Dott.ssa Simona Menichetti

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Dott.ssa Simona Menichetti Psicologa Psicoterapeuta ad indirizzo psicologia psicoanalitica del Sè, Mindfulness Counselor.

Master in Psicotraumatologia Clinica del trauma complesso, EMDR I e II livello. Offro un clima relazionale di accoglienza alla persona nella sua totalità.

La casa che il corpo costruìUna storia terapeuticaC’era una volta una bambina che aveva imparato molto presto che l’amor...
06/10/2026

La casa che il corpo costruì
Una storia terapeutica

C’era una volta una bambina che aveva imparato molto presto che l’amore non era per lei.

In quella casa l’amore non aveva un posto sicuro dove stare.
A volte si confondeva con il bisogno, con la paura, con il silenzio, con il dover essere ciò che l’altro si aspettava.

Aveva visto quanto può diventare grande e pesante il bisogno d’amore di una madre. Quanto può accadere che l’amore, quando ha paura di perdere, finisca per chiedere troppo. E una bambina non dovrebbe mai sentirsi il luogo in cui qualcun altro viene a cercare ciò che gli manca.

Così aveva imparato.

Aveva imparato che per essere amata bisognava essere buona.
Compiacere.
Non disturbare.
Non chiedere.
Non avere bisogno.

Aveva imparato che il silenzio poteva essere una forma di protezione. Che essere invisibile poteva essere più sicuro che essere vista. Che forse crescere significava smettere di avere bisogno di qualcuno.

E allora aveva cominciato a farsi piccola.

Quando aveva bisogno di essere consolata, aveva imparato a consolarsi da sola. Aveva trovato un piccolo rifugio tutto suo, qualcosa che poteva darle sollievo e insieme le lasciava addosso una vergogna che non sapeva spiegare.

Così, piano piano, aveva nascosto il bisogno.

Ma il bisogno d’amore non scompare perché lo nascondiamo.

A volte cambia forma.

E quella bambina aveva trovato un modo per continuare ad amare senza dover più chiedere di essere amata.

Dare.

Dare tanto.
Dare tutto.
Dare prima ancora che qualcuno chiedesse.

Forse, pensava, se avesse saputo riempire gli altri d’amore, prima o poi qualcuno avrebbe riempito lei.

Poi arrivò il corpo.

E il corpo diventò il luogo in cui quella bambina poteva finalmente nascondersi.

Non fu una scelta consapevole.

Fu come se, crescendo, avesse cominciato a costruirsi intorno una casa.

Prima una parete.
Poi un’altra.
Poi un altro strato ancora.

Una protezione morbida, silenziosa, che poco alla volta la rendeva più difficile da raggiungere.

Il suo corpo imparò ciò che lei non riusciva ancora a dire:

Non ve**re troppo vicino.

Non guardare troppo a fondo.

Qui dentro c’è qualcosa che non posso permetterti di vedere.

E così quella bambina rimase al sicuro, nascosta sotto strati che nessuno avrebbe attraversato facilmente.

La pelle diventò confine.

Il corpo diventò rifugio.

E la donna imparò a vivere lì dentro.

Imparò che sentire significava sentire troppo. Che lasciarsi toccare significava esporsi. Che fidarsi poteva essere pericoloso. Che avere bisogno poteva spaventare.

E così divenne forte.

Almeno così sembrava.

Perché dietro quella forza c’era ancora una bambina che aspettava.

Aspettava qualcuno che non avesse bisogno che lei fosse diversa.

Qualcuno che potesse semplicemente vederla.

Passarono gli anni.

E un giorno la donna cominciò ad avvicinarsi a quella bambina.

Non cercò di tirarla fuori.

Non cercò di abbattere il muro.

Si sedette semplicemente accanto a lei.

E rimase.

La bambina all’inizio non si fidò.

Poi cominciò a piangere.

Piano.

Come piangono i bambini che hanno imparato a farlo senza rumore.

E la donna non cercò di fermarla.

Non le disse di essere forte.

Non le disse che ormai era grande.

La guardò.

Finalmente.

E le disse:

Puoi avere bisogno.

Fu forse quello il momento in cui il corpo cominciò a non dover più proteggere così tanto.

Perché quella donna stava imparando qualcosa che la bambina non aveva mai potuto sapere:

che il bisogno d’amore non è una colpa.

Che desiderare di essere accuditi non significa essere deboli.

Che lasciarsi amare non significa consegnarsi nelle mani di qualcun altro.

