Fortuna La Mura Psicologa

Fortuna La Mura Psicologa Sono Fortunata La Mura, psicoterapeuta della Gestalt. Accompagno bambini, adolescenti, adulti e coppie in percorsi di consapevolezza. Colloqui online

Offro ascolto e presenza nel qui e ora, per aiutarti a ritrovare equilibrio, autenticità e fiducia in te stesso.

«Diventiamo falsi recitando una parte senza il sostegno del nostro vero sé al fine di avere il sostegno degli altri.»— F...
15/08/2026

«Diventiamo falsi recitando una parte senza il sostegno del nostro vero sé al fine di avere il sostegno degli altri.»
— Fritz Perls
Impariamo presto ad adattarci alle aspettative degli altri: essere ciò che viene apprezzato, accettato, amato.
Così costruiamo una parte di noi capace di funzionare nelle relazioni, mentre altre parti vengono messe a tacere: bisogni, desideri, emozioni, aspetti di noi che temiamo possano non essere accolti.
Il problema nasce quando l'adattamento diventa così abituale da farci perdere il contatto con ciò che sentiamo realmente.
Possiamo allora condurre una vita apparentemente piena, ricoprire molti ruoli, essere presenti per gli altri e, allo stesso tempo, sentirci vuoti.
È questo il paradosso di cui parla Perls: recitare una parte per ottenere il sostegno degli altri può portarci a perdere il sostegno più importante, quello del nostro stesso sé.
La psicoterapia può essere uno spazio in cui tornare a incontrare ciò che è stato escluso, ascoltare ciò che sentiamo e riconoscere ciò che desideriamo.
Non per diventare qualcun altro, ma per smettere, poco alla volta, di essere ciò che non siamo.
Perché il sostegno degli altri non dovrebbe richiedere il sacrificio di noi stessi.
E tu, riesci ad essere chi sei?

«È la relazione che cura.» Uno dei messaggi più profondi che Irvin Yalom ci ha lasciato.La psicoterapia non è fatta solo...
27/07/2026

«È la relazione che cura.» Uno dei messaggi più profondi che Irvin Yalom ci ha lasciato.
La psicoterapia non è fatta solo di tecniche, interpretazioni o strumenti. È, prima di tutto, l'incontro autentico tra due persone. Uno spazio in cui sentirsi accolti, visti e compresi, senza giudizio.
Quando una persona sperimenta una relazione sicura, può iniziare a guardare con occhi nuovi le proprie paure, le ferite e le possibilità di cambiamento. È proprio all'interno di questo legame che nasce la fiducia, e con essa la possibilità di trasformarsi.
Perché, spesso, non è ciò che viene detto a fare la differenza, ma il modo in cui ci si sente mentre lo si dice.

"Il terapeuta mi vuole bene?"È una domanda che, a volte, viene fatta a voce. Molto più spesso, resta in silenzio.Il tera...
30/06/2026

"Il terapeuta mi vuole bene?"
È una domanda che, a volte, viene fatta a voce. Molto più spesso, resta in silenzio.
Il terapeuta non ti vuole bene nel modo in cui te ne vuole un amico, un partner o un familiare. La relazione terapeutica è diversa e proprio per questo può diventare così preziosa.
Carl Rogers parlava di accettazione incondizionata, empatia e autenticità. Significa che il terapeuta cerca di incontrarti senza giudicarti, di comprendere il tuo mondo così come lo vivi e di essere una presenza vera, non una maschera professionale.
Quando ti senti accolto in questo modo, succede qualcosa di importante: inizi a guardare con meno paura anche quelle parti di te che hai sempre cercato di nascondere.
La terapia non è il luogo in cui qualcuno ti dice chi devi diventare.
È il luogo in cui puoi riscoprire chi sei.
Il terapeuta non percorre la strada al tuo posto e non decide per te. Cammina accanto a te, con fiducia, mentre ritrovi le risorse che la sofferenza, le ferite o la paura avevano messo in ombra.
Volere il tuo bene significa questo: credere nelle tue possibilità anche quando tu fai fatica a vederle.
Perché ogni persona possiede una naturale tendenza alla crescita. A volte ha solo bisogno di una relazione in cui sentirsi davvero ascoltata, compresa e accolta per poterla ritrovare.
La terapia, allora, non ti rende dipendente da qualcuno.
Ti aiuta, passo dopo passo, a tornare in contatto con te stesso.

