31/05/2026
«Con il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 inizia l’era della responsabilità dei cittadini. Se non se la volessero assumere, farebbero meglio a rimanere sudditi, potendo attribuire la colpa al sovrano in caso di problemi»
Alcide De Gasperi
L’era della responsabilità del cittadino compie ottant’anni martedì. Un lasso di tempo in cui i francesi, con la loro Repubblica, sono passati dalla quarta alla quinta. Siamo rimasti fedeli al referendum di allora. E, dunque, a noi stessi. Ai nostri padri. Ai nostri nonni. E, subito dopo, alla nostra Costituzione, nonostante le mille scosse e i costanti tentativi di eutanasia.
È servito a qualcosa? A molto, direi. Più di quello che siamo disposti a concedere in questi tempi distruttivi e globalmente illiberali. Sarebbe id**ta lasciarci scivolare dalle dita quello che abbiamo costruito. Esemplifico. La sanità.
La giovane donna milanese seduta di fronte a me è una Sociologa che lavora a Torino. Una delle più brave della sua generazione. Rapida, flessibile, preparata, cortese. Ma non ama sentirselo dire.
È diventata mamma poco meno di un anno fa. È stata una grande festa, naturalmente. Benvenuto al piccolo Francesco.
Bambino spettacolare e felice, che una mattina di novembre comincia a sfarfallare con gli occhi. Come se le sue pupille avessero perso il fuoco della realtà.
Se ne accorge un amico di famiglia, un oculista. Vede Francesco e si fa serio di colpo. Dice: chiamate il pediatra. Il pediatra capisce e allerta il Regina Margherita. «Andate in Pronto Soccorso. Adesso». Succede tutto in poche ore. All’ospedale dei bambini la diagnosi è immediata e feroce. Francesco ha un tumore al cervello che gli schiaccia il nervo ottico. Un astrocitoma. La Sociologa e il marito precipitano in un buco nero. Loro figlio ha tre mesi. La malattia va di fretta. Ma anche le cure possono essere veloci. «Ci sono bambini che vogliono vivere», dice la dottoressa. Il sottotesto è semplice: noi faremo di tutto per aiutarlo. Quella strana frase si fissa nella testa della Sociologa, come una piccola medicina. La prima carezza che riceve in ospedale. Francesco viene inserito in un progetto di studi avanzato. Se esiste un modo per salvarlo qui lo troveranno. Quando vi chiedete a che cosa serva la ricerca, la risposta è semplice: a questo. Chi pensa che sia una cosa astratta, non sa. O non vuole capire. Non investire in ricerca è semplicemente suicida.
Nella mia esperienza torinese mi è capitato diverse volte di incrociare i professionisti del Regina Margherita. Ci si sente piccolissimi di fronte alla loro qualità. «Un avamposto di paradiso in mezzo all’inferno». Non esiste niente di peggio di vedere un bambino in bilico tra la vita e la morte. Non esiste un posto migliore dove provare a restituirgli un futuro. Il protocollo è sempre uguale e sempre diverso, pensato sulle esigenze di ciascuno, su un’attenzione meticolosa, umana e scientifica.
La prima cosa che fanno al Regina è convocare l’intera famiglia. I genitori, i nonni, la catena degli affetti. È un modo per dire che nessuno sarà lasciato solo. Che la Cura è un fatto collettivo. E i dottori lo sanno. Sono lì per questo. È un’altra carezza.
A quel punto si mette in moto una macchina formidabile. Di Francesco si occupa uno staff fatto di oncologi, neurochirurghi, pediatri, riabilitatori, psicologi, oculisti, logopedisti, infermieri, biologi e di certo trascuro qualcuno. Tutto questo in un ospedale pubblico. In cambio di zero euro.
Se Francesco fosse straniero, per i suoi genitori ci sarebbe anche un mediatore culturale.
