31/08/2026
Agosto di quest'anno, un po’ lo desideravo tantissimo, un po’ lo temevo.
Stanchezza accumulata - parecchia e vedevo f***e di gente cafona ovunque. E poi faceva tanto, troppo caldo, insopportabilmente caldo.
Invece ho fatto veramente un sacco di piccole e grandi cose - morbide, piene - e ne ho in programma tante altre.
Allora. Cosa vorrei portarmi da queste vacanze, che si sa che i buoni propositi iniziano a settembre, come quando si andava a scuola.
Intanto una riflessione un po’ sistemica, un po’ collettiva, perché la lentezza di certi contesti esperiti e l’assenza di sovrastimoli che strizzano l’occhio al cortisolo hanno sicuramente fatto un pezzo. La testa è più libera e vede più cose quando ci sono meno rumore, meno cose da fare, meno persone da accontentare.
Perché mai come quest’anno, in cui ho attraversato momenti e luoghi più pacati, accoglienti, silenti, mi sono accorta che siamo letteralmente immersi in sistemi spesso malsani, che lo stress lo producono e lo normalizzano, per i quali il malessere diventa qualcosa di strutturale. Ecco, forse il primo proposito parte da qui, perché l’ (!) con cui abbiamo contaminato i post delle nostre vacanze al sud 😜 potrebbe perdersi un po’ per strada, risucchiato da settembre che incombe e da ritmi sicuramente ben più frenetici.
Quindi: Ascoltare a gran voce i miei bisogni. Indipendentemente da dove sono. Cambiare il programma. A volte serve, a volte capita e basta. C’è una leggenda giapponese che dice qualcosa del genere: ‘se hai perso l’autobus, forse hai evitato l’incidente.’ Ergo: smetterla di pensare a ciò che avrebbe potuto essere - o si finisce per attivare qualcosa di molto più simile a un giudice perennemente poco soddisfatto. Vedere ancora tanti e tanti posti nuovi, certo. Ma senza quella fretta di dover ‘flaggare’ tutto. Perché a volte mi accorgo che sono talmente impegnata a ‘fare’ un viaggio che posso quasi dimenticare di esserci dentro. Cercare di abbassare gli stimoli e mantenere una certa regolarità, nei pasti, nel sonno, nell’attività fisica. Finalmente ho capito che andare a letto stanca non significa assolutamente riposare bene. Fermarsi. Ascoltare. Osservare. E ogni tanto, semplicemente, non fare un emerito nulla. O magari un pisolino. Non trattare più la stanchezza come qualcosa da ignorare, peggio: di cui vergognarmi. Se sento che la mia energia sta scendendo, rallento il ritmo - ovvio, come e quando posso. Ridarmi il permesso di fare le cose per il semplice e purissimo gusto di farle, anche un po’ a caso, e ritrovare la libertà di sbagliare - e anche un po’ la voglia di giocare. Smettere di considerare il riposo un premio da meritare dopo il DOVERE = dopo aver fatto tutto. Piantarla una volta per tutte di aspettare di essere completamente scarica per occuparmi di me e della mia energia in calo, ma costruirla (e soprattutto proteggerla!) con piccole, piccolissime abitudini che riuscirò a mantenere - ma senza che la mia vita diventi l'ennesima routine (impossibile!) da seguire. Non immaginare il mio rientro di settembre come scenografico e perfetto (diomioh!), ma decidere dove voglio (e soprattutto posso) arrivare. E da lì iniziare a mettere giù un ‘buon piano sostenibile’. Mentre oggi sarò un po’ estraniata e probabilmente indolente, almeno nella prima mezz’ora in studio - tira su le tapparelle, apri la finestra, prendi il quaderno di appunti, controlla che il bagno sia in ordine - mi farò un caffè e mi ricorderò di non esigere immediatamente una super performance e una carica strabordante. Poi entrerà il primo paziente, sarò attenta, accurata, ma cercherò di non far mancare un po’ di ironia e la leggerezza della prima seduta dopo l’estate.
Keep calm an carry on.