E che l’amore non è qualcosa da versare nell’altro fino a riempirlo.

Non è un imbuto.

Non si dà fino a svuotarsi.

Non si usa per colmare le proprie voragini attraverso qualcuno.

L’amore si offre.

E si riceve.

Si lascia entrare lentamente.

Come il nutrimento che il corpo sa accogliere quando non ha più bisogno di ingozzarsi.

Ci si nutre.

Piano.

Con misura.

E si scopre che non bisogna avere sempre fame per meritare di essere nutriti.

Così la donna cominciò a lasciare uscire quella bambina.

Un poco alla volta.

La lasciò piangere.

La lasciò chiedere.

La lasciò desiderare.

La lasciò essere fragile.

E soprattutto smise di chiederle di trasformare ogni bisogno in qualcosa da dare agli altri.

Per la prima volta, quella bambina poteva semplicemente ricevere.

Un abbraccio.

Una carezza.

Uno sguardo.

Presenza.

Amore.

E forse fu proprio allora che il corpo, che per tanti anni aveva dovuto costruire una casa intorno a lei, poté finalmente cominciare a sentirsi casa.

Non più una barriera.

Non più un nascondiglio.

Ma un luogo abitabile.

Un luogo in cui poter finalmente essere.

Il lutto non è solo per chi perdiA volte il lutto non riguarda soltanto la persona che non c’è più.Riguarda anche te.La ...
18/09/2026

Il lutto non è solo per chi perdi

A volte il lutto non riguarda soltanto la persona che non c’è più.

Riguarda anche te.
La persona che eri, la vita che avevi costruito, il futuro che avevi immaginato.

Una perdita profonda può segnare una frattura nella propria storia.

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Una perdita cambia anche il senso di sé

Quando accade una perdita significativa, non viene meno soltanto una relazione.

Si interrompe una parte della storia che avevamo costruito insieme a quella persona.

E può diventare difficile riconoscersi nella vita che continua, perché quella vita non corrisponde più a quella che avevamo immaginato.

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Il dolore non è una frattura da cancellare

Nel percorso terapeutico il dolore non viene trattato come qualcosa da eliminare il prima possibile.

Viene accolto e attraversato, perché possa progressivamente trovare un significato e un posto nella propria storia.

Tristezza, rabbia, colpa, paura, impotenza e vuoto possono così essere riconosciuti, pensati e integrati.

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Elaborare non significa dimenticare

Elaborare un lutto non significa cancellare il legame con chi è morto.

Significa trasformare il modo in cui quel legame continua a vivere dentro di noi.

La persona perduta rimane parte della nostra storia, ma il rapporto con lei può assumere una forma diversa, compatibile con la vita che continua.

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Ricostruire senza cancellare

Il lavoro terapeutico non consiste nel ricostruire la vita di prima, come se nulla fosse accaduto.

Consiste nel poter ricomporre, lentamente, una storia che dopo la perdita ha assunto un significato diverso.

«Sono cambiato, ma sono ancora io.»

Non si tratta di tornare indietro, ma di riconoscersi nuovamente dentro ciò che è stato.

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Il legame e la vita possono coesistere

La terapia non chiede di scegliere tra il legame con chi abbiamo perso e la possibilità di vivere.

Aiuta a costruire una nuova forma di equilibrio, nella quale il dolore possa avere un posto senza occupare tutta la storia.

Perché ricordare non significa smettere di vivere.

E vivere non significa smettere di amare chi non c’è più.

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Non tornare quelli di prima

Dopo una perdita profonda non si torna semplicemente alla persona che si era.

La perdita entra nella nostra storia e la modifica.

Il percorso terapeutico può accompagnare la costruzione di un nuovo modo di essere, nel quale ciò che è accaduto non venga cancellato, ma possa diventare parte di una storia ancora abitabile.

Non tornare indietro.
Imparare, lentamente, a riconoscersi nella vita dopo la perdita.

Forse l’arte nasce proprio lì, nel punto in cui qualcosa dentro di noi chiede di prendere forma.In una lettura psicoanal...
18/08/2026

Forse l’arte nasce proprio lì, nel punto in cui qualcosa dentro di noi chiede di prendere forma.

In una lettura psicoanalitica, l’arte non è soltanto bellezza, né soltanto espressione. È trasformazione: ciò che non riesce ancora a essere detto può diventare immagine, colore, parola, gesto, materia. Un’esperienza, un desiderio, un conflitto, una mancanza, persino qualcosa che ancora non sappiamo riconoscere, cerca una forma attraverso cui poter esistere.