Il Regina funziona anche con le donazioni dei privati, che consentono di avere corridoi colorati, l’asilo nido, sale giochi, peluche, strumenti musicali e concerti con vere e proprie celebrità. L’ultimo l’ha fatto Levante. Ambienti protetti. Accoglienti. Fatti apposta per mettere a proprio agio chi vive il massimo del disagio. «Qui non ti giudica nessuno», spiega la Sociologa. È importante. Perché quando tuo figlio sta male ti succedono due cose. Ti senti colpevole e impotente. «Invece al Regina fanno di tutto per sollevarti da questo peso. Noi viviamo sostanzialmente in ospedale, ma quando Francesco è a casa, possiamo rivolgerci a un numero di telefono disponibile a qualsiasi ora del giorno e della notte. Io ho chiamato anche ieri sera». Erano le due passate. Francesco aveva mal di pancia. Ha risposto una voce amica. «Scusi se chiamo adesso». «Ci mancherebbe, Mamma. Mi spieghi tutto».
L’idea è che gli occhi dei genitori vedono cose che a volte neppure i dottori sono in grado di percepire. Nel caso di un tumore sono le analisi del sangue ad avere una funzione determinate. Mamma e Papà notano un’anomalia, chiamano, vanno, vengono accolti e assistiti. In tempo reale. Quasi sempre sentono cose che gli esami confermeranno. E se non le confermano, hanno fatto bene ugualmente ad andare. «Non riesco a spiegare quanto sono grata a questi professionisti. Molti hanno la mia età. Abbiamo fatto l’Università negli stessi anni. Alcuni sono inevitabilmente amici di amici. È come se parlassimo la stessa lingua. La loro ricchezza umana va protetta come patrimonio della Repubblica». Tutte persone che, degasperianamente, le loro responsabilità se le sono prese. L’Italia migliore? Capisco che è retorico dirlo. Ma lo è. Più larga e diffusa di quanto immaginiamo. Quella che tiene in piedi il Paese in silenzio. E che sarebbe un delitto buttare via.
I bambini che al Regina ricevono una diagnosi di tumore, come Francesco, sono tre a settimana. Centocinquanta l’anno. Il trattamento, l’attenzione, la disponibilità, sono identici per tutti. «Il nostro oncologo ha passato le vacanze di Natale al telefono per noi, perché le feste non rallentassero le terapie. Ci è sempre accanto. A Pasquetta, il Primo Maggio, eravamo in ospedale: tutti nonostante la fatica lavorano con il sorriso. Il countdown del 31 dicembre lo abbiamo fatto in reparto con le infermiere. Per Francesco è stata la prima volta. Era felice».
Bisognerebbe guardare negli occhi la Sociologa mentre racconta. Sono limpidi, commossi, profondi. «L’Inps mi sta pagando lo stipendio, si chiama congedo straordinario: permette di non pensare al lavoro, nei primi mesi. È indispensabile». Dunque, torno alla domanda iniziale: a che cosa serve la Repubblica? Alla scuola, all’Università, alla ricerca, alla solidarietà, all’accoglienza, all’attenzione ai fragili, a tutto quello che oggi, nell’era della forza che schiaccia il diritto e della guerra cognitiva combattuta con gli algoritmi che non vogliono convincere ma destabilizzare, sembra fuori sincrono. Eppure, anche in questo caso tocca a noi scegliere. La strada di Peter Thiel, della democrazia incompatibile con la libertà e della tecnologia che domina il pianeta con la modalità “brain off”, cervello spento, e con il liberismo selvaggio, o quella della Magnifica Humanitas di Papa Leone, della tecnologia che integra l’uomo e lo potenzia, auspicata dal governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, diventando parte delle Repubbliche, sostenendone i valori. Il punto non sono mai gli strumenti. Ma l’obiettivo. La volontà di tenere l’uomo al centro. Di tenere Francesco al centro. Di sostenere la sua Mamma, il suo Papà, i suoi nonni. Di ribadire che la Repubblica è Cura. E che la Cura esiste solo se insieme. «Politica è fare», ripeteva De Gasperi. Tutto lì. Quanto siamo ancora capaci di restare responsabili? Forza Francesco. Siamo tutti con te.