Alice Dinicastro- Psicologa Psicoterapeuta

Alice Dinicastro- Psicologa Psicoterapeuta Sono una psicologa e psicoterapeuta. Lavoro con bambini, adolescenti, giovani adulti e genitori.

La pausa estiva, per una terapeuta, non è solo una vacanza. Smettere di vedere i pazienti in studio per una, due, tre se...
05/08/2026

La pausa estiva, per una terapeuta, non è solo una vacanza. Smettere di vedere i pazienti in studio per una, due, tre settimane o anche un mese, spesso non è sinonimo di “ferie”.
Un po’ perché la maggior parte di noi lavora a in libera professione, il che implica che fuori dallo studio c’è una mole di lavoro invisibile ma necessaria: la burocrazia sempre più complicata, la formazione continua, la progettazione di lavori paralleli a quelli del colloquio uno-ad-uno… un po’ perché siamo una professione sanitaria, quindi abbiamo obblighi che altre professioni non contemplano.
La parte però peculiarmente diversa riguarda il tipo di lavoro che facciamo. Quando vediamo i pazienti, siamo immersi in un flusso continuo di emozioni, pensieri, eventi, storie e vite che non sono la nostra, in cui dobbiamo immedesimarci rimanendo però vigili e analitici. Lo sforzo mentale che questa pratica richiede è totalizzante. Non si può separare la nostra professione dalla nostra persona, perché chi siamo è strettamente connesso a come lavoriamo. Il punto non è semplicemente fare un lavoro in cui si è costantemente a contatto con la sofferenza. Spesso mi viene detto “io non potrei fare il tuo lavoro, non so come tu faccia ad ascoltare così tanti drammi”. Ma questa non è la parte difficile. La parte difficile è entrare nelle vite degli altri, sbrogliarne le matasse, restituirle al paziente in segmenti comprensibili, diventare contenitore per ogni stato d’animo conosciuto. A fine giornata spesso ci mancano le parole, magari abbiamo bisogno di starcene un momento in macchina soli con i nostri pensieri, a differenziare le nostre emozioni da quelle di chi abbiamo incontrato quel giorno.
Ecco perché ci vuole una pausa, prima ancora di una vacanza o di un viaggio. Dobbiamo re-immergerci nella nostra vita, nella nostra testa. Dobbiamo ritrovarci, per poter nuovamente incontrare le moltitudini degli altri.
Quando mi dicono “dove va di bello dottoressa?” sorrido, e dentro di me penso “nella mia testa”. ❤️ vi ritrovate in questo post?

C’è un motivo se in questi giorni ti senti più in ansia, e potrebbe essere legato al caldo. Ogni grado in più aumenta il...
22/07/2026

C’è un motivo se in questi giorni ti senti più in ansia, e potrebbe essere legato al caldo. Ogni grado in più aumenta il rischio che il tuo cervello non distingua l’ansia da un normale meccanismo di termoregolazione corporea.
In certe condizioni, sempre più estreme, il cervello potrebbe non riuscire più a capire se l’origine di certi segnali corporei sia dovuta all’ansia o alle temperature. Questo non rende ogni sintomo un effetto del caldo, ma se noti un aumento della frequenza di certi stati emotivi o una maggior acutezza, questa potrebbe essere una spiegazione per ciò che ti succede.
Prova ad osservare se ti senti più tranquill* quando sei in ambienti più freschi, se dissetarti o bagnarti ti calma, se quando arriva la sera ti senti meglio. Potrebbe voler dire che la tua ansia è legata alle temperature.
Scrivi nei commenti se ti è successo di chiederti se ciò che stavi sperimentando fosse ansia o se fosse “solo” il caldo.

Ci sono messaggi che non partiranno mai anche se li si vorrebbe scrivere, e non verranno mai ricevuti anche se li si vor...
10/07/2026

Ci sono messaggi che non partiranno mai anche se li si vorrebbe scrivere, e non verranno mai ricevuti anche se li si vorrebbe leggere.
L’estrangement, che potremmo tradurre in italiano come “estraniazione familiare” (anche se non esiste una reale definizione, perché la ricerca in merito è limitata a pochi e recenti studi principalmente americani), è un fenomeno che però esiste e riguarda molte famiglie. Non sono solo famiglie disfunzionali: sono i nostri vicini di casa, il panettiere che incontriamo tutte le mattine, i nostri amici.
Ho iniziato ad incontrare in studio sempre più persone che, in un modo o nell’altro, mi raccontavano di questo fenomeno nelle loro vite. Persone che lo subivano o che si sentivano di doverlo mettere in pratica per primi. Ma sia che fossero agenti o che fossero le persone da cui un familiare si era allontanato, le storie che mi raccontavano erano comunque storie di dolorose decisioni e scelte difficili, errori in buona fede e tentativi di capire e capirsi.
Quando è successo anche a me, ho capito che dovevo conoscere meglio questo fenomeno.
Ho iniziato ad informarmi ed ho trovato un mondo: gruppi online in cui le persone condividono le loro esperienze con l’estraniazione familiare, persone desiderose di parlare della loro situazione, di essere capite e forse, soprattutto viste.
Per dar voce a queste persone, ho in mente un progetto.
Se ti ritrovi in quello che ho scritto e ne vuoi far parte, scrivimi in DM, ti racconterò meglio.

