Dott.ssa Claudia Cenni Psicologa Psicoterapeuta

Dott.ssa Claudia Cenni Psicologa Psicoterapeuta Psicologa clinica e psicoterapeuta. EMDR Practitioner. Uno spazio di ascolto e cura per affrontare trauma, ansia e difficoltà relazionali.

EMPATIASentire l'altro senza perdere sé stessiL'empatia è la capacità di riconoscere e comprendere, almeno in parte, ciò...
12/08/2026

EMPATIA

Sentire l'altro senza perdere sé stessi

L'empatia è la capacità di riconoscere e comprendere, almeno in parte, ciò che l'altro sta vivendo e di lasciarsi coinvolgere dalla sua esperienza.

🌱 UNA CAPACITÀ PROFONDAMENTE UMANA

L'essere umano è una specie profondamente sociale.

La cooperazione, la cura reciproca e la capacità di prenderci cura gli uni degli altri hanno avuto un ruolo fondamentale nella nostra sopravvivenza e nel nostro sviluppo.

Quando siamo coinvolti dalla sofferenza di qualcuno, poter fare qualcosa per lui può generare un senso di efficacia, connessione e significato, e quindi anche di benessere.

In una prospettiva adleriana, il sentimento sociale comprende la capacità di sentirsi parte della comunità e di contribuire al benessere degli altri.

Non cooperiamo soltanto perché abbiamo bisogno degli altri.

Possiamo anche provare piacere nel contribuire, nel sentirci utili e nel partecipare a qualcosa che ci appartiene.

🌿 QUANDO L'EMPATIA SI SPEGNE

Non tutte le persone riescono a riconoscere e sentire l'altro nello stesso modo.

A volte questa capacità può essersi sviluppata in modo fragile.

Altre volte può essere stata inibita, disconnessa o fortemente compromessa dalle esperienze vissute.

Può accadere che, nella propria storia, sentire l'altro sia diventato pericoloso, che mostrare sensibilità sia stato associato alla debolezza, oppure che per proteggersi sia stato necessario imparare a non sentire.

Quando la capacità di riconoscere e sentire l'altro è gravemente compromessa, non siamo semplicemente davanti a un modo alternativo di essere.

Possiamo trovarci di fronte a una difficoltà nello sviluppo o nel funzionamento di una capacità fondamentale per la relazione.

Questo non significa che la persona sia "cattiva".

Significa piuttosto che può esserci qualcosa che, nel corso dello sviluppo o delle esperienze di vita, ha ostacolato, indebolito o disconnesso questa capacità.

🌑 QUANDO LA MANCANZA DI EMPATIA VIENE CONFUSA CON LA FORZA

In alcuni contesti, non provare compassione e riuscire a non farsi coinvolgere dalla sofferenza dell'altro possono essere interpretati come segni di forza.

Ma non sentire la sofferenza dell'altro non è una prova di forza.

Pensare "non sento niente, quindi sono forte" significa confondere la forza con la disconnessione.

A volte, infatti, quella che dall'esterno appare come freddezza può essere anche il risultato di una parte di sé che è stata messa a distanza.

La capacità di riconoscere la sofferenza dell'altro non ci rende più deboli.

Ci permette di riconoscere che l'altro esiste, che ha un valore e che le nostre azioni hanno conseguenze.

🌿 QUANDO L'EMPATIA DIVENTA TROPPO

Anche l'eccesso di empatia può diventare una fonte di sofferenza.

Sentire continuamente ciò che provano gli altri.

Assorbire le loro emozioni.

Sentirsi responsabili del loro dolore.

Non riuscire più a distinguere ciò che appartiene a noi da ciò che appartiene all'altro.

Questa non è semplicemente una forma "più evoluta" o "migliore" di empatia.

L'empatia non richiede di mettere la felicità dell'altro prima della propria.

Significa riconoscere l'altro senza smettere di riconoscere sé stessi.

Posso comprendere la tua sofferenza senza doverla vivere al posto tuo.

Posso prendermi cura di te senza dimenticare me stesso.