Ma l’arte è anche tecnica.

Perché sentire non basta. L’artista ha bisogno di conoscere la materia, di dominarla e, allo stesso tempo, di lasciarsi sorprendere da essa. La tecnica è ciò che permette all’informe di diventare forma; è il contenitore che consente all’esperienza interna di non disperdersi.

E allora l’artista non è semplicemente colui che crea, né colui che possiede una particolare sensibilità.

È colui che riesce a stare davanti a ciò che ancora non comprende, senza avere la necessità di risolverlo immediatamente. È colui che sa sostare nell’ambiguità, nel dubbio, nella contraddizione, e trasformare tutto questo in una possibilità di esistenza.

Ed è qui che, forse, l’arte e la psicoanalisi si incontrano.

La stanza d’analisi può essere pensata come una tela.
L’analizzando porta la propria materia: ricordi, immagini, parole, silenzi, fantasie, difese, desideri, assenze. Porta anche ciò che non sa ancora di portare.

L’analista, però, non è colui che dipinge al posto suo.

È presenza, ascolto, tecnica, contenimento. È colui che offre uno spazio sufficientemente sicuro perché qualcosa possa emergere e, lentamente, trovare una forma.

In questo senso, la stanza d’analisi, l’analista e il processo analitico possono essere pensati come l’artista, la tela e l’opera: non perché siano la stessa cosa, ma perché condividono una funzione trasformativa.

La tela non impone all’artista che cosa dipingere.
Lo accoglie.

E l’artista, nel momento stesso in cui dipinge, viene trasformato da ciò che sta creando.

Allo stesso modo, nella stanza d’analisi, l’analista non dovrebbe imporre una forma all’esperienza dell’altro. Offre un luogo in cui quella forma possa lentamente apparire.

La relazione analitica diventa allora uno spazio intermedio: tra ciò che è stato vissuto e ciò che può essere rappresentato; tra ciò che si sente e ciò che può essere pensato; tra il caos dell’esperienza e la possibilità di trasformarlo in significato.

Forse è questa la funzione più profonda tanto dell’arte quanto della psicoanalisi: non cancellare il conflitto, non eliminare la ferita, non rendere tutto immediatamente comprensibile.

Ma dare una forma a ciò che, prima, forma non aveva.

E forse l’artista e l’analista condividono proprio questo gesto: entrambi sanno che non tutto ciò che emerge deve essere spiegato. Alcune cose devono prima essere viste, sentite, attraversate.

Perché a volte una trasformazione comincia non quando troviamo una risposta, ma quando finalmente troviamo uno spazio capace di accogliere la domanda.

Ci sono opere d’arte che non raccontano una guarigione.Raccontano una frattura.Stavo guardando la tv in uno dei pomerigg...
14/08/2026

Ci sono opere d’arte che non raccontano una guarigione.

Raccontano una frattura.

Stavo guardando la tv in uno dei pomeriggi più caldi per me, un documentario su Picasso. Un’opera coglie la mia attenzione, una delle celebri interpretazioni di Las Meninas dipinte da Pablo Picasso nel 1957 (realizzata a Cannes il 2 ottobre 1957), parte di una serie di 58 variazioni basate sull'omonimo capolavoro di Diego Velázquez.

Osservo gli oggetti deformati, i piani che si intersecano, le prospettive che non coincidono, e quella figura umana sullo sfondo, sulla soglia di una porta illuminata.

Non la vedo come una rappresentazione di una realtà che sta cercando di ricomporsi.

La vedo come la rappresentazione di una realtà interna che si è già frantumata.

Kohut, nella sua teoria della psicologia del Sé, parla della necessità di una certa coesione interna: il Sé ha bisogno di sentirsi continuo, integro, riconoscibile. Ma questa coesione viene profondamente compromessa, l’esperienza può assumere una dimensione di frammentazione.

E il trauma complesso può portare questa frammentazione a un livello ancora più radicale.

Non soltanto perché ciò che è accaduto è difficile da ricordare, ma perché la realtà stessa può smettere di essere organizzata come un insieme.

Viene compartimentata.

Ci sono pezzi.

Immagini.

Sensazioni.

Emozioni.

Ricordi.

Parti dell’esperienza che esistono, ma che non necessariamente comunicano tra loro.

La realtà non è più immediatamente percepibile come una totalità coerente. È fatta di frammenti che possono apparire simultaneamente, ma senza riuscire a comporsi in una forma unitaria.