Le abbuffate parlano di molto più del cibo.Quante volte hai affrontato una giornata piena di impegni, cercato di fare tu...
29/06/2026

Le abbuffate parlano di molto più del cibo.
Quante volte hai affrontato una giornata piena di impegni, cercato di fare tutto nel modo giusto, hai trattenuto la stanchezza, messo da parte la rabbia, ignorato la delusione. Magari hai anche seguito la dieta con precisione, resistendo a ogni tentazione.
Poi arrivi a casa, vai in cucina, apri la dispensa con l'idea di mangiare "solo qualcosa".
Un biscotto diventa cinque, un pacco di crackers, il gelato, il pane. Mangi velocemente, quasi senza accorgertene. Per qualche minuto il resto del mondo sembra sparire. Arriva il peso sullo stomaco, insieme alla vergogna e alla promessa: "Da domani ricomincio."
Per molte persone, l'abbuffata rappresenta un momento in cui il corpo e la mente cercano una tregua.
A volte succede che dopo molte ore senza mangiare, oppure dopo periodi di restrizione alimentare, l'organismo aumenta il desiderio di cibo perché cerca di recuperare energia si tratta di un meccanismo di protezione.
Altre volte sono le emozioni a chiedere spazio: stress, solitudine, senso di vuoto, frustrazione, ansia o tristezza possono diventare così intensi da spingere verso qualcosa che offra conforto immediato. Il cibo, almeno per un momento, riesce a calmare quella tempesta.
Ci sono poi le storie personali. Crescere in ambienti dove le emozioni trovavano poco spazio, sentirsi spesso giudicati, imparare a essere sempre forti o sempre perfetti può rendere difficile riconoscere i propri bisogni. Il corpo, allora, finisce per esprimere ciò che le parole faticano a raccontare.
Anche le relazioni hanno un ruolo: sentirsi soli, incompresi, rifiutati o vivere continui conflitti può aumentare il bisogno di trovare conforto in qualcosa di immediatamente disponibile.
Ogni abbuffata ha una storia diversa. Per questo comprenderne il significato è molto più utile che fermarsi a contare le calorie o a colpevolizzarsi.
Dietro quel gesto, spesso, c'è una persona che ha cercato per tanto tempo di andare avanti facendo affidamento solo su se stessa.
Se ti riconosci in queste parole, forse c'è qualcosa che può alleggerire il peso che porti: quello che ti accade ha un senso. Ha una storia, delle radici e una funzione che, in qualche modo, ha cercato di aiutarti ad affrontare momenti difficili.
Ed è proprio partendo da questa comprensione che può iniziare il cambiamento. Quando impari ad ascoltare i tuoi bisogni, a dare un nome alle emozioni e a trovare modi nuovi per prenderti cura di te, il cibo smette lentamente di essere l'unica risposta possibile.
La ripresa non nasce dalla guerra, ma dall'incontro con se stessi. E questo percorso, con il giusto supporto, è possibile.

