05/08/2026
La pausa estiva, per una terapeuta, non è solo una vacanza. Smettere di vedere i pazienti in studio per una, due, tre settimane o anche un mese, spesso non è sinonimo di “ferie”.
Un po’ perché la maggior parte di noi lavora a in libera professione, il che implica che fuori dallo studio c’è una mole di lavoro invisibile ma necessaria: la burocrazia sempre più complicata, la formazione continua, la progettazione di lavori paralleli a quelli del colloquio uno-ad-uno… un po’ perché siamo una professione sanitaria, quindi abbiamo obblighi che altre professioni non contemplano.
La parte però peculiarmente diversa riguarda il tipo di lavoro che facciamo. Quando vediamo i pazienti, siamo immersi in un flusso continuo di emozioni, pensieri, eventi, storie e vite che non sono la nostra, in cui dobbiamo immedesimarci rimanendo però vigili e analitici. Lo sforzo mentale che questa pratica richiede è totalizzante. Non si può separare la nostra professione dalla nostra persona, perché chi siamo è strettamente connesso a come lavoriamo. Il punto non è semplicemente fare un lavoro in cui si è costantemente a contatto con la sofferenza. Spesso mi viene detto “io non potrei fare il tuo lavoro, non so come tu faccia ad ascoltare così tanti drammi”. Ma questa non è la parte difficile. La parte difficile è entrare nelle vite degli altri, sbrogliarne le matasse, restituirle al paziente in segmenti comprensibili, diventare contenitore per ogni stato d’animo conosciuto. A fine giornata spesso ci mancano le parole, magari abbiamo bisogno di starcene un momento in macchina soli con i nostri pensieri, a differenziare le nostre emozioni da quelle di chi abbiamo incontrato quel giorno.
Ecco perché ci vuole una pausa, prima ancora di una vacanza o di un viaggio. Dobbiamo re-immergerci nella nostra vita, nella nostra testa. Dobbiamo ritrovarci, per poter nuovamente incontrare le moltitudini degli altri.
Quando mi dicono “dove va di bello dottoressa?” sorrido, e dentro di me penso “nella mia testa”. ❤️ vi ritrovate in questo post?