Ed è proprio qui che, per me, quella figura sulla soglia diventa fondamentale.

È lì.

Guarda.

Ma non sembra poter ricomporre ciò che vede.

La porta illuminata non rappresenta necessariamente una via d’uscita. Può essere semplicemente un confine: tra chi osserva e ciò che viene osservato, tra il soggetto e una realtà interna che non è più possibile abitare nella sua interezza.

Quella figura potrebbe essere il Sé che osserva la propria esperienza dopo che la continuità si è spezzata.

Non riesce a vedere “la stanza”.

Vede pezzi della stanza.

Non riesce a vedere “la realtà”.

Vede frammenti di realtà.

E forse è proprio questo uno degli aspetti più dolorosi del trauma complesso: non avere davanti qualcosa che può essere semplicemente ricordato, raccontato e integrato, ma trovarsi di fronte a una realtà psichica che appare già suddivisa in compartimenti, dove ogni frammento possiede una propria consistenza e, nello stesso tempo, sembra non appartenere più a un unico insieme.

Quest’opera non ci offre una visione rassicurante.

Non ci dice che tutto può essere ricomposto.

Ci mette davanti alla possibilità che la realtà, quando viene attraversata da una frattura profonda, possa essere percepita proprio così: deformata, discontinua, simultanea e incomprensibile.

E allora quella figura sulla soglia assume, ai miei occhi, un significato ancora più potente.

Non è necessariamente colui che trova la strada.

È colui che guarda.

Guarda ciò che è rimasto.

Guarda una realtà che non riesce più a riconoscere come intera.

E forse, nel trauma, questo è uno dei primi modi in cui il Sé può sopravvivere: non riuscendo ancora a integrare, ma riuscendo almeno a osservare.

Stare sulla soglia.

Guardare i frammenti.

Senza sapere ancora come possano appartenere allo stesso mondo.

E forse non è necessario sapere subito come ricomporli.

A volte è sufficiente che, per la prima volta, quei frammenti possano essere guardati insieme, senza doverli più attraversare da soli.

È da quella soglia che può iniziare un percorso: non per cancellare ciò che è accaduto, né per forzare un’integrazione, ma per dare lentamente un luogo, un significato e una voce a ciò che, per troppo tempo, è rimasto separato.

Perché anche quando la realtà sembra fatta soltanto di pezzi, può esistere uno spazio in cui poterli guardare, insieme a qualcuno, senza avere più paura di ciò che si vede.

Quando una parte di noi resta indietroCi sono momenti della vita in cui si ha la sensazione di essere fermi, come se una...
21/07/2026

Quando una parte di noi resta indietro

Ci sono momenti della vita in cui si ha la sensazione di essere fermi, come se una parte di noi fosse rimasta bloccata in un punto preciso del tempo.

Si continua a lavorare, a prendersi cura degli altri, a vivere la quotidianità, eppure dentro si sente di non riuscire ad andare avanti.

A volte ci si ritrova dentro emozioni che sembrano non passare: tristezza, rabbia, vuoto, paura, dolore. E insieme può arrivare anche la vergogna: “Perché sono ancora qui?”, “Perché non riesco a superarlo?”, “Cosa c’è che non va in me?”.

Ma ciò che proviamo non è sempre un segno di fragilità. A volte è il modo con cui la nostra mente e il nostro corpo cercano di proteggerci da qualcosa che è stato troppo difficile da attraversare.

La strada per stare meglio non passa sempre dal combattere ciò che sentiamo, ma dal provare ad ascoltarlo, comprenderlo e dare un significato alla nostra esperienza.

Se ti sei sentito così, se hai la sensazione di essere rimasto fermo in uno stato emotivo da cui non riesci a uscire, forse può essere il momento di dare spazio a ciò che stai vivendo.

Il percorso psicologico può offrire un luogo in cui incontrare le proprie parti più difficili, senza giudizio, e costruire nuove possibilità.

Uno spazio di ascolto che aiuta a comprendere ciò che sta accadendo e ad avviare un percorso verso una maggiore consapevolezza e trasformazione.

Il bisogno di riuscire: ambizione o ferita?Viviamo in una società che ci insegna a misurare il nostro valore attraverso ...
08/07/2026

Il bisogno di riuscire: ambizione o ferita?

Viviamo in una società che ci insegna a misurare il nostro valore attraverso ciò che facciamo. Più produciamo, più raggiungiamo obiettivi, più veniamo applauditi, più pensiamo di valere. Ma siamo davvero sicuri che la performance nasca sempre dal desiderio di crescere?

