Dott. Maurizio Sgambati - Psicologo Psicoterapeuta

Dott. Maurizio Sgambati - Psicologo Psicoterapeuta Consigliere Ordine Psicologi Friuli Venezia Giulia. Ricevo a Pordenone. La violazione è un reato. È consentita la SOLA condivisione dei link. IVA n° 01577670936).

Info: www.psicosgambati.it

© E' vietata la copia e ripubblicazione altrove dei contenuti, anche parziale. Maurizio Sgambati, nato nel 1974 a Pordenone dove esercito la libera professione dal 2005 (P. Psicologo Psicoterapeuta, Ipnoterapeuta, Analista Transazionale certificato CTA. Iscritto all'ALBO degli Psicologi del Friuli Venezia Giulia n.° 787, all'ALBO Società Italiana Ipnosi e all'ALBO dei Counselor Professionisti n.° 2982. Redattore Area Scientifica della rivista Noi2Magazine.com.

C'è un aspetto del passato di cui si parla poco. Non riguarda gli eventi che abbiamo vissuto, ma il significato che cont...
18/09/2026

C'è un aspetto del passato di cui si parla poco. Non riguarda gli eventi che abbiamo vissuto, ma il significato che continuiamo ad attribuire loro negli anni.

Molte delle decisioni che prendiamo oggi, infatti, non nascono esclusivamente da ciò che abbiamo davanti agli occhi, bensì dall'interpretazione che abbiamo costruito intorno a ciò che ci è accaduto tempo fa.

Dopo una delusione importante, per esempio, è naturale diventare più cauti. Il problema nasce quando quella cautela smette di essere una risposta a una situazione specifica e si trasforma in un modo permanente di stare al mondo. A quel punto non stiamo più imparando dall'esperienza; stiamo lasciando che sia l'esperienza a delimitare in anticipo ciò che crediamo possibile.

Accade spesso senza che ce ne rendiamo conto. Un errore commesso anni prima continua a influenzare il giudizio che abbiamo sulle nostre capacità. Una ferita ricevuta da qualcuno finisce per condizionare il modo in cui guardiamo chi non c'entra nulla con quella storia. Un'occasione mancata diventa la prova silenziosa che le opportunità importanti arrivino sempre nel momento sbagliato. Non è la memoria a crearci difficoltà, ma la tendenza a trattare ciò che è stato come se contenesse una verità definitiva su ciò che sarà.

Eppure il tempo modifica ogni elemento dell'equazione. Le circostanze cambiano, le persone cambiano e, soprattutto, cambiamo noi. Continuare a valutare il presente attraverso conclusioni formulate in un'altra fase della vita significa ignorare questa trasformazione costante. Significa credere che la versione di noi stessi che esisteva allora coincida perfettamente con quella che esiste oggi.

Forse il vero valore dell'esperienza non consiste nel fornirci risposte da applicare automaticamente, ma nel darci strumenti per osservare la realtà con maggiore consapevolezza. C'è una differenza sottile ma fondamentale tra fare tesoro di ciò che si è vissuto e diventarne prigionieri. Nel primo caso il passato diventa conoscenza; nel secondo diventa una lente che altera tutto ciò che guardiamo.

Per questo non sempre la domanda più utile è come liberarsi da ciò che è successo. In molti casi sarebbe più onesto chiedersi quanto spazio continuiamo a concedergli nelle scelte che facciamo ogni giorno. Perché alcune esperienze terminano nel momento in cui finiscono, mentre altre continuano ad agire dentro di noi attraverso convinzioni che non abbiamo mai rimesso realmente in discussione.

Riconoscere questo meccanismo non significa rinnegare il passato o sminuire ciò che abbiamo attraversato. Significa attribuirgli il posto corretto. Un capitolo importante della nostra storia può spiegare molte cose, può perfino aiutarci a comprendere chi siamo diventati, ma non dovrebbe avere l'autorità di decidere chi saremo domani.

Dott. Maurizio Sgambati

Chiudere un ciclo della vita è una questione fondamentale, poiché in molte occasioni della nostra vita ci troviamo di fronte a situazioni o relazioni che vanno ad esaurirsi.

https://www.psicosgambati.it/l/ecoista/
18/09/2026

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Quando si vive in punta di piedi, il mondo dell’altro diventa più forte del proprio. Un modo per riconoscere l’ecoismo e ritrovare presenza.

