La mansarda lilla

La mansarda lilla La dott.ssa Simona Adorni psicologa psicoterapeuta e il dott. Massimiliano Compagnonepsicologo( 346 9565929) sono disponibili in presenza e anche online.
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Studio di psicologia e spazio multidisciplinare dove psicologi e psicoterapeuti lavorano con altri professionisti della salute per offrire un percorso completo di supporto e consapevolezza nelle varie fasi della vita e che dia ben-essere a 360 gradi.

24/06/2026
24/06/2026

Non tutte le ferite dell'infanzia nascono da eventi eclatanti. Alcune nsscono giorno dopo giorno, attraverso esperienze ripetute che finiscono per diventare la normalità, ed essere anche normalizzate, come ad esempio crescere con un genitore costantemente critico, svalutante, emotivamente distante o imprevedibile.
Spesso, quando si parla di infanzia difficile, si pensa immediatamente a forme evidenti di abuso o trascuratezza. In realtà esiste una forma di abuso meno riconoscibile dall'esterno, che può avere effetti altrettanto profondi sullo sviluppo della personalità. È la condizione del bambino che vive con un genitore incapace di accoglierlo per ciò che è, un genitore che (s-)valuta, corregge, confronta, giudica e che sembra accorgersi soprattutto di ciò che manca.

In queste famiglie, l'approvazione non è assente, ma è spesso condizionata. Arriva quando il risultato soddisfa il genitore, quando la prestazione è all'altezza delle aspettative, quando il successo può essere riconosciuto senza riserve. Al contrario, errori, fragilità, incertezze o semplici imperfezioni diventano facilmente oggetto di critica o svalutazione.
Per un bambino, la costruzione dell'identità avviene attraverso lo sguardo delle figure di attaccamento. Nei primi anni di vita non possediamo una rappresentazione autonoma di chi siamo ma impariamo a conoscerci attraverso il modo in cui veniamo guardati e trattati dalle persone da cui dipendiamo.

Quando il messaggio che arriva con continuità è che ciò che facciamo non è abbastanza, il rischio è che il bambino smetta gradualmente di percepire insufficiente il proprio comportamento e inizi invece a percepire insufficiente se stesso.

Questa distinzione è fondamentale.
Esiste una grande differenza tra pensare:

"Ho commesso un errore"
e pensare "C'è qualcosa di sbagliato in me."

Nel primo caso viene messo in discussione un comportamento. Nel secondo viene messa in discussione l'identità.
Secondo il modello dell'Internal Family System il bambino che sperimenta ripetutamente vergogna, umiliazione, disprezzo o rifiuto non perde il contatto con dolore che ne consegue, impara a relegarlo in una parte della propria esperienza interna che verrà progressivamente tenuta lontana dalla coscienza.

Queste 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢 𝐟𝐞𝐫𝐢𝐭𝐞 custodiscono emozioni che, durante lo sviluppo, non hanno trovato uno spazio sicuro in cui essere accolte: il senso di inadeguatezza, il bisogno di essere amati, la paura del rifiuto, il dolore di non sentirsi visti, il desiderio di essere accettati indipendentemente dai risultati.

Poiché quel materiale emotivo è troppo doloroso da contattare direttamente, il sistema psicologico sviluppa delle strategie di protezione.

Molti degli aspetti che in età adulta vengono percepiti come tratti caratteriali sono in realtà il risultato di queste strategie.
Il perfezionismo, ad esempio, raramente nasce dall'amore per l'eccellenza. Più spesso nasce dalla paura delle conseguenze dell'errore.
L'iperresponsabilità non sempre deriva da un forte senso etico ma può rappresentare il tentativo di evitare critiche, conflitti o disapprovazione.
Persino l'autocritica può essere compresa come una forma di adattamento.

Una delle intuizioni più importanti dell'IFS consiste proprio nel considerare il critico interno non come una forza distruttiva, ma come una parte protettiva del sistema. Una parte che ha imparato a svolgere il ruolo del controllore, del correttore e del giudice perché, in un certo momento della vita, questa strategia è sembrata necessaria.
Se l'ambiente familiare era caratterizzato da continue valutazioni negative, il sistema può aver tratto la conclusione implicita chr per evitare di essere feriti dall'esterno è meglio anticipare la critica.

