Fabio Turato

Fabio Turato Psicologo - Psicoterapeuta Piove di Sacco Via Pio X n. 22 (Sopra Bar Bissacco)

Riuscire a trovare una soluzione alle proprie difficoltà può essere uno sforzo spaventoso e trovare un professionista preparato è spesso un compito arduo. La ricerca della persona giusta da contattare può risultare davvero frustrante: offro un primo incontro online gratuito, non esitare a contattarmi per qualsiasi domanda: cell. 340 25 07 194

I TOPOLINI NELLA PANNA Era una notte fredda, e da molte ore due piccoli topolini vagavano per i campi in cerca di qualco...
06/09/2026

I TOPOLINI NELLA PANNA

Era una notte fredda, e da molte ore due piccoli topolini vagavano per i campi in cerca di qualcosa da mangiare.

Avevano lo stomaco vuoto e le zampe stanche. Avevano frugato tra le radici, rovistato vicino ai granai e seguito perfino il sentiero lasciato da un vecchio carro, ma senza trovare nulla.

Poi, all’improvviso, nell’aria arrivò un profumo.

Era un odore caldo, dolce, intenso. Sapeva di latte, di b***o, di formaggio appena fatto.

I due topolini si fermarono nello stesso istante.

Poco lontano, illuminato appena dalla luna, c’era un piccolo caseificio.

«Hai sentito?» disse il primo.

«Eccome se ho sentito» rispose l’altro.

Dimenticarono in un attimo la stanchezza e corsero verso quell’edificio come se il profumo stesso li stesse tirando per il naso.

Trovarono una piccola fessura sotto una porta e riuscirono a infilarsi dentro.

Il caseificio era silenzioso. C’erano forme di formaggio appoggiate sui ripiani, grandi recipienti di latte e, in un angolo, alcuni secchi ancora pieni della lavorazione del giorno.

I due topolini si guardarono.

Per loro era un paradiso.

Si arrampicarono su una cassa, poi su uno scaffale, poi ancora più in alto, cercando di raggiungere quel profumo meraviglioso che veniva da un grande secchio.

Si sporsero per guardare dentro.

Era pieno di panna.

Ma il bordo era scivoloso.

Il primo topolino p***e l’equilibrio.

«Attento!»

Troppo tardi.

Cadde dentro.

L’altro cercò di afferrarlo, ma scivolò a sua volta.

Splash.

In pochi secondi entrambi si ritrovarono immersi nella panna, con le zampe che si agitavano disperatamente alla ricerca di un appiglio.

Le pareti del secchio erano lisce.

Non c’era nulla a cui aggrapparsi.

Cominciarono a nuotare.

All’inizio cercarono di incoraggiarsi.

«Continua!»

«Non fermarti!»

«Troveremo un modo!»

Passarono i minuti.

Poi il tempo cominciò a sembrare interminabile.

Il primo topolino sentiva le zampe diventare sempre più pesanti.

«Non ce la faccio più» disse.

«Continua a muoverti» rispose l’altro.

«È inutile. Guarda queste pareti. Non possiamo uscire.»

«Forse no. Ma se ci fermiamo sappiamo sicuramente cosa succede.»

Il primo topolino resistette ancora per un po’.

Poi guardò il bordo lontano sopra di lui, sentì la stanchezza attraversargli tutto il corpo e pensò che ogni altro movimento sarebbe stato soltanto un modo per rimandare l’inevitabile.

«Basta» sussurrò.

Smise di nuotare e in breve tempo la panna lo inghiotti'.

L’altro rimase solo.

Aveva paura.

Era stanco quanto il suo compagno.

Anche lui guardò quelle pareti lisce e pensò che probabilmente non esisteva alcuna via d’uscita.

Ma continuò a muovere le zampe.

Non perché sapesse come salvarsi.

Non perché fosse certo di farcela.

Semplicemente perché non riusciva ad accettare che l’unica possibilità fosse smettere.

Così continuò.

Un colpo di zampa dopo l’altro.

Ancora.

E ancora.

E ancora.

Passò molto tempo.

A un certo punto sentì qualcosa di strano.