La maggior parte delle persone trascorre la vita inseguendo ciò che manca, convinta che la felicità si trovi sempre nel ...
18/09/2026

La maggior parte delle persone trascorre la vita inseguendo ciò che manca, convinta che la felicità si trovi sempre nel prossimo traguardo, nella prossima conquista, nella prossima esperienza straordinaria. È una corsa incessante verso qualcosa che sembra promettere pienezza, ma che spesso lascia soltanto un nuovo vuoto da colmare.

Eppure la capacità di gioire della vita raramente nasce dall'accumulo. Non dipende da ciò che possediamo, da quanto otteniamo o da quante emozioni intense riusciamo a collezionare. Nasce invece dalla qualità della nostra presenza.

La mente è abituata a cercare l'eccezionale, mentre il benessere psicologico si nutre dell'ordinario. Di un tramonto osservato senza fretta. Di un silenzio che non spaventa. Di una risata condivisa. Di quel momento quasi impercettibile in cui ci accorgiamo che, per un istante, non ci manca nulla.

Spesso non soffriamo perché la vita ci offre troppo poco, ma perché siamo talmente concentrati su ciò che dovrebbe accadere da non vedere ciò che sta già accadendo.

La felicità autentica non è un evento. È una disposizione interiore. È la capacità di abitare il presente senza pretendere che sia diverso da com'è. Di riconoscere valore nelle piccole cose che diamo per scontate ogni giorno.

Chi impara quest'arte scopre che la serenità non dipende dalle circostanze favorevoli, ma dallo sguardo con cui osserva il mondo. Perché la bellezza non è nascosta nelle cose straordinarie: è ovunque. Siamo noi che, troppo spesso, passiamo accanto alla vita senza fermarci davvero a viverla.

Dott. Maurizio Sgambati

Molte volte, la causa dell'infelicità sta nell'esagerato attaccamento a quei fatti della vita, eventi e persone che ci feriscono e a cui tendiamo ad aggrapparci. Focalizziamo l'attenzione su tutto ciò che ci manca o ci fa sta male anziché su ciò che possediamo, sulle nostre capacità di far fort...

Faremmo di tutto per sentirci amati, approvati, scelti. Faremo l'impossibile pur di ricevere uno sguardo che ci confermi...
18/09/2026

Faremmo di tutto per sentirci amati, approvati, scelti. Faremo l'impossibile pur di ricevere uno sguardo che ci confermi il nostro valore, una parola che ci faccia sentire visti, una presenza che plachi il senso di mancanza che ci portiamo dentro.

E poi, paradossalmente, ci lamenteremo di tutta l'energia spesa. Diremo di aver dato troppo, di esserci sacrificati inutilmente, di non aver ricevuto nulla in cambio.

Ma la verità è che spesso non stiamo dando all'altro ciò che ha chiesto. Stiamo dando ciò che speriamo ci venga restituito. Stiamo investendo nell'altro il compito di colmare bisogni che appartengono alla nostra storia, alle nostre ferite, ai nostri sospesi emotivi.

L'altro, però, non è lì per riparare ciò che il passato ha lasciato aperto. Non è lì per guarire le nostre mancanze, né per confermare il nostro valore ogni volta che dubitiamo di noi stessi.

Quello è un lavoro che nessuno può fare al posto nostro.

E così accade che ci consumiamo nel dare, aspettandoci inconsciamente qualcosa in cambio. Quando quel ritorno non arriva, nasce il risentimento. Ma ciò che ci ferisce non è tanto ciò che l'altro non ha dato, quanto l'aspettativa silenziosa che avevamo costruito.

Facciamo quasi sempre tutto da soli: creiamo il bisogno, proiettiamo la speranza, alimentiamo l'attesa e infine soffriamo per la delusione.

Forse la vera maturità emotiva inizia quando smettiamo di chiedere agli altri di salvarci e iniziamo a prenderci cura di ciò che dentro di noi chiede amore, riconoscimento e attenzione. Senza delegarlo a nessuno.