Ebbene sì, ai bambini bisogna parlare anche di quello che ci fa paura. No, non rimarranno traumatizzati, sì sono perfett...
21/09/2025

Ebbene sì, ai bambini bisogna parlare anche di quello che ci fa paura. No, non rimarranno traumatizzati, sì sono perfettamente in grado di capire. Anzi, come nelle separazioni tra genitori, il silenzio degli adulti amplifica l’angoscia di ciò che percepiscono intorno a loro. I bambini ascoltano, captano, sentono e vedono. Se non troviamo il modo di spiegare loro tutto quello con cui inevitabilmente vengono in contatto, li lasciamo in balia di qualcosa a cui non possono e non sanno dare un nome. E ciò che non conosciamo, ci fa male più di ciò che ci viene raccontato.
Nella favola di cappuccetto rosso il lupo la mangia insieme alla nonna, e ciò è possibile perché cappuccetto non conosce il lupo. Sente gli adulti parlarne, la mettono in guardia, ma nessuno le spiega cosa sia un lupo e perché sia pericoloso: quando lo incontra, semplicemente non lo riconosce.
Allora, come parlarne ai bambini? Dagli otto anni, dialoghiamo con loro. Partiamo dalle loro domande su ciò che sentono e vedono. Rispondiamo sinceramente e senza omissioni, mediamo semplicemente il linguaggio alla loro età. Purché ogni cosa abbia il suo nome, non uno più tenue per non turbarli.
Se sono più piccoli, possono aiutarci le attività didattiche e i libri. Ve ne condivido un paio: il muro, adatto a bambini dai 4 anni. A parer mio dovrebbero leggerlo anche gli adulti; il giorno che venne la guerra è più adatto a bimbi dalla prima elementare, ma con l’accompagnamento di un adulto si può introdurre anche prima.
Dai 4 anni possiamo costruire un’attività sulla poesia di Rodari “Promemoria”:
Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare,
preparare la tavola,
a mezzogiorno.

Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per non sentire.

Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte,
né per mare né per terra:
per esempio, la guerra

Lo step successivo sarà parlare di emozioni. Le nostre, le loro, quelle di chi non è fortunato come noi. E capire come affrontarle e prendercene cura, a chi chiedere aiuto quando non le capiamo, o ci scombussolano troppo.
Comunque scegliate di parlarne, l’importante è che ne parliate ai bambini.

Spesso i genitori non vengono aiutati a gestire i momenti di separazione dai loro bimbi con serenità, o accogliendo con ...
26/02/2025

Spesso i genitori non vengono aiutati a gestire i momenti di separazione dai loro bimbi con serenità, o accogliendo con cura i momenti di sofferenza che possono accompagnare questi processi.
L’interruzione dell’allattamento, l’ingresso al nido, alla scuola dell’infanzia, il dormire nella propria cameretta… ogni fase porta con sé un’inevitabile dose di dolore, ma è fisiologico e dobbiamo accompagnare i piccini nell’affrontarlo e superarlo.
Purtroppo molti genitori non vengono consigliati, o si trovano con maestre dell’infanzia che strappano dalle braccia bambini urlanti invitando la madre ad andare via di nascosto. ecco, così NO.
L’oggetto transizionale (si veda Winnicott) invece è un ponte tra il momento in cui il bambino sente che il genitore è suo, ed è in simbiosi, e la realtà oggettiva dove io e l’oggetto (che qui sta per “genitore”) siamo separati. Detta in maniera molto spicciola: imparo che il seno non sono io, non c’è quando e come lo desidero, ma che ho comunque un certo potere su qualcosa che mi fa stare bene e a cui il genitore riconosce questa importanza.
All’inizio deve essere qualcosa di reale, affettivo: l’orsacchiotto, la bambola, la copertina… il bambino lo maneggia, ci interagisce, lo coccola, in attesa del ritorno del genitore e della soddisfazione dei suoi bisogni affettivi.
Quando il bambino cresce, può diventare una funzione: è quella che poi ci permette di immaginare e creare, di essere artistici. Quell’area della nostra psiche che non è né del tutto soggettiva né del tutto oggettiva.
Ecco perché quando ho intensificato i miei orari di lavoro per aprire il nuovo studio, e mia figlia ha patito un po’ il distacco, è bastata una nuvola: “che dici se quando ti manco guardi in cielo una nuvola, e anche io guarderò il cielo, e sapremo di guardare la stessa nuvola? Sarà come essere vicine”. E così ha fatto, regalandomi questa meravigliosa frase.
Diamo spazio ai bambini, sono fatti per camminare sulle loro gambe ed avere fiducia di potercela fare.
A modo loro, parafrasando una splendida canzone di Ligabue.

