Dott. Sileo Alessandro - Psicologo

Dott. Sileo Alessandro - Psicologo La tua vita non va? Sei in difficoltà? Sei senza speranza? Non arrenderti. Come posso aiutarti? Sono stato docente universitario nell'a. Sono pronto ad ascoltarti!

FORMAZIONE:
Sono uno PSICOLOGO PSICOTERAPEUTA COGNITIVO-COMPORTAMENTALE operante a Potenza, in Basilicata. Ho conseguito il titolo il 13 dicembre 2024 alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia di Basilicata di Potenza. Sono iscritto all'Albo degli Psicoterapeuti con matr. 897 dell'Ordine degli Psicologi della Basilicata. Sono Perfezionato in "Riabilitazione Neuropsicologica nell'Adulto e nel

l'Anziano", grazie ad un Master di II Livello conseguito il 12/12/2021 all'Istituto di Scienze Neurocognitive "Aleksandr Lurija" di Torino con la Tesi Sperimentale dal titolo "Il Disturbo Neurocognitivo Maggiore Vascolare da ipoperfusione conseguente ad arresto cardiaco: un trattamento neuropsicologico nell'era Covid". Ho conseguito il 15/04/2019 la laurea Magistrale in "Psicologia - indirizzo Cognitivo" con voto 110/110 all'Università degli Studi "Gabriele D'Annunzio" di Chieti con la Tesi Sperimentale in Fondamenti di Scienze Cognitive dal titolo "L'influenza delle emozioni sulla percezione del tempo". A settembre 2016 ho ottenuto la Laurea Triennale in "Scienze e Tecniche Psicologiche" all'Università degli Studi "Gabriele D'Annunzio" di Chieti con la Tesi Compilativa in I Principali Orientamenti teorici di Psicologia Dinamica intitolata "Eros e Thanatos nella nevrosi ossessiva". Sono in possesso del Master Universitario di I Livello in Discipline Filosofiche, Sociologiche ed Umanistiche, conseguito nel dicembre 2023. Ho anche ottenuto nel 2007 la Laurea triennale in "Scienze della Comunicazione" all'Università degli Studi della Basilicata con la Tesi Compilativa in Antropologia Culturale denominata "Il Corpo tra Passato e Presente". LAVORO:
Svolgo attività professionale nel mio studio privato a Potenza da Psicologo dal febbraio 2022. Ho svolto attività di psicologo libero professionista con la Società Cooperativa Sociale "Auxilium" da giugno 2022 a giugno 2023 assolvendo prestazioni psicologiche domiciliari per utenti oncologici, con patologie croniche e neurodegenerative. a. 2022/2023 in Relazione Facilitante al corso triennale in Ostetricia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Sono docente universitario dall'a. a. 2023/2024 fino a tuttora in Psicologia Generale al corso triennale in Infermieristica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore

STUDIO PROFESSIONALE:
Il mio studio professionale di Psicologia offre complessivamente servizi:
- di counseling, di sostegno/supporto psicologico;
- di assessment psicodiagnostico;
- di valutazione neuropsicologica;
- di trattamento di problemi di problem-solving di coppia, di crisi esistenziali, di ansia, assertività, irascibilità, insonnia, autostima, fobie, disturbi dell'umore e della personalità, di disturbi dello spettro schizofrenico ed altri disturbi psicotici;
- di elaborazione del lutto e di traumi psicologici;
- di riabilitazione neuropsicologica e di stimolazione cognitiva;
- di gestione di problemi cognitivi dovuti ad ictus e patologie cerebrovascolari e neurodegenerative. https://g.co/kgs/P2Qxn9
https://www.guidapsicologi.it/studio/dott-alessandro-sileo
https://www.miodottore.it/alessandro-sileo/psicologo-psicologo-clinico-psicoterapeuta/potenza

COME RIACCENDERE CIO' CHE SI E' SPENTO DENTRO DI NOICi sono momenti in cui la sofferenza psicologica non fa più rumore. ...
25/08/2026

COME RIACCENDERE CIO' CHE SI E' SPENTO DENTRO DI NOI
Ci sono momenti in cui la sofferenza psicologica non fa più rumore. Continuiamo a lavorare, a uscire, a occuparci delle nostre responsabilità e, agli occhi degli altri, possiamo persino sembrare “come sempre”. Eppure, dentro di noi, qualcosa può essersi spento. Non sempre stare male significa piangere o sentirsi disperati. A volte significa non sentire più nulla, perdere interesse, isolarsi, rimuginare continuamente o vivere con il pilota automatico. È una sorta di anestesia emotiva: ci abituiamo al malessere fino ad arrivare a considerarlo parte di noi. Ma abituarsi alla sofferenza non significa averla superata.