I pensieri disfunzionali sono modi di pensare automatici, rigidi o distorti che influenzano negativamente il modo in cui...
14/06/2026

I pensieri disfunzionali sono modi di pensare automatici, rigidi o distorti che influenzano negativamente il modo in cui interpretiamo noi stessi, gli altri e ciò che ci accade.
Spesso sembrano “verità assolute”, ma in realtà sono interpretazioni apprese nel tempo, spesso legate alle esperienze infantili, alle ferite emotive, alle relazioni significative o a momenti di forte stress.
Per esempio:
“Se sbaglio, allora valgo poco.”
“Se una persona si allontana, significa che mi abbandonerà.”
“Devo fare tutto perfettamente.”
“Gli altri mi giudicano continuamente.”
“Non riuscirò mai a cambiare.”
Questi pensieri tendono a comparire in automatico, senza che ce ne accorgiamo davvero. Il problema non è avere un pensiero negativo ogni tanto — è umano — ma quando quel modo di pensare diventa abituale e condiziona emozioni e comportamenti.
Un esempio quotidiano: Scrivi un messaggio a una persona e non ricevi risposta per qualche ora.
Il fatto reale è solo questo.
Ma il pensiero disfunzionale potrebbe essere: “Mi sta ignorando perché non sono importante.”
Da lì possono nascere ansia, tristezza, rabbia o bisogno di rassicurazione.
In realtà potrebbero esistere molte altre spiegazioni.
Alcuni tipi comuni di pensieri disfunzionali sono:
Catastrofizzazione: immaginare subito il peggio.
Pensiero tutto-o-nulla: vedere solo successo o fallimento.
Generalizzazione: “È andata male una volta, andrà sempre male.”
Lettura del pensiero: credere di sapere cosa pensano gli altri.
Autosvalutazione: concentrarsi solo sui propri difetti.
Nella psicoterapia si lavora molto su questi meccanismi, non per “pensare positivo a tutti i costi”, ma per sviluppare uno sguardo più realistico, flessibile e compassionevole verso sé stessi.
Anche nella prospettiva della Psicoterapia della Gestalt, i pensieri disfunzionali vengono osservati insieme alle emozioni, alle sensazioni corporee e ai modi relazionali appresi: spesso dietro un pensiero rigido c’è un bisogno emotivo non riconosciuto o una modalità di protezione sviluppata nel tempo.

Molte delle ferite che ci portiamo dentro nascono in un tempo in cui eravamo troppo piccoli per capire, difenderci o dar...
11/06/2026

Molte delle ferite che ci portiamo dentro nascono in un tempo in cui eravamo troppo piccoli per capire, difenderci o dare un nome a ciò che sentivamo.
Da bambini abbiamo bisogno di essere visti, accolti, rassicurati, amati senza condizioni. Quando questi bisogni vengono ignorati, svalutati o soddisfatti solo in parte, qualcosa dentro di noi continua a cercare, anche da adulti, ciò che è mancato.
Spesso allora ci aspettiamo che siano gli altri a colmare quel vuoto: un partner che ci faccia sentire finalmente abbastanza, un’amicizia che cancelli la paura dell’abbandono, qualcuno che ci dia continuamente conferme, presenza o approvazione.
Ma nessuna relazione adulta può davvero riparare completamente un bisogno infantile irrisolto. Non perché gli altri non ci amino abbastanza, ma perché quel dolore appartiene a una parte più profonda e antica di noi.
L’unica vera possibilità di guarigione nasce quando l’adulto che siamo oggi inizia a prendersi cura del bambino ferito che porta dentro.
Significa imparare ad ascoltare le proprie emozioni senza giudicarle, riconoscere i propri bisogni senza vergogna, dare valore a ciò che da piccoli non è stato riconosciuto.
È un passaggio delicato: smettere di chiedere agli altri di salvarci e iniziare invece a costruire dentro di sé uno spazio sicuro.
Un luogo interiore fatto di comprensione, protezione, limiti sani e compassione.
Questo non significa diventare autosufficienti o non avere bisogno degli altri. Le relazioni restano fondamentali.
Ma una relazione sana non nasce dal bisogno disperato di essere “riparati”: nasce dall’incontro tra due adulti che sanno accogliere le proprie fragilità senza delegare completamente all’altro il compito di guarirle.
In terapia, questo lavoro spesso passa attraverso il riconoscimento delle proprie parti più vulnerabili: dare voce a quel bambino interiore che per anni è rimasto invisibile, impaurito o troppo adattato.
E forse la vera cura inizia proprio lì: nel momento in cui smettiamo di abbandonare noi stessi come, un tempo, ci siamo sentiti abbandonati dagli altri.