Una relazione sana non richiede di diventare l'altro, ma di poter essere due persone diverse capaci di incontrarsi.

🌱 EMPATIA E POSSIBILITÀ DI CAMBIAMENTO

Il fatto che la capacità di riconoscere e sentire l'altro si sia sviluppata in modo fragile o sia stata compromessa non significa che non possa essere modificata.

Anche chi ha imparato a proteggersi attraverso la distanza, la freddezza o la disconnessione può, in alcuni casi, sviluppare una maggiore capacità di riconoscere e comprendere l'altro.

Ma il cambiamento può essere necessario anche nella direzione opposta.

Per chi tende a sentire troppo l'altro, può significare imparare a riconoscere i propri bisogni, tollerare il fatto che una propria scelta possa dispiacere a qualcuno senza che per questo diventi una scelta sbagliata.

La felicità dell'altro non può essere sempre responsabilità nostra.

La psicoterapia può aiutare in entrambe le direzioni:

a ritrovare il contatto con l'altro quando lo si è perduto,

e a ritrovare il contatto con sé stessi quando ci si è persi nell'altro.

Il punto non è diventare più o meno empatici.

È poter essere in relazione senza perdere sé stessi e senza perdere l'altro.

💛 SENTIRE L'ALTRO SENZA PERDERE SÉ STESSI

Essere empatici significa riconoscere l'altro senza smettere di riconoscere sé stessi.

Una relazione sana non richiede di annullarsi nell'altro.

Richiede di poter essere due persone diverse, capaci di incontrarsi.

✨ Essere forti non significa non sentire la sofferenza dell'altro.

Significa poterla riconoscere senza esserne travolti, e scegliere cosa farne.

Questo post è ispirato agli studi sull'empatia, sullo sviluppo socio-emotivo, sul comportamento prosociale e sulla neuroplasticità, e ai contributi della psicologia individuale di Alfred Adler.

💬 Mi interessa conoscere anche il vostro punto di vista.

Se vi va, raccontatemi nei commenti quale riflessione, frase o passaggio di questo post vi ha colpito di più.

02/08/2026
IL CERVELLO IMPARA AD ADATTARSI🌱 Che cos'è un traumaUn trauma non è definito soltanto da ciò che accade.È definito anche...
01/08/2026

IL CERVELLO IMPARA AD ADATTARSI

🌱 Che cos'è un trauma

Un trauma non è definito soltanto da ciò che accade.

È definito anche da ciò che quell'esperienza lascia dentro di noi.

Può essere un singolo evento improvviso e sconvolgente, come un incidente, una violenza, un lutto o una grave malattia.

Ma può anche nascere da esperienze meno eclatanti, ripetute nel tempo.

Essere ignorati.

Sentirsi continuamente svalutati.

Crescere in un ambiente imprevedibile.

Non sentirsi mai davvero al sicuro.

Soprattutto quando queste esperienze avvengono durante lo sviluppo, possono influenzare il modo in cui il cervello impara a leggere il mondo.

🌿 Un cervello che si adatta

Il cervello non nasce già programmato.

Si costruisce attraverso l'esperienza.

Se cresce in un ambiente sufficientemente sicuro, impara che gli altri possono essere una risorsa.

Se cresce in un ambiente imprevedibile o minaccioso, può imparare che è più sicuro controllare tutto, evitare, diffidare o restare sempre in allerta.

Queste non sono debolezze.

Sono strategie di adattamento.

Strategie che, in quel momento, hanno aiutato la persona a sopravvivere.

🍃 Quando il problema non è il cervello

Il problema nasce quando quelle strategie continuano a guidarci anche quando il pericolo non c'è più.

Possiamo avere difficoltà a fidarci.

A regolare le emozioni.

A sentirci al sicuro nelle relazioni.

A mettere confini.

Oppure a riconoscere i nostri bisogni.

In alcuni casi queste difficoltà possono contribuire allo sviluppo di veri e propri disturbi psicologici o psichiatrici.

In altri, possono rendere più difficile costruire relazioni soddisfacenti, adattarsi ai cambiamenti della vita o sentirsi pienamente parte del proprio ambiente.