⏳ Quando il malessere diventa parte della quotidianità, è naturale cercare un modo per attenuarlo. Di fronte a paura, ansia o tristezza possiamo evitare una situazione, rimandare, distrarci, chiuderci in casa o smettere di parlare di ciò che proviamo. Nel breve periodo, queste strategie possono offrire sollievo. Nel lungo periodo, però, l’evitamento rischia di alimentare il problema, perché riduce progressivamente le occasioni di confronto con ciò che ci fa paura e con le esperienze che potrebbero aiutarci a stare meglio. Proprio su questi meccanismi si è concentrata una parte importante della ricerca "cognitivo-comportamentale". Aaron Timothy Beck, padre della terapia cognitiva, ha mostrato quanto il modo in cui interpretiamo noi stessi, il mondo e il futuro possa contribuire alla persistenza della depressione. Un pensiero come “non ce la farò” può trasformarsi in una certezza; “non cambierà mai nulla” può diventare una previsione; “sono fatto così” può finire per diventare un’identità. Eppure, un pensiero non è necessariamente un fatto. Imparare a riconoscere e mettere in discussione queste convinzioni rappresenta uno dei principi fondamentali della terapia cognitiva.

⏳ Modificare il modo in cui pensiamo non è l’unico passo possibile. Anche il comportamento può diventare una porta d’ingresso verso il cambiamento. Lo psicologo Neil Jacobson ha contribuito allo sviluppo dell’"Attivazione Comportamentale": un approccio particolarmente importante nel trattamento della depressione. L’idea di fondo è che, quando siamo depressi, possiamo entrare in un circolo vizioso: malessere → ritiro → meno attività e relazioni → meno esperienze gratificanti → maggiore malessere. In questo circolo, aspettare che ritorni spontaneamente la motivazione prima di ricominciare a vivere può diventare una trappola. A volte, infatti, non è necessario sentirsi meglio per iniziare a fare qualcosa di diverso: è proprio attraverso piccoli cambiamenti nel comportamento che possiamo creare le condizioni per sentirci gradualmente meglio. Gli studi clinici hanno mostrato che intervenire in modo graduale sui comportamenti di evitamento e favorire il coinvolgimento in attività significative può contribuire alla riduzione dei sintomi depressivi. Il lavoro di Dimidjian, Hollon, Dobson, Jacobson e colleghi (2006) ha contribuito in modo importante a questo ambito. Il messaggio, quindi, è semplice ma tutt’altro che scontato: non sempre dobbiamo aspettare di stare meglio per iniziare a vivere diversamente. A volte è proprio cominciare a vivere diversamente che ci aiuta a stare meglio.

⏳ Tuttavia, anche quando iniziamo a muoverci e a uscire dall’evitamento, rimane una domanda fondamentale: cosa fare delle emozioni difficili quando arrivano? È su questo terreno che si colloca il lavoro di David Barlow e dei suoi collaboratori. Secondo il modello alla base dell'"Unified Protocol", molti problemi emotivi condividono processi comuni, tra cui una marcata tendenza ad evitare, reprimere, respingere o cercare di controllare le esperienze emotive percepite come disturbanti. Da questa prospettiva questo approccio transdiagnostico interviene proprio sui processi emotivi comuni a diversi disturbi psicologici. L'obiettivo non è semplicemente eliminare un’emozione spiacevole, ma cambiare il rapporto che abbiamo con essa: imparare a riconoscerla, tollerarla e attraversarla senza dover necessariamente reagire per eliminarla o controllarla. In altre parole, possiamo imparare che provare paura, tristezza o ansia non significa necessariamente dover fuggire da ciò che stiamo vivendo. Gli studi clinici sull'"Unified Protocol" hanno fornito evidenze incoraggianti sulla sua efficacia. Questo ci porta a una conclusione importante: per tornare a vivere non dobbiamo necessariamente aspettare che scompaia ogni emozione dolorosa. Possiamo imparare ad affrontare ciò che proviamo senza permettere che siano le emozioni a decidere interamente come vivere.