Nei primi anni di vita ogni bambino ha bisogno di sentirsi visto, compreso e accolto. Ha bisogno di uno sguardo che gli dica: “Tu vai bene così, il tuo valore non dipende da ciò che fai.” È attraverso questo rispecchiamento che nasce un’autostima solida.
Quando questi bisogni evolutivi rimangono insoddisfatti, il Sé può crescere fragile. E allora la persona, spesso inconsapevolmente, inizia a cercare all’esterno ciò che non ha potuto costruire dentro di sé. La performance diventa molto più di un risultato: diventa una ricerca continua di conferme, approvazione e riconoscimento.

È come riempire un secchio con un piccolo foro sul fondo. Per quanto acqua si versi, una parte continua a uscire. Così, ogni successo regala un sollievo momentaneo, ma presto emerge il bisogno di fare ancora di più. Non perché si desideri davvero quel traguardo, ma perché, senza quel traguardo, sembra vacillare il senso stesso del proprio valore.

In alcuni casi, questo continuo bisogno di fare può rappresentare anche una compensazione di un’immaturità emotiva. Non significa essere infantili o incapaci, ma non aver potuto sviluppare pienamente quella sicurezza interiore che nasce da relazioni sufficientemente empatiche. Quando il mondo emotivo non è stato accolto, ci si rifugia spesso in ciò che si sa fare meglio: lavorare, produrre, controllare, eccellere.

Anche la psicotraumatologia ci aiuta a comprendere questo fenomeno. Bessel van der Kolk descrive come chi ha vissuto esperienze traumatiche o relazioni precoci dolorose possa mantenersi costantemente occupato per evitare il contatto con emozioni difficili. Fare diventa più semplice che sentire.
La performance, allora, può trasformarsi in una fuga. Una corsa continua che impedisce di fermarsi, perché fermarsi significa incontrare il vuoto, la paura, la vergogna o il dolore che per troppo tempo sono rimasti senza parole.

Il corpo, però, spesso racconta ciò che la mente cerca di mettere a tacere. La psicosomatica mostra come una tensione emotiva cronica possa esprimersi attraverso insonnia, cefalee, tensioni muscolari, disturbi gastrointestinali, stanchezza persistente e molte altre manifestazioni. È come se il corpo dicesse: “Se tu non puoi fermarti ad ascoltarti, proverò io a farti rallentare.”

Questo non significa che il successo sia un problema. La passione, l’impegno e il desiderio di realizzarsi sono risorse preziose. La domanda è un’altra: sto correndo verso qualcosa o sto correndo per sfuggire a qualcosa?

La differenza è sottile, ma cambia tutto.

Quando la performance nasce dal piacere di esprimere sé stessi, genera creatività, soddisfazione e libertà. Quando invece diventa il prezzo da pagare per sentirsi degni di amore, di attenzione o di valore, allora non siamo più noi a guidare la performance: è la performance a guidare noi.

Forse la conquista più importante non è imparare a fare sempre di più, ma imparare a sentire che il nostro valore continua a esistere anche nei momenti in cui non stiamo dimostrando nulla.

Ci sono lutti che non finiscono con la morte.Ci sono perdite che continuano a ferire ogni volta che una risposta non arr...
07/07/2026

Ci sono lutti che non finiscono con la morte.

Ci sono perdite che continuano a ferire ogni volta che una risposta non arriva, ogni volta che il silenzio prende il posto della verità. È in questi momenti che molte persone raccontano di sentirsi abbandonate proprio da quelle istituzioni che dovrebbero proteggerle. E la psicologia ci spiega che questa sensazione non è solo una percezione soggettiva: può avere conseguenze profonde sulla psiche.

La psicoanalisi, nata per esplorare soprattutto il mondo interno dell’individuo e le sue relazioni più intime, ci sorprende quando incontra la dimensione sociale. I suoi strumenti di lettura ci permettono infatti di comprendere come anche il rapporto con le istituzioni possa entrare profondamente nella vita psichica di una persona: perché, nei momenti di maggiore vulnerabilità, ciò che cerchiamo non è soltanto una risposta concreta, ma anche qualcuno o qualcosa che riconosca il nostro dolore e restituisca un senso di sicurezza.

