06/06/2025
Calcinculo (2022): un film che graffia, tra corpi in trasformazione e legami feriti
Calcinculo è una storia di crescita senza retorica. Parla del dolore di diventare sé stessi, del corpo come linguaggio muto e dell’identità come costruzione fragile, sempre in movimento.
Al centro della narrazione c’è Benedetta, un’adolescente sovrappeso che si muove in un mondo che la guarda troppo per intrudere e non la vede affatto per rispecchiarla. È osservata, giudicata, ma mai riconosciuta nel suo esserci.
Chiara Bellosi racconta tutto questo con una regia asciutta e una fotografia cruda, documentaristica. Non c’è estetizzazione del dolore, né edulcoramenti: la macchina da presa si posa sul corpo e sulla relazione, restituendo un clima psichico di tensione non mentalizzata, di affetti primitivi che cercano disperatamente una forma.
Il contesto familiare è affettivamente povero, dominato da una madre iperfemminile e narcisisticamente investita, con cui è impossibile identificarsi, e da un padre che, pur presente fisicamente, non esercita alcuna funzione terza. La relazione genitoriale è segnata da tensioni sotterranee che invadono lo spazio mentale di Benedetta, lasciandola senza un appoggio simbolico.
In questo vuoto, il corpo si fa contenitore di vissuti indifferenziati e di conflitti: è attraverso il corpo che Benedetta comunica, protesta, cerca un confine. La sua bulimia grezza, il mangiare carne cruda, fa pensare all’incorporazione di un oggetto non simbolizzato, uno stato pre-simbolico, con una componente cannibalica.
L’identità di Benedetta è mimetica: si adatta, osserva, si plasma sui desideri altrui. L’individuazione sembra un movimento troppo rischioso, quasi catastrofico. Compiacere è meno rischioso che differenziarsi: così Benedetta si adatta, si modella, rinunciando al conflitto ma anche a una soggettività propria.
L’incontro con Amanda, figura trans e liminale, introduce una frattura: Amanda è una presenza che sfida le norme, ma anche una soggettività ferita, che non permette idealizzazioni. In lei, Benedetta intravede una possibilità di uscita dal bozzolo familiare, ma anche il rischio di una ripetizione: ancora una volta, capisce i bisogni dell’altro e vi si adatta per guadagnarsi uno spazio.
Amanda non è solo oggetto di identificazione, ma testimone di un’identità in costruzione, precaria, non pacificata. La loro relazione è il luogo di una trasformazione possibile, ma ancora ambigua, esposta alla tensione tra cambiamento e coazione a ripetere.
Il titolo stesso, Calcinculo, richiama una giostra popolare in cui si viene spinti via con un colpo secco. È una metafora del bisogno di separazione e del terrore che lo accompagna. Il movimento rotatorio della giostra incarna la pulsione a ripetersi, ma anche la spinta a uscire da un ciclo chiuso, con tutti i rischi della caduta.
In questa cornice, Calcinculo si configura come una narrazione psichica sull’identità, sull’uso del corpo come unica via d’accesso all’espressione del Sé e sulla difficoltà di soggettivarsi in assenza di uno sguardo che accolga, trasformi, e restituisca.