In questo modo il bambino interiorizza la voce del genitore.
Con il passare degli anni quella voce non ha più bisogno di provenire dall'esterno. Diventa una presenza interna stabile che continua a monitorare, correggere e giudicare.
È per questo motivo che molte persone cresciute in contesti fortemente critici descrivono un'esperienza paradossale. Quando ricevono riconoscimenti, continuano a sentirsi in difetto, quando raggiungono un obiettivo importante, provano sollievo soltanto per breve tempo. Se nessuno le sta giudicando, si sentono sotto esame.
𝐋𝐚 𝐫𝐞𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐨𝐫𝐢𝐠𝐢𝐧𝐚𝐫𝐢𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐢𝐧𝐮𝐚 𝐚 𝐯𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐝𝐢 𝐥𝐨𝐫𝐨.

Le conseguenze diventano ancora più profonde quando alla critica si aggiungono imprevedibilità emotiva, aggressività o freddezza affettiva. In questi casi il bambino non deve soltanto confrontarsi con il giudizio, ma anche con l'incertezza. Non sa quando arriverà una critica, quale comportamento la provocherà o quale stato emotivo troverà nel genitore.

L'organismo si adatta sviluppando una costante attenzione verso l'ambiente relazionale, uno stato di allerta continuo.

Molte persone che hanno avuto questa storia diventano estremamente abili nel cogliere dettagli emotivi che altri non notano come cambiamenti di tono, esitazioni, tensioni e segnali di distanza. Questa sensibilità viene spesso interpretata come empatia, ma non sempre nasce dall'apertura all'altro. Talvolta nasce dalla necessità di prevedere il pericolo.

Anche nelle relazioni adulte questa organizzazione interna continua a esercitare la propria influenza.
L'approvazione degli altri può assumere un'importanza sproporzionata. Le critiche possono risultare particolarmente dolorose. Gli errori possono essere vissuti come la conferma della propria inadeguatezza.

Ciò che continua a essere cercato non è il risultato in sé, ma l'esperienza che quel risultato promette: sentirsi abbastanza.

In realtà nessun successo adulto può guarire completamente una ferita che si è formata nel campo delle relazioni. Se il bisogno originario era quello di essere accolti, riconosciuti e amati indipendentemente dalla performance, nessuna performance sarà sufficiente a soddisfarlo.

L'Internal Family Systems considera questo passaggio centrale nel percorso di guarigione. Il problema non è la presenza delle parti protettive, né l'esistenza del critico interno. Il problema nasce quando l'intera identità della persona finisce per coincidere con queste strategie di adattamento.

Molti adulti arrivano in terapia convinti che il proprio perfezionismo, la propria autocritica o il proprio bisogno di approvazione rappresentino ciò che sono. Solo gradualmente iniziano a scoprire che queste modalità non costituiscono la loro identità profonda, ma il tentativo di proteggere parti di sé molto più vulnerabili.
Da questa prospettiva, il danno più significativo prodotto da un genitore cronicamente critico non riguarda soltanto la sofferenza emotiva che provoca. 𝐑𝐢𝐠𝐮𝐚𝐫𝐝𝐚 𝐢𝐥 𝐦𝐨𝐝𝐨 𝐢𝐧 𝐜𝐮𝐢 𝐚𝐥𝐭𝐞𝐫𝐚 𝐢𝐥 𝐫𝐚𝐩𝐩𝐨𝐫𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐚 𝐬𝐯𝐢𝐥𝐮𝐩𝐩𝐚 𝐜𝐨𝐧 𝐬𝐞 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐚. Il bambino impara a guardarsi con gli occhi del giudizio prima ancora di aver avuto l'opportunità di conoscersi davvero.

La possibilità di guarigione emerge quando questo sguardo interiorizzato comincia a perdere il proprio monopolio. Quando la persona riesce, gradualmente, a osservare la propria storia con maggiore comprensione, riconoscendo che molte delle convinzioni che porta su di sé non descrivono chi è, ma raccontano il contesto relazionale nel quale ha dovuto crescere.
𝓖.𝓥.