Il cervello continua a proteggerci...

ma usando mappe costruite in un altro momento della vita.

🌞 La buona notizia

Per molti anni si è pensato che il cervello, una volta formato, cambiasse molto poco.

Oggi sappiamo che non è così.

Il cervello mantiene una straordinaria capacità di modificarsi.

Questa capacità si chiama neuroplasticità.

Nuove esperienze, relazioni sufficientemente sicure e percorsi terapeutici possono favorire la costruzione di connessioni nuove.

Anche l'ambiente in cui viviamo può facilitare questo cambiamento.

Non possiamo cancellare ciò che abbiamo vissuto.

Ma possiamo imparare a non esserne più guidati.

🌱 Cosa può aiutare

La psicoterapia può rappresentare una parte importante di questo cambiamento.

Anche le relazioni significative.

Gli ambienti che ci fanno sentire al sicuro.

Le esperienze di fiducia.

La possibilità di vivere emozioni diverse da quelle che abbiamo conosciuto.

Il cervello cambia attraverso l'esperienza.

E anche una relazione terapeutica, quando è sufficientemente sicura, può diventare una nuova esperienza capace di favorire questo cambiamento.

💛 Un messaggio importante

Le conseguenze del trauma non raccontano chi siamo.

Raccontano ciò che il nostro sistema nervoso ha imparato a fare per proteggerci.

Ciò che oggi ci fa soffrire, spesso, un tempo ci ha aiutato a sopravvivere.

E ciò che è stato appreso può, almeno in parte, essere trasformato.

*Questo post è ispirato ai contributi di Bessel van der Kolk, Janina Fisher, Francine Shapiro e agli studi sulla neuroplasticità e sul trauma.*

💬 Mi interessa conoscere anche il vostro punto di vista.

Se vi va, raccontatemi nei commenti quale riflessione, frase o passaggio di questo post vi ha colpito di più.

QUANDO LA FORZA PUÒ DIVENTARE UNA PRIGIONEEssere forti è spesso considerato un valore: ci insegnano a resistere, a non l...
18/07/2026

QUANDO LA FORZA PUÒ DIVENTARE UNA PRIGIONE

Essere forti è spesso considerato un valore: ci insegnano a resistere, a non lamentarci, a cavarcela da soli.
E, in molti casi, questa capacità ci aiuta davvero ad affrontare momenti difficili.
Ma per alcune persone la forza, con il tempo, smette di essere una scelta. Diventa l'unico modo possibile di stare al mondo.
E allora chiedere aiuto non è semplicemente difficile, può farci sentire vulnerabili, esposti, a disagio.
Come se fossimo, in qualche modo, "fuori posto", come se ci trovassimo in un ruolo che non conosciamo.
Perché, se per tutta la vita siamo stati quelli che sostengono gli altri, lasciarci sostenere può sembrare qualcosa che non sappiamo più fare.

🌿 Come nasce
Nessuno nasce pensando di dover fare tutto da solo, ma spesso lo impariamo molto presto.
A volte perché gli adulti di riferimento non erano disponibili emotivamente.
A volte perché erano loro ad aver bisogno di essere sostenuti.
A volte perché chiedere aiuto non cambiava nulla.
A volte perché, nelle esperienze di vita che abbiamo vissuto, mostrare fragilità si è rivelato rischioso.
Così, quello che all'inizio è stato un adattamento utile continua a ripetersi anche quando le circostanze sono cambiate e fare tutto da soli non è più la scelta che ci protegge di più.

🌱 Quando la forza diventa una prigione
All'inizio può essere unicamente una risorsa, che ci aiuta ad affrontare situazioni difficili e ad adattarci a ciò che stiamo vivendo.
Il problema nasce quando non siamo più liberi di scegliere quando e se chiedere aiuto, quando fare tutto da soli diventa l'unico modo che conosciamo per affrontare le difficoltà.
Allora quella che era una risorsa può trasformarsi, poco alla volta, in una prigione.

