06/09/2026
I TOPOLINI NELLA PANNA
Era una notte fredda, e da molte ore due piccoli topolini vagavano per i campi in cerca di qualcosa da mangiare.
Avevano lo stomaco vuoto e le zampe stanche. Avevano frugato tra le radici, rovistato vicino ai granai e seguito perfino il sentiero lasciato da un vecchio carro, ma senza trovare nulla.
Poi, all’improvviso, nell’aria arrivò un profumo.
Era un odore caldo, dolce, intenso. Sapeva di latte, di b***o, di formaggio appena fatto.
I due topolini si fermarono nello stesso istante.
Poco lontano, illuminato appena dalla luna, c’era un piccolo caseificio.
«Hai sentito?» disse il primo.
«Eccome se ho sentito» rispose l’altro.
Dimenticarono in un attimo la stanchezza e corsero verso quell’edificio come se il profumo stesso li stesse tirando per il naso.
Trovarono una piccola fessura sotto una porta e riuscirono a infilarsi dentro.
Il caseificio era silenzioso. C’erano forme di formaggio appoggiate sui ripiani, grandi recipienti di latte e, in un angolo, alcuni secchi ancora pieni della lavorazione del giorno.
I due topolini si guardarono.
Per loro era un paradiso.
Si arrampicarono su una cassa, poi su uno scaffale, poi ancora più in alto, cercando di raggiungere quel profumo meraviglioso che veniva da un grande secchio.
Si sporsero per guardare dentro.
Era pieno di panna.
Ma il bordo era scivoloso.
Il primo topolino p***e l’equilibrio.
«Attento!»
Troppo tardi.
Cadde dentro.
L’altro cercò di afferrarlo, ma scivolò a sua volta.
Splash.
In pochi secondi entrambi si ritrovarono immersi nella panna, con le zampe che si agitavano disperatamente alla ricerca di un appiglio.
Le pareti del secchio erano lisce.
Non c’era nulla a cui aggrapparsi.
Cominciarono a nuotare.
All’inizio cercarono di incoraggiarsi.
«Continua!»
«Non fermarti!»
«Troveremo un modo!»
Passarono i minuti.
Poi il tempo cominciò a sembrare interminabile.
Il primo topolino sentiva le zampe diventare sempre più pesanti.
«Non ce la faccio più» disse.
«Continua a muoverti» rispose l’altro.
«È inutile. Guarda queste pareti. Non possiamo uscire.»
«Forse no. Ma se ci fermiamo sappiamo sicuramente cosa succede.»
Il primo topolino resistette ancora per un po’.
Poi guardò il bordo lontano sopra di lui, sentì la stanchezza attraversargli tutto il corpo e pensò che ogni altro movimento sarebbe stato soltanto un modo per rimandare l’inevitabile.
«Basta» sussurrò.
Smise di nuotare e in breve tempo la panna lo inghiotti'.
L’altro rimase solo.
Aveva paura.
Era stanco quanto il suo compagno.
Anche lui guardò quelle pareti lisce e pensò che probabilmente non esisteva alcuna via d’uscita.
Ma continuò a muovere le zampe.
Non perché sapesse come salvarsi.
Non perché fosse certo di farcela.
Semplicemente perché non riusciva ad accettare che l’unica possibilità fosse smettere.
Così continuò.
Un colpo di zampa dopo l’altro.
Ancora.
E ancora.
E ancora.
Passò molto tempo.
A un certo punto sentì qualcosa di strano.
La panna non era più fluida come prima.
Sotto le sue zampe cominciava a diventare più densa.
Il topolino non capiva cosa stesse succedendo.
Continuò a muoversi.
La panna si addensò ancora.
Poi ancora.
Finché, dopo averla agitata per così tanto tempo, si trasformò lentamente in b***o.
Il topolino sentì finalmente qualcosa di solido sotto le zampe.
Si fermò per un istante.
Quasi non riusciva a crederci.
Salì sopra quella piccola massa di b***o, raccolse tutte le forze che gli erano rimaste e saltò.
Una volta.
Non bastò.
Provò ancora.
Alla seconda volta riuscì ad aggrapparsi al bordo.
Con un ultimo sforzo si tirò fuori dal secchio.
Rimase qualche minuto disteso sul pavimento del caseificio, ansimando.
Poi guardò il secchio.
Non aveva trovato una scala.
Non aveva trovato qualcuno che venisse a salvarlo.
Non aveva nemmeno saputo, mentre lottava, che ciò che stava facendo avrebbe cambiato qualcosa.
Aveva semplicemente continuato a muoversi.
E proprio quei movimenti, che per tanto tempo gli erano sembrati inutili, avevano trasformato la panna sulla quale stava affondando nel b***o sul quale aveva potuto appoggiarsi.
A volte non continuiamo perché sappiamo che ce la faremo.
Continuiamo perché, finché ci muoviamo, qualcosa può ancora cambiare.