DR. GIANNI VERDE

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SONO STANCO DI ANZIANITÀ SENZA CONTENUTO.

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Negli ultimi anni la sanità territoriale italiana è entrata al centro del dibattito politico, sindacale e professionale. La riorganizzazione della Medicina Generale, il progetto delle Case di Comunità previsto dal PNRR e l’introduzione del cosiddetto “ruolo unico” dei medici di medicina gen...

Negli ultimi anni la sanità territoriale italiana è entrata al centro del dibattito politico, sindacale e professionale....
27/05/2026

Negli ultimi anni la sanità territoriale italiana è entrata al centro del dibattito politico, sindacale e professionale. La riorganizzazione della Medicina Generale, il progetto delle Case di Comunità previsto dal PNRR e l’introduzione del cosiddetto “ruolo unico” dei medici di medicina generale rappresentano cambiamenti destinati a modificare profondamente il rapporto tra cittadini, territorio e sistema sanitario pubblico. Tra chi considera queste riforme un’opportunità di modernizzazione e chi invece teme un progressivo indebolimento del ruolo storico del medico di famiglia, il confronto è sempre più acceso. Ne abbiamo parlato in questa intervista esclusiva per “La voce dei medici” con il dottor Giovanni Verde, Segretario Nazionale di CONFIAL Sanità, che illustra la posizione del sindacato sulle trasformazioni in atto nella Medicina Generale, le criticità del modello proposto e le possibili alternative per costruire una sanità territoriale più efficiente, umana e realmente vicina ai bisogni dei cittadini.

Dottor Verde, che cosa significa concretamente “ruolo unico” per i medici di medicina generale?

Il cosiddetto “ruolo unico” non è un concetto nato oggi. Da anni si discute della possibilità di uniformare l’intera medicina generale, superando la distinzione tra medicina di famiglia, continuità assistenziale ed ex guardia medica. In pratica, il medico verrebbe inserito in un’unica grande area funzionale della sanità territoriale. Il problema è comprendere se questa uniformità rappresenti davvero un progresso oppure il rischio di cancellare la specificità della medicina di prossimità. Il medico di medicina generale non è soltanto un professionista che prescrive farmaci o richiede esami: è un presidio umano, sociale e relazionale. È il primo interprete della fragilità del cittadino. La nostra Costituzione, all’articolo 32, tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività. Questo diritto non può essere ridotto ad una mera organizzazione burocratica del territorio.

Come sosteneva il professor Giuseppe Moscati:
“Non la scienza, ma la ca**tà ha trasformato il mondo.”
Ed è proprio questa dimensione umana che rischia di essere smarrita.

Quali sono, secondo CONFIAL Sanità, i principali rischi legati alla riforma del ruolo unico MMG?

I rischi sono molteplici. Innanzitutto vi è il pericolo di trasformare il medico di famiglia in un semplice gestore amministrativo della sanità territoriale. Un professionista oberato da incombenze burocratiche, caricato di mansioni sempre più ampie ma con minore tempo da dedicare alla cura reale della persona. Vi è poi un aumento inevitabile della medicina difensiva. Un medico che non conosce profondamente il paziente sarà naturalmente portato, anche per tutela legale, a prescrivere più esami, più consulenze, più ricoveri, aumentando così la spesa sanitaria. Secondo le valutazioni elaborate da CONFIAL Sanità, una riforma priva di una chiara definizione organizzativa potrebbe determinare persino un incremento della spesa sanitaria territoriale nell’ordine del 30-33%. Inoltre, manca ancora un vero fascicolo sanitario elettronico realmente interoperabile e completo. Parlare di riforma territoriale senza un sistema informatico efficiente significa costruire fondamenta fragili.

Ritiene che il nuovo modello possa compromettere il rapporto fiduciario tra medico di famiglia e paziente?