Nel 1917 Sigmund Freud, nel saggio Lutto e melanconia, scrisse che il lutto è un intenso lavoro psichico. Dopo la perdita di una persona amata, la mente è chiamata a confrontarsi, giorno dopo giorno, con una realtà che inizialmente appare inaccettabile. È un processo lungo, doloroso e inevitabilmente faticoso. Ma Freud ci porta anche a comprendere che, se a questo lavoro si aggiungono nuovi ostacoli, il peso psicologico aumenta. Quando chi è in lutto deve affrontare anche silenzi, ritardi o mancanza di risposte, il dolore non riguarda più soltanto l’assenza della persona amata: si trasforma in una lotta continua per ottenere ascolto.

Qui emergono gli studi di John Bowlby, il quale, studiando il legame di attaccamento, spiegò che nei momenti di perdita l’essere umano cerca spontaneamente una base sicura, cioè un punto fermo a cui potersi affidare mentre tutto il resto sembra crollare. Sebbene Bowlby parlasse principalmente delle relazioni affettive, questo bisogno riguarda ogni figura o sistema percepito come affidabile. Anche le istituzioni possono diventare quella base sicura quando garantiscono trasparenza, presenza e responsabilità. Se invece tacciono, si sottraggono o non rispondono, la sensazione di smarrimento aumenta e il dolore della perdita si intensifica.

Fu poi la psichiatra Judith Herman, nel suo fondamentale Trauma and Recovery (1992), a sottolineare un aspetto decisivo: il trauma tende a isolare la persona, mentre la guarigione passa attraverso il riconoscimento della sua sofferenza. Herman spiegò che essere ascoltati, creduti e rispettati non è un gesto di cortesia, ma una parte essenziale del processo di guarigione. Quando questo non accade, quando la persona si scontra con indifferenza o con il silenzio delle istituzioni, può svilupparsi quella che oggi viene definita vittimizzazione secondaria: una seconda ferita che non deriva dall’evento traumatico, ma dal modo in cui chi soffre viene trattato dopo il trauma.
Su questa stessa linea si colloca la psicologa Jennifer Freyd, che nel 1996 formulò la Betrayal Trauma Theory, la teoria del trauma da tradimento. Freyd sostenne che uno dei traumi più profondi nasce quando viene tradita la fiducia riposta in chi avrebbe dovuto proteggere. Nel tempo questa teoria è stata applicata anche al rapporto con le istituzioni: quando un ente chiamato a garantire tutela, giustizia o trasparenza non riesce a farlo, la persona può vivere quella mancanza non come una semplice inefficienza, ma come un vero tradimento.

Messe una accanto all’altra, queste riflessioni sembrano raccontare la stessa storia. Freud ci dice che il lutto è già, da solo, un lavoro immenso. Bowlby ci ricorda che, per affrontarlo, abbiamo bisogno di una base sicura. Herman dimostra che il riconoscimento della sofferenza è parte integrante della guarigione. Freyd spiega perché il venir meno di chi avrebbe dovuto proteggere possa trasformarsi esso stesso in un trauma.

Per questo sentirsi abbandonati dalle istituzioni non significa semplicemente essere delusi da un ufficio o da un’amministrazione. Significa vivere una seconda perdita. Dopo aver perso una persona amata, si rischia di perdere anche la fiducia nel mondo, nelle persone e nelle istituzioni che dovrebbero rappresentare sicurezza, giustizia e verità.

Ed è proprio questa seconda ferita che, spesso, rende il lutto ancora più difficile da elaborare.

La verità nascosta dietro la perdita di un figlio 20/06/2026Esiste una verità difficile da accettare ma fondamentale da ...
20/06/2026

La verità nascosta dietro la perdita di un figlio

20/06/2026

Esiste una verità difficile da accettare ma fondamentale da comprendere: non ogni perdita è necessariamente traumatica, ma la morte di un figlio lo è sempre.
Non è una questione di stabilire quale dolore sia più grande o più legittimo. Ogni sofferenza merita rispetto. Tuttavia, perdere un figlio appartiene a una dimensione diversa dell’esperienza umana, perché non rappresenta soltanto un’assenza: è il crollo improvviso di ciò che credevamo fosse l’ordine naturale della vita.

Quando muore un figlio non si spezza soltanto il cuore. Viene sconvolto l’intero equilibrio della persona. Cambiano i pensieri, le emozioni, il modo di percepire il tempo e persino il funzionamento del corpo. Ogni giorno può trasformarsi in un esercizio di sopravvivenza.
La scienza ci mostra che il trauma modifica realmente il cervello e il modo in cui esso elabora la realtà. Per questo, nel lutto per un figlio, dolore e trauma spesso diventano inseparabili.