La panna non era più fluida come prima.

Sotto le sue zampe cominciava a diventare più densa.

Il topolino non capiva cosa stesse succedendo.

Continuò a muoversi.

La panna si addensò ancora.

Poi ancora.

Finché, dopo averla agitata per così tanto tempo, si trasformò lentamente in b***o.

Il topolino sentì finalmente qualcosa di solido sotto le zampe.

Si fermò per un istante.

Quasi non riusciva a crederci.

Salì sopra quella piccola massa di b***o, raccolse tutte le forze che gli erano rimaste e saltò.

Una volta.

Non bastò.

Provò ancora.

Alla seconda volta riuscì ad aggrapparsi al bordo.

Con un ultimo sforzo si tirò fuori dal secchio.

Rimase qualche minuto disteso sul pavimento del caseificio, ansimando.

Poi guardò il secchio.

Non aveva trovato una scala.

Non aveva trovato qualcuno che venisse a salvarlo.

Non aveva nemmeno saputo, mentre lottava, che ciò che stava facendo avrebbe cambiato qualcosa.

Aveva semplicemente continuato a muoversi.

E proprio quei movimenti, che per tanto tempo gli erano sembrati inutili, avevano trasformato la panna sulla quale stava affondando nel b***o sul quale aveva potuto appoggiarsi.

A volte non continuiamo perché sappiamo che ce la faremo.

Continuiamo perché, finché ci muoviamo, qualcosa può ancora cambiare.

02/09/2026

Domanda all AI: se tu fossi il diavolo e vorresti distruggere le menti delle prossime generazioni senza che se ne rendano conto come faresti?
Risposta:
Come esperimento mentale, non lo imposterei come un manuale per manipolare una generazione, ma come una domanda rovesciata: «Quali condizioni, se diventassero normali e quasi invisibili, renderebbero le prossime generazioni psicologicamente più fragili, dipendenti e facilmente governabili?»

Se dovessi scrivere la strategia del “diavolo”, probabilmente non cercherei di rendere le persone stupide. Cercherei qualcosa di molto più efficace: renderei difficile pensare.

1. **Distruggerei progressivamente la capacità di attenzione.**
Non proibirei i libri. Renderei semplicemente quasi impossibile leggerne uno per due ore. Abituerei il cervello a stimoli brevi, continui, imprevedibili: notifiche, video di pochi secondi, infinite possibilità di scelta. Il risultato sarebbe una mente capace di assorbire enormi quantità di informazione ma sempre meno capace di sostare su un problema.

2. **Trasformerei ogni momento di noia in qualcosa da evitare.**
La noia è uno spazio nel quale nasce il pensiero autonomo. Se ogni attesa — autobus, ascensore, coda, letto — venisse immediatamente riempita da uno schermo, diminuirebbero progressivamente introspezione, immaginazione e capacità di stare soli con se stessi.

3. **Convincerei le persone che il loro valore dipende continuamente dallo sguardo degli altri.**
Creerei numeri semplicissimi: follower, visualizzazioni, like, ranking. Una specie di borsa valori dell'identità personale. Non direi mai «devi conformarti». Basterebbe costruire un ambiente nel quale ogni comportamento venga implicitamente premiato o punito socialmente.

4. **Trasformerei il confronto sociale da occasionale a permanente.**
Per millenni un adolescente si confrontava soprattutto con poche decine di coetanei. Gli permetterei invece di confrontare quotidianamente il proprio corpo, successo, denaro, vita sentimentale e popolarità con migliaia di persone accuratamente selezionate proprio perché eccezionali.

5. **Gli farei confondere desiderio e bisogno.**
Ogni lieve frustrazione dovrebbe avere una soluzione immediata: comprare qualcosa, mangiare qualcosa, guardare qualcosa, masturbarsi, giocare, scrollare. Così la capacità di tollerare l'attesa e la frustrazione — che è una delle basi della maturità psicologica — verrebbe allenata sempre meno.

