19/08/2026
Elodie, l’amore e il bisogno di psicologizzare tutto
La domanda comparsa sul settimanale Gente — «Ma Elodie fingeva quando era fidanzata con i maschi?» — offre uno spunto interessante, forse più interessante della risposta stessa.
Perché presuppone che ciò che una persona vive oggi debba necessariamente smentire ciò che ha vissuto ieri.
Dal punto di vista psicologico, non è così.
Una relazione successiva con una persona dello stesso sesso non rende automaticamente false, inconsapevoli o “recitate” le precedenti relazioni eterosessuali. Un legame affettivo può essere stato autentico nel momento in cui è stato vissuto, indipendentemente da ciò che accadrà dopo.
L’identità affettiva non è un’indagine retrospettiva
Nel dibattito pubblico capita spesso di osservare il presente di qualcuno e reinterpretarne l’intera storia alla luce di ciò che sappiamo oggi.
È un meccanismo molto umano: cerchiamo coerenza, cause e segnali che ci permettano di costruire una narrazione lineare.
Ma le persone non sono necessariamente lineari.
Nel corso della vita possono cambiare la consapevolezza di sé, il modo di vivere l’intimità, ciò che ci attrae e persino le parole con cui scegliamo di descriverci.
Questo non significa che prima si stesse fingendo.
Non tutto necessita di una spiegazione clinica
Ed è forse questo l’aspetto che, come psicologa e psicoterapeuta, trovo più importante.
La psicologia dovrebbe aiutarci a comprendere la complessità umana, non trasformare qualsiasi comportamento umano in qualcosa da interpretare clinicamente.
Non possiamo stabilire dall’esterno se una persona sia lesbica, bisessuale, eterosessuale o preferisca non definirsi. Tantomeno possiamo farlo osservando fotografie, ex partner, interviste o post sui social.
L’orientamento sessuale non è una diagnosi e non necessita di una spiegazione psicopatologica.
Il problema delle “diagnosi da social”
Quando un personaggio pubblico diventa materiale da analisi psicologica, il confine si fa ancora più delicato.
Possiamo utilizzare una vicenda pubblica per parlare di fenomeni psicologici generali.
Non possiamo invece utilizzare concetti psicologici per pretendere di spiegare quella specifica persona, senza conoscerla, senza averla valutata e senza conoscere la sua esperienza soggettiva.
È una distinzione fondamentale nella buona divulgazione psicologica.
Possiamo parlare di fluidità, consapevolezza, identità, innamoramento e cambiamento.
Non possiamo dire: «Elodie è così perché…».
Forse la domanda giusta è un’altra
Non: «Fingeva quando stava con gli uomini?»
Ma:
perché abbiamo bisogno che il presente di una persona invalidi necessariamente il suo passato?
Possiamo amare persone diverse in momenti diversi. Possiamo comprenderci meglio crescendo. Possiamo cambiare. Possiamo anche scoprire aspetti di noi stessi che prima non avevamo riconosciuto.
E possiamo semplicemente vivere un’esperienza affettiva senza dover fornire al pubblico una diagnosi, una spiegazione o un’etichetta.
La psicologia seria dovrebbe fare proprio questo: aumentare la complessità dello sguardo, non ridurre una persona a una spiegazione.
Dott.ssa Olivia Cialdi
Psicologa – Psicoterapeuta