Dott. Alessandro Brancatella, Medico, Endocrinologo

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Dott. Alessandro Brancatella, Medico, Endocrinologo Sono Medico specialista in Endocrinologia e Malattie del Metabolismo presso la Scuola "Aldo Pinchera" di Pisa .

Ricevo, in libera professione, a Lucca, Cecina, Orbetello, Grosseto, Sarzana, Conegliano, Treviso, Montebelluna, Belluno e Online

NON SONO SOLO FARMACI PER DIMAGRIREDi semaglutide (Ozempic/Wegovy) e tirzepatide (Mounjaro) oggi si parla moltissimo. Sp...
08/08/2026

NON SONO SOLO FARMACI PER DIMAGRIRE

Di semaglutide (Ozempic/Wegovy) e tirzepatide (Mounjaro) oggi si parla moltissimo. Spesso, purtroppo, anche a sproposito. Sono farmaci che hanno profondamente cambiato la cura dell'obesità: permettono di ottenere riduzioni del peso che fino a pochi anni fa erano difficilmente immaginabili con una terapia farmacologica e hanno effetti estremamente importanti anche sul diabete e sul metabolismo.

Ma c'è un aspetto che viene ancora troppo spesso considerato quasi “secondario”: la protezione cardiovascolare.

Facciamo un esempio molto semplice.

Quando prescriviamo un farmaco per la pressione, il nostro vero obiettivo non è vedere un bel 120/80 sulla macchinetta. Quando prescriviamo una statina per abbassare il colesterolo, non lo facciamo semplicemente per avere un LDL più basso scritto sul referto. Lo facciamo perché sappiamo che, correggendo quei fattori di rischio, riduciamo negli anni la probabilità di infarto, ictus e altre malattie cardiovascolari e la mortalità conseguente.

Lo stesso ragionamento deve entrare sempre di più anche nella cura farmacologica dell'obesità.

Per semaglutide abbiamo ormai una dimostrazione particolarmente importante: nelle persone con sovrappeso o obesità e malattia cardiovascolare già presente, lo studio SELECT ha mostrato una riduzione di circa il 20% dei principali eventi cardiovascolari rispetto al placebo. E il punto interessante è che questa protezione non sembra spiegabile semplicemente con il numero di chili persi.

In altre parole: il rischio cardiovascolare diminuisce perché la persona perde peso, ma non soltanto perché perde peso. Questi farmaci modificano contemporaneamente numerosi meccanismi coinvolti nel rischio cardiovascolare: metabolismo glucidico, pressione arteriosa, infiammazione, distribuzione del grasso corporeo e altri processi metabolici e vascolari. Una parte del beneficio sembra quindi essere indipendente dal semplice dimagrimento.

Anche per tirzepatide i dati cardiovascolari stanno diventando sempre più importanti, soprattutto nelle persone con diabete e nelle persone con obesità e scompenso cardiaco, anche se le evidenze sugli eventi cardiovascolari nell'obesità non sono ancora sovrapponibili a quelle già disponibili per semaglutide.

Ed è proprio questo uno dei motivi per cui dobbiamo smettere di pensare a queste terapie semplicemente come alle famose “punturine per dimagrire”.

L'obesità è una malattia cronica e questi sono farmaci che, nei pazienti correttamente selezionati, possono non soltanto ridurre il peso, ma modificare concretamente il rischio di ammalarsi negli anni e di morire.

Ed è anche uno degli argomenti più forti a favore della cronicizzazione della terapia, quando indicata e tollerata: non avrebbe molto senso considerare temporaneo un trattamento che stiamo utilizzando anche per ridurre un rischio che, invece, è cronico. Naturalmente rimane un enorme problema: il costo, soprattutto quando la terapia deve essere sostenuta direttamente dal paziente.

Ma se in futuro questi farmaci diventassero economicamente più accessibili, la loro capacità di prevenire malattie cardiovascolari dovrebbe diventare uno degli elementi centrali con cui valutare il loro utilizzo nel lungo periodo.