6. **Renderei l'indignazione estremamente gratificante.**
Le emozioni più semplici da mobilitare sono paura, rabbia e appartenenza tribale. Costruirei quindi sistemi che premiano precisamente i contenuti capaci di provocarle. Dopo qualche anno le persone avrebbero l'impressione che il mondo sia continuamente sull'orlo della catastrofe e che dall'altra parte ci siano non avversari, ma nemici.

7. **Frammenterei la realtà in tribù epistemiche.**
Non avrei bisogno di imporre una propaganda unica. Sarebbe persino meglio creare milioni di versioni personalizzate della realtà. Ognuno riceverebbe soprattutto informazioni compatibili con ciò che già pensa. Alla fine due persone potrebbero vivere nello stesso quartiere e abitare psicologicamente due universi differenti.

8. **Fare in modo che tutti sappiano qualcosa e quasi nessuno sappia abbastanza.**
Una successione infinita di frammenti produce facilmente l'illusione della conoscenza. Si conoscono cento argomenti superficialmente, ma diventa raro dedicare settimane o mesi alla comprensione di uno solo. La conseguenza paradossale sarebbe molta informazione e poca cultura.

9. **Trasformerei ogni problema esistenziale in un problema individuale.**
Solitudine, precarietà, competizione, mancanza di comunità potrebbero essere interpretate esclusivamente come difetti personali: «devi lavorare su te stesso», «devi essere più performante», «devi ottimizzarti». In questo modo la persona cercherebbe continuamente di correggere se stessa invece di interrogare l'ambiente nel quale vive.

10. **Commercializzerei perfino l'identità.**
Non venderei soltanto prodotti. Venderei modi di essere: l'estetica, la personalità, il corpo, lo stile di vita, persino la ribellione. Ogni differenza diventerebbe una nicchia di mercato.

11. **Indebolirei le comunità reali sostituendole con connessioni permanenti.**
Fare parte di una comunità significa essere necessari a qualcuno, avere obblighi reciproci, negoziare conflitti. Una rete sociale può invece dare la sensazione di essere continuamente connessi pur permettendo relazioni estremamente reversibili. Moltissimi contatti, pochissima dipendenza reciproca.

12. **Renderei difficile distinguere ciò che è autentico da ciò che è costruito.**
Pubblicità indistinguibile dall'informazione, influencer indistinguibili dagli amici, immagini sintetiche indistinguibili dalle fotografie, contenuti artificiali indistinguibili dalle testimonianze. Quando il costo della falsificazione scende quasi a zero, cresce il costo psicologico della fiducia.

13. **Abituerei le persone a osservare se stesse continuamente.**
Come appaio? Come sto performando? Come sono percepito? Sto vivendo abbastanza? Sto facendo abbastanza esperienze? La vita diventerebbe progressivamente una rappresentazione della vita. È una forma modernissima di quello che in sociologia potremmo chiamare aumento della riflessività dell'identità.

14. **Trasformerei il sonno in tempo apparentemente sprecato.**
Luce, stimoli e intrattenimento sarebbero disponibili ventiquattr'ore al giorno. Una popolazione cronicamente stanca avrebbe minore controllo attentivo, minore regolazione emotiva e maggiore impulsività senza rendersi necessariamente conto di quanto il sonno contribuisca al problema.

15. **Soprattutto, farei sembrare tutto questo una libera scelta.**
Questa sarebbe la parte decisiva. Nessun ministero della propaganda, nessun Grande Fratello. Soltanto milioni di piccole ricompense: «un altro video», «un'altra notifica», «un'altra polemica», «un'altra distrazione».

Ed è qui che l'esperimento mentale diventa interessante: **gran parte di questa distopia non richiede un diavolo che la progetti.**

Può emergere spontaneamente quando modelli economici, tecnologie persuasive, competizione per l'attenzione e vulnerabilità psicologiche umane si incastrano tra loro.

La contromisura, quindi, sarebbe quasi il negativo fotografico di questo elenco: educare i ragazzi alla **noia, concentrazione profonda, lettura lunga, frustrazione, silenzio, relazioni faccia a faccia, sonno, pensiero critico, capacità di restare soli e appartenenza a comunità reali**.