22/06/2026

Un genitore critico svaluta, paragona, corregge e ignora i bisogni emotivi del figlio, facendolo crescere nella convinzione che solo essendo impeccabile potrà essere amato, così lo condanna a vivere di colpa, insicurezza e continua paura di sbagliare.
G.V.

21/06/2026

Affinché si produca un trauma nell'infanzia, non è necessario che si verifichi un evento estremo, è sufficiente che un’esperienza venga vissuta come soverchiante e solitaria, senza la possibilità di essere compresa e condivisa con un adulto affidabile. Come ha sottolineato Bessel van der Kolk, il trauma non è definito soltanto dall’evento in sé, ma dall’effetto che quell’esperienza produce sul sistema nervoso: è ciò che resta nel corpo quando la mente non è stata in grado di elaborare ciò che è accaduto. Un bambino, data la sua struttura neurobiologica, non possiede ancora completamente le competenze di autoregolazione emotiva, dipende infatti dall’adulto per dare senso alle proprie emozioni e per modularle. Se un’esperienza è troppo intensa, improvvisa, ripetuta o vissuta in solitudine emotiva, può assumere una valenza traumatica. Il trauma infantile può dunque derivare da eventi acuti, come maltrattamenti, trascuratezza grave, perdita improvvisa di una figura di riferimento, ma anche da condizioni relazionali croniche e meno visibili come umiliazioni ripetute, svalutazione sistematica, freddezza affettiva, imprevedibilità, richieste di maturità precoce, mancanza di rispecchiamento emotivo. In questi casi non è tanto il singolo episodio a ferire, ma la ripetizione e l’assenza di un contesto riparativo. Il bambino, non potendo modificare l’ambiente né allontanarsene, sviluppa adattamenti di sopravvivenza, per cui può diventare ipervigile, compiacente, autosufficiente in modo rigido, oppure può imparare a dissociarsi, cioè a ridurre il contatto con le proprie sensazioni ed emozioni per non sentirne l’intensità. Un bambino traumatizzato può presentare reazioni sproporzionate rispetto agli stimoli come crisi intense di rabbia o panico per frustrazioni minime, pianto inconsolabile, oppure al contrario un’apparente freddezza emotiva eccessiva. Si possono osservare oscillazioni rapide tra iperattivazione (agitazione, impulsività, ipervigilanza) e spegnimento (ritiro, apatia, sguardo assente). Questa alternanza riflette spesso un sistema nervoso che fatica a trovare uno stato di equilibrio.
Un secondo ambito è quello comportamentale. Possono comparire regressioni improvvise, ritorno a comportamenti già superati come enuresi, richiesta costante di contatto fisico, difficoltà nel sonno, oppure condotte oppositive marcate, aggressività non contestualizzata, o ancora un compiacimento eccessivo verso l’adulto, come se il bambino fosse costantemente preoccupato di non deludere. Anche il gioco può fornire indizi: ripetizioni rigide di scene di pericolo, salvataggio o punizione possono indicare un tentativo di elaborazione simbolica di vissuti non integrati.
L’aspetto relazionale è particolarmente significativo. Alcuni bambini mostrano un attaccamento estremamente ansioso, con paura intensa della separazione e bisogno continuo di rassicurazione; altri appaiono evitanti, eccessivamente autonomi per l’età, poco inclini a cercare conforto anche quando sono in difficoltà. In entrambi i casi può essere presente una difficoltà a percepire l’adulto come base sicura. Il trauma relazionale precoce, soprattutto se cronico, può manifestarsi proprio attraverso queste distorsioni nella fiducia di base.
Anche il corpo parla. Disturbi del sonno persistenti, incubi ricorrenti, mal di pancia o mal di testa frequenti senza cause mediche evidenti, tensione muscolare costante, postura rigida o sguardo ipervigile possono indicare uno stato di attivazione cronica. Talvolta il bambino sembra sempre in allerta, come se stesse monitorando l’ambiente alla ricerca di segnali di minaccia.
È importante sottolineare che singoli comportamenti possono avere molte spiegazioni e che l’osservazione deve essere contestualizzata nell’età evolutiva e nell’ambiente familiare e scolastico. Ciò che orienta verso un’ipotesi traumatica è la persistenza dei segnali, la loro intensità e soprattutto la difficoltà del bambino a tornare spontaneamente ad uno stato di calma dopo l’attivazione.
Infine, un indicatore centrale è la qualità della regolazione in presenza di un adulto disponibile. Un bambino non traumatizzato, anche se agitato, tende a calmarsi quando trova un adulto sintonizzato. Se invece la co-regolazione fatica a produrre effetto, o il bambino sembra non fidarsi del conforto offerto, può essere presente una ferita più profonda nel sistema di sicurezza.