Perché le malattie cardiovascolari sono ancora oggi la prima causa di morte nel mondo. E forse questo è uno degli aspetti più importanti di questi farmaci.
Molto più importante del semplice numero che vediamo scendere sulla bilancia.

“Dottore, mi prescrive l’HOMA index per vedere se sono insulinoresistente?”È una delle richieste che ricevo più spesso. ...
05/08/2026

“Dottore, mi prescrive l’HOMA index per vedere se sono insulinoresistente?”

È una delle richieste che ricevo più spesso. Eppure, nella pratica clinica, nella maggior parte dei casi questo esame aggiunge poco o nulla.
L’insulinoresistenza è una condizione metabolica complessa che aumenta il rischio di sviluppare diabete di tipo 2 ed è coinvolta anche nelle difficoltà di gestione del peso. Per questo, identificarla quando necessario è importante.

L’HOMA index è un semplice calcolo basato su glicemia e insulina a digiuno. Il problema è che questi valori, soprattutto l’insulina, sono molto variabili: basta una piccola oscillazione perché il risultato cambi in modo significativo. Per questo motivo è un indice poco affidabile.

Ma il limite più grande è un altro.

Nella maggior parte dei casi non serve proprio.

Se una donna ha avuto un diabete gestazionale, se una persona presenta una chiara acanthosis nigricans o una glicemia a digiuno ripetutamente superiore a 100 mg/dL, abbiamo già elementi molto più solidi per parlare di insulinoresistenza.

E quando invece il dubbio esiste davvero?

Proprio in queste situazioni l’HOMA index può risultare normale anche in persone realmente insulinoresistenti. Se è necessario approfondire, una curva glicemica con dosaggio dell’insulina fornisce informazioni decisamente più affidabili.

La buona medicina non consiste nel prescrivere più esami, ma quelli che possono davvero essere utili. E l’HOMA index, nella maggior parte dei casi, purtroppo non è uno di questi.

🏖️  Riflessioni sotto l'ombrellone Una delle cose curiose delle vacanze è che, prima o poi, qualcuno scopre che sei un m...
31/07/2026

🏖️ Riflessioni sotto l'ombrellone

Una delle cose curiose delle vacanze è che, prima o poi, qualcuno scopre che sei un medico.

"Posso chiederle un parere su questi esami?"

È una frase che, sotto l'ombrellone, mi capita di sentire spesso. E la scena che vi racconto oggi, pur romanzata, riassume tante conversazioni che ho avuto nel corso degli anni.

Una signora mi mostra i suoi ultimi esami del sangue. È piuttosto preoccupata perché il TSH è risultato leggermente aumentato. Mi chiede se abbia una grave malattia della tiroide, se dovrà prendere una terapia per tutta la vita, se quel valore possa spiegare la stanchezza, qualche chilo preso negli ultimi anni e tanti altri disturbi.

Guardiamo insieme gli esami.

La lieve alterazione del TSH, nel suo caso, non è particolarmente preoccupante e richiede semplicemente un corretto inquadramento e, probabilmente, un controllo nel tempo. Ma, sfogliando gli stessi esami, noto un altro dato. Emoglobina glicata: 6,8%.

Le chiedo:
"Lei sa di avere il diabete?" La risposta arriva con grande naturalezza. "Sì... mi avevano detto qualche anno fa che avevo un po' di glicemia. Ma non è una cosa grave, quindi non ho mai fatto una terapia specifica." Ed è proprio in quel momento che mi sono fermato a riflettere.

Perché una lieve alterazione della funzione tiroidea può generare tanta preoccupazione, mentre una malattia come il diabete viene spesso minimizzata, quasi nascosta dietro espressioni rassicuranti come "ho un po' di glicemia"?