⏳ Se imparare nuovi modi di pensare, comportarsi e rapportarsi alle emozioni è possibile, significa che anche il cervello deve possedere una certa capacità di cambiamento. È qui che le neuroscienze offrono una prospettiva particolarmente incoraggiante. Il cervello adulto, infatti, non è una struttura completamente immutabile. Possiede capacità di "plasticità", cioè la possibilità di modificare il proprio funzionamento in relazione all’esperienza e all’apprendimento. La psicoterapia è, almeno in parte, un processo di apprendimento: impariamo nuovi modi di interpretare gli eventi, di regolare le emozioni, di affrontare ciò che abbiamo evitato e di comportarci in maniera più funzionale. Studi di neuroimaging hanno documentato modificazioni dell’attività cerebrale associate al miglioramento successivo alla psicoterapia, anche in persone con depressione e disturbi d’ansia. Naturalmente, la psicoterapia non cambia magicamente il cervello, ma è l’esperienza che modifica il suo funzionamento.

⏳ Se il cambiamento è possibile, allora il passo successivo può essere quello di permettere a qualcuno di accompagnarci nel percorso. Ed è proprio qui che entra in gioco un altro aspetto fondamentale: chiedere aiuto. Chiedere aiuto non è una sconfitta. Molte persone pensano erroneamente: “Dovrei riuscire a farcela da solo” oppure “Non sto abbastanza male per andare da uno psicologo”. In realtà, non è necessario arrivare al limite per meritare attenzione e supporto. La sofferenza psicologica può ridurre progressivamente la vitalità, le relazioni, la motivazione e la capacità di godere delle esperienze quotidiane; proprio per questo, riconoscerla e affrontarla precocemente può essere importante. Può essere sufficiente riuscire a dire: “Non sto bene e vorrei capire perché.” Il coraggio, del resto, non significa non provare paura. Significa fare un passo anche quando la paura c’è. Significa parlare di ciò che abbiamo nascosto, affrontare gradualmente ciò che abbiamo evitato e provare a interrompere quei meccanismi che, nel tentativo di proteggerci, finiscono per mantenerci bloccati. Non possiamo promettere che la psicoterapia eliminerà ogni forma di sofferenza. Possiamo, però, affermare che oggi disponiamo di interventi psicologici studiati scientificamente e che, per molte persone possono ridurre significativamente il malessere e favorire una migliore qualità della vita. Perciò, se da tempo ti senti diverso da come vorresti essere, se hai perso interesse, energie, serenità o fiducia nel futuro, non aspettare necessariamente che la sofferenza diventi insostenibile prima di chiedere aiuto. Chiedere aiuto non significa essere deboli. Significa riconoscere che ciò che stai vivendo merita attenzione. Non restare anestetizzato dal tuo dolore. A volte il primo passo verso il cambiamento non consiste nel sentirsi finalmente forti. Consiste semplicemente nell’avere il coraggio di dire: .

15/08/2026
Ci sono gesti che non cambiano soltanto una giornata: cambiano una vita.Quando scegli di prenderti cura di qualcuno, gli...
05/08/2026

Ci sono gesti che non cambiano soltanto una giornata: cambiano una vita.
Quando scegli di prenderti cura di qualcuno, gli stai dicendo, anche senza parole: . Ed è proprio in quel momento che una persona può ricominciare a credere in sé stessa, sentirsi accettata, compresa e finalmente meno invisibile.
Ogni carezza all'anima, ogni ascolto sincero, ogni mano tesa ha un potere immenso. Può alleviare un dolore, riaccendere una speranza, restituire il coraggio di andare avanti. Ma c'è un dono ancora più grande: mentre aiuti l'altro a stare meglio, qualcosa cambia anche dentro di te. Scopri il valore più autentico della tua esistenza. Ti senti utile, grato, profondamente umano. Comprendi che la ricchezza più grande non è ciò che possiedi, ma il bene che riesci a lasciare nel cuore di qualcuno. Perché alla fine non saremo ricordati per ciò che abbiamo avuto, ma per quante lacrime abbiamo asciugato, quante paure abbiamo abbracciato e quante persone abbiamo fatto sentire amate.
Prendersi cura degli altri è uno dei modi più belli per dare un senso alla propria vita. E spesso, salvando un cuore, scopri che anche il tuo stava aspettando di essere salvato.
Infondo, la professione psicologica è una vocazione basata sull'aiuto (Fulcheri M.)