Perché non è vero che diamo troppo. Spesso diamo male: diamo per essere amati, invece che amare. E da questa differenza nasce gran parte della nostra sofferenza.

Dott.Maurizio Sgambati.

Uno spazio professionale e umano dove puoi capire cosa stai vivendo, alleggerire ciò che pesa e iniziare un percorso psicologico chiaro, rispettoso e orientato al tuo benessere.

Il dolore lascia tracce che possiamo indicare con un dito, quasi con orgoglio: è successo qui, in quel punto preciso. La...
17/09/2026

Il dolore lascia tracce che possiamo indicare con un dito, quasi con orgoglio: è successo qui, in quel punto preciso. La gioia non lascia questi segni. Passa, e spesso ce ne accorgiamo solo quando è già lontana, mentre cerchiamo di ricostruirla a memoria con pezzi che non tornano più uguali.

C'è una ragione psicologica per questa asimmetria. Il cervello codifica con più forza ciò che minaccia la sopravvivenza: un pericolo va ricordato per essere evitato la volta successiva, un pomeriggio sereno no. Non serve a nulla, in termini di sopravvivenza, trattenere il ricordo di una cena tranquilla o di una conversazione che è filata senza attriti. Eppure è proprio quella cena, quella conversazione, a costituire la parte più consistente di una vita vissuta bene.

Chi lavora sulla propria sofferenza, in terapia o fuori, spesso si accorge di un paradosso: diventa bravissimo a raccontare cosa non va, con dettagli precisi, cronologie ordinate, causa ed effetto. Sul benessere invece balbetta. "Sto bene" è quasi tutto quello che riesce a dire, come se la pace non meritasse un vocabolario suo.

Riconoscere ciò che c'è, mentre c'è, non è un esercizio di gratitudine da manuale. È un allenamento cognitivo vero e proprio: dare peso, tempo, parole a uno stato che il cervello considera trascurabile. Fermarsi a metà di una giornata qualunque e notare che nulla sta andando storto, che il corpo è a suo agio, che non c'è nessuna urgenza da gestire, è un atto che richiede più disciplina di quanto sembri. Perché la mente tende sempre altrove, verso il prossimo problema da anticipare.

Forse la vera misura della salute psicologica non è la capacità di superare il dolore, che prima o poi il tempo comunque smussa. È la capacità di trattenere, anche solo per un istante più del solito, quei momenti che non lasciano cicatrici e che per questo, senza qualcuno che li custodisca attivamente, rischiano di scivolare via senza aver mai davvero contato.

Dott. Maurizio Sgambati

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17/09/2026

C'è un tipo di rabbia che non urla. Si deposita, prende la forma dell'abitudine, e alla fine sembra quasi un tratto di carattere invece di quello che è: una ferita che non ha trovato altro modo per esprimersi.

Chi giudica in continuazione, chi trova sempre qualcosa da correggere nell'altro, spesso non sta parlando di chi ha davanti. Sta ripetendo, con parole diverse, qualcosa che gli è stato detto o fatto molto prima. Il giudizio diventa una lingua imparata precocemente, quella con cui qualcuno gli ha insegnato a stare al mondo: attraverso il controllo, la critica, la svalutazione. E una lingua, una volta imparata, la si parla senza accorgersene.

Il rancore ha una funzione, per quanto scomoda da ammettere. Protegge da qualcosa di più doloroso dell'arrabbiarsi: il lutto per un torto che forse non verrà mai riparato. Restare arrabbiati costa meno, in apparenza, che accettare che certe cose non si sistemeranno. Così la rabbia si cristallizza, diventa struttura, e da lì comincia a colpire chiunque capiti a tiro: spesso le persone più sensibili, quelle che reagiscono, quelle il cui dolore si vede.

Infierire sulla sensibilità altrui non è quasi mai un atto di forza. È quello che succede quando qualcuno non ha imparato a reggere la propria vulnerabilità e la trova insopportabile vederla esposta negli altri. La sensibilità dell'altro diventa uno specchio scomodo. Meglio romperlo che guardarci dentro.