Lo stesso accade con l'osteoporosi. Quante volte viene considerata un problema secondario, oppure si mettono in discussione terapie che hanno dimostrato, con solide evidenze scientifiche, di ridurre il rischio di fratture, nella speranza di trovare rimedi "naturali" che permettano di evitare l'idea stessa di avere una malattia. Credo che dietro tutto questo ci sia qualcosa che va oltre la medicina. Forse alcune malattie ci spaventano perché pensiamo che possano compromettere l'immagine che abbiamo di noi stessi: l'energia, la forma fisica, il benessere.

Altre, invece, vengono inconsciamente associate al passare degli anni, alla fragilità, all'invecchiamento. E allora diventa quasi più semplice minimizzarle, cambiare loro nome, convincersi che "non siano poi così importanti". Perché, in fondo, accettare una diagnosi significa anche accettare che il nostro corpo cambia con il tempo.

Ma il nostro organismo non ragiona in questo modo.

Il diabete continua ad aumentare il rischio cardiovascolare anche se lo chiamiamo "un po' di glicemia". L'osteoporosi continua a indebolire lo scheletro anche se preferiamo ignorarla. E, allo stesso tempo, una lieve alterazione della tiroide non diventa una malattia grave solo perché le attribuiamo ogni sintomo della nostra vita.

Forse è anche questo uno dei compiti più importanti della medicina.

Non solo fare una diagnosi o prescrivere una terapia, ma aiutare il paziente a mettere le diverse problematiche nel giusto ordine di importanza. Dare il nome corretto alle cose, spiegare quali richiedono un trattamento tempestivo, quali meritano un monitoraggio e quali, invece, non giustificano quella preoccupazione che spesso finiamo per attribuire loro.

Perché la salute non dovrebbe essere guidata dalla paura o dalla percezione che la società ha di una determinata malattia. Dovrebbe essere guidata dalle evidenze scientifiche e da una corretta valutazione del rischio. In fondo, forse il valore aggiunto di un medico non è soltanto riconoscere una malattia. È aiutare il paziente a darle il peso che realmente merita.

23/07/2026

La terapia con ormone tiroideo (levotiroxina: Eutirox, Tirosint, Eutirox Gocce/ETG, T-Factor, Levotirosol e altri) è una delle cure più prescritte in assoluto. Eppure c’è un aspetto che spesso viene sottovalutato: la semplicità dello schema terapeutico.

Non è raro che ai pazienti vengano prescritti dosaggi diversi nei vari giorni della settimana, con calendari complicati da ricordare. Il risultato? Maggiore rischio di errori, minore aderenza alla terapia e, di conseguenza, esami che possono non riflettere la reale efficacia del trattamento.

Oggi, grazie alla disponibilità di numerosi dosaggi che differiscono anche di pochi microgrammi, nella maggior parte dei casi è possibile costruire schemi molto più semplici. L’obiettivo dovrebbe essere, quando possibile, assumere sempre la stessa dose ogni giorno. E quando questo non è realizzabile, organizzare comunque la terapia nel modo più lineare e intuitivo possibile, evitando alternanze inutilmente complicate.

C’è anche un motivo scientifico: la levotiroxina ha un’emivita lunga e il suo effetto si stabilizza nell’arco di settimane. Per questo, dal punto di vista medico, non cambia nulla se un determinato dosaggio viene assunto il lunedì e il martedì oppure il lunedì e il venerdì. Quello che cambia davvero è quanto sia facile per il paziente seguire correttamente la terapia.

Una buona terapia non è solo quella giusta sulla carta: è quella che il paziente riesce a seguire con precisione, giorno dopo giorno.

Agosto è alle porte e, come ogni anno, entra nel vivo il periodo delle ferie.A chi avrà la possibilità di staccare qualc...
22/07/2026

Agosto è alle porte e, come ogni anno, entra nel vivo il periodo delle ferie.