LA PAURA DELL'ABBANDONOLe relazioni affettive rappresentano uno dei contesti in cui emergono maggiormente il nostro modo...
31/07/2026

LA PAURA DELL'ABBANDONO
Le relazioni affettive rappresentano uno dei contesti in cui emergono maggiormente il nostro modo di percepire noi stessi, gli altri e il legame emotivo. In alcune persone il bisogno di vicinanza può convivere con una forte paura di essere rifiutate o abbandonate, generando modalità relazionali caratterizzate da intensa emotività, ricerca continua di rassicurazioni e difficoltà nel tollerare la distanza.

⏳ La "paura del rifiuto" può portare alcune persone a interpretare segnali ambigui, come un silenzio, una risposta tardiva o una minore disponibilità del partner, come prove di perdita dell’interesse o di possibile abbandono.
La teoria dell’attaccamento di Bowlby (1969, 1988) ha evidenziato come le esperienze relazionali precoci contribuiscano alla costruzione di "modelli interni" attraverso cui la persona interpreta sé stessa e gli altri. Gli studi di Ainsworth (1978) hanno successivamente individuato diversi stili di attaccamento.
In particolare, lo stile di "attaccamento ansioso" è stato associato a maggiore bisogno di conferme, paura della separazione, difficoltà a tollerare l’incertezza e forte sensibilità ai segnali di distanza (Bartholomew & Horowitz, 1991; Mikulincer & Shaver, 2007).
In alcune persone può essere presente anche una vulnerabilità riconducibile all’"attaccamento disorganizzato" (Main & Solomon, 1990), caratterizzato dalla contemporanea presenza del bisogno di vicinanza e del timore della relazione. Questi aspetti, tuttavia, rappresentano fattori di vulnerabilità e non determinano automaticamente lo sviluppo di un disturbo psicologico.

⏳ Downey e Feldman (1996) hanno descritto il fenomeno della sensibilità al rifiuto, come la tendenza ad aspettarsi il rifiuto, percepirlo anche in situazioni ambigue e reagire emotivamente in modo intenso. Quando questa vulnerabilità è presente, la persona può ricercare frequentemente conferme sull’interesse dell’altro, interpretare la distanza come minaccia e mettere in atto comportamenti finalizzati a ristabilire rapidamente la sicurezza del legame. A questo può associarsi una difficoltà nella regolazione delle emozioni. Linehan (1993) ha definito "disregolazione emotiva" la difficoltà nel modulare intensità e durata delle emozioni. In questi casi possono comparire rapide oscillazioni tra bisogno di vicinanza, rabbia, delusione e desiderio di interrompere il rapporto.

⏳ Secondo la prospettiva cognitivo-comportamentale, non sono gli eventi in sé a determinare direttamente le emozioni, ma il significato che la persona attribuisce loro. Ellis (1962), attraverso il "modello ABC", ha evidenziato il ruolo delle convinzioni profonde che mediano la risposta emotiva. In ambito relazionale possono emergere credenze centrali legate a tre aree principali:

- "Inadeguatezza o impotenza" --> la convinzione di non essere sufficientemente capaci o di non riuscire ad affrontare autonomamente le difficoltà;
- "Non amabilità" --> la convinzione di non essere realmente degni di amore, interesse o accettazione.
- "Inutilità o scarso valore personale" --> la percezione di avere poco valore e di poter essere facilmente sostituiti.

Queste convinzioni disfunzionali agiscono come filtri attraverso cui vengono interpretati i comportamenti dell’altro. Ad es. un semplice momento di distanza può essere vissuto non come un evento neutro, ma come una conferma del proprio timore di non essere abbastanza importanti.
Anche Beck (1976) ha sottolineato il ruolo degli schemi cognitivi profondi, cioè modalità relativamente stabili attraverso cui la persona interpreta sé stessa, gli altri e le esperienze.
Quando le emozioni sono molto intense e gli schemi cognitivi sono rigidi, può comparire una modalità di pensiero "polarizzata": l’altro viene percepito come estremamente positivo quando garantisce sicurezza, ma può essere svalutato quando viene vissuto come fonte di sofferenza.
Beck, Freeman e Davis (2004) hanno descritto il ruolo del "pensiero dicotomico", caratterizzato dalla tendenza a interpretare la realtà secondo categorie estreme, senza considerare le sfumature. Questo può generare cicli relazionali ripetitivi: forte avvicinamento, paura del rifiuto, conflitto, allontanamento e successivo tentativo di ristabilire il legame.

