04/07/2026
Hamsa ❤️
Haṃsa: il mantra che respiriamo senza saperlo
Il sostantivo sanscrito haṃsa (हंस) indica l'oca selvatica (Anser indicus e non, a rigore, il cigno), animale simbolicamente associato alla capacità di attraversare e abitare contemporaneamente acqua, terra e cielo.
La tradizione indiana attribuisce inoltre allo haṃsa la capacità di separare il latte dall'acqua quando i due liquidi sono mescolati. Per questo motivo esso diviene il simbolo della discriminazione spirituale (viveka), ossia della capacità di distinguere il reale dall'irreale, l'essere dal non essere.
Non sorprende quindi che lo haṃsa sia divenuto una delle immagini simboliche più penetranti dell'essere vivente individuale (jīvātman) nel suo viaggio verso il Sé universale (paramātman): dalle steppe dell'Asia centrale alle rive della Gaṅgā, valicando in volo il tetto del mondo himalāyano, questo volatile si è infatti affermato nell'immaginario indiano quale metafora dell'anima che migra incessantemente verso la liberazione.
Stando a numerose tradizioni yogiche testuali, come lo Yogabīja (146-152), haṃsa sarebbe inoltre il mantra spontaneo della respirazione che ogni essere vivente ripete incessantemente dal momento della nascita fino alla morte, di norma senza esserne consapevole: l'inspirazione (pūraka) è associata al suono sa, mentre l'espirazione (recaka) al suono ha (altre tradizioni invertono la simbologia).
Secondo una paretimologia ampiamente diffusa, il sostantivo sanscrito haṃsa viene interpretato come costituito da haṃ (per aham, «io») e sa (base del pronome dimostrativo «quello»), da cui la sintesi haṃ-saḥ («io-quello»), ricomponibile nella formula alternativa so'haṃ («quello-io»).
L'«io» designa il principio cosciente individuale, mentre il «quello» indica la realtà ultima, al tempo stesso trascendente e immanente. Nel ciclo incessante della respirazione, dunque, i due principi finiscono per riconoscersi identici.
Il suono haṃsa-so'haṃ, per alcuni testi come il sopra richiamato Yogabīja, sarebbe ripetuto spontaneamente circa 21.600 volte nell'arco di un giorno e di una notte, poiché coincide con il puro e semplice fluire del respiro stesso.
Per questo motivo la tradizione lo definisce ajapajapa, la «recitazione non recitata»: un mantra che non dobbiamo imparare, ricordare o pronunciare, perché lo ripetiamo da sempre, semplicemente respirando.