💧 Perché a volte preferiamo stare da soli
Quando stiamo male, la vicinanza degli altri non sempre viene vissuta come un sollievo.
Per alcune persone diventa quasi un lavoro:
significa preoccuparsi di come l'altro reagirà.
rassicurarlo.
proteggerlo.
controllare le proprie emozioni per non metterlo in difficoltà.
così stare da soli può sembrare la scelta più semplice
non perché non si possa trarre sollievo, conforto, aiuto, dalla vicinanza.
ma perché la vicinanza è stata associata, per molto tempo, principalmente ad una responsabilità.

✨ Cosa succede quando ci lasciamo aiutare
Condividere una difficoltà non significa chiedere agli altri di risolverla.
Però quando troviamo qualcuno che sa ascoltare davvero, il nostro sistema nervoso può iniziare a regolarsi.
A volte non cambia il problema, ma cambia il modo in cui possiamo affrontarlo.
E, spesso, cambia anche la relazione.
Quando smettiamo di dover apparire sempre forti, gli altri possono finalmente incontrare la persona, e non soltanto il ruolo.

💛 Cosa può aiutare

Riconoscere questa modalità, senza giudicarsi, è già un primo passo.
Poi, poco alla volta, possiamo provare a fare qualcosa di diverso.

• condividere una piccola preoccupazione con una persona di cui ci fidiamo, iniziando da qualcosa che non ci fa sentire troppo esposti
• raccontare a una persona significativa che, nei momenti di difficoltà, tendiamo a chiuderci e che lasciarci aiutare può metterci a disagio, anche quando ne avremmo bisogno
• osservare quando minimizziamo automaticamente ciò che proviamo con frasi come "non è niente" o "me la cavo"
• permetterci, qualche volta, di ricevere oltre che di dare
• ricordare che chiedere aiuto non significa perdere autonomia, ma ampliare le proprie possibilità

🌿 Cosa può cambiare nelle relazioni

Alcune persone vengono apprezzate, stimate e cercate proprio perché sono sempre disponibili, affidabili e capaci di sostenere gli altri.
Eppure possono sentirsi profondamente sole.
Non necessariamente perché manchino le persone intorno a loro
Ma perché la parte più fragile di loro rimane nascosta.
Quella parte non viene mai conosciuta.
E ciò che non può essere mostrato difficilmente può anche sentirsi accolto.
Per questo, a volte, il senso di solitudine non nasce dall'assenza o dal disinteresse degli altri
Nasce dal fatto che una parte di noi continua a vivere da sola.

🌱 Quando anche chiedere un aiuto professionale è difficile
Per molte delle persone che si sono riconosciute in questo post, anche iniziare un percorso psicologico può essere particolarmente difficile.
Non perché non desiderino stare meglio.
Ma perché significa, forse per la prima volta, occupare il posto di chi riceve aiuto e non di chi lo offre.
Può far sentire vulnerabili, esposti o, semplicemente, "fuori posto".
Ed è anche per questo che, quando ci si sente pronti, proprio in questo caso un percorso psicologico può rappresentare un'occasione preziosa.
A volte la terapia può diventare il primo luogo in cui possiamo fare un'esperienza relazionale diversa da quella che abbiamo imparato.
Forse c'è stato un tempo in cui fare tutto da soli era la scelta migliore che potevamo fare.
Forse oggi possiamo permetterci di scoprire che non è più l'unica.

VERGOGNAQuando ci sentiamo sbagliati.La vergogna è un'emozione profondamente umana.A differenza del senso di colpa, che ...
04/07/2026

VERGOGNA

Quando ci sentiamo sbagliati.

La vergogna è un'emozione profondamente umana.

A differenza del senso di colpa, che riguarda ciò che abbiamo fatto, la vergogna riguarda spesso ciò che pensiamo di essere.

Non dice:

"Ho sbagliato."

Dice:

"C'è qualcosa di sbagliato in me."

È per questo che può essere un'emozione così dolorosa.

🌿 A cosa serve la vergogna

La vergogna ha una funzione evolutiva.