Questi adattamenti, funzionali nell’infanzia, possono però trasformarsi in difficoltà relazionali o regolative nell’età adulta. La minimizzazione di quanto vissuto è una delle strategie più comuni e affonda le sue radici nella necessità primaria di preservare il legame di attaccamento. Alice Miller ha descritto come il bambino tenda a proteggere l’immagine dei genitori anche a costo di negare il proprio dolore, perché riconoscere l’inadeguatezza di chi dovrebbe garantire sicurezza può risultare psichicamente destabilizzante. È spesso meno minaccioso pensare di essere stati bambini troppo sensibili, che ammettere di non essere stati sufficientemente amati, compresi o protetti. Da questo punto di vista il trauma infantile non è soltanto ciò che è accaduto, ma anche ciò che non è accaduto, cioè la mancanza di sintonizzazione, di validazione emotiva, di uno momenti in cui le emozioni potessero essere accolte e regolate insieme a un adulto. Quando queste condizioni vengono a mancare in modo significativo o prolungato, il bambino può interiorizzare un senso di inadeguatezza o di insicurezza di base che continuerà a influenzare la percezione di sé e delle relazioni anche molti anni dopo.
Germana Verganti

Quadro di Davide Stasino

17/06/2026

📱 Divieti e restrizioni possono essere utili, ma da soli non bastano.

Nell'intervista rilasciata a Radio Siena Tv, Silvio Ciappi, docente universitario e componente del gruppo di lavoro “Psicologia Penitenziaria” dell'Ordine degli Psicologi della Toscana, riflette sul dibattito aperto dal divieto dei social network per gli under 16 nel Regno Unito.

Un tema complesso che richiama l'importanza dell'educazione digitale, della responsabilità degli adulti e della necessità di creare occasioni concrete di incontro e relazione per le nuove generazioni.

🎙️ Guarda l'intervista completa: https://www.radiosienatv.it/divieto-social-under-16-in-uk-lo-psicoterapeuta-avverte-i-divieti-da-soli-non-bastano-servono-educazione-digitale-e-spazi-di-aggregazione/?utm_source=IM&utm_medium=whatsapp&utm_campaign=news

16/06/2026

Femminicidio: che cos'è e perché si chiama così

Quando si discute se il femminicidio "esista", si rischia di trasformare in opinione un fenomeno che la ricerca studia da cinquant'anni. Come psicologhe e psicologi sentiamo la responsabilità di riportare il discorso su quello che gli studi, i dati e l’esperienza clinica hanno già documentato, perché comprendere questo fenomeno fa parte del nostro lavoro di ogni giorno.

La parola ha una storia precisa. La criminologa Diana Russell usa il termine femicide nel 1976, parlando al Tribunale internazionale sui crimini contro le donne, e ne mette a fuoco il significato nel volume del 1992, quando lo definisce come l'uccisione di una donna in quanto donna, cioè per ragioni che hanno a che fare con il genere. Negli stessi anni l'antropologa messicana Marcela Lagarde conia in spagnolo feminicidio, poi reso in italiano con femminicidio, allargando il concetto fino a comprendere le forme di sopraffazione e di violenza che spesso preparano il terreno all'omicidio. Serviva una parola nuova proprio perché "omicidio", termine neutro, finiva per cancellare l'informazione che più conta, e cioè il movente.

Prima ancora delle teorie, sono i numeri a raccontarlo. Nel 2025, secondo il report del Servizio analisi criminale del Ministero dell'Interno, in Italia sono state uccise 97 donne, di cui 85 in ambito familiare o affettivo e 62 per mano del partner o dell'ex. C'è un dato che colpisce più di tutti: mentre gli omicidi complessivi calano fino al minimo degli ultimi dieci anni, gli omicidi di donne dentro la coppia restano fermi, con le stesse 62 vittime sia nel 2024 sia nel 2025, tanto che le donne arrivano a rappresentare la quota più alta mai registrata sul totale delle persone uccise. Gli uomini vengono uccisi in contesti molto diversi e quasi mai da chi dicono di amare, e questa asimmetria si ripete identica anno dopo anno, segno di un fenomeno strutturale che ha una sua grammatica riconoscibile.