Ci sono giornate in cui basta un piccolo errore per sentirsi “inadeguati”.Basta una risposta data con esitazione, una fa...
10/06/2026

Ci sono giornate in cui basta un piccolo errore per sentirsi “inadeguati”.
Basta una risposta data con esitazione, una faccenda dimenticata, un momento di stanchezza… e da dentro parte una voce severa:
“Dovevi fare meglio.”
“Possibile che sbagli sempre?”
“Gli altri ce la fanno.”
Molte persone convivono con questo dialogo interiore senza accorgersi di quanto esso possa diventare pesante nel tempo.
In Gestalt, questa voce viene spesso chiamata “giudice interno”: una parte di noi che ha imparato a controllare, criticare e pretendere.
Spesso le sue radici nascono nell’infanzia, nei momenti in cui ci siamo sentiti accolti solo “facendo bene”, comportandoci nel modo giusto o cercando di evitare critiche e delusioni.
Un bambino impara presto a percepire gli sguardi, le aspettative, i toni.
Così, piano piano, può sviluppare la paura del giudizio esterno e iniziare a controllarsi continuamente, a inibire i suoi comportamenti spontanei e genuini e mettere in atto comportamenti utili a sentirsi accettato, amato o all’altezza.
Con il tempo quella voce esterna diventa interna.
E anche da adulti si continua a vivere con la sensazione di dover dimostrare qualcosa, di dover essere perfetti per meritare approvazione.
Quando il giudice interno prende troppo spazio, diventa difficile ascoltare ciò che proviamo davvero. A questo punto
la spontaneità si riduce, l’ansia aumenta e persino i piccoli errori sembrano enormi.
Prendersi cura di sé significa imparare a riconoscere quella voce senza darle tutto il potere, dare più ascolto, più consapevolezza e avere uno sguardo più gentile verso sé stessi.
Il modo in cui ci guardiamo e ci parliamo può ferirci… oppure aiutare a guarire.
E tu, come ti guardi?

Nell’Analisi Transazionale il concetto di “riprogrammare” riguarda la possibilità di diventare consapevoli dei propri sc...
04/06/2026

Nell’Analisi Transazionale il concetto di “riprogrammare” riguarda la possibilità di diventare consapevoli dei propri schemi automatici — pensieri, emozioni, copioni relazionali — e costruire modalità più libere e funzionali di stare con sé stessi e con gli altri.
Secondo Eric Berne, molte delle nostre reazioni nascono da decisioni antiche prese nell’infanzia, spesso per adattarsi all’ambiente familiare.
Queste decisioni formano il cosiddetto “copione di vita”.
Per esempio:
una persona che da bambina ha imparato che “deve essere perfetta per essere amata” può diventare un adulto molto critico con sé stesso;
chi ha vissuto rifiuto può aspettarsi continuamente abbandono anche nelle relazioni sane.
In terapia, “riprogrammare” non significa cancellare il passato, ma:
riconoscere i messaggi interiorizzati;
capire da quale Stato dell’Io stiamo reagendo (Genitore, Adulto o Bambino);
interrompere automatismi ripetitivi;
fare nuove scelte più consapevoli nel presente.
Un lavoro tipico potrebbe essere: “Quando il tuo partner non risponde subito ai messaggi, cosa senti? Quale parte di te reagisce? È una paura attuale o qualcosa di antico che si riattiva?”
Da lì si aiuta la persona a spostarsi verso uno Stato dell’Io Adulto, più radicato nella realtà presente, invece che nelle ferite del passato.
L’obiettivo dell’AT è aumentare autonomia, consapevolezza, spontaneità e capacità di intimità autentica.