Per milioni di anni gli esseri umani non avrebbero potuto sopravvivere da soli: vivere in gruppo era fondamentale per la sopravvivenza.

Essere esclusi dal gruppo significava correre un rischio reale.

Per questo la vergogna si è sviluppata come un'emozione capace di segnalarci quando temiamo di perdere l'appartenenza, di non essere accettati o di essere rifiutati dagli altri.

In questo senso aveva una funzione protettiva.

Il problema nasce quando questo sistema di allarme continua ad attivarsi anche quando non siamo davvero in pericolo.

Allora la vergogna non ci protegge più.

Ci blocca.

La vergogna è un'emozione che blocca.

Ci fa abbassare lo sguardo, desiderare di diventare invisibili, nascondere parti di noi e convincerci che, se gli altri ci conoscessero davvero, non potremmo essere accettati.

Ma il fatto di sentirsi così non significa che sia vero.

Ogni persona ha valore, anche quando la vergogna le fa credere il contrario.

💧 Come si manifesta

La vergogna può farsi sentire con:

• desiderio di sparire
• difficoltà a sostenere lo sguardo degli altri
• paura del giudizio
• forte autocritica
• sensazione di essere "sbagliati"
• bisogno di nascondersi
• convinzione di non essere abbastanza
• difficoltà a chiedere aiuto
• isolamento

🌱 In una prospettiva psicodinamica

La vergogna spesso affonda le sue radici nelle prime esperienze relazionali.

Può nascere quando ci siamo sentiti umiliati, svalutati, derisi, ignorati o accolti solo a condizione di essere in un certo modo.

Con il tempo, quello sguardo critico può diventare il nostro.

Anche quando nessuno ci sta giudicando.

🌱 In una prospettiva adleriana

Secondo Adler l'incoraggiamento rappresenta uno degli strumenti più importanti della relazione terapeutica.

Non significa convincere una persona che è migliore di quanto pensi.

Significa aiutarla a riconoscere il proprio valore.

Nel caso della vergogna, significa aiutarla a sentirsi degna di appartenere anche quando questa emozione le fa credere di non esserlo.

✨ In ottica EMDR

Esperienze di umiliazione, rifiuto, esclusione o derisione possono rimanere emotivamente molto vive nel sistema nervoso.

Anche molti anni dopo, situazioni simili possono riattivare la stessa vergogna di allora.

Rielaborare questi ricordi può aiutare a distinguere ciò che è accaduto da ciò che siamo.

💛 Cosa aiuta davvero

• parlare con qualcuno di cui ci fidiamo
• distinguere ciò che abbiamo fatto da ciò che siamo
• riconoscere il dialogo critico interiore
• trattarsi con la stessa gentilezza che riserveremmo a una persona cara
• ricordarsi che sentirsi sbagliati non significa esserlo
• chiedere aiuto quando la vergogna limita la libertà di vivere

La vergogna ci fa credere di doverci nascondere.

Ma spesso è proprio quando ci sentiamo accolti, anche nelle nostre fragilità, che inizia a perdere forza.

**QUANDO NON RIUSCIAMO A LASCIARE***Il bisogno di restare dove speriamo ancora che qualcosa cambi.*A volte continuiamo a...
20/06/2026

**QUANDO NON RIUSCIAMO A LASCIARE**

*Il bisogno di restare dove speriamo ancora che qualcosa cambi.*

A volte continuiamo a tornare nello stesso luogo emotivo.

Dalla stessa persona.
Nello stesso tipo di relazione.
Nello stesso schema.
Nella stessa attesa.

A volte anche nello stesso dolore.
Come accade in alcune separazioni, in certi lutti, o in tutto ciò che è finito ma dentro di noi non si è ancora concluso.

Spesso senza rendercene conto, con la speranza che proprio lì arrivi finalmente qualcosa che è mancato.

Una parola.
Uno sguardo.
Una scelta.
Una conferma.
Una riparazione.

A volte restiamo dove abbiamo sofferto perché una parte di noi continua a cercare un finale diverso per quella storia.

Che chi non ci ha visto impari finalmente a vederci.

Che chi ci ha ferito capisca.

