Cristiana Soldaini - psicomotricista relazionale

Cristiana Soldaini - psicomotricista relazionale Mi occupo di bambini e adulti che si muovono, si emozionano, si relazionano, giocano.

Come esseri umani, siamo una specie complessa, dove gli aspetti culturali e la diversità anche culturale è molto rilevan...
02/09/2026

Come esseri umani, siamo una specie complessa, dove gli aspetti culturali e la diversità anche culturale è molto rilevante e poi, in senso più filosofico, ricordiamoci che dalla natura non deriva ciò che è giusto e sbagliato.
La natura ci spiega come siamo, da dove siamo venuti, descrive il mondo ma non descrive come dobbiamo comportarci. L’evoluzione ci insegna la diversità, che è la vera strategia fondamentale di sopravvivenza e non cosa è normale, deviante, fisiologico e patologico, che sono categorie di altro tipo.
Il monito è quello di non usare mai la biologia in modo ideologico, come pretesto per giustificare degli stereotipi e dei pregiudizi che in realtà, abbiamo soltanto nella nostra testa.
Telmo Pievani

Da "Il tempo dei padri" (Bollati Boringhieri, 2023) dell'antropolog...

Un grande neuropsichiatra infantile che ha messo al centro del proprio lavoro, l’importanza della relazione e i bisogni ...
27/08/2026

Un grande neuropsichiatra infantile che ha messo al centro del proprio lavoro, l’importanza della relazione e i bisogni dei bambini e delle bambine

Ci ha lasciati Michele Zappella, 90 anni, figura fondamentale nell'ambito della psichiatria infantile grande scienziato ma, soprattutto, grande amico dei bambini e delle bambine.

Fu tra i primi, negli anni Settanta, a battersi per la chiusura delle classi differenziali e fu protagonista di quella stagione di profondo rinnovamento che portò l’Italia a superarle.

Fondamentali anche i suoi studi pionieristici sull’autismo.

Io l’ho conosciuto alla fine degli anni Novanta, quando abbiamo lavorato insieme nella giuria del Premio UNICEF 2000. Da allora è nata un’amicizia che non si è mai interrotta.

Negli anni successivi abbiamo condiviso una battaglia importante contro l’eccesso di diagnosi e certificazioni. Nel 2017 Michele intervenne al nostro convegno “Curare con l’educazione”, al Teatro Carcano di Milano, denunciando il problema delle sovradiagnosi. Nello stesso anno pubblicai "Non è colpa dei bambini", raccogliendo molti dei suoi spunti. Qualche anno dopo fu lui stesso a pubblicare "Bambini con l’etichetta".

Nel 2024 firmò con noi un manifesto contro gli eccessi delle diagnosi di autismo.

Lo ringrazio per il lavoro fatto insieme, per la stima e per le sue telefonate scherzose. Ma soprattutto per il modo in cui sapeva stare con i bambini, che nel suo studio lo chiamavano “zio Michele”: sempre alla loro altezza, con una straordinaria capacità di empatia.

Perché al centro del suo lavoro non c’era la patologia, ma il rispetto assoluto della dignità infantile, a prescindere da un’etichetta.

Grazie Michele. Io e il CPP terremo viva la memoria del tuo lavoro

24/08/2026
MAGARI È SOLO UNA FASE..Quando pensiamo allo sviluppo dell’individuo, non possiamo pensarlo come uno sviluppo che avvien...
20/07/2026

MAGARI È SOLO UNA FASE..

Quando pensiamo allo sviluppo dell’individuo, non possiamo pensarlo come uno sviluppo che avviene in maniera lineare perché anche se, le varie fasi della crescita sono geneticamente programmate, sono poi le esperienze del bambino che ne determinano la qualità.
Allora può succedere che durante questo processo, il bambino e la bambina vivano dei momenti (più o meno lunghi), di particolare fragilità emotiva, relazionale, comportamentale.
In sala di psicomotricità i bambini e le bambine possono portare il loro vissuto, anche se faticoso, sostenuti e accompagnati nella “sperimentazione” di Sé e nella costruzione della propria identità.

Solo vivendola, una “fase” diventa funzionale alla crescita e all’apprendimento.

Per informazioni sui percorsi di psicomotricità relazionale puoi scrivermi qui: [email protected]
www.cristianasoldaini.it

27/06/2026

”Se entri in relazione con un adolescente
portando solo le tue risposte
non troverai mai le sue domande"

Animazione Sociale

IL TEMPO D'ORO è il tempo lento, pieno a volte di niente e di noia. È il tempo in cui i bambini sono liberi di essere, f...
25/06/2026

IL TEMPO D'ORO
è il tempo lento, pieno a volte di niente e di noia. È il tempo in cui i bambini sono liberi di essere, fare e non fare qualsiasi cosa gli passi per la testa, magari in compagnia. È il tempo libero da giudizi, richieste e prestazioni.
È il tempo in cui possono esercitare il loro pensiero magico dove nulla è ovvio e ancora tutto da scoprire.
Finalmente in tranquillità e leggerezza.