A chi avrà la possibilità di staccare qualche giorno, auguro di cuore di trovare tempo per riposare, rallentare e dedicarsi alle persone a cui vuole bene. È un momento prezioso, che tutti dovremmo poter vivere. So però che non è così per tutti. C'è chi continuerà a lavorare, chi non potrà concedersi una vacanza e chi, semplicemente, attraversa un periodo della vita in cui serenità e spensieratezza non sono così scontate. L'augurio, allora, è quello di trovare comunque qualche momento di tranquillità, ovunque ci si trovi.

Agosto porta con sé anche una caratteristica tutta italiana: il Paese sembra fermarsi quasi completamente. Per molti aspetti è una tradizione che ha il suo valore, ma quando si ha bisogno di un servizio, di una visita o di un'assistenza, questo può diventare complicato. Forse, anche alla luce delle estati sempre più calde e dei cambiamenti delle nostre abitudini, potrebbe essere il momento di iniziare a immaginare un'organizzazione un po' più equilibrata durante l'anno, distribuendo meglio periodi di lavoro e di riposo.

Per quanto mi riguarda, anche quest'anno l'organizzazione resterà sostanzialmente la stessa degli anni precedenti. Mi prenderò qualche giorno di ferie, ma continuerò a garantire la reperibilità via e-mail per tutti i pazienti già in cura e l'attività ambulatoriale proseguirà anche durante il mese di agosto, con una disponibilità più ridotta ma con almeno una giornata in ciascuna sede.

È il modo che negli anni ho scelto di organizzare il mio lavoro: riuscire a concedermi un periodo di riposo senza interrompere completamente l'attività e mantenendo un punto di riferimento per chi avesse bisogno.

Auguro a tutti un sereno mese di agosto. Ovunque lo trascorriate, spero possa regalarvi un po' di tempo per rallentare, recuperare energie e prendervi cura di voi stessi.

In tanti, sotto al post di ieri, mi avete fatto una domanda:  "𝐌𝐚 𝐪𝐮𝐢𝐧𝐝𝐢 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐚 𝐬𝐞𝐦𝐚𝐠𝐥𝐮𝐭𝐢𝐝𝐞 𝐢𝐧 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐫𝐞𝐬𝐬𝐞 𝐞̀ 𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐞...
19/07/2026

In tanti, sotto al post di ieri, mi avete fatto una domanda: "𝐌𝐚 𝐪𝐮𝐢𝐧𝐝𝐢 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐚 𝐬𝐞𝐦𝐚𝐠𝐥𝐮𝐭𝐢𝐝𝐞 𝐢𝐧 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐫𝐞𝐬𝐬𝐞 𝐞̀ 𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐑𝐲𝐛𝐞𝐥𝐬𝐮𝐬?"

La risposta è: sì e no.

Sì, perché la molecola è la stessa: si tratta sempre di semaglutide assunta per bocca, una terapia che utilizziamo ormai da anni nella cura del diabete di tipo 2 con il nome commerciale Rybelsus.

No, perché non è la stessa terapia.

La nuova approvazione per l'obesità deriva da studi specifici nei quali la semaglutide orale è stata valutata a dosaggi più elevati, con un obiettivo completamente diverso: ottenere una perdita di peso clinicamente significativa nelle persone con obesità. Solo dopo aver dimostrato efficacia e sicurezza in questo contesto è stato possibile ottenerne l'approvazione per questa indicazione.

In realtà è un percorso che abbiamo già visto con la semaglutide iniettabile. All'inizio era disponibile solo per il diabete, con dosaggi fino a 1 mg alla settimana. Successivamente, grazie a nuovi studi dedicati all'obesità, è stata approvata prima alla dose di 2,4 mg e oggi, con le evidenze più recenti, anche fino a 7,2 mg settimanali.

Questo ci insegna anche un altro concetto importante: la dose di un farmaco non serve solo a stabilire "quanto" farmaco assumere, ma può modificarne l'efficacia, gli effetti ottenuti e persino l'indicazione terapeutica.