Che chi ci ha lasciati scelga di restare.

🌱 **Perché è così difficile lasciare**

Lasciare andare non è semplice.

Soprattutto quando ciò che aspettiamo ha un significato profondo.

A volte non restiamo perché stiamo bene.

Restiamo perché continuiamo a cercare.

Che qualcosa cambi.

Che l’altro capisca.

Che riconosca.

Che finalmente ci dia ciò che è mancato.

E più quella mancanza è antica, più può essere difficile smettere di aspettare.

🌧️ **In una prospettiva psicodinamica**

A volte continuiamo a tornare perché qualcosa dentro di noi cerca ancora di risolvere una ferita antica.

Come se il presente diventasse il luogo in cui provare a ottenere finalmente ciò che nel passato è mancato.

Un riconoscimento.

Una scelta.

Un amore diverso.

Una riparazione.

Spesso queste ferite nascono molto presto, nei primi legami della nostra vita.

Nella primissima infanzia, nelle relazioni con chi si prendeva cura di noi e da cui dipendevamo per sentirci al sicuro, accolti, regolati.

Non sempre perché ci hanno feriti apertamente.

A volte perché, per tante ragioni, non ci siamo sentiti davvero visti, accolti, scelti o compresi.

E così alcune relazioni del presente possono riattivare quei bisogni profondi.

A volte non restiamo legati solo alla persona reale, ma anche all’immagine che ne abbiamo costruito.

All’idea di ciò che avrebbe potuto essere.

Di ciò che avrebbe potuto darci.

**L’idealizzazione mantiene il legame, ma sospende la possibilità di incontrare il reale.**

E questo può rendere alcune relazioni molto difficili da lasciare, anche quando fanno male.

🌱 **In una prospettiva adleriana**

Per Adler, il bisogno di appartenenza è centrale.

Ogni essere umano ha bisogno di sentirsi accolto, riconosciuto, parte di qualcosa.

A volte continuiamo a tornare proprio lì dove questa appartenenza è mancata.

Come se riuscire finalmente ad essere scelti potesse riscrivere anche il passato.

Ma crescere significa anche riconoscere che il proprio valore non può dipendere dal riconoscimento di chi non ha saputo offrirlo.

✨ **In ottica EMDR**

A volte alcune relazioni continuano ad attivare ferite molto antiche.

Come se il nostro sistema emotivo tornasse continuamente lì, cercando una conclusione diversa a una storia rimasta aperta.

O cercando di lasciare andare qualcosa che dentro di noi non si è ancora potuto elaborare davvero.

Per questo può essere così difficile lasciar andare.

Non perché non vediamo ciò che ci fa male.

Ma perché una parte di noi continua a sperare che proprio lì possa arrivare la guarigione.

💛 **Cosa significa davvero guarire**

Guarire non significa sempre ricevere finalmente ciò che ci è mancato.

A volte significa accettare che non arriverà.

Significa smettere di affidare il proprio valore a chi non ha saputo riconoscerlo.

Significa accettare di lasciare andare anche ciò che avevamo immaginato.

Perché a volte, per restare aggrappati a ciò che speravamo potesse essere, a ciò che avremmo voluto o a ciò che non c’è più, ci precludiamo la possibilità di incontrare ciò che nel reale potrebbe ancora esserci.

Lasciare andare non significa che non era importante.

Non significa dimenticare.

Non significa che non abbia fatto male.

Significa smettere di restare lì ad aspettare che qualcosa cambi.

Perché a volte non si guarisce dove si è stati feriti.

A volte si guarisce quando si smette di aspettare che qualcuno diventi ciò di cui avevamo bisogno.

LUTTOQuando il dolore cambia forma.Perdere qualcuno non significa perdere soltanto una persona.Significa anche perdere u...
12/06/2026

LUTTO

Quando il dolore cambia forma.

Perdere qualcuno non significa perdere soltanto una persona.

Significa anche perdere una parte di sé.

Con ogni persona importante costruiamo un modo unico di essere: un modo di sentirci, di raccontarci, di stare nel mondo.