⏳ Secondo la Schema Therapy di Jeffrey Young, alcune esperienze relazionali precoci possono contribuire alla formazione di "schemi maladattivi precoci", cioè modalità profonde e persistenti attraverso cui la persona interpreta sé stessa e il mondo.
Nel caso della paura del rifiuto è maggiormente coinvolto lo "schema Abbandono/Instabilità", appartenente al dominio del Distacco e Rifiuto. La persona può vivere la relazione con il timore costante che l’altro possa allontanarsi, cambiare idea o non essere più disponibile emotivamente. Possono inoltre essere coinvolti:

- lo "schema di Deprivazione Emotiva", caratterizzato dall’aspettativa che i propri bisogni affettivi non vengano adeguatamente soddisfatti;
- lo "schema di Difettosità/Vergogna" collegato alla convinzione di non essere abbastanza amabili o di avere qualcosa di sbagliato in sé.

Questi "Schemi Maladattivi Precoci" possono attivare specifici "Modes" (stati mentali momentanei):
- "Bambino Vulnerabile", caratterizzato da paura, solitudine, bisogno di rassicurazione e timore di perdere il legame;
- "Bambino Arrabbiato", che esprime rabbia e protesta emotiva quando il bisogno di sicurezza non viene soddisfatto;
- "Protettore Distaccato", che porta la persona a chiudersi emotivamente per evitare la sofferenza del possibile rifiuto;
- "Genitore Critico/Punitivo", che espleta giudizi negativi verso sé stessi e convinzioni di inadeguatezza.

⏳ Alcune caratteristiche come instabilità emotiva, paura dell’abbandono, difficoltà relazionali e intensa sensibilità al rifiuto possono essere presenti in diversi quadri clinici.

A) Il "Disturbo Borderline di Personalità" è quello che presenta maggiore sovrapposizione con tali aspetti, includendo instabilità nelle relazioni, timore dell’abbandono, impulsività e difficoltà nella regolazione emotiva. La diagnosi richiede un quadro stabile e pervasivo nel tempo, presente in diversi ambiti della vita;
B) il "Disturbo Istrionico di Personalità" presenta intensa emotività ed espressività;
C) il "Disturbo Narcisistico di Personalità" riporta vulnerabilità dell’autostima;
D) il "Disturbo Dipendente di Personalità" fa emergere un forte bisogno di accudimento e timore della separazione.

Oltre ai disturbi di personalità, anche alcuni disturbi d’ansia possono includere ricerca di rassicurazioni, difficoltà a tollerare l’incertezza e paura del giudizio.

⏳ Una consulenza psicologica può essere utile quando:

- le difficoltà relazionali provocano sofferenza significativa;
- gli stessi schemi si ripetono nel tempo;
- le emozioni diventano difficili da gestire o quando la paura del rifiuto condiziona il comportamento.

La Psicoterapia "Cognitivo-Comportamentale", sviluppata da Beck (1976), interviene individuando i "pensieri automatici negativi" PAN, le credenze profonde e i comportamenti che mantengono il disagio.
Il trattamento mira a modificare interpretazioni rigide legate al rifiuto e all’abbandono, lavorare sulle credenze di inadeguatezza, non amabilità e scarso valore personale, migliorare la regolazione emotiva e sviluppare modalità comunicative più efficaci.
L’obiettivo della psicoterapia non è eliminare il bisogno di relazione, ma favorire una maggiore sicurezza interna, una migliore gestione delle emozioni e la costruzione di legami più equilibrati e soddisfacenti.

QUANDO VIVERE DIVENTA FATICACi sono momenti della vita in cui non si tratta semplicemente di essere tristi o giù di mora...
06/07/2026