Forse la competenza più importante da trasmettere alle prossime generazioni non sarà semplicemente «sapere molte cose», ma **riuscire a decidere autonomamente a che cosa concedere la propria attenzione**.

Harold Garfinkel, sociologo statunitense e fondatore dell’etnometodologia, partiva da una domanda apparentemente semplic...
30/08/2026

Harold Garfinkel, sociologo statunitense e fondatore dell’etnometodologia, partiva da una domanda apparentemente semplice: come facciamo, ogni giorno, a dare per scontato che il mondo sociale abbia un senso?

La risposta è meno banale di quanto sembri.

La vita quotidiana funziona perché ci muoviamo dentro una quantità enorme di regole implicite che quasi mai vengono dichiarate. Sappiamo come comportarci in un bar, in ascensore, durante una cena, in una conversazione tra amici. Nessuno ci consegna ogni mattina il manuale delle istruzioni: lo sappiamo e basta.

Se qualcuno ci chiede:

«Che ore sono?»

normalmente rispondiamo:

«Le tre.»

Non diciamo:

«Perché vuoi saperlo? Che cosa intendi esattamente con “ore”? E quali sono le tue intenzioni rispetto al trascorrere del tempo?»

La seconda risposta non è grammaticalmente sbagliata. È socialmente assurda.

Ed è precisamente questo che interessava Garfinkel.

Per capire le regole invisibili della vita sociale, chiedeva ai suoi studenti di violarle intenzionalmente. Erano i famosi breaching experiments, gli “esperimenti di rottura”.

Per esempio, alcuni studenti dovevano tornare a casa dai propri genitori e comportarsi come se fossero ospiti di una pensione:

«Buonasera signora, potrei utilizzare il bagno?»

«È consentito prendere qualcosa dal frigorifero?»

I genitori naturalmente reagivano:

«Ma che ti prende?»

Ed era proprio quella reazione a rendere visibile la norma.

Finché una regola sociale viene rispettata non ci accorgiamo nemmeno che esiste. Basta violarla e improvvisamente compare.

Un altro esperimento consisteva nel chiedere continuamente spiegazioni su frasi assolutamente normali.

«Ho bucato una gomma.»

«Cosa intendi con “bucato”?»

«Una gomma di che cosa?»

«In che senso era tua?»

Dopo qualche minuto l’interlocutore impazziva.

Perché una conversazione è possibile soltanto se accettiamo che una parte enorme del significato resti implicita.

Quando dico:

«Ci vediamo lì dopo»

le parole, prese da sole, dicono pochissimo.

Dov’è “lì”?
Quando è “dopo”?
Chi siamo “noi”?

Eppure due persone che condividono il contesto possono capirsi perfettamente.

La vita sociale, quindi, poggia su una gigantesca fiducia invisibile: la convinzione che l’altro continuerà a interpretare ciò che diciamo secondo un mondo comune.

Ed è qui che Garfinkel diventa sorprendentemente interessante anche per capire l’umorismo.

Qualche giorno fa chiedo a un caro amico, tornato da Roma per le ferie:

«Fino a quando rimani?»

Lui mi risponde:

«Fatti i cazzi tuoi.»

Tra noi è ovviamente una battuta.

Ma sociologicamente è quasi un piccolo esperimento garfinkeliano.

La domanda «fino a quando rimani?» appartiene a una cornice perfettamente riconoscibile:

sei tornato in ferie → vorremmo vederci → devo capire quando sei disponibile.

Lui invece, per un istante, cambia completamente la cornice.

La mia innocente domanda organizzativa viene trattata come se fosse una gravissima intrusione nella sua vita privata.

Ed è proprio questa sproporzione a far ridere.

L’umorismo funziona spesso così.

Non crea semplicemente qualcosa di privo di senso.

Al contrario: conserva quasi tutte le regole della situazione e ne altera improvvisamente una.

È uno dei meccanismi che troviamo spesso nei vecchi Simpson, nei Monty Python e in molta comicità dell’assurdo: qualcuno accetta una premessa ridicola con la massima serietà e ne sviluppa impeccabilmente le conseguenze.

