28/07/2026
NONNI OGGI. GENITORI IERI
🌿 Osservare i propri genitori diventare nonni è un’esperienza specchio particolare.
A volte tenera.
A volte dolorosa.
Molto spesso rivelatrice.
In questi mesi mi sono trovata a osservare i miei genitori nella relazione con una piccola nipote di cinque mesi.
Osservo mio padre. Incuriosita.
Lo vedo affettuoso.
Protettivo.
Attento ai dettagli.
Lo vedo riconoscere non solo i bisogni fisiologici della bambina, ma anche quelli di contatto, di vicinanza, di rassicurazione. La prende in braccio senza timore, ne ascolta il pianto come un linguaggio, cerca di comprenderne il significato prima ancora di interromperlo.
Un sentire che il mio corpo osserva con sorpresa, perché non gli appartiene come memoria.
Poi osservo mia madre.
E ciò che sento è diverso.
Vedo una cura presente sul piano pratico, ma distante sul piano emotivo.
Ha fame? Si mangia.
Ha sonno? Si dorme.
Ha fatto p**ì o popò? Si cambia.
Una sequenza ordinata che risponde ai bisogni del corpo.
Ma quando compare il pianto, la domanda cambia.
“Perché piange?”
“Mettila giù.”
“Non tenerla sempre in braccio.”
“Si abitua.”
Come se, una volta soddisfatti i bisogni fisiologici, il compito dell’adulto fosse terminato.
Eppure oggi sappiamo che un neonato chiede molto di più. Un neonato non ha bisogno soltanto di essere nutrito, cambiato e fatto dormire.
Ha bisogno di un sistema nervoso adulto che lo accolga quando il suo è ancora immaturo. Ha bisogno di un corpo che contenga e sostenga il suo corpo. Di uno sguardo presente che lo riconosca. Di una presenza che trasformi il pianto in comunicazione e non in fastidio.
Osservando loro, però, mi accorgo che il punto non sono loro. Il punto è la loro storia.
Perché ogni adulto si prende cura dei bambini e delle bambine attraverso il filtro della propria infanzia.
Dietro ogni gesto educativo abitano memorie antiche.
Modelli ricevuti.
Ferite mai nominate.
Bisogni rimasti senza parole.
Strategie di sopravvivenza diventate, nel tempo, modi di stare in relazione.
Da dove nasce quel gesto? Perché nessuno educa partendo da zero.
Educhiamo sempre a partire dalla nostra storia.
E forse è per questo che diventare genitori, nonni, educatori o insegnanti è anche un’esperienza profondamente trasformativa.
Perché i bambini non fanno emergere soltanto i loro bisogni.
Fanno emergere anche i nostri.
Non risvegliano solo competenze.
Risvegliano ricordi, paure, assenze, desideri, ferite e parti di noi che, fino a quel momento, potevano essere rimaste silenziose.
Ma c’è un’altra osservazione preziosa che mi porto dietro. Mentre guardo loro, ascolto me. Perché quelle scene non parlano soltanto della bambina che hanno davanti. Parlano anche della bambina che sono stata.
Il corpo, infatti, possiede una memoria che la mente spesso non sa raccontare. A volte basta osservare un adulto rispondere al pianto di un bambino perché dentro di noi si riattivino sensazioni antiche.
Non sempre ricordi. Molto più spesso percezioni.
Un nodo nello stomaco.
Una stretta al petto.
Un senso di vuoto.
Oppure, al contrario, un’improvvisa sensazione di calore e sicurezza.
Il corpo conserva ciò che le parole hanno dimenticato.
Forse è per questo che alcune scene ci commuovono senza sapere perché. O ci fanno male senza riuscire a spiegare da dove arrivi quel dolore.
Ed è forse questo uno degli insegnamenti più profondi che i bambini continuano a offrirci.
Non rivelano soltanto chi stanno diventando. Rivelano anche chi siamo stati noi.
E, se scegliamo di osservare con delicatezza e consapevolezza, ci offrono una possibilità preziosa. Non quella di giudicare i nostri genitori. Ma quella di comprendere la storia che li ha abitati. Perché comprendere non significa giustificare.
Significa trovare il coraggio di ascoltare la propria verità interiore. E lentamente interrompere la trasmissione inconsapevole di ciò che il dolore, di generazione in generazione, continua a raccontare attraverso i gesti.
Forse è proprio qui che inizia la vera riparazione. Non quando cambiamo il passato. Ma quando diventiamo abbastanza consapevoli da non consegnarlo, immutato, al futuro. E, ancor più, quando smettiamo di lasciargli scrivere, inconsapevolmente, il nostro presente.
Atelier della Pedagogista