20/05/2026
Questo post nasce da un dubbio emerso sotto il precedente reel, in cui parlavamo del rapporto tra Michael Jackson e suo padre, delle violenze subite e del modo in cui l’artista tendeva a giustificarle.
Proviamo a generalizzare questo concetto:
perché tendiamo a giustificare le violenze subite nell’infanzia, anche quando parliamo di “semplici” schiaffi (o del famoso lancio della ciabatta)?
Biologicamente nasciamo con il bisogno di ancorarci ad una figura di riferimento (generalmente i genitori) per garantire la nostra sopravvivenza. Quando questa figura si rivela violenta, si crea un paradosso: la fonte di pericolo coincide con la fonte di salvezza. Per risolvere questo conflitto e preservare il legame, la mente del bambino cerca una giustificazione morale e si convince che quel dolore sia giusto, necessario, “è per il suo bene”.
C’è poi il malinteso sull’efficacia educativa di questi metodi.
Lo schiaffo blocca il comportamento del bambino nell’immediato, per questo si ha l’illusione che funzioni. A lungo termine, però, non insegna nulla.
Il bambino non smette di sbagliare perché ha capito la regola, smette perché è terrorizzato.
L’unica cosa che si impara è che la violenza è uno strumento legittimo da usare.
L’educazione ha bisogno di tempo.
La paura richiede solo un attimo, ma lascia tracce per tutta la vita.