando un passaggio significativo da un modello educativo basato sulla coercizione a uno orientato alla tutela e al riconoscimento dei diritti dell’infanzia.
In questa prospettiva, la posizione espressa da Lindgren continua a rappresentare un riferimento rilevante nel dibattito contemporaneo: non come negazione della funzione normativa dell’adulto, ma come proposta di una sua riformulazione, in cui il limite viene trasmesso senza ricorrere alla violenza.

All’interno della tradizione psicoanalitica inaugurata da Sigmund Freud, la sofferenza psichica è stata a lungo pensata ...
24/04/2026

All’interno della tradizione psicoanalitica inaugurata da Sigmund Freud, la sofferenza psichica è stata a lungo pensata come un linguaggio di conflitti interni, di fantasie inconsce, spesso intrecciate alla dimensione pulsionale e alla sessualità infantile. In questa cornice, anche i racconti più dolorosi dell’infanzia potevano essere accolti con una certa distanza, riletti come costruzioni della mente con una funzione difensiva, come hanno messo in luce Jean Laplanche e Jean-Bertrand Pontalis.
Poi, gradualmente, qualcosa è cambiato nel modo di ascoltare. Il contributo di Alice Miller porta con sé uno spostamento più umano: non spingersi troppo in fretta nell’interpretazione, ma restare vicini all'esperienza reale di ciò che la persona ha vissuto nell'infanzia. L’attenzione si posa su esperienze di mancato rispecchiamento, su intrusioni, su ferite spesso silenziose ma profonde. In questa prospettiva, il sintomo smette di essere soltanto un enigma da decifrare e diventa anche una traccia viva di una storia relazionale che chiede di essere riconosciuta.
Questa sensibilità trova eco in altri autori che, ciascuno a modo suo, riportano al centro la relazione. Donald Winnicott parla di un ambiente che può sostenere o far vacillare il senso di sé; John Bowlby mostra quanto le esperienze reali con le figure di accudimento plasmino profondamente il nostro modo di stare al mondo. E più recentemente, Bessel van der Kolk ci ricorda che ciò che è stato vissuto non resta solo nella mente, ma si inscrive nel corpo, nella memoria implicita, nei gesti e nelle emozioni.
In questa luce, il lavoro di Miller assume il valore di un invito delicato ma fermo: saper restare accanto alla verità emotiva dell’altro, senza affrettarsi a tradurla, a spiegarla, a metterla a distanza. Perché è spesso proprio in quel momento... quando qualcuno si sente finalmente visto e creduto... che qualcosa, dentro, può iniziare a trasformarsi davvero.

Ci sono storie in cui il corpo non è solo un corpo: è stato un luogo attraversato, invaso, lasciato solo senza qualcuno ...
18/04/2026

Ci sono storie in cui il corpo non è solo un corpo: è stato un luogo attraversato, invaso, lasciato solo senza qualcuno che potesse dire: questo non doveva accadere.
Succede che, anni dopo, quel corpo torni al centro in modi duri e inspiegabili dal di fuori. Arrivano i tagli, le ferite e le cicatrici: non per distruggersi, ma per provare a rimettere insieme qualcosa.
Una paziente, tempo fa, mi ha fatto sentire questo con grande chiarezza:
non era il dolore che cercava. Era piuttosto un confine, qualcosa che non si espandesse ovunque e che poteva essere controllato.
Nel linguaggio di Gabor Maté, potremmo dire che lì c’è un dolore rimasto senza relazione, senza un contenitore umano che lo trasformi.
E con Alice Miller possiamo riconoscere quanto presto si possa imparare a non sentire, o a non mostrare, per non perdere ciò da cui dipendiamo.
Così il corpo diventa il luogo in cui si tenta una traduzione: da qualcosa di informe, invisibile, ingestibile… a qualcosa che almeno ha un bordo, un inizio, una fine.
Non è, come si potrebbe superficialmente pensare, un gesto “contro di sé”. È piuttosto un tentativo — doloroso, imperfetto — di non sparire dentro ciò che non ha ancora trovato parola.
E forse il punto, nel lavoro terapeutico, non è spegnerlo in fretta.
Ma costruire, insieme, la possibilità che quel dolore trovi finalmente uno spazio dove esistere… senza dover più passare dal corpo per essere finalmente visto.

Emilia Sigillo - Psicologa e Psicoterapeuta

Un bambino lasciato solo nel dolorenon pensa: “Mi hanno ferito.”Pensa: “Sono io sbagliato.”Questo succede quando mancaun...
15/04/2026

Un bambino lasciato solo nel dolore
non pensa: “Mi hanno ferito.”
Pensa: “Sono io sbagliato.”
Questo succede quando manca
un testimone consapevole:
qualcuno che veda davvero.
In terapia, per la prima volta,
qualcuno non distoglie lo sguardo.
E allora qualcosa si spezza, ma in senso opposto: non più il bambino... la bugia.

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