Assolutamente sì. Il rapporto fiduciario è il cuore stesso della medicina generale. Il paziente non cerca soltanto una prescrizione: cerca un riferimento umano stabile.Posso citare un’esperienza quotidiana: ogni lunedì molti pazienti tornano nel mio studio dopo essersi rivolti, nel fine settimana, a pronto soccorso o continuità assistenziale. E chiedono:
“Dottore, questa terapia è giusta? Questa diagnosi è corretta?”

Questo accade perché manca il rapporto di fiducia costruito negli anni. Il medico di famiglia conosce non soltanto la storia clinica, ma anche quella familiare, psicologica e sociale del paziente. È una medicina che intercetta la sofferenza prima ancora della malattia. Distruggere questa continuità significherebbe impoverire profondamente il Servizio Sanitario Nazionale.

Le Case di Comunità rappresentano davvero il futuro della sanità territoriale oppure rischiano di diventare strutture inefficienti?

Il rischio di inefficienza è concreto.

Le Case di Comunità previste dal PNRR e disciplinate dal DM 77/2022 potrebbero rappresentare un’opportunità straordinaria, ma solo sulla carta. Perché una struttura sanitaria non vive di mura o inaugurazioni: vive di personale, organizzazione e umanità. Oggi mancano medici, infermieri e operatori sanitari. In molte realtà le Case di Comunità rischiano di trasformarsi in un semplice restyling dei vecchi distretti sanitari. Il problema non è soltanto strutturale o tecnologico. È soprattutto umano. L’Italia non è fatta soltanto di grandi metropoli. È il Paese dei piccoli comuni, dei campanili, delle comunità territoriali diffuse. La forza storica della medicina generale italiana è sempre stata la capillarità. Centralizzare eccessivamente i servizi rischia di allontanare i cittadini, soprattutto gli anziani, che rappresentano una quota crescente della popolazione. Dopo il Giappone, l’Italia è uno dei Paesi più anziani del mondo. Occorre chiedersi: come raggiungeranno queste strutture le persone fragili? Con quali trasporti? Con quali costi sociali ed ambientali?

Quali criticità organizzative vede oggi nel progetto delle Case di Comunità?

La criticità principale è l’assenza di un reale capitale umano. Le strutture possono essere costruite rapidamente grazie ai fondi del PNRR, ma non si formano medici e infermieri in pochi mesi. Senza professionisti motivati, le Case di Comunità rischiano di diventare contenitori vuoti. Vi è poi un problema di organizzazione territoriale. I medici non possono essere contemporaneamente presenti nelle Case di Comunità e mantenere una reale attività capillare nei propri ambulatori senza una completa riorganizzazione del sistema. La sanità territoriale non può essere progettata esclusivamente con criteri aziendalistici. La medicina è presenza, ascolto e continuità.

La carenza di medici e del personale sanitario può compromettere il funzionamento della riforma territoriale?

Certamente. Non può esistere una riforma efficiente senza personale sufficiente. Oggi la medicina generale è sempre meno attrattiva per i giovani medici.Troppi rischi professionali, troppo carico burocratico, scarsa valorizzazione economica e umana.Se il PNRR verrà utilizzato soltanto per l’edilizia sanitaria senza investire sulle risorse umane, avremo edifici nuovi ma sempre meno professionisti disposti a lavorarvi.

Qual è la posizione di CONFIAL Sanità rispetto all’ipotesi di una maggiore dipendenza dei medici di famiglia dal Servizio Sanitario Nazionale?

Noi siamo contrari. La dipendenza rischierebbe di snaturare completamente la figura del medico di famiglia. Il medico convenzionato mantiene oggi un’autonomia professionale che rappresenta una garanzia per il cittadino. Il rischio della totale dipendenza è quello di trasformare il medico in un semplice esecutore amministrativo. Inoltre, il paziente perderebbe il proprio riferimento stabile. Io credo che il medico bravo non sia quello che “cura la malattia”, ma quello che “cura il malato”. E questo richiede continuità, libertà professionale e responsabilità personale.