Eppure questa differenza viene raramente riconosciuta. Molti genitori si sentono osservati attraverso gli stessi parametri utilizzati per qualsiasi altro lutto. Si aspettano da loro che tornino a funzionare come prima, che ritrovino rapidamente un equilibrio, che riescano a “riprendersi”. Quando questo non accade, finiscono per interrogarsi su se stessi, chiedendosi se stiano sbagliando qualcosa.
Così può accadere di sentirsi soli anche in mezzo ad altre persone che soffrono. Può nascere la sensazione di essere incomprensibili, fuori posto, quasi estranei al resto del mondo.

Se ti è capitato di sentirti così, non significa che ci sia qualcosa di sbagliato in te. Non significa che tu stia vivendo male il tuo lutto.
Significa semplicemente che stai portando un peso enorme, fatto non solo di dolore, ma anche di trauma. E il trauma rende ogni cosa più complessa: concentrarsi, dormire, lavorare, relazionarsi agli altri, immaginare il futuro.

Spesso ci viene detto che dobbiamo superare il dolore o imparare a gestirlo. Ma il dolore non è il nemico. Il dolore è la traccia dell’amore che continua a esistere ma che non sa dove andare. È il segno della presenza di chi manca.
Ciò che spesso alimenta la sofferenza più profonda è il trauma che accompagna quella perdita.
Quando si riesce lentamente a entrare in contatto con quel trauma, il dolore non scompare, ma può trasformarsi in qualcosa che si impara a portare con sé. Non contro la vita, ma accanto alla vita.

Non sei rotto. Non sei sbagliato. Stai semplicemente attraversando una ferita che coinvolge non solo il cuore, ma ogni parte di te.
❤️

Il silenzio del bambino dotato: il trauma dell’adattamento e l’incontro terapeutico con il Sé autenticoNel libro Il dram...
27/05/2026

Il silenzio del bambino dotato: il trauma dell’adattamento e l’incontro terapeutico con il Sé autentico

Nel libro Il dramma del bambino dotato, Alice Miller descrive una ferita silenziosa: quella del bambino che, per sopravvivere emotivamente, impara troppo presto a capire gli altri e troppo poco sé stesso.
Non si tratta di un bambino “dotato” nel senso scolastico del termine, ma di un bambino estremamente sensibile, intuitivo, capace di percepire i bisogni emotivi dei genitori e di adattarsi ad essi.

Questo bambino cresce imparando che l’amore arriva solo se è bravo, tranquillo, intelligente, utile, maturo. Così sviluppa una specie di talento nell’anticipare i desideri altrui: consola la madre triste, non disturba il padre arrabbiato, reprime rabbia, paura e dolore per mantenere il legame affettivo.
Il problema è che, mentre si adatta, perde contatto con il proprio nucleo autentico.

Dietro l’immagine della persona forte, empatica o brillante, spesso rimane un bambino invisibile che non ha mai potuto dire:
“Anch’io ho bisogno.”
“Anch’io sono arrabbiato.”
“Anch’io sono fragile.”

Secondo Miller, il dramma non è solo ciò che il bambino ha vissuto, ma il fatto che nessuno abbia riconosciuto davvero la sua sofferenza. Il bambino impara allora a dissociarsi dal proprio dolore e costruisce un falso Sé: una personalità funzionale, amata magari da tutti, ma lontana dalla propria verità emotiva.

In terapia, incontrare quel bambino significa entrare in una zona molto delicata.
Spesso il paziente arriva con sintomi, ansia, depressione, senso di vuoto, difficoltà relazionali o una stanchezza profonda che non sa spiegare. Magari racconta un’infanzia “perfetta”, perché ha imparato a minimizzare il dolore e a proteggere l’immagine dei genitori. Ma il corpo, le emozioni e il senso cronico di inautenticità raccontano altro.

Stare con quel bambino in terapia non significa semplicemente analizzare il passato. Significa creare finalmente uno spazio in cui non debba più adattarsi.
Uno spazio dove possa smettere di essere performante, lucido, accudente. Dove possa sentire rabbia senza vergogna, tristezza senza colpa, bisogno senza paura di perdere l’amore.

Il terapeuta, in questo percorso, non “salva” il bambino ferito. Piuttosto testimonia la sua esistenza.
Diventa qualcuno che riesce a restare davanti al dolore senza negarlo, senza interpretarlo troppo in fretta, senza chiedere inconsciamente al paziente di continuare a essere “bravo”.