Per informazioni sui percorsi di psicomotricità relazionale:
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www.cristianasoldaini.wixsite.com/psicomotricista

NON SI PUÒ PRETENDERE..- Non si può pretendere che il bambino, anche dal punto di vista emotivo, si comporti come un adu...
11/05/2026

NON SI PUÒ PRETENDERE..

- Non si può pretendere che il bambino, anche dal punto di vista emotivo, si comporti come un adulto. Le emozioni infantili hanno bisogno di tempo e relazioni, per poter diventare emozioni compatibili con i comportamenti sociali.

- Non si può pretendere che i bambini si comportino come dei piccoli adulti se gli adulti che se ne prendono cura, non li aiutano a comprendere e a dare senso alle esperienze che vivono.

- Non si può pretendere che tutti i bambini si sviluppino allo stesso modo e con gli stessi tempi perché, anche se le varie fasi dello sviluppo sono geneticamente programmate, sono poi le esperienze del bambino che ne determinano la qualità.
Ogni bambino infatti si sviluppa sulla base dei propri ritmi e tempi e l’età di acquisizione di tali capacità non è un criterio di valutazione della qualità dello sviluppo, anzi, ciò che è normale è proprio la diversità da un bambino all’altro.

- Non si può pretendere che i bambini abbiano fiducia in loro stessi, siano autonomi, siano in grado d’interessarsi al mondo esterno, se non si sentono amati e “visti” dagli adulti che se ne prendono cura. Un bambino che si sente amato, valorizzato e considerato “speciale” dal proprio caregiver, è un bambino che impara a percepirsi come una persona forte e competente e questo gli fornisce una base sicura su cui poter contare in caso di bisogno e da cui poter partire per esplorare il mondo ed affrontare i cambiamenti.

- Non si può pretendere che lo sviluppo del bambino proceda in maniera lineare, che non ci siano regressioni o fasi di blocco.
Per fare passi in avanti e vivere il cambiamento con sicurezza è necessario fissare le conquiste precedenti facendo talvolta anche dei passi indietro, come per prendere la rincorsa.

- Non si può pretendere di giudicare il comportamento in “giusto” e “sbagliato”. Non esiste nel tempo della crescita, un comportamento “giusto” o “sbagliato”, ma esiste il comportamento dentro alla relazione.
Se guardiamo al comportamento dei piccoli senza dare importanza alla relazione, corriamo il rischio di dare più importanza al sintomo piuttosto che al reale bisogno che il bambino e la bambina ci stanno comunicando in quel preciso momento e così, è un attimo cadere nel giudizio: è timido, oppositivo, svogliato, aggressivo..
Il giudizio è sterile, non porta a nulla se non ad alimentare ansia nei bambini e negli adulti che se ne prendono cura.

«Bisogna insegnare ai ragazzi anche a disobbedire e a scegliere. Nella disobbedienza c’è un valore di responsabilità ass...
24/04/2026

«Bisogna insegnare ai ragazzi anche a disobbedire e a scegliere. Nella disobbedienza c’è un valore di responsabilità assai maggiore che nell’obbedire.» Teresa Mattei

19/04/2026

La madre rappresenta per la psicoanalisi e per la maggior parte delle persone l'inizio di tutto.

Probabilmente è stato l'oggetto più studiato nella storia della psicoterapia in genere.

La madre è colei che dà inizio alla vita, con il suo "si" la accoglie, la custodisce, e rimane accanto, durante la crescita, a colui che ha dato alla luce.Su questo dilemma si stagliano teorie e archetipi.

Nella psicologia di C.G. Jung(1981) la madre rappresenta un archetipo ambivalente: è colei che nutre e che divora, che salva e distrugge.

Fondamentalmente si identificano nella pratica clinica due patologie legate alla funzione materna (o maternage):

-La madre rifiutante: che abbandona e trascura e di conseguenza promuove l'interiorizzazione di una figura d'attaccamento assente, emotivamente fredda. Grazie alle neuroscienze sappiamo, che quella che è un'esperienza affettiva diventa una rappresentazione mentale di una relazione(madre-bambino), per cui un bambino con una madre rifiutante si confronterà con l'aspettativa di sentirsi abbandonato, di essere trascurato e con la credenza di essere poco importante o un peso per gli altri, anche da adulto nelle amicizie e nelle relazioni sentimentali. Ciò provocherà il mettere in campo meccanismi di difesa e strategie per evitare l'agognato pre-sentimento, anche quando avrà accanto persone invece accoglienti ed emotivamente disponibili. O ancor peggio il ricercare inconsciamente persone simili alla propria figura d'attaccamento presi dal desiderio, una volta per tutte, di attirare l'attenzione proprio di colei che li ha rifiutati, confermandosi spesso però nell'aspettativa di sentirsi ancora una volta abbandonati.