La risposta semplice è no, la risposta complessa è “dipende da come lo si fa”.Buona lettura. Io ve lo dico, abbiamo biso...
15/01/2025

La risposta semplice è no, la risposta complessa è “dipende da come lo si fa”.
Buona lettura.
Io ve lo dico, abbiamo bisogno di gentilezza e responsabilità, ci servono come il pane e l’acqua.
Parliamo esattamente di questo, e se ci sembra sbagliato dovremmo chiederci perché. La risposta potrebbe dirci più dei figli che siamo stati ieri, che dei genitori che siamo oggi.

Dopo la laurea magistrale, mentre finivo il tirocinio per l’esame di stato, mi sono buttata a capofitto nella scelta del...
21/11/2024

Dopo la laurea magistrale, mentre finivo il tirocinio per l’esame di stato, mi sono buttata a capofitto nella scelta della scuola di psicoterapia. È stato piuttosto un movimento impulsivo. Avrei potuto fare con più calma, scegliere meglio. Per me era tempo di fare il salto e ha dato alcuni buoni frutti.
Finito quel percorso, il buio. Cosa faccio? Che tipo di psicoterapeuta voglio essere? Su cosa voglio specializzarmi? Che progetti voglio attuare?
Avevo tante idee, ma nessuna che prendeva forma.
Mi sono data come limite settembre 2024. Avrei iniziato a costruire qualcosa, a mettere i mattoncini. Poi il resto sarebbe arrivato da sé.
Siamo a novembre, da ottobre sto mettendo i tasselli di quello che sarà il mio lavoro futuro, e il 2025 promette di essere un anno grondante di novità ed opportunità.
Mi sono guardata indietro e mi sono chiesta cosa mi abbia impedito di fare tutto questo prima. La risposta è stata che non era il mio tempo. Ho consolidato quello che già facevo, ho cercato la domanda più frequente nei pazienti che incontravo e mi sono chiesta come lavorare meglio per loro. Ho capito cosa serve a me per lavorare bene, per lavorare serena. Ho indagato come voglio lavorare, quanto, in che modalità. Ho passato un anno a costruire le fondamenta, ma mi sentivo sbagliata perché vedevo le casette altrui con tetto e rifiniture. La mia non sembrava esserci. Ero solo in una fase diversa, meno evidente. Però è una fase indispensabile.
Quando vorremmo agire, la mindfulness ci dice di restare. Raccogliere informazioni e farle processare alla nostra cara corteccia prefrontale, specializzata nel prendere le decisioni migliori per noi in base alla situazione. Dobbiamo farlo anche nella vita quotidiana, e rallentare è fondamentale.
In questo periodo il discorso dei tempi esce spesso con i pazienti. Quanto tempo ci vuole per elaborare un lutto? E per ricominciare dopo una delusione amorosa? Per eliminare un sintomo invalidante?
La risposta è che ci vuole il TUO tempo. Ma per sapere quale sia, devi conoscerti. E perché non sia un tempo arido, devi sapere cosa metterci dentro. Il cambiamento, nasce lì.

Quante volte vi capita di non capire perché state provando una data sensazione, un’emozione o un sentimento? Quante volt...
02/10/2024

Quante volte vi capita di non capire perché state provando una data sensazione, un’emozione o un sentimento? Quante volte avete pensato che non fosse motivata da nulla di concreto, o che non fosse proporzionata a ciò che stava succedendo fuori da voi? Avete mai pensato che forse stava parlando di altro?
L’ansia spesso assume questo ruolo: non parla di sé, parla di qualcosa che è altrove. Vuole solo che la guardiamo e la ascoltiamo.
Vorrei che questo post arrivasse anche a genitori, insegnanti e figure vicine a bambini o ragazzi che vivono stati di ansia più o meno intensi. A volte sono legati a una verifica, ad una partita, ad un evento sociale speciale, ma pensare che in questo risieda la loro spiegazione è riduttivo. E rischia di portare a manifestazioni più forti, che impongono con più urgenza di essere prese in considerazione.

Indirizzo

Piazza Marconi 65/15
Pietra Ligure
17027

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 19:00
Martedì 09:00 - 19:00
Mercoledì 09:00 - 19:00
Giovedì 09:00 - 19:00
Venerdì 09:00 - 19:00

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