E quando quella persona non c'è più, non manca solo lei.

Manca anche quella parte di noi che esisteva in relazione a lei.

🌧️ Cos'è il lutto

Il lutto è un processo complesso.

Non è fatto solo di tristezza.

Può attraversare rabbia, senso di colpa, smarrimento, paura, incredulità.

A volte ci si arrabbia.

A volte ci si chiede se si sarebbe potuto fare qualcosa di diverso.

A volte si cerca di trattenere ciò che non c'è più.

Non esiste un modo giusto o uguale per tutti di attraversarlo.

Ognuno lo fa con i propri tempi, la propria storia, il proprio legame.

🌱 In una prospettiva psicodinamica

Elaborare un lutto significa, poco alla volta, separarsi da una presenza esterna senza perdere il legame interno.

È un lavoro doloroso.

Perché non si tratta solo di accettare un'assenza.

Si tratta anche di ridefinire sé stessi senza quella relazione.

E questo richiede tempo.

✨ Quando il dolore cambia

Una delle paure più comuni nel lutto è questa:

"Se soffro meno, significa che sto dimenticando?"

A volte può sembrare che il dolore sia l'unica cosa che ci tiene ancora legati a chi abbiamo perso.

Come se lasciarlo andare significasse perdere anche quel poco che resta.

Come se stare meglio fosse un tradimento.

Ma ricordare non significa continuare a soffrire allo stesso modo.

Spesso accade il contrario.

Quando il dolore diventa più tollerabile, possiamo avvicinarci ai ricordi con meno paura.

Possiamo ricordare non solo la perdita, ma anche la relazione.

Non solo la fine, ma ciò che quella persona ci ha lasciato.

✨ In ottica EMDR

A volte alcuni ricordi legati alla perdita restano bloccati nel momento più traumatico: gli ultimi giorni, l'ospedale, la malattia, il momento della morte.

Quando questo accade, il dolore può restare congelato.

Rielaborare questi ricordi può aiutare a restituire spazio anche a tutto il resto: alla storia, all'amore, ai momenti vissuti.

💛 Cosa resta

Elaborare un lutto non significa dimenticare.

Significa permettere al legame di cambiare forma.

Portare quella persona dentro di sé in un modo diverso.

Più silenzioso, forse.

Meno doloroso.

Ma non meno vero.

Perché il dolore può cambiare.

L'amore no.

AUTOSTIMAIl modo in cui impariamo a guardarci.Una sana autostima non coincide con la convinzione di essere migliori degl...
06/06/2026