-La madre invadente: colei che vive della vita del figlio, succhiando la linfa vitale della vita altrui. Sono madri che decidono per i figli, che non lasciano uno spazio di pensiero e che instaurano relazioni simbiotiche con questi ultimi. Ciò porta ad una difficile differenziazione tra il pensiero proprio e della propria madre, contaminato da un senso di responsabilità sulla propria vita e sull'impatto che le proprie scelte hanno sulla madre. Insomma una vita senza libertà che porta all'interiorizzazione di aspetti angoscianti e persecutori. Sono madri sole o che spesso hanno relazioni di coppia non soddisfacenti e che orientano i loro desideri unicamente nella cura dei figli...Finchè i figli non crescono ed inizia l'adolescenza, ma spesso i figli di madri invadenti vivono un'adolescenza posticipata tra i 20 ed i 30 anni, ed allora iniziano i conflitti. La madre teme di perdere l'oggetto del desiderio su cui ha investito per tutta la vita, privandosi di altre scelte e possibilità, alzando la posta in gioco fino ad arrivare al ricatto: o l'indipendenza o me! Mentre i figli sono investiti da spinte contrastanti: il desiderio di autonomia e differenziazione con la relativa paura del nuovo, di essere soli di fronte a nuovi traguardi, al fallimento, ed d'altro canto il desiderio di tornare in un "porto sicuro" che dà sicurezza, calore, affetto, che ha un costo molto caro: vivere un'eterna infanzia in una continua sottomissione.

Margaret Mahler, parlando delle fasi di sviluppo del bambino descrive la fase di separazione-individuazione come la fase in cui, in una relazione madre-bambino sana, il bambino esplora l'ambiente, sperimenta l'autonomia ed e al contempo stesso la possibilità di tornare dal caregiver(solitamente la madre) per sentirsi rassicurato e protetto. Ciò porta all'interiorizzazione di un'esperienza in cui il bambino può lanciarsi in esperienze nuove, sapendo di poter tornare dal genitore, chiedere aiuto, un consiglio, sentendosi sostenuto ed incoraggiato nell'esplorazione. Ne consegue che svilupperà una rappresentazione di sé come capace di affrontare nuovi stimoli, ed una rappresentazione dell'altro come positiva e affidabile.
Nel caso clinico del piccolo Hans, Freud ci mostra come il piccolo vive l'assenza della madre in modo creativo e costruttivo, per questo come sostiene magistralmente Recalcati, la buona madre, è colei che lascia vivere la sua presenza e al contempo stesso la sua assenza, laddove la sua assenza è uno spazio che il bambino può riempire, inventare, creare, sperimentare, è uno spazio per conoscersi e per scoprirsi, inventarsi e definirsi. E' una madre che ama, ma che non ripone il suo desiderio esclusivamente nel figlio, ma in altro (nella coppia, nel lavoro, negli ideali) e che introduce il figlio alla bellezza del realtà tramite gli occhi pieni di desiderio, con cui lei guarda il mondo.

Che conseguenze ci sono dunque?

Le relazioni con i propri genitori plasmano il modo con cui noi interagiamo con gli altri, la scelta rispetto alla persone di cui ci circondiamo, ma questo vuol dire che chi ha avuto una madre rifiutante o invadente è condannato ad avere difficoltà nelle relazioni e a circondarsi di persone sbagliate? Ovviamanente no! Le neuroscienze ci spiegano che durante tutta la vita si creano rappresentazioni nuove e si imparano nuovi modi di relazionarsi che possono anche curare le nostre ferite, ma come dunque? Con esperienze sane e riparatrici. Ciò che cambia il nostro modo di leggere la realtà e decodificarla secondo certi schemi è proprio un'esperienza nuova in cui ci sperimentiamo come amati e rispettati ed entriamo in relazione con qualcuno di accogliente ed affidabile. Talvolta però ciò non accade, se la persona non riesce a sbloccarsi rispetto ai suoi schemi ed al suo sistema di credenze, in questo caso la psicoterapia può essere un'ottima soluzione.

La psicoterapia è innanzitutto un'esperienza relazionale che permette al paziente di vivere una relazione intima e rispettosa a cui affidarsi, una relazione in cui la persona può comprendersi, dare senso alla propria storia, e ri-orientare la propria vita verso gli obiettivi desiderati, costruendo insieme gli strumenti utili e necessari per muoversi verso un maggior benessere.

La psicoterapia, come un'efficace esperienza amicale, amorosa, lavorativa positiva, porta a cambiare le proprie rappresentazioni di sé e dell'altro, e a cambiare le proprie connessioni neuronali, come sostengono gli studi sulla Ricerca in psicoterapia (Dazzi, Lingiardi, 2006). La psicoterapia ci predispone ad aprirci al mondo, agli altri, al lavoro e alle nuove possibilità che la persona si era preclusa fino a quel momento.

Dott.ssa F. Missi
https://psicoterapiacorsotrieste.webnode.it/l/chi-tene-a-mamma-nunchiagne

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Pisa

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