QUANDO VIVERE DIVENTA FATICA
Ci sono momenti della vita in cui non si tratta semplicemente di essere tristi o giù di morale.
È qualcosa di più pervasivo: la sensazione che ogni cosa richieda uno sforzo eccessivo, anche le attività più semplici della quotidianità. Alzarsi dal letto, rispondere a un messaggio, concentrarsi sul lavoro, prendere decisioni: tutto può iniziare a sembrare pesante, quasi “troppo”. Non è pigrizia e non è mancanza di volontà, ma una condizione interna che progressivamente riduce energia, motivazione e interesse. Spesso, la persona descrive un senso di vuoto o di spegnimento emotivo, come se la vita avesse perso colore e significato. In questi casi può comparire anche un distacco dalle attività che prima erano importanti o piacevoli, insieme a un crescente isolamento e alla difficoltà nel trovare uno slancio anche minimo verso il cambiamento. Quando questa esperienza diventa persistente ed inizia a interferire con il funzionamento quotidiano, può essere il segnale di una condizione più strutturata e clinicamente rilevante.
È proprio da qui che è importante iniziare a comprendere la depressione: non come semplice “momento no”, ma come un disturbo dell’umore unipolare".
Il "Disturbo Depressivo Maggiore" è una delle condizioni psicologiche più diffuse ed invalidanti. A differenza della normale tristezza, che rappresenta una risposta naturale agli eventi della vita, la depressione è un disturbo dell'umore caratterizzato da sintomi persistenti che compromettono il benessere emotivo, le relazioni, il lavoro e la qualità della vita.
Le persone con depressione sperimentano una riduzione significativa dell'interesse verso attività che in passato risultavano piacevoli, accompagnata da un senso di vuoto, perdita di energia e difficoltà nel gestire le attività quotidiane.

⏳ La "depressione" rappresenta una delle principali cause di disabilità nel mondo. Circa 280 milioni di persone convivono con questo disturbo. Si stima che circa il 5% della popolazione adulta presenti un episodio depressivo in un dato momento della vita, mentre il rischio di sviluppare la depressione nel corso dell'esistenza è compreso tra il 15% e il 20%.
Le donne ricevono una diagnosi con maggiore frequenza rispetto agli uomini, sebbene questi ultimi tendano più spesso a non chiedere aiuto o a manifestare il disagio attraverso irritabilità, abuso di sostanze o comportamenti impulsivi.
Le fasce d'età più interessate: la tarda adolescenza e la giovane età adulta. Negli adolescenti può esprimersi soprattutto attraverso irritabilità, isolamento sociale, calo del rendimento scolastico e perdita di interesse per le attività abituali. Negli adulti prevalgono tristezza persistente, affaticamento, difficoltà lavorative e relazionali, mentre negli anziani i sintomi possono essere confusi con l'invecchiamento o con patologie fisiche, rendendo più difficile una diagnosi tempestiva.

⏳ La "depressione" non ha un'unica causa, ma deriva dall'interazione di diversi fattori.
Tra i "fattori biologici" rientrano la predisposizione genetica, alterazioni dei sistemi neurochimici e modificazioni dei circuiti cerebrali coinvolti nella regolazione delle emozioni.
I "fattori psicologici" comprendono caratteristiche come il perfezionismo, la tendenza all'autocritica, una bassa autostima e difficoltà nella regolazione delle emozioni.
Anche i "fattori ambientali" svolgono un ruolo importante. Esperienze traumatiche, lutti, separazioni, malattie, difficoltà economiche, isolamento sociale e situazioni di stress cronico possono aumentare il rischio di sviluppare il disturbo.

⏳ Le esperienze relazionali precoci influenzano il modo di interpretare il mondo.
Gli stili di "attaccamento insicuro-ansioso o disorganizzato" sono associati ad una maggiore vulnerabilità depressiva. La paura dell'abbandono, l'eccessiva dipendenza emotiva o la difficoltà nel fidarsi degli altri possono, infatti, amplificare l'impatto degli eventi negativi.

⏳ Il "Disturbo di Depressione Maggiore" si manifesta con una combinazione di sintomi emotivi, cognitivi, fisici e comportamentali. Tra i più frequenti troviamo:

- umore depresso persistente;
- perdita di interesse o piacere nelle attività quotidiane;
- stanchezza e riduzione dell'energia;
- alterazioni del sonno e dell'appetito;
- difficoltà di concentrazione;
- senso di colpa o autosvalutazione;
- rallentamento psicomotorio oppure agitazione;
- pensieri ricorrenti di morte o di suicidio.

⏳ È consigliabile rivolgersi ad uno psicologo quando i sintomi persistono per almeno due settimane e compromettono significativamente la vita quotidiana. È particolarmente importante richiedere una valutazione specialistica in presenza di marcato isolamento sociale, perdita di interesse per quasi tutte le attività, difficoltà nel lavoro o nello studio, abuso di alcol o sostanze e, soprattutto, quando compaiono pensieri di morte o di suicidio. Un intervento tempestivo aumenta significativamente le possibilità di recupero.