Andare in terapia è una scelta di cura verso se stessi.È uno spazio in cui potersi fermare, ascoltare ciò che si prova e...
23/05/2026

Andare in terapia è una scelta di cura verso se stessi.
È uno spazio in cui potersi fermare, ascoltare ciò che si prova e dare significato a pensieri, emozioni e fatiche che spesso si portano dentro da tempo.
Un percorso psicologico può aiutare a:
• gestire ansia, stress e preoccupazioni che occupano la mente
• comprendere meglio alcune dinamiche che si ripetono nelle relazioni
• riconoscere e accogliere emozioni difficili da esprimere
• costruire confini più chiari e rispettosi dei propri bisogni
• attraversare momenti complessi con maggiore consapevolezza e sostegno
• ritrovare equilibrio e benessere nella vita di tutti i giorni
Prendersi cura della propria salute psicologica può iniziare in qualsiasi momento.
A volte, chiedere aiuto rappresenta il primo passo per stare meglio e vivere con maggiore serenità.

Spesso, quando una situazione relazionale ci ferisce o ci mette a disagio, la domanda che emerge spontaneamente è: "Perc...
22/05/2026

Spesso, quando una situazione relazionale ci ferisce o ci mette a disagio, la domanda che emerge spontaneamente è: "Perché fa questo?".
Cerchiamo spiegazioni nelle intenzioni, nella storia o nelle motivazioni dell'altro. Comprendere ciò che lo muove può sembrare la strada migliore per sentirci più sicuri, prevedere le sue reazioni o ridurre l'impatto che il suo comportamento ha su di noi.
Tuttavia, questa ricerca ci porta spesso a concentrare energie su aspetti che appartengono all'altra persona: il suo modo di pensare, i suoi bisogni, le sue esperienze e i suoi schemi relazionali. Tutti elementi sui quali abbiamo un'influenza limitata.
Quando restiamo focalizzati esclusivamente sull'altro, rischiamo di rimanere in attesa di un cambiamento esterno, percependo poca possibilità di intervento sulla situazione.
L'Analisi Transazionale propone un cambio di prospettiva attraverso una domanda diversa:
"Perché accetto questo?"
Questa domanda riporta l'attenzione su ciò che dipende da noi. Ci invita a osservare i nostri bisogni, i nostri confini e le scelte che compiamo all'interno della relazione.
Chiedersi perché si continua ad accettare una determinata situazione non significa giustificare il comportamento altrui. Significa esplorare il proprio ruolo nella dinamica relazionale e riconoscere il margine di scelta che possediamo.
È qui che entra in gioco lo Stato dell'Io Adulto: la parte di noi capace di osservare la realtà, valutare le informazioni disponibili e prendere decisioni consapevoli.
L'Analisi Transazionale ci ricorda che:
• possiamo modificare il modo in cui entriamo in relazione con gli altri;
• possiamo riconoscere i nostri copioni relazionali e scegliere modalità più funzionali;
• possiamo decidere come rispondere alle situazioni che viviamo.
La domanda "Perché accetto questo?" apre uno spazio di consapevolezza. Aiuta a individuare gli schemi che si ripetono, i bisogni che restano inascoltati e le situazioni che continuiamo a tollerare pur generando sofferenza o insoddisfazione.
Da questa consapevolezza nasce la possibilità di scegliere se proseguire nella stessa direzione oppure costruire un cambiamento.
In Analisi Transazionale, la responsabilità rappresenta un'espressione di libertà. Consiste nel riconoscere:
• ciò che stiamo contribuendo a mantenere;
• ciò che tendiamo a evitare;
• ciò che continuiamo a permettere;
• le alternative che potremmo sperimentare.
Quando l'attenzione si sposta dal comportamento dell'altro alle nostre scelte, accade qualcosa di significativo: smettiamo di inseguire spiegazioni e iniziamo a individuare possibilità d'azione. La reattività lascia spazio alla consapevolezza e il cambiamento diventa una scelta concreta.

Indirizzo

Via Stabiana 1
Pompei
80045

Orario di apertura

Mercoledì 09:00 - 17:00
Giovedì 15:00 - 20:00
Venerdì 15:00 - 20:00

Telefono

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