AUTOSTIMA
Il modo in cui impariamo a guardarci.
Una sana autostima non coincide con la convinzione di essere migliori degli altri, né con l'assenza di dubbi o fragilità.
Ha più a che fare con la possibilità di riconoscere il proprio valore anche quando si commettono errori, si incontrano dei limiti o si attraversano momenti difficili.
🌱 Cos'è l'autostima
L'autostima è il modo in cui percepiamo e valutiamo noi stessi.
Influenza il modo in cui affrontiamo le sfide, le relazioni, i cambiamenti e gli insuccessi.
Una buona autostima non significa sentirsi sempre "certi" di riuscire a raggiungere qualsiasi obiettivo.
Significa piuttosto riconoscere, oltre ai propri limiti, anche le proprie risorse.
Significa non avere la certezza di riuscire, ma sentirsi sufficientemente adeguati per poter provare.
✨ Quando l'autostima è fragile
Quando l'autostima è fragile, il dialogo interiore può riempirsi di pensieri come:
• non sono abbastanza
• non sono all'altezza
• sono troppo insicuro
• e se sbaglio?
• non ce la farò mai
• devo essere il migliore
In questi momenti il proprio valore sembra dipendere dai risultati, dall'approvazione degli altri o dall'assenza di errori.
E ogni difficoltà rischia di trasformarsi nella conferma di non essere abbastanza.
Quando il proprio valore sembra dipendere soltanto dai risultati ottenuti, sbagliare può diventare molto difficile da tollerare.
Alcune persone finiscono per evitare le situazioni in cui potrebbero fallire o, in alcuni casi, anche solo non avere prestazioni eccellenti, rinunciando a mettersi in gioco.
Altre, quando l'errore si verifica, tendono a negarlo, minimizzarlo o giustificarlo, perché riconoscerlo sarebbe troppo doloroso.
Altre ancora ne vengono schiacciate, trasformandolo nella conferma di non essere abbastanza, di aver deluso gli altri o di non avere valore.
In tutti questi casi, il problema non è l'errore in sé, ma il significato che gli viene attribuito.
Se sbagliare significa perdere valore, ogni errore diventa una minaccia...
🌧️ In una prospettiva psicodinamica
L'autostima si costruisce gradualmente nelle relazioni con le persone che si prendono cura di noi durante l'infanzia.
Attraverso queste esperienze impariamo, spesso senza rendercene conto, cosa aspettarci da noi stessi e quanto sentirci capaci, degni di attenzione e meritevoli di affetto.
Messaggi espliciti o impliciti come:
• non vali abbastanza
• sbagli sempre
• sei un incapace
• non ti vergogni?
possono contribuire alla costruzione di un'immagine di sé più fragile e insicura.
Ma anche messaggi apparentemente protettivi possono avere conseguenze simili:
• lascia stare, faccio io
• da solo non ce la fai
• ti potresti fare male
• è troppo difficile per te
• è meglio che decida io
Se qualcuno fa sempre al posto nostro, ci evita ogni difficoltà o non ci permette di sperimentare e sbagliare, può diventare più difficile sviluppare fiducia nelle proprie capacità.
🌱 In una prospettiva adleriana
Per Adler, ogni persona sperimenta sentimenti di inferiorità.
Secondo lui, però, questi sentimenti non sono necessariamente un problema.
Possono diventare la spinta a crescere, imparare e sviluppare nuove capacità.
Il punto non è sentirsi privi di limiti, ma credere di poter fare qualcosa per superarli, compensarli o migliorarli.
Le persone che riescono a mettersi in gioco più facilmente spesso hanno avuto la possibilità di provare, commettere errori e scoprire gradualmente di poter affrontare le difficoltà.
Al contrario, sia la svalutazione sia l'eccessiva protezione possono ostacolare questo processo.
Se nessuno ci lascia sperimentare, rischiamo di crescere con l'idea di non essere abbastanza capaci.
✨ In ottica EMDR
Esperienze di fallimento, umiliazione, esclusione o critica possono lasciare convinzioni profonde come:
• non valgo abbastanza
• non sono capace
• non sono all'altezza
Quando queste esperienze vengono rielaborate, diventa più facile sviluppare una percezione di sé più equilibrata e meno condizionata dal passato.
💛 Cosa aiuta davvero
• imparare a distinguere il proprio valore dai propri risultati
• trattarsi con la stessa comprensione che si riserverebbe a una persona cara
• riconoscere gli errori senza trasformarli in giudizi sulla propria persona
• accettare di non poter essere perfetti
• concedersi la possibilità di imparare, cambiare e crescere
• ricordare che sbagliare è una parte inevitabile dell'essere umani
❓ E gli errori?
Gli errori contano.
Possono avere conseguenze e richiedere responsabilità.
È importante riconoscerli, assumersene la responsabilità e, quando possibile, provare a riparare.
Possono insegnarci qualcosa, aiutarci a crescere e orientare scelte diverse in futuro.
Una buona autostima non ci protegge dal commettere errori o dal confrontarci con le loro conseguenze.
Ci permette però di guardarli senza esserne schiacciati.
Di riconoscerli senza negare ciò che è accaduto.
Di assumercene la responsabilità e affrontare le loro conseguenze senza trasformarli in una condanna sul nostro valore come persone.
Un errore può dire qualcosa di ciò che abbiamo fatto. Non definisce tutto ciò che siamo.
Una sana autostima nasce dalla possibilità di riconoscere i propri limiti senza dimenticare le proprie risorse.

Indirizzo

Via IV Novembre 3/1
Pietra Ligure
17027

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