Per persone cresciute così, la terapia può essere destabilizzante.
Perché essere visti davvero è qualcosa di nuovo. A volte perfino spaventoso. Il paziente può continuare a voler essere il paziente perfetto: intelligente, collaborativo, riconoscente. Può avere paura di deludere anche il terapeuta. Ed è proprio lì che il lavoro diventa profondo: quando lentamente emerge il diritto di esistere senza dover meritare amore.

Il dramma del bambino dotato è quindi un dramma dell’amore condizionato.
Ma la terapia, quando è autentica, può diventare l’esperienza opposta: un luogo in cui il soggetto scopre che può esistere senza maschere, senza prestazioni, senza dover continuamente intuire i bisogni degli altri.

E forse la guarigione inizia proprio lì:
nel momento in cui quel bambino, rimasto per anni in silenzio, sente finalmente che qualcuno è disposto a restare accanto a lui senza chiedergli di essere diverso.

Il cervello subisce il colpo, il corpo lo rappresenta. Nel lutto traumatico il cervello non riesce soltanto a “ricordare...
20/05/2026

Il cervello subisce il colpo, il corpo lo rappresenta.

Nel lutto traumatico il cervello non riesce soltanto a “ricordare” un evento doloroso: lo vive come una minaccia ancora presente.
Il trauma rompe il senso di continuità, sicurezza e orientamento. La mente tenta di sopravvivere, il corpo tenta di adattarsi. Ed è proprio nel corpo che spesso il dolore trova la sua voce.

Quando arriva una perdita traumatica, il sistema nervoso autonomo entra in stato di allarme.
Si attiva il sistema simpatico, la parte deputata alla sopravvivenza: il cuore accelera, il respiro diventa corto, i muscoli si tendono, il sonno si altera. Il cervello produce adrenalina e cortisolo come se il pericolo fosse ancora davanti agli occhi. Per questo molte persone nel lutto traumatico vivono tachicardia, tremori, ipervigilanza, nausea, senso di oppressione toracica, vertigini, disturbi gastrointestinali o un’inspiegabile stanchezza cronica.

Ma il trauma non resta solo nell’attivazione.
Quando il dolore supera la possibilità di essere elaborato, può interve**re anche il nervo vago, soprattutto nella sua componente più antica e difensiva. È come se il corpo, non riuscendo più a combattere né a fuggire, scegliesse di spegnersi per proteggersi. Allora compaiono congelamento emotivo, dissociazione, senso di irrealtà, vuoto, rallentamento, perdita di energia vitale. Alcune persone raccontano di sentirsi “anestetizzate”, lontane da sé stesse, incapaci di sentire davvero il mondo.

Nel lutto traumatico il corpo diventa sintomatico perché ciò che non riesce a essere pensato o nominato cerca comunque una via di espressione.
Il dolore psichico attraversa il sistema nervoso, modifica il tono muscolare, la respirazione, la digestione, il ritmo cardiaco, il sonno e persino il sistema immunitario. Il corpo porta il peso dell’assenza: tensioni croniche, infiammazione, cefalee, dolori diffusi, disturbi intestinali, fame o rifiuto del cibo, insonnia o sonnolenza continua.

È come se l’organismo restasse sospeso tra due estremi:
l’iperattivazione del “devo sopravvivere” e il collasso del “non ce la faccio più”.

Per questo il lutto traumatico non è soltanto un’esperienza emotiva.
È un’esperienza neurobiologica e corporea profonda. Il cervello subisce il trauma, ma è il corpo che spesso continua a raccontarlo, anche quando le parole non riescono più a farlo.

E allora il corpo diventa memoria viva.
Le spalle portano il peso dell’assenza, il petto custodisce il grido che non è uscito, il cuore continua a cercare ciò che non può più toccare.

Nel lutto traumatico non soffre soltanto l’anima: soffre il respiro, soffre la pelle, soffrono i nervi, soffre il tempo stesso.
Perché certe perdite non attraversano soltanto la vita, la riscrivono dentro la carne.

Eppure, anche nel dolore più profondo, il corpo non smette davvero di cercare la vita.
Trema, si spezza, si chiude, si ammala persino… ma continua silenziosamente a tentare un ritorno alla luce.
Come il mare dopo la tempesta, porta ancora onde violente dentro di sé,
ma da qualche parte, sotto tutta quella furia, conserva memoria della calma.

Indirizzo

Via Fiorentina 404/A
Pisa
56100

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