⏳ La Psicoterapia "Cognitivo-Comportamentale" (CBT) interpreta la depressione come il risultato dell'interazione tra vulnerabilità personali, eventi stressanti, pensieri, emozioni e comportamenti.
Nel corso della vita ogni persona costruisce convinzioni profonde, dette credenze nucleari, riguardanti sé stessa, gli altri e il mondo. Esperienze di rifiuto, critiche, trascuratezza, perdite o fallimenti possono contribuire allo sviluppo di convinzioni quali "Non valgo abbastanza", "Sono incapace" oppure "Non posso fidarmi degli altri". Queste convinzioni possono rimanere inattive per anni, ma eventi particolarmente stressanti possono riattivarle, favorendo la comparsa di pensieri automatici negativi. Tali pensieri influenzano direttamente le emozioni e il comportamento. Ad esempio, un insuccesso lavorativo può essere interpretato come la conferma di essere un fallimento, generando tristezza, perdita di motivazione e progressivo ritiro dalle attività quotidiane.
Secondo il "modello dellla depressione" formulato dal fondatore della Scuola Cognitivo-Comportamentale Aaron Timothy Beck (1964), la depressione è mantenuta dalla "triade cognitiva", cioè da una visione negativa di sé, del mondo e del futuro. A mantenere il disturbo contribuisce anche un progressivo calo delle attività piacevoli e significative. Riducendo le occasioni di gratificazione e aumentando l'isolamento, la persona riceve sempre meno esperienze positive, alimentando ulteriormente il tono dell'umore depresso.

⏳ La Psicoterapia "Cognitivo-Comportamentale' è uno dei trattamenti con le maggiori evidenze scientifiche per la depressione. Il percorso terapeutico prevede:

a) "Valutazione" e "psicoeducazione" finalizzate a comprendere il funzionamento del disturbo, individuare i fattori predisponenti, precipitanti e di mantenimento;
b) "Attivazione comportamentale" volta ad aiutare la persona a riprendere gradualmente attività piacevoli, significative e coerenti con i propri valori, contrastando inattività, evitamento e isolamento sociale che contribuiscono a mantenere il disturbo;
c) "Identificazione, disputa e ristrutturazione cognitiva" aventi lo scopo di individuare i pensieri automatici negativi, le distorsioni cognitive innl modo da sostituirli con interpretazioni più realistiche, equilibrate e funzionali;
d) "Problem solving" per insegnare un metodo strutturato per affrontare le difficoltà della vita quotidiana, definire gli obiettivi, individuare possibili soluzioni, valutarne vantaggi e svantaggi e mettere in atto la strategia più efficace;
e) "Tecniche di regolazione emotiva" per riconoscere, comprendere e gestire le emozioni in modo adattivo, riducendo ruminazione, rimuginio, autocritica ed evitamento emotivo e favorendo una maggiore flessibilità psicologica;
f) "Prevenzione delle ricadute" volto all'elaborazione di un piano personalizzato che aiuti a riconoscere precocemente eventuali segnali di peggioramento, consolidare le strategie apprese durante il percorso terapeutico e promuovere il mantenimento dei risultati nel tempo.

CONTA DI PIÙ LA STORIA DI VITA DELLA PERSONA RISPETTO ALL'ETICHETTA DIAGNOSTICAVivere con un disturbo psicologico signif...
10/06/2026

CONTA DI PIÙ LA STORIA DI VITA DELLA PERSONA RISPETTO ALL'ETICHETTA DIAGNOSTICA

Vivere con un disturbo psicologico significa spesso abitare una doppia esperienza di sofferenza. Da un lato vi è il disagio interno: pensieri che si ripetono incessantemente, emozioni che travolgono o si spengono, difficoltà di concentrazione, alterazioni del sonno e fatica nel mantenere continuità nelle attività quotidiane. Dall’altro lato esiste una sofferenza più silenziosa, ma altrettanto gravosa: il modo in cui questa esperienza viene interpretata e giudicata dall’esterno.
Molte persone non portano soltanto il peso dei sintomi, ma anche quello dello stigma percepito: la sensazione di essere osservate attraverso una diagnosi, ridotte ad essa o considerate meno capaci. Con il tempo, questo sguardo esterno può essere interiorizzato, trasformandosi in auto-stigma e producendo conseguenze negative sull’autostima, sulla motivazione e sulla fiducia nelle proprie possibilità di cambiamento.
Accanto alla persona che soffre è spesso presente una rete di caregiver e familiari che cercano di comprendere, sostenere e gestire la complessità emotiva e organizzativa della situazione. Anche per loro il modo in cui la sofferenza psicologica viene concettualizzata assume un ruolo fondamentale: una lettura rigida e puramente medica può aumentare il senso di impotenza, mentre una visione più ampia e integrata può favorire comprensione, collaborazione e speranza.