Quali sono le proposte alternative di CONFIAL Sanità per rafforzare realmente la medicina territoriale?

Noi proponiamo meno burocrazia e più meritocrazia. La qualità del lavoro medico non può essere valutata soltanto in termini quantitativi di ore lavorate. Occorre misurare gli obiettivi raggiunti: prevenzione, screening, appropriatezza prescrittiva, riduzione dei ricoveri evitabili, gestione efficace delle cronicità. Un medico che segue bene i propri pazienti, che riduce gli sprechi e migliora gli indicatori di salute deve essere premiato. È necessario costruire un sistema misto: una quota economica di base che garantisca dignità professionale e una quota meritocratica legata ai risultati reali ottenuti sul territorio. Questa sarebbe una vera riforma moderna. Ma esiste anche un altro pilastro fondamentale: la vera digitalizzazione della medicina territoriale.

Oggi si parla molto di Fascicolo Sanitario Elettronico, ma nella realtà il sistema attuale è ancora fortemente incompleto e troppo orientato agli aspetti amministrativi ed economici. Spesso rappresenta più uno strumento di farmacoeconomia e gestione aziendale che un reale supporto clinico alla cura del paziente.

Noi di CONFIAL Sanità proponiamo invece un Fascicolo Sanitario realmente integrato con la tessera sanitaria personale del cittadino e accessibile, in sicurezza, a tutti gli operatori sanitari autorizzati.

Un vero Fascicolo Sanitario dovrebbe contenere:

gruppo sanguigno;
allergie;
patologie croniche;
terapie in corso;
ultime prescrizioni assunte;
eventuale status di donatore;
contatti da avvisare in emergenza;
storia clinica essenziale;
referti condivisi tra ospedale, territorio e medicina generale.
Questo permetterebbe una presa in carico reale del paziente sia nelle emergenze sia nella gestione delle cronicità. Pensiamo ad un paziente anziano che arriva in pronto soccorso senza familiari: il medico dovrebbe poter conoscere immediatamente le sue patologie, eventuali allergie o terapie salvavita in corso. Questa è la vera sanità digitale: tecnologia al servizio della persona e non semplice burocrazia informatizzata.

Come sosteneva Adriano Olivetti:
“La tecnica deve essere al servizio dell’uomo e non l’uomo al servizio della tecnica.”

Come immagina la sanità territoriale italiana nei prossimi dieci anni?

Molto dipenderà dalle scelte che faremo oggi. Se continueremo a puntare soltanto sulle strutture senza investire sul capitale umano, la medicina territoriale entrerà in una crisi sempre più profonda.Se invece riusciremo a valorizzare il medico di famiglia come figura centrale del territorio, sfruttando realmente le opportunità del PNRR, allora potremo costruire una sanità più vicina ai cittadini, più efficiente e più umana. La medicina generale deve tornare ad essere una professione attrattiva e prestigiosa.

Quale messaggio vuole lanciare ai medici di medicina generale che guardano con preoccupazione a queste riforme? E quale messaggio desidera rivolgere ai cittadini italiani sul futuro della sanità pubblica?

Ai colleghi dico di non arrendersi alla rassegnazione. Le riforme non devono essere imposte dall’alto, ma costruite dal basso, ascoltando chi ogni giorno lavora accanto ai pazienti. Occorre superare vecchie logiche autoreferenziali e valorizzare le idee, il merito e i contenuti. Ai cittadini italiani dico invece che difendere la medicina territoriale significa difendere il diritto alla salute sancito dalla Costituzione. Senza il medico di famiglia, il Servizio Sanitario Nazionale perde il suo volto umano. Ed è proprio questo il punto fondamentale: meno burocrazia, più meritocrazia, più medicina vera.

09/05/2026

Indirizzo

Via G. DI VITTORIO, 159/165
Qualiano
80019

Orario di apertura

Lunedì 09:30 - 11:00
Martedì 09:00 - 12:00
Mercoledì 04:00 - 18:00
Venerdì 09:00 - 11:30

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