Questo non significa assolvere chi fa male. Capire da dove viene una dinamica non equivale a renderla accettabile, e chi subisce giudizio continuo o svalutazione ha tutto il diritto di proteggersi, di allontanarsi, di dire basta. Dietro l'aggressività cronica c'è quasi sempre una persona che non ha mai imparato a chiedere aiuto in un altro modo. Non è una scusa. È una chiave, a volte l'unica, per rompere un pattern che altrimenti si trasmette intatto, di relazione in relazione, di generazione in generazione.

Guarire da questo non vuol dire smettere di sentire rabbia. Vuol dire imparare a riconoscerla mentre nasce, prima che si trasformi in giudizio verso qualcun altro. È un lavoro lento, spesso invisibile, che richiede di tollerare per un momento il disagio che si vorrebbe scaricare fuori di sé. Chi ci riesce smette, poco alla volta, di aver bisogno di qualcuno su cui infierire.

Dott. Maurizio Sgambati

17/09/2026

Cerchiamo amore perché stare insieme significa cercare nell’altro qualcosa che ci manca: un pezzo da imparare, un tratto che ci completi, una presenza che ci colmi.
Spesso cerchiamo qualcuno che lenisca una ferita relazionale antica, che confermi il nostro valore, che ci faccia sentire finalmente degni.
Ma è qui che nasce il paradosso: ciò che scegliamo per curarci può diventare ciò che ci ferisce di nuovo.
Quando l’amore nasce dal bisogno di riparare, rischiamo di ripetere vecchi copioni invece di scriverne di nuovi. E allora la relazione diventa un bivio: può trasformarsi in un luogo di guarigione oppure riportarci esattamente dove avevamo promesso a noi stessi di non tornare più.

Dott. Maurizio Sgambati

La presenza emotiva è quando non ti limiti ad ascoltare le parole dell’altro, ma ascolti la persona.È quando non cerchi ...
16/09/2026

La presenza emotiva è quando non ti limiti ad ascoltare le parole dell’altro, ma ascolti la persona.
È quando non cerchi soluzioni immediate, non riempi i silenzi, non scappi dalle emozioni che emergono.
È dire, anche senza parlare:
“Sono qui. Puoi appoggiarti. Puoi mostrarti. Non mi muovo.”
Non è un gesto, è una qualità della presenza.
Una disponibilità interiore.
Un modo di stare che non invade, non pretende, non giudica.

Dott. Maurizio Sgambati

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La vulnerabilità condivisa nasce quando tu ti mostri per ciò che sei e l’altro non scappa.E quando l’altro si mostra per...
16/09/2026

La vulnerabilità condivisa nasce quando tu ti mostri per ciò che sei e l’altro non scappa.
E quando l’altro si mostra per ciò che è… e tu resti.
È un incontro che non avviene in superficie, ma sotto la pelle.
Non riguarda ciò che racconti agli altri, ma ciò che non hai mai detto a nessuno.
È il luogo dove le difese si abbassano e la verità diventa possibile.

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16/09/2026

Due persone possono condividere amore, anni di vita, ricordi, confidenze, sogni… e poi, un giorno, ritrovarsi dall’altra parte della barricata, incapaci perfino di parlarsi. Non è necessariamente la fine dell’amore il vero dramma, né la conclusione di una relazione. Il nodo più difficile da sciogliere è spesso la nostra scarsa capacità di accettare il cambiamento, di riconoscere che i sentimenti si trasformano, che ciò che era non è detto che debba restare immutabile.
L’amore evolve, le persone crescono, le esigenze cambiano. Pretendere che tutto rimanga identico è un’illusione che genera sofferenza. Serve una forma di maturità emotiva: la consapevolezza che ogni legame può attraversare stagioni diverse, e che accettare questa metamorfosi non significa perdere, ma comprendere.
A volte la scelta più sana è proprio quella di ringraziare per ciò che si è vissuto insieme: per la bellezza, per le lezioni, per i momenti che hanno costruito parti di noi e lasciare che ciascuno vada per la sua strada.

Dott. Maurizio Sgambati

Indirizzo

Viale Michelangelo Grigoletti, 30
Pordenone
33170

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Martedì 09:00 - 19:30
Mercoledì 09:00 - 19:30
Giovedì 09:00 - 19:30
Venerdì 09:00 - 19:30

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