01/09/2026
Il video sulla differenza tra essere emotivamente reattivi o regolati scatena un sacco di commenti, per l'appunto, emotivamente reattivi.
Analizziamo questo.
“A parole sono tutte brave... quando in una giornata devi incastrare mille cose, il discorso si fa molto più complicato.”
Nessuno mette in discussione che mettere in pratica una risposta regolata quando si è stanchi, sotto pressione e con poco tempo possa essere molto difficile. Il problema nasce quando la difficoltà di applicazione viene usata come argomento contro la validità del principio. È una sorta di fallacia del “non è realistico, quindi non è corretto”.
Eh no. Non è realistico essere SEMPRE regolati ma è auspicabile impegnarsi per esserlo il più delle volte, se ci si tiene ai propri figli.
C'è poi una generalizzazione indebita in “a parole sono tutte brave”: si presume che chi propone modalità di regolazione emotiva sappia soltanto parlarne e non le applichi nella pratica. Non viene portata alcuna evidenza a sostegno.
Ma che ne sa, poi, della vita privata dei professionisti?
“Ognuno educa a modo suo”
introduce invece una forma di relativismo educativo. Dal fatto che esistano stili educativi differenti fa derivare implicitamente che non sia possibile stabilire quali modalità siano più funzionali di altre. Ma la variabilità delle pratiche non rende equivalenti tutti i comportamenti: è proprio ciò che la ricerca sullo sviluppo cerca di studiare.
“Mai un NO, tanti SÌ pur di non sentirli piangere e urlare.”
Qui compare la classica falsa dicotomia: le alternative sembrano essere il permissivismo (mai un NO) oppure la fermezza accompagnata dalla punizione fisica. Scompare completamente la possibilità di porre un limite chiaro e contemporaneamente aiutare il bambino a regolare la frustrazione.
È anche una forma di argomento fantoccio rispetto al contenuto del video. Spiegare la differenza tra un genitore emotivamente reattivo e uno regolato non significa sostenere che il genitore debba dire sempre sì o evitare qualsiasi frustrazione al bambino.
La parte finale è la più significativa "Se ti dico fermati, e dopo 10 volte cadi... ti do pure il resto. Amen.”
Qui il ragionamento diventa una giustificazione della punizione fisica come conseguenza naturale della disobbedienza. C'è un'evidente semplificazione della situazione: il bambino viene rappresentato come qualcuno che “non ascolta” dopo dieci richiami e quindi merita una conseguenza fisica.
È interessante, oltre che francamente diabolica, perché viene utilizzata una sorta di fallacia della reciprocità: io ti ho avvertito dieci volte, tu hai scelto di non ascoltare, quindi sei responsabile di ciò che ricevi. Il comportamento dell'adulto viene così presentato come una conseguenza quasi inevitabile del comportamento del bambino.
Ma il punto del video era proprio la regolazione dell'adulto: quando il bambino perde il controllo, l'adulto non dovrebbe necessariamente perdere il proprio controllo come risposta. Il commento sembra invece costruire la perdita di controllo dell'adulto come qualcosa di comprensibile e persino legittimo.
Forse sarebbe legittimo solo se si trattasse di uno scambio tra bambini e non di un bambino e di un adulto che si suppone abbia un livello di maturazione cognitiva ed emotiva maggiore.
Sul piano dei bias ci sono:
bias di conferma: l'autrice sembra partire dalla convinzione che i bambini di oggi ricevano troppi "sì" e pochi limiti e interpreta la regolazione emotiva come una possibile forma di permissivismo.
un bias di disponibilità: gli episodi quotidiani di bambini che piangono, urlano, non si fermano o non rispettano un limite sono esperienze molto concrete e facilmente accessibili alla memoria e ritenuti così la regola. Da questi episodi si passa però a una conclusione generale sul modo corretto di educare.
E c'è un bias di attribuzione: il comportamento del bambino viene letto prevalentemente come scelta volontaria (“te l'ho detto dieci volte e tu continui”), mentre viene trascurata la possibilità che, soprattutto nei bambini piccoli, la capacità di autoregolazione sia ancora in sviluppo. Cosa che la psicologia dell'età evolutiva ha abbondantemente appurato.
Dal punto di vista psicologico, trovo molto significativa la prima frase. “Quando devi incastrare mille cose” che introduce il vissuto dell'adulto sovraccarico. È quasi una giustificazione preventiva: in condizioni reali non possiamo pretendere di essere sempre regolati.
Ed è vero. La regolazione emotiva genitoriale non significa essere calmi, pazienti e perfetti in ogni momento. Significa soprattutto non trasformare la propria disregolazione in uno strumento educativo e, quando accade, saper riparare.
Il commento invece sembra fare un passo ulteriore: dalla difficoltà reale di mantenere la regolazione passa alla legittimazione della reazione impulsiva:
“ti do pure il resto. Amen.”
Quel “Amen” chiude il discorso, come se non ci fosse altro da discutere: questa è la realtà, punto. È una forma di chiusura del confronto che trasforma una reazione personale scorretta in una presunta verità educativa.