Pensiamo all'aspirina. È sempre acido acetilsalicilico, ma a dosi elevate viene utilizzata come antidolorifico e antipiretico, ad esempio per trattare febbre o un attacco di emicrania. A basse dosi , invece, perde gran parte di questi effetti e diventa un antiaggregante piastrinico, utilizzato ogni giorno per la prevenzione di infarto, ictus e altre malattie cardiovascolari.

La molecola è la stessa. È il dosaggio , insieme agli studi clinici che ne dimostrano benefici e sicurezza, a determinarne il ruolo terapeutico.

Per questo motivo, in medicina, "è la stessa molecola" non significa automaticamente "è lo stesso farmaco" o "si usa allo stesso modo".

Cambiano il dosaggio, gli studi clinici, i pazienti coinvolti, gli obiettivi terapeutici e le evidenze scientifiche che permettono alle autorità regolatorie di autorizzarne un determinato impiego.

È proprio questo il motivo per cui la medicina non procede per analogie, ma per prove: ogni nuova indicazione deve essere dimostrata con studi rigorosi prima di poter diventare una terapia per i pazienti.

16/07/2026

Una notizia importante per chi si occupa di obesità e per chi convive con questa malattia: l’Europa ha approvato il primo farmaco in compresse per la cura dell’obesità. Si tratta della semaglutide orale, la stessa molecola che utilizziamo ormai da anni nelle formulazioni iniettabili per il trattamento del diabete e dell’obesità.

È una novità molto positiva perché aggiunge un’ulteriore opzione terapeutica. Gli studi disponibili mostrano un’efficacia dimagrante sostanzialmente sovrapponibile a quella delle formulazioni iniettabili, ma con un vantaggio potenzialmente molto importante: la possibilità di avvicinare alla terapia quei pazienti che finora hanno rinunciato esclusivamente per il timore delle iniezioni.

Quando potremo utilizzarla? Dopo l’approvazione da parte dell’EMA, la commercializzazione è attesa entro la fine dell’anno, verosimilmente nel corso dell’autunno, anche se le tempistiche definitive potranno variare nei singoli Paesi.

Resta ancora da definire un aspetto fondamentale: il prezzo. Al momento non conosciamo quale sarà il costo di commercializzazione, ma mi auguro che possa essere inferiore rispetto alle formulazioni iniettabili, anche perché la produzione di una compressa è generalmente meno complessa rispetto a quella di una penna pre-riempita. Se così fosse, anche questo potrebbe contribuire a rendere la terapia più accessibile.

Come per tutte le terapie dell’obesità, anche questa dovrà essere prescritta ai pazienti per i quali è indicata e inserita all’interno di un percorso di cura completo, che comprende alimentazione, attività fisica e un attento follow-up medico.

Avere a disposizione una formulazione orale rappresenta un ulteriore passo avanti nella cura di una malattia cronica che merita trattamenti sempre più efficaci e accessibili.

15/07/2026

“Dottore, ma davvero devo prendere una dose così alta?”

È una domanda che mi viene fatta molto spesso da chi assume levotiroxina. E nasce da un ragionamento che, in realtà, deriva da come siamo abituati a pensare a molti altri farmaci.

Una premessa importante: in questo video mi riferisco ai pazienti che hanno una reale indicazione alla terapia sostitutiva con ormoni tiroidei. È chiaro che, quando la levotiroxina è stata prescritta con troppa fretta o senza una chiara indicazione, è corretto rivalutarne periodicamente la necessità insieme all’endocrinologo.

Ma quando la terapia serve davvero, il ragionamento cambia completamente.

Per molti farmaci cerchiamo la dose minima efficace: ad esempio, se per controllare la pressione basta una compressa a basso dosaggio, non avrebbe alcun senso prenderne due o tre, perché aumenteremmo solo il rischio di effetti indesiderati.

Con la levotiroxina il principio è diverso.

Non stiamo introducendo una sostanza “in più”, ma stiamo sostituendo un ormone che la tiroide non riesce a produrre in quantità sufficiente. Per questo motivo non esistono dosi “alte” o “basse” in senso assoluto: esiste la dose giusta per quella specifica persona.