Alla domanda:

«Fino a quando rimani?»

potrei quindi rispondere:

«Hai ragione, ho oltrepassato un limite. Ritiro formalmente ogni interesse sulla durata della tua permanenza nel territorio nazionale.»

Oppure:

«Era per sapere se devo segnalarlo come soggiorno o come occupazione militare.»

La cosa interessante è che l’assurdo funziona soltanto perché entrambi conosciamo perfettamente la normalità che stiamo violando.

Forse questa è una delle intuizioni più belle che possiamo ricavare da Garfinkel:

per creare l’assurdo bisogna conoscere molto bene le regole del normale.

E forse vale anche il contrario.

A volte è proprio l’assurdo che ci permette di vedere, per un istante, tutte quelle regole invisibili che ogni giorno chiamiamo semplicemente “realtà”.

FIBROMIALGIA: E SE IL CORPO AVESSE IMPARATO MOLTO PRESTO A NON SENTIRSI MAI COMPLETAMENTE AL SICURO?Immaginiamo un bambi...
29/08/2026

FIBROMIALGIA: E SE IL CORPO AVESSE IMPARATO MOLTO PRESTO A NON SENTIRSI MAI COMPLETAMENTE AL SICURO?

Immaginiamo un bambino.

È pomeriggio e suo padre sta per tornare dal lavoro.

Il bambino sente la macchina arrivare, la porta aprirsi, i passi nell’ingresso.

Ma non sa ancora quale padre entrerà in casa.

Quello tranquillo e affettuoso?

Quello silenzioso?

Quello irritabile?

Oppure quello che, per una cosa apparentemente insignificante, potrebbe improvvisamente esplodere?

Forse, prima ancora di salutarlo, quel bambino ha imparato a guardargli il viso.

Ad ascoltare il tono della voce.

A osservare come chiude la porta.

Come appoggia le chiavi.

Come cammina.

Ha imparato a capire velocemente se quel giorno fosse meglio parlare oppure stare zitto.

Avvicinarsi oppure allontanarsi.

In altre parole, ha imparato a rispondere a una domanda fondamentale:

“Sono al sicuro?”

E soprattutto ha imparato una cosa ancora più importante:

la sicurezza non può essere data per scontata. Deve essere continuamente verificata.

Che cosa c’entra tutto questo con la fibromialgia?

Più di quanto si potrebbe pensare.

Naturalmente sarebbe scorretto affermare che un padre aggressivo, una famiglia conflittuale o un’infanzia difficile “causino” la fibromialgia.

La fibromialgia è una condizione complessa e multifattoriale nella quale intervengono fattori biologici, genetici, neurologici, psicologici e ambientali.

Ma negli ultimi anni la ricerca ha trovato ripetutamente un’associazione tra esperienze avverse durante l’infanzia e maggiore probabilità di dolore cronico e fibromialgia nell’età adulta.

Una meta-analisi pubblicata su Psychological Medicine ha rilevato una significativa associazione tra esposizione a eventi stressanti nel corso della vita e fibromialgia adulta.

E uno studio condotto sulla popolazione generale finlandese ha trovato un dato particolarmente interessante: tra le esperienze infantili associate alla fibromialgia compariva anche l’aver avuto paura di un membro della propria famiglia, insieme a gravi conflitti familiari e altre forme di avversità.

Il punto interessante, però, forse non è soltanto la violenza.

È l’imprevedibilità.

Un ambiente costantemente ostile è terribile, ma almeno diventa in qualche misura prevedibile.

Se invece una stessa persona può essere oggi affettuosa, domani aggressiva, un’ora tranquilla e quella successiva esplosiva, il bambino non può costruire una regola stabile.

Deve controllare continuamente.

Deve anticipare.

Deve accorgersi prima degli altri che qualcosa sta cambiando.

E questo comportamento, in quel momento, non è affatto patologico.

È una straordinaria capacità di adattamento.

Quel bambino diventa molto bravo a cogliere segnali debolissimi.

Un’espressione.

Una variazione della voce.

Un movimento.

Un silenzio.

Una tensione.

Il problema è che il nostro organismo non è costituito da compartimenti separati.

