05/10/2026
Dopo aver visto il docufilm , vorrei condividere con voi una breve riflessione.
Mi ha colpito un passaggio in particolare. Il regista e giornalista Yuval Abraham chiede a un militare israeliano: «Perché li avete uccisi?». La risposta è: «Non lo so».
È proprio questo “non lo so” ad aprire, per me, una domanda inquietante: come si arriva a compiere un’azione gravissima senza sentirla davvero come propria?
Qui entrano in gioco alcuni meccanismi ben noti alla psicologia sociale: l’obbedienza all’autorità, la diffusione della responsabilità, il conformismo e il disimpegno morale.
Quando un ordine arriva da un’autorità, può accadere che la persona smetta di interrogarsi sul significato morale di ciò che sta facendo. Non si percepisce più pienamente come soggetto che sceglie, ma come esecutore di una decisione presa altrove.
Se poi la responsabilità è distribuita dentro un gruppo, una gerarchia o un sistema, il singolo può sentirsi soltanto un ingranaggio. Il pensiero diventa: “Non dipendeva da me”.
A questo può aggiungersi il disimpegno morale: per rendere psicologicamente possibile ciò che normalmente sarebbe inaccettabile, l’azione viene minimizzata, giustificata, normalizzata. Così ciò che prima appariva chiaramente come male può progressivamente smettere di essere percepito come tale.
È qui che il richiamo alla banalità del male diventa, a mio avviso, particolarmente potente. Il male diventa possibile anche attraverso la sospensione del pensiero, della responsabilità personale e della capacità di interrogarsi.
Hannah Arendt, riferendosi al criminale nazista Eichman, scrive: "Non era stupido, era semplicemente senza idee. Quella lontananza dalla realtà e quella mancanza di idee, possono essere molto più pericolose di tutti gli istinti malvagi che forse sono innati nell'uomo. Questa fu la lezione di Gerusalemme."
La domanda, allora, non è soltanto: come si fa a fare del male?
Ma anche: che cosa accade quando smettiamo di sentirci autori delle nostre azioni?
Forse una delle difese più importanti resta proprio questa: continuare a pensare, sentire e assumerci la responsabilità delle nostre scelte.