Maria Paola Ciarelli psicologa psicoterapeuta

Maria Paola Ciarelli psicologa psicoterapeuta Offro supporto psicoterapeutico a bambini, adolescenti, adulti e famiglie. Lavoro in studio e online, anche come consulente in ambito scolastico e legale.

Specializzata in orientamento psicoanalitico, mi occupo di sviluppo, relazioni e crisi.

Le barriere hanno una cattiva reputazione.Le immaginiamo come ciò che separa, impedisce, interrompe. Pensiamo al muro ch...
30/07/2026

Le barriere hanno una cattiva reputazione.

Le immaginiamo come ciò che separa, impedisce, interrompe. Pensiamo al muro che limita il passaggio, alla rete che divide, alla porta chiusa che nega l’accesso.

Eppure esiste un’altra funzione delle barriere, meno evidente e forse più interessante: esse ridefiniscono il nostro modo di guardare.

Una finestra d’ospedale ne è un esempio quasi didattico. Davanti allo sguardo si sovrappongono vetri, impalcature, travi d’acciaio, riflessi. L’orizzonte non scompare. Continua a esistere, ma non può più essere osservato come prima.

È la posizione dell’osservatore ad essere cambiata.

Maurice Merleau-Ponty, nella Fenomenologia della percezione, ci ricorda che non esiste uno sguardo neutrale sul mondo. Non siamo coscienze che osservano la realtà dall’esterno: siamo corpi immersi nella realtà. È attraverso il corpo che il mondo acquista forma, significato e direzione.

Questa intuizione cambia profondamente il modo di intendere il limite.

Quando un evento interrompe il corso ordinario della vita — una malattia, un ricovero, un incidente, una perdita — non cambia soltanto ciò che possiamo fare. Cambia il modo in cui il mondo ci appare. Lo spazio si restringe, il tempo rallenta, le priorità si riorganizzano. Persino ciò che è rimasto identico sembra assumere un significato diverso.

Non perché la realtà sia cambiata.

Perché è cambiata la nostra collocazione al suo interno.

La psicologia conosce bene questo fenomeno. Ogni esperienza significativa modifica il nostro assetto percettivo. Non osserviamo mai la realtà in maniera diretta, ma attraverso il filtro della nostra storia, delle emozioni, del corpo e delle relazioni.

Le barriere, allora, non sono soltanto ostacoli.

Sono dispositivi che rivelano la natura situata della nostra esperienza.

Il rischio, tuttavia, è confondere la barriera con l’orizzonte.

Quando la sofferenza occupa tutto il campo percettivo, siamo portati a credere che ciò che vediamo coincida con tutto ciò che esiste. È un processo frequente anche nel lavoro clinico: il limite tende ad assumere un carattere assoluto, fino a far scomparire ogni possibilità oltre se stesso.

Eppure l’orizzonte continua a esistere.

Non sempre è raggiungibile. Non sempre è nitido. Talvolta è nascosto da impalcature provvisorie che appartengono a un tempo di trasformazione. Ma la sua presenza non dipende dalla nostra possibilità di vederlo completamente.

Forse il compito della cura — e, più in generale, della crescita — non consiste nell’eliminare ogni barriera.

Consiste nel non smettere di riconoscere che oltre di essa il mondo continua.

Per questo ed altri articoli 👉🏻al mio blog https://www.psicoterapeutamariapaolaciarelli.it/guardare-oltre-le-barriere/

Quante volte, andando a Palermo, ho sentito pronunciare questa espressione: «Gioia mia».Due parole semplici, capaci di r...
24/07/2026

Quante volte, andando a Palermo, ho sentito pronunciare questa espressione: «Gioia mia».
Due parole semplici, capaci di racchiudere un mondo. Un modo di chiamare qualcuno che è insieme tenerezza, appartenenza e fiducia. Un’espressione che accoglie, ma che non trattiene. Che ama senza possedere.

È anche il titolo di un film disponibile su Netflix.

Racconta la storia di un bambino che, dopo una perdita, viene mandato a vivere dalla zia. È un bambino costretto ad attraversare un vuoto troppo grande per la sua età. Eppure è proprio in quella casa, tra mura antiche e gesti essenziali, che qualcosa lentamente ricomincia a prendere forma.

Non sono i grandi discorsi a curarlo.

Sono le lenzuola pulite e profumate. I piatti semplici preparati con amore. Il ritmo lento delle giornate. Le superstizioni raccontate come fossero parte della storia della famiglia. I palazzi ricchi di memoria. Gli strani spiriti che appartengono più all’immaginazione che alla paura.