Il sistema che impara a rilevare ciò che accade fuori di noi è strettamente collegato ai sistemi che regolano ciò che accade dentro di noi: stress, attivazione neurovegetativa, sonno, attenzione, interocezione e percezione del dolore.

Ed ecco allora una possibile traiettoria:

ambiente imprevedibile
→ monitoraggio continuo
→ ipervigilanza
→ attivazione ripetuta dei sistemi dello stress
→ modificazione della regolazione neurovegetativa e nocicettiva
→ maggiore vulnerabilità alla sensibilizzazione del dolore.

Attenzione però.

Queste frecce non significano “A provoca B”.

Significano solamente che esistono possibili traiettorie di vulnerabilità.

Non tutti i bambini cresciuti in famiglie difficili svilupperanno fibromialgia.

E moltissime persone con fibromialgia non hanno avuto un’infanzia traumatica.

Ma esiste un’ipotesi particolarmente affascinante.

Il sistema che durante l’infanzia chiedeva continuamente:

“C’è qualcosa di pericoloso là fuori?”

potrebbe diventare, nel tempo, particolarmente sensibile anche alla domanda:

“C’è qualcosa che non va qui dentro?”

Una tensione muscolare.

Una stanchezza.

Un dolore.

Un battito.

Una sensazione corporea.

Il confine tra vigilanza ambientale e vigilanza corporea potrebbe diventare molto sottile.

La fibromialgia, del resto, è oggi collegata anche ad alterazioni dei sistemi attraverso i quali il cervello e il sistema nervoso modulano il dolore.

Si parla sempre più spesso di dolore nociplastico, cioè di un dolore nel quale l’elaborazione dei segnali dolorosi risulta modificata senza che una lesione dei tessuti sia sufficiente, da sola, a spiegare l’intensità della sofferenza.

Questo non significa minimamente che il dolore sia “psicologico” o immaginario.

Il dolore è reale.

Significa semplicemente che la distinzione tradizionale tra “corpo” e “mente” diventa, ancora una volta, poco utile.

Il sistema nervoso, il sistema endocrino, il sistema immunitario, l’esperienza psicologica e le relazioni costituiscono parti dello stesso organismo.

Per questo trovo profondamente sbagliata una formulazione del tipo:

“Hai la fibromialgia perché hai avuto un padre aggressivo.”

Preferisco pensare in modo completamente diverso.

Forse quella bambina ha dovuto sviluppare molto presto una particolare competenza:

accorgersi del pericolo prima che il pericolo arrivasse.

Forse il suo organismo ha imparato che rilassarsi completamente non era sempre una buona idea.

Che era necessario rimanere sensibili.

Vigili.

Pronti.

La domanda clinicamente interessante allora non diventa più:

“Che cosa ti hanno fatto?”

ma:

“Che cosa hai dovuto imparare a fare per vivere in quell’ambiente?”

E forse questa è una delle chiavi più interessanti attraverso cui leggere anche alcune forme di sofferenza corporea.

Non perché “il trauma diventi dolore”.

Ma perché un organismo costruisce nel tempo un particolare modo di regolarsi rispetto alla minaccia.

Una capacità che allora poteva essere necessaria e perfino vitale.

E che molti anni dopo potrebbe continuare a funzionare anche quando la porta di casa si è chiusa da tempo e quel padre non deve più rientrare dal lavoro.

Il corpo, a volte, continua a fare molto bene qualcosa che aveva imparato a fare per proteggerci.

Bibliografia essenziale

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Gupta A., Silman A.J. (2004). Psychological stress and fibromyalgia: A review of the evidence suggesting a neuroendocrine link. Arthritis Research & Therapy, 6(3), 98–106.

Kaleycheva N., Cullen A.E., Evans R., Harris T., Nicholson T., Chalder T. (2021). The role of lifetime stressors in adult fibromyalgia: Systematic review and meta-analysis of case-control studies. Psychological Medicine, 51(2), 177–193.

Martínez-Lavín M. (2007). Biology and therapy of fibromyalgia. Stress, the stress response system, and fibromyalgia. Arthritis Research & Therapy, 9, 216.