Ed è quella che permette di ottenere il miglior equilibrio tra esami del sangue, sintomi e benessere clinico.

Ecco perché confrontare i dosaggi con quelli di amici, parenti o conoscenti ha poco significato. C’è chi sta perfettamente con 25 microgrammi e chi ha bisogno di 150 o 200 microgrammi al giorno. Non perché uno sia “più malato” dell’altro, ma semplicemente perché ogni organismo ha un fabbisogno diverso.

L’obiettivo non è assumere meno levotiroxina possibile.

L’obiettivo è assumere la quantità giusta.

“Ascoltare il paziente” e “accontentare il paziente” non sono la stessa cosa.Tra le qualità che più apprezzo in un medic...
04/07/2026

“Ascoltare il paziente” e “accontentare il paziente” non sono la stessa cosa.

Tra le qualità che più apprezzo in un medico, e che cerco di allenare quotidianamente, c’è la capacità di ascoltare davvero. Ascoltare significa dare spazio ai sintomi, alle paure, ai dubbi, alle aspettative e a tutto ciò che quella persona sta vivendo.
Ma l’ascolto, da solo, non basta.
Il medico ha anche un altro compito: interpretare ciò che ascolta alla luce delle conoscenze scientifiche. Questo significa che, a volte, dovrà confermare l’intuizione del paziente. Altre volte, invece, dovrà spiegare con chiarezza che i dati disponibili non supportano quella convinzione, anche quando farlo è difficile o addirittura spiacevole.

Ed è proprio qui che si gioca la differenza tra ascoltare e accontentare. Accontentare un paziente prescrivendo esami inutili, integratori, farmaci o terapie prive di solide evidenze può sembrare un gesto di attenzione. In realtà, spesso rappresenta l’esatto contrario: significa rinunciare al proprio ruolo di guida per evitare un confronto scomodo.

Il problema è che il danno non si limita alla singola prescrizione. Quando un medico attribuisce una causa non dimostrata a un disturbo o propone trattamenti non supportati dalle evidenze, rafforza nel paziente la convinzione che quella spiegazione sia corretta. E quella convinzione diventa sempre più difficile da mettere in discussione.

Così, quando in futuro incontrerà un professionista che, con rigore e onestà, proverà a spiegare perché quella diagnosi o quella terapia non trovano riscontro nelle conoscenze attuali, il rischio è che venga percepito come un medico che “non ascolta”.

Ma ascoltare non significa confermare tutto ciò che il paziente pensa.

Significa comprendere profondamente ciò che sta vivendo, rispettarlo e accompagnarlo con empatia. Anche quando la risposta che la medicina offre è diversa da quella che lui sperava di ricevere.

Perché il consenso del paziente è importante. La sua fiducia lo è ancora di più. E la fiducia si costruisce dicendo la verità, non ciò che è più facile sentirsi dire.

25/06/2026

Uno degli equivoci più frequenti riguarda il rapporto tra menopausa, terapia ormonale sostitutiva e osteoporosi.

La terapia ormonale sostitutiva viene prescritta per trattare i sintomi della menopausa, come vampate, sudorazioni, disturbi del sonno o della qualità di vita. Questa è la sua indicazione.

È vero che, riducendo la deprivazione estrogenica, può esercitare anche un effetto favorevole sulla salute dell’osso e contribuire a rallentare la perdita di massa ossea. Ma questo non significa che sia la terapia dell’osteoporosi.

Se una donna presenta già un’osteoporosi, soprattutto se severa o associata a fratture da fragilità, deve essere valutata per le terapie specifiche dedicate all’osteoporosi, che sono diverse dalla terapia ormonale sostitutiva.

In medicina è importante distinguere i benefici ‘collaterali’ di un trattamento dalla sua reale indicazione. Confondere questi concetti rischia di portare a scelte terapeutiche non appropriate.

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56135

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