È un tempo che sembra essersi fermato.

Anche i ragazzi sembrano appartenere a un’altra epoca. Accanto al telefonino, che oggi occupa gran parte della vita dei nostri adolescenti, c’è ancora la curiosità di uscire, di esplorare, di disobbedire, di cercare antichi misteri. La voglia di fare esperienza del mondo con il corpo, con gli occhi, con l’immaginazione.

Ed è impossibile non chiedersi se, nella frenesia di oggi, non stiamo perdendo qualcosa di prezioso.

Forse il cuore del film è proprio questo.

Un bambino ferito viene affidato a mani antiche. Mani forse un po’ austere, abituate a parlare poco e a fare molto. Mani che non cercano di cancellare il dolore, ma che lo rendono abitabile. Mani che non riempiono ogni silenzio, ma restano lì, presenti, affidabili.

La zia non è perfetta. Non è una madre ideale. È semplicemente un’adulta che sa stare. Che sa mettere un limite senza umiliare. Che sa offrire cura senza invadere. Che protegge senza impedire al bambino di crescere.

Forse sono proprio questi gli ingredienti con cui cresce un bambino.

Non la perfezione educativa.

Ma la continuità.

La presenza.

La prevedibilità.

Qualcuno che sappia esserci ogni giorno, nelle piccole cose. Qualcuno che prepari un pasto, sistemi un letto, racconti una storia, rimproveri quando serve e accolga quando il mondo fa paura.

Perché è nella quotidianità che i bambini costruiscono il senso della sicurezza.

Ed è da quella sicurezza che nasce il coraggio di allontanarsi.

Il film racconta anche questo: l’amore vero non trattiene. Accompagna. Permette di partire sapendo che esiste un luogo in cui tornare.

Di fronte all’amore non esistono età, né generazioni. Esiste la possibilità di sentirsi finalmente visti. Di attraversare il dolore senza esserne travolti. Di lasciarsi trasformare.

Non si ricomincia evitando il vuoto.

Lo si attraversa.

Ci si scopre diversi.

E, quasi senza accorgersene, ci si ritrova ancora vivi.

Forse è questo il significato più autentico di quel meraviglioso modo di dire siciliano.

«Gioia mia.»

Non un modo per trattenere chi ami.

Ma un modo per dirgli: sei prezioso per me. E proprio perché lo sei, ti aiuterò a diventare te stesso.

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18/03/2026

Perché proprio ora?

Ci sono momenti in cui qualcosa emerge all’improvviso.
Un ricordo. Un’emozione. Una sensazione che prima non riuscivamo a vedere.

Non è un caso.

Le cose non emergono quando accadono,
ma quando possono essere davvero sentite.

In terapia questo succede spesso.

Non perché si cerca una spiegazione,
ma perché si crea uno spazio in cui può avvenire qualcosa di diverso:

il vero incontro con ciò che c’è.

👉 Ho scritto un articolo su questo.
Lo trovi sul mio sito.

Oggi, nel giorno che celebra le donne, mi ritrovo a pensare alla sera.Alla sera delle nostre vite.A quel momento in cui,...
13/03/2026

Oggi, nel giorno che celebra le donne, mi ritrovo a pensare alla sera.
Alla sera delle nostre vite.
A quel momento in cui, tra certezze conquistate e molte incertezze ancora aperte, ci fermiamo un attimo e guardiamo il cammino fatto.

Vorrei che oggi ogni donna trovasse il tempo di ringraziare se stessa.
Per le sfide che ha saputo combattere.
Per quelle attraversate in silenzio.
E anche per quelle che ancora aspettano di essere comprese.

Non siamo fatte solo di conquiste.
Siamo fatte di tentativi, di cadute, di resistenze quotidiane e di ripartenze.

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Oggi, nel giorno che celebra le donne, mi ritrovo a pensare alla sera.Alla sera delle nostre vite.A quel momento in cui, tra certezze conquistate e molte incertezze ancora aperte, ci fermiamo un attimo e guardiamo il cammino fatto. Vorrei che oggi ogni donna trovasse il tempo di ringraziare se stess...

01/01/2026

Aprire una finestra d’inverno non è un gesto impulsivo.Non lo si fa per restare al freddo, ma per cambiare aria.Si apre quel tanto che basta perché ciò che è stagnante possa uscire,e ciò che è vivo possa entrare, anche se porta con sé un brivido. All’inizio di un nuovo anno la mente chied...

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