16/11/2020
Nella tana si gelava e nessuno aveva più voglia di chiacchierare
(Leo Lionni, Federico)
E’ difficile scrivere qualcosa su un libro di Leo Lionni, perché su ogni sua singola opera, immortale, in quanto legata invariabilmente ai temi dell’identità, della diversità e dell’arte, probabilmente è già stato scritto tutto.
Leo Lionni, tuttavia, è uno di quegli autori della letteratura per l’infanzia che ha espresso nella sua opera concetti astratti che possono farci da guida in qualsiasi situazione; in breve, se non sai cosa fare chiedi a un suo libro. Sicuramente non aveva immaginato l’epidemia da Covid-19, ma aveva chiaro il ruolo dell’arte, e nel momento in cui il mondo sembra andare a rotoli, “Federico” il topino poeta ci dona una lezione importante.
La trama è: un gruppo di topolini in estate lavora alacremente per fare provviste in vista dell’invero. Tra questi ce n’è uno che rimane assorto ad osservare la natura; quando gli altri lo rimproverano di non contribuire al lavoro del gruppo, senza scomporsi troppo, Federico, spiega, sorpreso “raccolgo parole, le giornate d’inverno sono tante e lunghe, rimarremo senza nulla da dirci”. Quando arriva l’inverno i topolini si rimpinzano di scorte, si raccontano storie buffe, ma a poco a poco le scorte si esauriscono. Se ci pensate e prendiamo l’inverno come una metafora di questa pandemia, all’inizio è andata proprio così, perchè ci siamo rimpinzati, abbiamo fatto ironia, abbiamo vissuto come se non fosse inverno e ora che è in atto una seconda ondata di contagi siamo stanchi, stressati, nervosi.
“Nella tana si gelava e nessuno aveva più voglia di chiacchierare”
Che cosa fanno dunque i topolini? Chiedono a Federico (a me sembra in tono beffardo, ma chissà?) delle sue scorte e lui generosamente risponde: evoca attraverso la poesia le immagini dimenticate di stagioni migliori, permettendo ai topini di ricordare calore, colori, profumi dell’estate. Poi, in un gesto magistrale, Federico ricorda a loro e a tutti quanti noi, che l’anno, come la vita, è scandito da stagioni, che ogni cosa passa, a patto di ricordare non solo il freddo e la fame, ma anche chi siamo, chi siamo stati e in quale mondo viviamo.
Questo fanno l’arte e la cultura.
Quando i topini applaudono a Federico, lui umilmente risponde che non vuole applausi e non vuole alloro, “ognuno in fondo fa il proprio lavoro”.
In questo periodo siamo stati spesso egoisti, o ci siamo dimenticati di metterci nei panni degli altri. Abbiamo giudicato, offeso abbiamo reagito male anche di fronte a piccole cose.
Abbiamo bisogno di arte e di bellezza che ci ricordino chi eravamo e chi possiamo ancora essere.
Arrabbiarci e trovare nemici non ci servirà a superare l’inverno, mentre ci sono ponti e nuovi modi essere che la cultura può costruire e che ci ricordino che possiamo essere creativi, ognuno svolgendo il proprio lavoro, che possiamo darci la mano e superare l’inverno.