25/08/2026
COME RIACCENDERE CIO' CHE SI E' SPENTO DENTRO DI NOI
Ci sono momenti in cui la sofferenza psicologica non fa più rumore. Continuiamo a lavorare, a uscire, a occuparci delle nostre responsabilità e, agli occhi degli altri, possiamo persino sembrare “come sempre”. Eppure, dentro di noi, qualcosa può essersi spento. Non sempre stare male significa piangere o sentirsi disperati. A volte significa non sentire più nulla, perdere interesse, isolarsi, rimuginare continuamente o vivere con il pilota automatico. È una sorta di anestesia emotiva: ci abituiamo al malessere fino ad arrivare a considerarlo parte di noi. Ma abituarsi alla sofferenza non significa averla superata.
⏳ Quando il malessere diventa parte della quotidianità, è naturale cercare un modo per attenuarlo. Di fronte a paura, ansia o tristezza possiamo evitare una situazione, rimandare, distrarci, chiuderci in casa o smettere di parlare di ciò che proviamo. Nel breve periodo, queste strategie possono offrire sollievo. Nel lungo periodo, però, l’evitamento rischia di alimentare il problema, perché riduce progressivamente le occasioni di confronto con ciò che ci fa paura e con le esperienze che potrebbero aiutarci a stare meglio. Proprio su questi meccanismi si è concentrata una parte importante della ricerca "cognitivo-comportamentale". Aaron Timothy Beck, padre della terapia cognitiva, ha mostrato quanto il modo in cui interpretiamo noi stessi, il mondo e il futuro possa contribuire alla persistenza della depressione. Un pensiero come “non ce la farò” può trasformarsi in una certezza; “non cambierà mai nulla” può diventare una previsione; “sono fatto così” può finire per diventare un’identità. Eppure, un pensiero non è necessariamente un fatto. Imparare a riconoscere e mettere in discussione queste convinzioni rappresenta uno dei principi fondamentali della terapia cognitiva.
⏳ Modificare il modo in cui pensiamo non è l’unico passo possibile. Anche il comportamento può diventare una porta d’ingresso verso il cambiamento. Lo psicologo Neil Jacobson ha contribuito allo sviluppo dell’"Attivazione Comportamentale": un approccio particolarmente importante nel trattamento della depressione. L’idea di fondo è che, quando siamo depressi, possiamo entrare in un circolo vizioso: malessere → ritiro → meno attività e relazioni → meno esperienze gratificanti → maggiore malessere. In questo circolo, aspettare che ritorni spontaneamente la motivazione prima di ricominciare a vivere può diventare una trappola. A volte, infatti, non è necessario sentirsi meglio per iniziare a fare qualcosa di diverso: è proprio attraverso piccoli cambiamenti nel comportamento che possiamo creare le condizioni per sentirci gradualmente meglio. Gli studi clinici hanno mostrato che intervenire in modo graduale sui comportamenti di evitamento e favorire il coinvolgimento in attività significative può contribuire alla riduzione dei sintomi depressivi. Il lavoro di Dimidjian, Hollon, Dobson, Jacobson e colleghi (2006) ha contribuito in modo importante a questo ambito. Il messaggio, quindi, è semplice ma tutt’altro che scontato: non sempre dobbiamo aspettare di stare meglio per iniziare a vivere diversamente. A volte è proprio cominciare a vivere diversamente che ci aiuta a stare meglio.
⏳ Tuttavia, anche quando iniziamo a muoverci e a uscire dall’evitamento, rimane una domanda fondamentale: cosa fare delle emozioni difficili quando arrivano? È su questo terreno che si colloca il lavoro di David Barlow e dei suoi collaboratori. Secondo il modello alla base dell'"Unified Protocol", molti problemi emotivi condividono processi comuni, tra cui una marcata tendenza ad evitare, reprimere, respingere o cercare di controllare le esperienze emotive percepite come disturbanti. Da questa prospettiva questo approccio transdiagnostico interviene proprio sui processi emotivi comuni a diversi disturbi psicologici. L'obiettivo non è semplicemente eliminare un’emozione spiacevole, ma cambiare il rapporto che abbiamo con essa: imparare a riconoscerla, tollerarla e attraversarla senza dover necessariamente reagire per eliminarla o controllarla. In altre parole, possiamo imparare che provare paura, tristezza o ansia non significa necessariamente dover fuggire da ciò che stiamo vivendo. Gli studi clinici sull'"Unified Protocol" hanno fornito evidenze incoraggianti sulla sua efficacia. Questo ci porta a una conclusione importante: per tornare a vivere non dobbiamo necessariamente aspettare che scompaia ogni emozione dolorosa. Possiamo imparare ad affrontare ciò che proviamo senza permettere che siano le emozioni a decidere interamente come vivere.
⏳ Se imparare nuovi modi di pensare, comportarsi e rapportarsi alle emozioni è possibile, significa che anche il cervello deve possedere una certa capacità di cambiamento. È qui che le neuroscienze offrono una prospettiva particolarmente incoraggiante. Il cervello adulto, infatti, non è una struttura completamente immutabile. Possiede capacità di "plasticità", cioè la possibilità di modificare il proprio funzionamento in relazione all’esperienza e all’apprendimento. La psicoterapia è, almeno in parte, un processo di apprendimento: impariamo nuovi modi di interpretare gli eventi, di regolare le emozioni, di affrontare ciò che abbiamo evitato e di comportarci in maniera più funzionale. Studi di neuroimaging hanno documentato modificazioni dell’attività cerebrale associate al miglioramento successivo alla psicoterapia, anche in persone con depressione e disturbi d’ansia. Naturalmente, la psicoterapia non cambia magicamente il cervello, ma è l’esperienza che modifica il suo funzionamento.
⏳ Se il cambiamento è possibile, allora il passo successivo può essere quello di permettere a qualcuno di accompagnarci nel percorso. Ed è proprio qui che entra in gioco un altro aspetto fondamentale: chiedere aiuto. Chiedere aiuto non è una sconfitta. Molte persone pensano erroneamente: “Dovrei riuscire a farcela da solo” oppure “Non sto abbastanza male per andare da uno psicologo”. In realtà, non è necessario arrivare al limite per meritare attenzione e supporto. La sofferenza psicologica può ridurre progressivamente la vitalità, le relazioni, la motivazione e la capacità di godere delle esperienze quotidiane; proprio per questo, riconoscerla e affrontarla precocemente può essere importante. Può essere sufficiente riuscire a dire: “Non sto bene e vorrei capire perché.” Il coraggio, del resto, non significa non provare paura. Significa fare un passo anche quando la paura c’è. Significa parlare di ciò che abbiamo nascosto, affrontare gradualmente ciò che abbiamo evitato e provare a interrompere quei meccanismi che, nel tentativo di proteggerci, finiscono per mantenerci bloccati. Non possiamo promettere che la psicoterapia eliminerà ogni forma di sofferenza. Possiamo, però, affermare che oggi disponiamo di interventi psicologici studiati scientificamente e che, per molte persone possono ridurre significativamente il malessere e favorire una migliore qualità della vita. Perciò, se da tempo ti senti diverso da come vorresti essere, se hai perso interesse, energie, serenità o fiducia nel futuro, non aspettare necessariamente che la sofferenza diventi insostenibile prima di chiedere aiuto. Chiedere aiuto non significa essere deboli. Significa riconoscere che ciò che stai vivendo merita attenzione. Non restare anestetizzato dal tuo dolore. A volte il primo passo verso il cambiamento non consiste nel sentirsi finalmente forti. Consiste semplicemente nell’avere il coraggio di dire: .