05/07/2026
La tendenza a giudicare, svalutare, porsi su un piano di superiorità non è un caso.
È un’operazione che la mente compie su se stessa prima ancora che sull’altro. Ha una funzione precisa: distanziarsi da un’idea di sé negativa e dalla dolorosa vergogna per sé stessi.
La vergogna riguarda l’identità: mi sento sbagliato, difettoso, inferiore, inadeguato. Ed è uno stato mentale così intollerabile che la mente trova il modo di non starci dentro, o di starci il meno possibile.
Svalutare gli altri permette di spostare il fuoco da sé all’altro. Si esce dalla posizione di chi è osservato e giudicato per entrare in quella di chi osserva e giudica. Non sono più io quello in difetto, è lui. La struttura rimane identica, c’è sempre qualcuno che vale meno, ma il posto che occupo cambia.
Non è un’operazione consapevole di solito.
La vergogna è spesso un’emozione nascosta. Si presenta mascherata da altro: rabbia, distacco, cinismo, superiorità, giudizio. Stati mentali più attivi, più potenti, che danno una sensazione di controllo e che sostituiscono nell’esperienza consapevole qualcosa di molto più fragile e doloroso.
Chi giudica duramente gli altri raramente si percepisce come qualcuno che prova vergogna. Si percepisce come qualcuno che vede chiaramente i difetti altrui, lucido, esigente, con degli standard elevati. La connessione tra quel giudizio e la propria vergogna è quasi sempre inconsapevole.
Ed è proprio lì che si trova il lavoro più importante.
Quando quella connessione diventa visibile, quando la persona riesce a vedere il giudizio come segnale della propria vergogna piuttosto che come valutazione oggettiva dell’altro, si apre uno spazio nuovo. Non solo nel rapporto con gli altri, ma nella relazione con sé stessa.
Perché a quel punto la domanda non è più “cosa c’è di sbagliato in quella persona”, ma “cosa sta cercando di dirmi questo giudizio su quello che provo per me stessa?”
È una domanda molto più utile. E molto più onesta.
Perché lì, finalmente, possiamo prenderci cura di quella ferita.