⏳ Per lungo tempo la psicopatologia è stata interpretata prevalentemente attraverso una prospettiva "medica" tradizionale, caratterizzata da tre assunti principali:

- una causa interna prevalentemente biologica;
- una condizione considerata stabile o cronica;
- una netta separazione tra normalità e patologia.

Sebbene questo approccio nosografico sia estremamente utile in molte condizioni neurologiche, la sua applicazione alla salute mentale rischia di semplificare eccessivamente la complessità dell'esperienza umana. Nelle patologie neurologiche, come l'Alzheimer, l'ictus o la sclerosi multipla, è spesso possibile individuare un danno strutturale cerebrale osservabile e, almeno in parte, irreversibile.

⏳ Nei disturbi psicologici e psichiatrici, invece, non si riscontra generalmente un danno strutturale equivalente. Ciò che emerge più frequentemente riguarda alterazioni funzionali, ossia cambiamenti nel modo in cui i sistemi psicologici e neurobiologici operano.
Queste alterazioni possono manifestarsi attraverso disregolazione emotiva, bias cognitivi e interpretativi, schemi di pensiero rigidi e appresi, modificazioni dei sistemi di risposta allo stress e squilibri neurochimici dinamici. Tali aspetti evidenziano come il funzionamento psicologico sia influenzato da processi complessi e modificabili, piuttosto che da un danno biologico fisso e immutabile.
In questo contesto si è progressivamente affermato il "modello biopsicosociale", introdotto da George L. Engel, che ha contribuito a superare la visione riduttiva della sofferenza psicologica come semplice "malattia". Questo modello riconosce, innanzitutto, la storia di vita del singolo, susseguita dalla plasticità cerebrale, interpretando la psicopatologia come il risultato dell'interazione dinamica tra molteplici fattori:

- biologici (vulnerabilità genetiche, neurotrasmettitori e sistemi neurofisiologici);
- psicologici (schemi cognitivi, emozioni, apprendimento e regolazione emotiva);
- sociali (relazioni interpersonali, cultura, eventi di vita e condizioni socioeconomiche).

Rispetto a questa prospettiva integrata, il "modello medico" tradizionale tende a sottovalutare il ruolo dell'ambiente, delle esperienze di vita e dei processi di apprendimento nella genesi e nel mantenimento della sofferenza psicologica.

⏳ Un ulteriore passaggio fondamentale nell'evoluzione della salute mentale è stato rappresentato dal superamento dell'attenzione esclusiva ai "sintomi" a favore della valutazione del "funzionamento globale" della persona. Questa svolta è stata favorita dall'introduzione della classificazione "ICF" (International Classification of Functioning, Disability and Health) da parte dell'Organizzazione Mondiale della Sanità.
L'"ICF" valuta il funzionamento dell'individuo considerando le attività quotidiane, la partecipazione sociale, i fattori personali e le caratteristiche del contesto di vita. In questa prospettiva il quesito clinico non riguarda più soltanto quale disturbo possieda una persona, ma soprattutto come essa viva, partecipi e funzioni all'interno del proprio ambiente.

⏳ L'adozione del "modello biopsicosociale" produce importanti effetti anche sul piano sociale. Quando la sofferenza mentale viene interpretata come una malattia interna, stabile e immutabile, aumenta il rischio di stigma sociale e auto-stigma. Al contrario, quando viene compresa come il risultato di processi multifattoriali e potenzialmente modificabili, la persona non coincide più con la propria diagnosi, cresce la speranza di cambiamento e si ampliano le possibilità di inclusione e reinserimento sociale. Anche i caregiver beneficiano di questa visione, poiché essa riduce il senso di impotenza e favorisce una lettura più collaborativa, dinamica e meno deterministica della sofferenza psicologica. In definitiva, il passaggio dal "modello medico" al "modello biopsicosociale" non rappresenta soltanto un'evoluzione teorica, ma un cambiamento culturale che restituisce centralità alla persona, alle sue risorse e alle sue concrete possibilità di crescita e di recupero.

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