Ortiz R., Ballard E.D., Machado-Vieira R., Saligan L.N., Walitt B. (2016). Quantifying the influence of child abuse history on the cardinal symptoms of fibromyalgia. Clinical and Experimental Rheumatology, 34, S59–S66.

Tidmarsh L.V., Harrison R., Ravindran D., Matthews S.L., Finlay K.A., Knaggs R.D. (2022). The influence of adverse childhood experiences in pain management: Mechanisms, processes, and trauma-informed care. Frontiers in Pain Research, 3, 923866.

Varinen A., Kosunen E., Mattila K., Koskela T., Sumanen M. (2017). The relationship between childhood adversities and fibromyalgia in the general population. Journal of Psychosomatic Research, 99, 137–142.

La teoria della coltivazione - George GebnerLa teoria della coltivazione, Cultivation Theory, è una teoria della comunic...
27/08/2026

La teoria della coltivazione - George Gebner

La teoria della coltivazione, Cultivation Theory, è una teoria della comunicazione elaborata soprattutto da George Gerbner a partire dagli anni Sessanta e Settanta. Cerca di rispondere a una domanda molto interessante: che cosa succede alla nostra percezione della realtà quando siamo esposti per anni agli stessi tipi di rappresentazioni mediatiche?

L'idea centrale è che i media, e originariamente soprattutto la televisione, non ci persuadano necessariamente in modo diretto e immediato. Piuttosto, attraverso una esposizione lunga, ripetitiva e quotidiana, coltivano lentamente una certa immagine del mondo.

Un esempio classico: il “mondo cattivo”

Gerbner studiò in particolare la rappresentazione della violenza televisiva. Notò che la televisione mostrava un mondo molto più violento e pericoloso di quello statisticamente sperimentato dalla maggior parte delle persone.

La sua ipotesi era questa:

chi guarda molta televisione tende, nel lungo periodo, a percepire il mondo reale come più pericoloso, ostile e violento di quanto non sia effettivamente.

Questo fenomeno viene chiamato Mean World Syndrome, cioè “sindrome del mondo cattivo”.

Per esempio, una persona molto esposta a programmi nei quali compaiono continuamente omicidi, aggressioni, rapine e conflitti potrebbe progressivamente sovrastimare:

* la probabilità di essere vittima di un crimine;
* il numero di persone violente presenti nella società;
* il rischio associato agli sconosciuti;
* la necessità di proteggersi dagli altri.

Il punto importante è che Gerbner non sta dicendo semplicemente:

“Vedo un omicidio in TV e quindi penso che domani verrò ucciso”.

La coltivazione è molto più lenta. È una specie di sedimentazione culturale.

Effetti di primo e secondo ordine

La teoria distingue generalmente due tipi di effetti.

Gli effetti di primo ordine riguardano le nostre stime sulla realtà.

Per esempio:

“Secondo te, quante persone ogni anno sono vittime di crimini violenti?”

Chi è fortemente esposto a rappresentazioni televisive violente potrebbe fornire stime superiori a quelle reali.

Gli effetti di secondo ordine riguardano invece credenze, atteggiamenti e valori più generali:

“Le persone sono fondamentalmente affidabili oppure bisogna stare sempre in guardia?”

Qui non stiamo più parlando semplicemente di una stima numerica, ma di una vera e propria visione del mondo.

Ed è probabilmente questa la parte più interessante della teoria.

La televisione come ambiente simbolico

Gerbner considerava la televisione qualcosa di più di un semplice mezzo che trasmette programmi.

La vedeva come una sorta di ambiente simbolico condiviso.

Per secoli, le persone avevano costruito una rappresentazione della realtà attraverso famiglia, religione, comunità locale, racconti, tradizioni. Con la televisione, milioni di persone cominciano invece a essere esposte quotidianamente agli stessi racconti, personaggi e categorie interpretative.

Quindi la TV non ci dice necessariamente:

“Devi pensare questo”.

Fa qualcosa di più sottile:

ci mostra continuamente che tipo di mondo esiste.

Ed è precisamente questo mondo narrativo ripetuto che, secondo Gerbner, finisce per diventare una sorta di normalità percettiva.