Quella grammatica la conosciamo bene, perché è materia clinica prima ancora che statistica. Il femminicidio arriva raramente all'improvviso, dal momento che di solito è l'ultimo gradino di una lunga escalation. Già nel 1979 la psicologa Lenore Walker, nel suo studio sulle donne maltrattate, descriveva il ciclo della violenza, in cui si alternano una fase di accumulo della tensione, l'esplosione vera e propria e una fase di riconciliazione che illude e trattiene la vittima, mentre la spirale a ogni giro si stringe un po' di più. Anni dopo il sociologo Evan Stark ha aggiunto un tassello che ai clinici dice molto, quello del controllo coercitivo, una forma di dominio fatta di svalutazione, isolamento, sorveglianza, controllo del denaro e delle relazioni, capace di non lasciare lividi e di restare per questo invisibile a chi osserva da fuori. È dentro dinamiche come queste, segnate dal possesso e dall'incapacità di accettare un rifiuto o una separazione, che si misura la distanza tra il femminicidio e gli altri omicidi.

Riconoscere questa specificità produce conseguenze molto concrete. Permette di prevenire, perché aiuta a valutare il rischio nei passaggi più pericolosi, a cominciare dalla fine di una relazione. Permette di proteggere chi è in pericolo e di prendere in carico, nei programmi dedicati, gli uomini che usano violenza, con l'obiettivo di interrompere le aggressioni e ridurre il rischio che si ripetano, tenendo sempre al primo posto la sicurezza delle donne. Permette, a chi resta, di dare un nome al proprio dolore e di sentirsi finalmente creduta. Una parola precisa diventa così uno strumento di lavoro, perché dove manca il nome si fatica perfino a vedere il problema.

Su questo terreno la legge 181 del 2025, che ha introdotto nel Codice penale il reato di femminicidio all'articolo 577-bis, ha recepito quanto la comunità scientifica andava dicendo da tempo. Nella stessa direzione si muove l'Unione europea, visto che la direttiva 2024/1385 nomina espressamente sia il femminicidio sia il controllo coercitivo tra le forme della violenza contro le donne. Quelle norme riconoscono un movente specifico, fatto di odio, dominio e possesso esercitati sulla donna in quanto donna e radicati in una cultura precisa, e gli danno un nome perché senza nome non lo si può contrastare. La dignità di ogni vittima resta identica davanti alla legge, e proprio per questo distinguere il movente aiuta a capire e a prevenire.

Come psicologhe e psicologi mettiamo a disposizione le nostre competenze, dai centri antiviolenza alla valutazione del rischio, dal lavoro con le vittime a quello con gli autori, fino alla formazione di chi accoglie le donne nei servizi. La parola femminicidio è il primo di questi strumenti, e rinunciarvi vorrebbe dire tornare a non vedere, come società intera, ciò che con fatica abbiamo imparato a riconoscere.

𝐶𝑜𝑛𝑡𝑟𝑖𝑏𝑢𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝐹𝑟𝑎𝑛𝑐𝑒𝑠𝑐𝑎 𝑆𝑐ℎ𝑖𝑟 𝑆𝑒𝑔𝑟𝑒𝑡𝑎𝑟𝑖𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝐶𝑜𝑛𝑠𝑖𝑔𝑙𝑖𝑜 𝑁𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑎𝑙𝑒 𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝐶𝑜𝑚𝑖𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑃𝑎𝑟𝑖 𝑂𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑢𝑛𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙 𝐶𝑁𝑂𝑃, 𝑑𝑖 𝑐𝑢𝑖 𝑒̀ 𝑐𝑜𝑜𝑟𝑑𝑖𝑛𝑎𝑡𝑟𝑖𝑐𝑒

Per approfondire 👇
https://www.psy.it/femminicidio-che-cos-e-perche-si-chiama-cosi/

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