25/04/2026
Resistere è una parola grande, forse troppo grande per essere maneggiata con leggerezza. Ma proprio perché quella parola ha un’origine così alta, concreta, incarnata, possiamo chiederci che cosa continui a domandarci oggi.
Che cosa significa resistere nel 2026? Che cosa significa resistere in un tempo in cui la guerra è tornata a essere un rumore di fondo costante delle nostre giornate, un rumore a cui rischiamo di assuefarci? Che cosa significa resistere quando la vita, la libertà e la democrazia non sono minacciate solo da droni che sganciano bombe e missili, ma anche dall’indifferenza, dalla stanchezza morale, dal linguaggio che si impoverisce, dalla rabbia che diventa identità? E che cosa significa resistere in una contemporaneità che ci chiede di essere sempre forti e performanti, sempre pronti e produttivi, sempre all’altezza della versione migliore di noi stessi?
Forse il primo equivoco da sciogliere è proprio questo: resistere non significa essere invincibili. Anzi, forse oggi resistere significa smettere di credere all’obbligo di esserlo.
Viviamo dentro una cultura che ha trasformato la forza in una prestazione. Non basta più lavorare: bisogna realizzarsi. Non basta riposare: bisogna ottimizzare il riposo. Non basta avere un corpo: bisogna disciplinarlo, mostrarlo, renderlo efficiente. Non basta soffrire: bisogna trasformare il dolore in una lezione. Non basta fallire: bisogna fare del fallimento una tappa narrativa verso il successo.
Anche la fragilità, oggi, è ammessa solo se arriva già confezionata come rinascita. Puoi essere fragile, purché quella fragilità diventi contenuto. Puoi crollare, purché poi tu sappia raccontare quanto sei diventato più forte.
Resistere, oggi, significa questo: restare fedeli alla parte più umana di noi. Quella che, nonostante tutto, crede ancora che una vita degna non sia una vita perfetta, ma una vita capace di cura, memoria, e futuro.