Mainstreaming

Uno dei concetti più importanti è il mainstreaming.

Persone molto diverse per cultura, classe sociale, esperienza o provenienza potrebbero avere inizialmente rappresentazioni differenti della realtà.

Ma se consumano intensamente gli stessi media, le loro rappresentazioni possono progressivamente convergere verso una specie di corrente principale, il mainstream.

In altre parole, il medium tende ad attenuare alcune differenze derivanti dall'esperienza personale e a sostituirle con un immaginario comune.

Resonance

Il secondo concetto fondamentale è la risonanza, resonance.

L'effetto della coltivazione può essere particolarmente forte quando ciò che la persona vede nei media assomiglia alla sua esperienza personale.

Immagina una persona che vive in un quartiere nel quale ha già assistito ad alcuni episodi criminali e contemporaneamente guarda moltissimi programmi centrati sulla criminalità.

I due messaggi si rinforzano:

esperienza personale + rappresentazione mediatica → maggiore percezione di pericolo.

Gerbner parlava metaforicamente di una sorta di “doppia dose”.

Perché è interessante ancora oggi

La teoria nasce nell'epoca della televisione generalista, ma diventa forse ancora più interessante applicandola ai social network.

La differenza fondamentale, però, è che ai tempi di Gerbner milioni di persone guardavano più o meno lo stesso ambiente televisivo.

Oggi l'ambiente simbolico è personalizzato dagli algoritmi.

Supponiamo che una persona inizi a guardare video riguardanti furti, aggressioni e criminalità. La piattaforma rileva il suo interesse e comincia a mostrargliene altri.

Dopo settimane il suo feed potrebbe essere pieno di:

rapine → aggressioni → degrado → immigrati violenti → telecamere di sicurezza → testimonianze → indignazione.

A quel punto accade qualcosa di molto vicino alla coltivazione:

la persona non pensa necessariamente:

“TikTok mi sta convincendo che il mondo è pericoloso”.

Piuttosto potrebbe cominciare a percepire spontaneamente:

“Il mondo è fatto così”.

Questo passaggio è fondamentale.

Qui la teoria diventa molto vicina alla pragmatica della comunicazione

Possiamo tradurre Gerbner in un linguaggio quasi costruttivista:

non è semplicemente importante ciò che i media dicono della realtà; è importante quale realtà rendono continuamente disponibile all'osservatore.

La ripetizione di determinate categorie finisce per costruire una specie di grammatica interpretativa.

Se ogni giorno vedo contenuti su:

* tradimenti;
* narcisisti;
* relazioni tossiche;
* manipolazioni;
* ghosting;

potrei progressivamente iniziare a leggere normali ambiguità relazionali attraverso quelle categorie.

Non perché qualcuno mi abbia esplicitamente persuaso, ma perché quelle categorie diventano cognitivamente disponibili e culturalmente normali.

Ed è qui che Gerbner può essere collegato molto bene anche alla famosa frase di Watzlawick:

“Di tutte le illusioni, la più pericolosa consiste nel pensare che esista soltanto un'unica realtà.”

La coltivazione descrive precisamente uno dei meccanismi attraverso cui una particolare rappresentazione del mondo può progressivamente smettere di apparire come rappresentazione e cominciare ad apparire come realtà stessa.

Una formula molto sintetica per ricordare Gerbner potrebbe quindi essere:

i media non ci dicono soltanto cosa pensare del mondo; attraverso l'esposizione ripetuta contribuiscono a costruire il mondo che riteniamo esistere.

Potremmo sostituire affermazioni come: “sono arrabbiato” “sono depresso” “sono spaventato”, con: “sono attraversato dall...
19/08/2026

Potremmo sostituire affermazioni come: “sono arrabbiato” “sono depresso” “sono spaventato”, con: “sono attraversato dalla rabbia” “sono attraversato dalla depressione” “sono attraversato dalla paura”. Questo ci permette di spostarci dall'identificazione con l'emozione e inquadrarla più come un fenomeno che ci attraversa. Ciò permette la giusta distanza utile per conoscerla e osservarla

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